Episodio 38, l’imperatore delle Gallie (455-458) – testo completo

Nello scorso episodio, dopo aver resistito all’aggressione degli Unni, i Romani si sono divorati l’un l’altro, fino a che Genseric ha avuto la possibilità di catturare Roma, sedere nel palazzo dei Cesari sul palatino e saccheggiare ogni opera di qualche valore della città eterna. Al suo fianco mi piace immaginare lo spettro di Annibale, finalmente felice di vedere la sua Cartagine mettere sotto il tacco l’orgogliosa rivale latina.

In questo episodio vedremo la seconda fase della terribile crisi inaugurata dall’uccisione di Ezio: al vuoto di potere in Italia risponderà l’altro grande pezzo dell’Impero, la Gallia: abituati oramai a vivere fianco a fianco, i Romani e i Barbari della Gallia proporranno il loro candidato al trono e questi si metterà in marcia verso Roma e verso la sua rovina.

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Un Re goto molto romano

Un dipinto completamente anacronistico che rappresenta Teoderic II

Torniamo ancora una volta a Tolosa, nel Regno foederato dei Visigoti, dove ho accennato ad una piccola rivoluzione politica. Vi ricorderete che il re Teoderic I morì nella battaglia dei campi Catalaunici, come narrato nell’epico episodio dedicato alla battaglia dei Campi Catalaunici. La mattina seguente alla battaglia fu acclamato Re suo figlio Thorismund. Questi abbandonò la campagna contro Attila per consolidare il suo potere a Tolosa, dove aveva molti fratelli, ognuno ben posizionato per prendere il potere. Come vedremo, il suo timore era giustificato.

Thorismund fu il primo Re dei Visigoti che concepì il suo regno come veramente indipendente da Roma, avviando una politica di espansione. Riuscì ad assoggettare gli Alani di Orleans, che tanto avevano contribuito alla difesa di quella città da Attila, e poi nel 452 marciò il suo esercito su Arles,  proprio mentre Ezio utilizzava ogni forza a sua disposizione per difendere l’Italia dalla seconda invasione di Attila. Per fortuna un capace sottoposto di Ezio riuscì a difendere la capitale della Gallia Romana, mentre Ezio utilizzò le sue consuete capacità di macchinatore machiavellico per togliere di mezzo Thorismund: non ho dubbi che inviò messaggeri a Tolosa per far capire che il suo appoggio sarebbe andato a chi avesse tolto di mezzo il loro Re che stava per causare una guerra con Roma.

Nel 453 Il fratello minore di Thorismund, anche lui Teoderic, decise di muovere contro il fratello in una congiura di palazzo degna della corte di Ravenna o di Costantinopoli. Thorismund fu arrestato e assassinato, l’oramai Teoderic II giustificò l’atroce assassinio sostenendo che aveva dovuto farlo perché il suo predecessore aveva violato il patto di alleanza con l’impero, certamente l’ambizione di diventare Re non aveva nulla a che fare con questa decisione.

Nel 454 Teoderic II mise il suo esercito a disposizione dell’Impero e di Ezio per combattere i Bagaudi della Tarraconensis, l’unica provincia spagnola ancora sotto il teorico controllo di Ravenna. In questo ebbe successo, iniziando anche la penetrazione Visigotica in Spagna, anche se per ora sotto l’egida di Roma. Quello stesso autunno da Roma giunsero notizie fosche: Ezio era stato assassinato (cliccate qui per leggere come!). Di lì a pochi mesi giunse l’ancora più inaspettata notizia che anche Valentiniano III era morto. Pochi giorni dopo il leader dei Gallo-Romani, Avito, si presentò a Tolosa con la carica di Magister Militum per Gallias e il compito di negoziare un accordo tra il nuovo regime di Massimo e il re dei Goti. Avito, lo sappiamo, non era uno sconosciuto a Tolosa, ma il suo rapporto con Teoderic II andava perfino al di là dell’amicizia che aveva avuto per Teoderic I. Infatti Avito era stato per alcuni anni il maestro di Teoderic II, istruendolo alla cultura, alle leggi e alla politica Romana, doti di cui avrebbe avuto bisogno in vita: credo che la posizione filoromana di Teoderic fu anche dovuta a questa relazione speciale con il mondo Romano che aveva acquisito attraverso il suo maestro Avito.

Sappiamo tutto questo grazie alla principale fonte per questi eventi e per molto di quanto avverrà nei prossimi trent’anni: Sidonio Apollinare, genero di Avito e uno dei maggiori scrittori del tardo quinto secolo. Sidonio sarà uno dei leader di una resistenza coraggiosa e disperata ai Goti, nel vano tentativo di difendere quel che restava della Romanità in Gallia. Sidonio, uno dei membri dell’aristocrazia gallica, conosceva chiunque fosse qualcuno e scriveva regolarmente a tutti loro, le sue lettere oggi esistenti ci permettono di ricostruire buona parte di cosa avvenne negli ultimi decenni dell’Impero Romano.

Sidonio ha scritto un celeberrimo ritratto di Teoderic II, ancora più significativo visto che proviene da uno scrittore che amava di solito notare la differenza tra la civiltà dei Romani e la barbarie dei Germani. Eccone un passo: “E’ un uomo che merita di essere studiato. Nella sua conformazione fisica la volontà di Dio e il piano della natura si sono uniti per dotarlo della suprema perfezione. Il suo carattere è tale che nemmeno la gelosia – che sempre circonda un sovrano – può scalfirlo”. A questo punto Sidonio passa a narrare la giornata tipica di Teoderic: dopo essersi svegliato recita delle preghiere, la mattina riceve ambascerie e tiene udienze, nel pomeriggio si dedica alla caccia. A sera tiene lauti banchetti. Ma non si tratta dei banchetti sguaiati dei re barbari: la tavola di Teoderic trabocca di pietanze abilmente preparate e i suoi ospiti si dilettano in discussioni profonde, il vino è servito ma non in quantità tale da far degenerare il banchetto. Insomma, conclude Sidonio “possiamo trovarvi l’eleganza greca, l’abbondanza gallica, il brio italico, la dignità dello stato, la sollecitudine di una casa privata, l’ordinata disciplina della legalità”.

L’imperatore dei Galli

Le province galliche nel tardo impero: erano riunite in due diocesi, quella della Gallia (Gallia settentrionale) e le sette province della Gallia meridionale. Le due Aquitanie era dove erano stati sistemati i Visigoti. I Burgundi erano nella Maxima Sequanorum. I Franchi salii sopratutto nella Belgica II. La capitale della Gallia romana era Arles (Arelate), nella Viennensis.

Vi chiederete come mai ho perso così tanto tempo a descrivervi Teoderic, sapendo che comunque le parole di Sidonio sono tendenziose, per le ragioni che diverranno evidenti presto. Lo ho fatto in particolare per smentire alcuni preconcetti sui Goti e sui Germani in generale: come ho detto più volte il loro obiettivo ultimo era acquisire uno stile di vita più elevato, uno stile di vita simile a quello condotto da Sidonio, uno stile di vita da senatore romano. Per il nostro autore Teoderic non è il solito barbaro irrazionale, ma un Romano fatto e finito, che casualmente è anche il Re dei Visigoti, comunque una potenza alleata di Roma. La nuova realtà dei regni romano-germanici avanza e il regno dei Visigoti a Tolosa è il precursore di ognuno di essi, anche se – come vedremo – non sarà il più longevo. Come vedremo questa sensibilità nel cercare una collaborazione con i Goti sarà uno dei principali attriti tra i Gallo-Romani e gli Italiani, per nulla avvezzi a scrivere panegirici di re barbari.

Teoderic stimava così tanto Avito – l’uomo che aveva forgiato l’alleanza tra Romani e Visigoti prima della battaglia dei Campi Catalaunici – che ricevette il Magister Militum per Gallias all’ingresso di Tolosa, in persona. Avito iniziò la sua opera di propaganda per conto del nuovo regime di Massimo, quando arrivarono da Roma notizie nere come la pece, e questo a pochi giorni dai fatti, cosa che testimonia l’efficienza delle comunicazioni romane perfino in questa epoca tarda.

Avito fu convocato da Teoderic e rimase probabilmente scioccato dalle recenti evoluzioni: Massimo, l’uomo che l’aveva inviato a Tolosa, era morto. Roma era stata saccheggiata dai Vandali, contro i quali oramai l’Impero doveva ritenersi in guerra. “Chi comanda ora a Roma?” gli chiese Teoderic “Nessuno, ma non dubito che sceglieranno presto qualcuno”. “Ho un’idea migliore” disse Teoderic “Avito, amico mio: tu sei il Magister Militum con il più alto grado, hai l’appoggio dei tuoi amici nobili gallici, hai al tuo comando l’esercito di Gallia, uno dei due eserciti Romani. E se vorrai il nostro aiuto, avrai dalla tua Tolosa, me e l’esercito dei Visigoti”.

Avito deve averci pensato su un po’, scorrendo nella sua testa le ragioni del perché no: se fosse rimasto il leader dei nobili gallici avrebbe corso molti meno rischi personali, ma era indubbio che un imperatore nominato dal Senato di Roma avrebbe donato tutta la sua attenzione alla minaccia dei Vandali, ignorando la Gallia. E se la Gallia fosse stata ignorata, chissà quali idee sarebbero venuti ai Visigoti, o ai Burgundi. Forse solo lui poteva evitare il disastro per la Gallia Romana bilanciando le necessità delle due metà dell’impero. E poi chi erano i suoi concorrenti? Ezio e Massimo erano stati i suoi superiori, ma erano morti. Non c’erano più eredi di Valentiniano III e le sue figlie erano state portate a Cartagine. Maggiorano era un comandante capace, ma a lui inferiore di grado e comunque non aveva l’appoggio dei Visigoti. L’alleanza tra Visigoti e Romani poteva far pendere l’ago della bilancia. E alla fine, per Avito l’attrazione fatale della massima carica del mondo romano fu troppo forte. Accettò il consiglio di Teoderic, negoziò con lui un accordo di spartizione delle cariche imperiali e poi viaggiò rapidamente verso Arles dove fu chiamato a raccolta il concilio delle sette province, il concilio delle Gallie che aveva le stesse funzioni in Gallia del Senato di Roma in Italia: rappresentare nei confronti del potere imperiale gli interessi dell’aristocrazia terriera gallica.

Il concilio, forse qualcuno lo ricorderà, era stato istituito da Flavio Costanzo nel 418 per riconnettere la Gallia al sistema imperiale dopo i disastri dell’invasione dei Germani, della guerra civile e del sacco di Roma. Per quarant’anni aveva svolto egregiamente la sua funzione e nessun tentativo di usurpazione era venuto dalla Gallia. Di recente però i nobili gallo-romani si sentivano sotto pressione: i loro interessi erano sempre più ignorati dal governo imperiale che, come ho fatto intendere ma mai precisato, circa nel 450 si era trasferito nuovamente da Ravenna a Roma, una città anche fisicamente lontana dal mondo dei Gallo-Romani.

Il concilio si riunì il 9 luglio del 455, a soli 4 mesi dalla morte di Valentiniano III e un mese dopo il sacco di Roma. Qui avvenne una piccola rivoluzione politica: invece di attendere la decisione del Senato di Roma i loro pari-grado della Gallia elessero Avito imperatore e inviarono messaggeri a Roma: il concilio e l’esercito di Gallia, uniti al Re dei Visigoti, avevano eletto Avito imperatore: sarebbe stata consigliabile per il senato di accettare l’elezione, o sarebbero stati guai.  

La capitolazione del Senato

La moderna Clermont-Ferrand, la città francese capitale dell’Auvergne. L’Arvernia fu il caposaldo del potere romano in Gallia centrale, da Clermont venivano Avito e Sidonio Apollinare, due degli ultimi leader della Gallia Romana.

In attesa della risposta del Senato, Avito iniziò a costruire la sua amministrazione: nominò ai massimi vertici dello stato e della burocrazia dei senatori Gallici. Come comandante in capo dell’esercito imperiale Avito scelse un Goto, un fedelissimo di Teoderic. L’appoggio del re dei Visigoti era sincero, ma non era gratis. Teoderic intendeva avere un’influenza molto maggiore sulla politica imperiale di quanto avessero avuto i suoi predecessori.

Sembra che neanche un posto dell’amministrazione fu riservato ai nobili italiani: la ragione è semplice da spiegare. Negli ultimi decenni la corte imperiale si era via via disinteressata della Gallia, e per questa ragione negli ultimi anni i senatori gallici si erano sentiti sempre più isolati e ininfluenti: fino a quando sarebbero rimasti fedeli all’impero in queste condizioni? Se il trend fosse continuato sarebbe venuto un giorno nel quale per un grande proprietario terriero gallico sarebbe stato più utile affidare la propria sicurezza al Re dei Visigoti, o a quello dei Burgundi. Nominando molti di loro in posizioni importanti Avito li ricompensava del loro appoggio, ma cercava anche di dimostrargli che l’Impero era ancora utile ai loro interessi e una carriera nell’impero ancora desiderabile. Si rivelerà comunque un errore.

Dopo un mese dalla sua elevazione giunsero notizie da Roma: il senato, umiliato e terrorizzato dal sacco della città, accettava il fatto compiuto e riconosceva Avito come imperatore dei Romani. A questo punto Avito inviò messaggeri verso le altre potenze del mediterraneo: a Marciano, l’imperatore a Costantinopoli, chiese di essere riconosciuto imperatore. Da secoli era tradizione che il collegio imperiale fosse in accordo e per la piena legalità del suo potere Avito aveva bisogno del riconoscimento dell’imperatore orientale. Marciano però non aveva nessuna intenzione di riconoscere un imperatore senza alcuna ombra di legittimità e continuità costituzionale, ma Avito non era una pessima scelta, per ora si limitò a non rispondere.

Altri messaggeri furono inviati agli Svevi, che avevano occupato l’80% della penisola iberica: dovevano cessare immediatamente gli attacchi o l’alleanza Romano-Gotica sarebbe piombata su di loro con tutta la forza militare di cui era capace. Gli Svevi, probabilmente convinti che i Romani avessero un’altra gatta vandalica da pelare, si fecero beffa delle minacce di Avito.

La minaccia fantasma

Solidus di Avito

Una volta che si sentì sicuro della sua posizione, nel settembre di questo fatale 455 l’imperatore attraversò finalmente le Alpi, alla testa di un esercito misto Romano-Gotico, ma invece di dirigersi direttamente a Roma fece una breve campagna militare in Pannonia, nella moderna Austria e Ungheria. Questo per ribadire la forza di Roma in quel quadrane e indubbiamente per dimostrare ai senatori di Roma che aveva a cuore anche la loro sicurezza, non solo quella dei Galli, e che anche lui era un esperto comandante militare. Tornato dall’incursione in Pannonia lasciò il grosso dei Goti a Ravenna e si diresse a Roma. Il suo ingresso nella grande capitale traumatizzata dal recente sacco fu certamente preso con sollievo, anche se indubbiamente i Romani si erano dovuti piegare al fatto compiuto. Avito riconfermò Maggiorano come Comes Domesticorum, una carica importante per un potenziale rivale al trono. Con la semplice presenza dell’esercito imperiale Roma era oramai sicura dagli attacchi dei Vandali, ma lo stesso non poteva dirsi per il resto dell’Italia. Per porvi rimedio, Avito promosse un altro ufficiale dell’esercito d’Italia: ma si, lui, Ricimer. Ricimer divenne Comes e fu inviato alla testa di un esercito in Sicilia, per repellere in quel quadrante gli attacchi di Genseric.

Genseric trova finalmente un suo pari

In arancione, il territorio occupato dai Vandali dopo il sacco di Roma del 455.

Ma cosa faceva in tutto questo il nostro gattone vandalico, l’immarcescibile Genseric? Durante l’inverno l’oramai ricchissimo Re ricevette lui stesso ambasciate da Avito e Marciano, che gli intimarono di restituire le principesse e l’augusta, minacciando guerra. Ma Genseric non era diventato Re a Cartagine con la prudenza, e si fece beffe delle pretese dei Romani. A primavera, quando il mare sarebbe tornato navigabile, i Romani avrebbero visto di nuovo quanto ci si divertiva ad avere i Vandali come nemici. Avrebbe deciso lui quando trattare con i Romani, e alle sue condizioni.

Di converso Genseric strinse un’alleanza con i Mauri della moderna Algeria e assieme decisero di spartirsi quel che restava dell’Africa romana: un esercito fu inviato da Genseric per prendersi le ultime città delle moderne Algeria e Marocco che ancora riconoscevano l’autorità imperiale, lo stesso fece l’anno seguente con le città della Tripolitania. A 600 anni dalla presa di Cartagine durante la terza guerra punica terminava così il dominio romano nel Maghreb, almeno per ora. Un Impero Romano è destinato infatti a tornare su queste sponde, ma non sarà l’occidente.

A primavera la flotta vandala si mise in mare e iniziò a saccheggiare le coste delle grandi isole mediterranee: pare che fu intorno a questa data che i Vandali conquistarono le Baleari. Ma il principale attacco fu ovviamente contro l’isola più importante di tutte: la Sicilia. Qui il nuovo Comes Ricimer aveva posto il suo quartiere generale ad Agrigento. Forse intuì che sarebbe stato qui che i Vandali avrebbero tentato lo sbarco, o forse lo venne a sapere da una spia romana, un agentes in rebus. Sta di fatto che i Vandali sbarcarono proprio nei dintorni di Agrigento e Ricimer piombò su di loro come un falco, sconfiggendoli e costringendo i sopravvissuti a tornare con la coda tra le gambe a Cartagine. Fu una vittoria importante, dopo una lunga serie di sconfitte, importante più per il morale dei Romani che in pratica. È importante soprattutto per Ricimer, la cui stella iniziò l’ascesa nel massimo firmamento della politica romana.

L’ascesa di Palpatine

Un Magister Militum tardoimperiale con la sua scorta personale di Bucellarii

A Roma Avito fu molto soddisfatto dalla vittoria e, convinto di avere almeno in parte risolto il problema vandalico, mandò un’ambasciata a Tolosa: era arrivato il momento di regolare i conti con Rechiar, il re degli Svevi. È possibile anzi che una campagna in Spagna fosse una delle condizioni di Teoderic per il suo appoggio ad Avito, ma solo ora le condizioni l’avevano resa possibile. Teoderic aveva infatti messo gli occhi sulla Spagna, una campagna dei Visigoti in quella regione avrebbe incrementato l’influenza gotica presso i locali ed elevato il suo stesso status presso il suo popolo. I Goti, nonostante intermittenti accordi dinastici con gli Svevi, restavano dei nemici giurati degli invasori del Reno, i nuovi venuti che si erano ricavati regni illegali nell’Impero Romano mentre loro avevano faticato così tanto per ottenere un regno subordinato a Roma ma riconosciuto dalle autorità imperiali. Teoderic mosse quindi contro gli Svevi. Il 5 ottobre del 456 ci fu una importante battaglia nella quale gli Svevi furono sbaragliati, la Galizia invasa e il loro Re ucciso: presto il popolo degli Svevi discese nella guerra civile e le sue fortune diminuirono bruscamente. La Spagna tornò brevemente in mano all’alleanza romano-gotica, ma questa vittoria si dimostrerà amara per Avito. Quando arriverà il momento del maggiore bisogno, il suo più importante alleato sarà impegnato in Spagna e non potrà venire in suo soccorso quando la scure cadrà sul suo governo.

Ricimer tornò a Roma come un trionfatore, proprio nel momento in cui la stella di Avito iniziò a declinare presso i locali. Le ragioni di scontento erano diverse, a seconda dello status sociale di chi si lamentava: i senatori erano enormemente irritati dal fatto che tutte o quasi le cariche principali dello stato fossero andate a dei senatori gallici. L’amministrazione dello stato era loro di diritto – o così loro credevano – e ora le opportunità di carriera e di prestigio gli erano precluse. Inoltre l’opposizione ad Avito era anche di natura ideologica: i senatori gallici erano oramai abituati da decenni a dover trattare con i Germani che vivevano tra di loro, ma lo stesso non poteva dirsi dei senatori italiani. L’Italia era ancora priva di insediamenti germanici e la mentalità dei senatori era rimasta quella dei tempi d’oro di Roma: era Roma che doveva essere dominante, i barbari erano quelli che ricevevano gli ordini, non li davano. Avito di converso era il portatore di una nuova politica di collaborazione tra Visigoti e Romani, una sorta di condominio dell’occidente che offendeva enormemente le sensibilità italiane. Questo è ahimè un altro segno che il Senato di Roma aveva oramai perso il contatto con la realtà delle province, dove la collaborazione tra Germani e Romani era l’unica possibilità di salvezza per i possidenti provinciali.

La rovina dell’Italia

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Purtroppo per Avito a questa opposizione senatoriale si andò saldandosi l’ostilità della popolazione comune, come al solito interessata a faccende ben più terrene: la guerra con i vandali – lo avrete immaginato – volle dire come al solito che i rifornimenti di grano da Cartagine si erano interrotti e la fame serpeggiava nelle vie di Roma. Avito aveva provato a rimediare con rifornimenti d’emergenza provenienti da altre parti dell’impero, ma le strade e le vie acquee erano insicure a causa dei Vandali. Tutto, ahimè davvero tutto, tornava sempre al dente più dolente: la guerra con Cartagine stava rovinando l’occidente.

Molti proletari furono costretti ad abbandonare la città, vagando nella penisola e quasi certamente molti si diedero al brigantaggio per sopravvivere, a danno dell’ordine pubblico. A peggiorare le cose c’era l’armata di gallo-romani e visigoti che stazionava oramai a Roma: da un lato queste truppe servivano a difendere Roma, ma si trattava anche di altre bocche da sfamare: per chi muore di fame è difficile comprendere certe sottigliezze. Inoltre i Romani non vedevano da decenni una vera armata cosiddetta Romana: immagino che nella testa dei civili di Roma i soldati Romani fossero un po’ quelli antichi, quelli che vedevano rappresentati nei loro monumenti. Questi soldati sembravano di converso molto più simili ai vandali che li avevano saccheggiati pochi mesi prima. Il malcontento andò montando durante l’autunno di fame del 456, fino al punto che Avito si sentì costretto a inviare via da Roma la maggior parte del suo esercito, per evitare che la situazione arrivasse al punto di ebollizione. Ma i soldati, prima di essere dismessi dalla presenza dell’imperatore, volevano essere pagati. Ahimè Petronio Massimo – nei suoi 77 giorni gloriosi di regno – era riuscito anche a svuotare completamente le casse imperiali per far fronte alle sue promesse di pagamenti per l’elevazione al trono e quello che era rimasto era stato portato via dai Vandali. Per pagare i suoi, Avito diede ordine di rimuovere quante parti in bronzo erano rimaste a decorare la città dopo il sacco dei Vandali. Elementi delle statue, decorazioni dei templi e degli edifici: quanto possibile fu rimosso e venduto sul mercato dei rottami metallici. Era forse indispensabile e necessario, ma fu un colpo al cuore per i Romani, che erano ancora fieri di quello che restava della grandeur imperiale della loro città. Una decisione presa per rabbonirli finì per infuriarli ulteriormente.

Colpo di stato

Avito – oramai privo anche della protezione delle sue truppe – decise di provare a calmare gli animi degli italiani promuovendo ancora i loro vertici militari: Maggiorano fu inviato in Corsica a combattere i Vandali, dove ebbe successo come Ricimer in Sicilia. Lo stesso Ricimer fu promosso a Magister Equitum. Avito evidentemente pensava di ingraziarsi in questo modo l’esercito d’Italia e lo stesso Ricimer, inserire a questo punto musica tragica: mai fidarsi di Ditocorto, o di Ricimer. Presto l’imperatore si rese conto che era meglio abbandonare la città prima che questa si rivoltasse contro di lui. Decise che era il caso di tornare nella sua base d’operazioni in Gallia, dove Goti e Romani erano uniti nell’appoggio del suo governo, a differenza di questi infidi italiani. Avito lasciò dunque Roma e si incamminò alla volta di Arles.

Nell’ottobre del 456, una volta che l’imperatore fu in viaggio, Ricimer fece la sua mossa. Con il senato profondamente scontento dell’imperatore, con i Goti impegnati nella loro conquista della Spagna e con la minaccia dei Vandali annullata dall’arrivo dell’inverno, Ricimer approfittò della situazione per compiere il suo primo colpo di stato, e non sarà certamente l’ultimo. Se Avito aveva pensato di consolidare il suo potere promuovendolo, beh si era sbagliato di grosso. Ricimer mosse contro Ravenna, la conquistò, mise a morte il capo del contingente gotico che faceva da cane da guardia dell’Italia e poi tornò in fretta a Roma. Qui informò il senato che non c’era più nulla da temere: l’Italia era libera. Il Senato non se lo fece ripetere due volte e depose Avito, questo impudente imperatore venuto dalle Gallie. Molti hanno interpretato questi fatti come una semplice congiura di Ricimer, io concordo con lo storico Ian Hughes nel valutare che sarebbe stato impossibile per Ricimer muovere contro Avito se non avesse avuto l’avvallo tacito o esplicito di buona parte del Senato, cosa dimostrata anche dalla fretta con la quale Avito fu deposto.

La caduta di Avito

Moneta con il monogramma di Ricimer

In tutto questo Avito era ancora in viaggio verso la Gallia. Maggiorano tornò a Roma forte della vittoria in Corsica e si unì alla ribellione dell’Italia tutta contro l’oppressione gallica: Ricimer e Maggiorano mossero rapidamente per intercettare Avito prima che questi gli sfuggisse di mano, raggiungendo la Gallia e soprattutto le vicinanze dei Visigoti, nel qual caso una guerra civile tra Gallia e Italia pareva inevitabile. Avito, per fortuna dei nostri, pare essersela presa con calma rimanendo a lungo all’oscuro di quanto era successo a Roma e Ravenna. Sta di fatto che fu raggiunto dai congiurati e assediato a Piacenza. Avito era protetto solamente da una piccola scorta dei suoi bucellarii, il suo esercito personale. Non c’era alcuna speranza di vittoria contro l’esercito d’Italia ma Avito guidò comunque i suoi in una disperata sortita: i suoi bucellarii vennero però massacrati, Avito si salvò rifugiandosi in un santuario cristiano. Qui ci si sarebbe aspettato che Avito facesse una brutta fine, ma la sua vita fu risparmiata: fu deposto, gli fu imposto di prendere i voti e fu consacrato vescovo di Piacenza.

C’è da chiedersi la ragione di tanta clemenza. Non possiamo esserne certi, ma si può intuire che di nuovo ci fosse lo zampino di Costantinopoli. Sia Maggiorano che Ricimer avevano bisogno dell’appoggio di Nuova Roma per affermare la legittimità del nuovo governo. La migliore situazione sarebbe stata se Marciano avesse nominato lui stesso un imperatore, possibilmente Maggiorano stesso, l’unico dei due generali alleati ad essere romano e cristiano ortodosso e quindi papabile, o dovrei dire imperabile?

Avito però non riuscì a rassegnarsi al suo destino e verso la fine dell’inverno, probabilmente nel febbraio del 457, provò a inscenare un pellegrinaggio verso la Gallia in qualità di vescovo. Quando Maggiorano e Ricimer lo vennero a sapere si rassegnarono ad ordinarne la morte: non era possibile tenere in vita un tale rischio di guerra civile che cammina.

Nel complesso Avito, nel suo breve regno di poco più di un anno, ebbe più successi di quanto ci si sarebbe potuto aspettare: la Spagna fu riconquistata, i Vandali sconfitti, la sicurezza dell’Italia assicurata. Giudicandolo dalle sue azioni, Avito mi pare anche una persona con la testa chiaramente ben piantata sulle spalle, oltre che un comandante capace. Il problema era che oramai lo stato di disgregazione dell’impero era al di là delle capacità del singolo: bilanciare gli interessi dell’Italia, chiusa in un nazionalismo romano d’antan, e della Gallia della nuova realtà romano-barbarica era difficilissimo in tempo di pace, ma a complicare tutto c’era la dannata guerra contro i Vandali che Massimo aveva scatenata durante i suoi gloriosi 77 giorni. Una guerra che rovinava i commerci, impediva i rifornimenti di grano e causava certamente quella che oggi chiameremmo una recessione. Governare non è mai facile, ma governare durante una crisi economica e alimentare, una crisi politica e militare e con una guerra in corso è davvero un mestiere difficile, forse improponibile. Inoltre ad Avito mancava quella cosa magica di cui abbiamo parlato nello scorso episodio: la legittimità: il suo diritto a governare si poggiava su un fragile consenso e l’emergenza del sacco di Roma. Appena gli italiani si sentirono un po’ più al sicuro si diedero da fare per rigettare questo imperatore venuta dalla Gallia e percepito come se fosse un corpo estraneo. Certo, Avito avrebbe potuto dimostrarsi più inclusivo delle classi dirigenti italiane e avrebbe dovuto trovare il modo di assicurarsi la fedeltà dell’esercito d’Italia. Ma davvero si trovò a navigare acque forse troppo mosse.

Il kingmaker

Missorium di Aspar (al centro)

Mentre l’occidente perdeva un altro imperatore, l’oriente si preparava a passare attraverso la sua prima crisi dinastica dai tempi della battaglia di Adrianopoli. Infatti nel gennaio del 457 morì Marciano e si estinse anche in oriente l’ultimo barlume di legittimità della dinastia teodosiano-valentiniana. Ma a Costantinopoli, a differenza di Roma, c’era qualcuno senza grilli per la testa: il Magister Militum Aspar, figlio di Ardabur, barbaro di sangue, ariano di religione e un romano dalla testa ai piedi in tutto il resto. Aspar aveva già notevolmente contribuito all’elevazione al trono di Marciano, lo ricorderete, stringendo l’alleanza con Aelia Pulcheria che tanto bene aveva fatto all’impero d’oriente. Ora la sua reputazione era al massimo di sempre, dopo più di trenta anni al servizio dell’impero. Ci sono fonti che riportano che il senato di Costantinopoli offrì la corona imperiale ad Aspar, che la rifiutò: nonostante i decenni alla corte di Nuova Roma, Aspar era rimasto fedele alla fede dei suoi padri e sapeva che Costantinopoli non era pronta ad avere un imperatore ariano e di sangue barbarico. Forse non lo sarebbe stata mai.

Aspar decise quindi di fare come con Marciano, e si limitò al ruolo di kingmaker: segnalò come possibile imperatore un ufficiale dell’esercito presentale, un certo Leone. Leone era nato in Tracia, da una famiglia latinofona: è da sottolineare come ancora in questi anni gli imperatori orientali fossero in generale fluenti in latino, la lingua della legge, dell’esercito e di una parte non insignificante della popolazione balcanica. Il 7 febbraio del 457, forse proprio per rimediare alla sua pressoché totale assenza di legittimità, Leone fu il primo imperatore ad essere incoronato dal Patriarca di Costantinopoli, la prima volta per un imperatore Romano di entrambi gli imperi, sarà un precedente che influenzerà l’intera storia europea.

Una conseguenza della morte di Marciano fu che fu cancellata la spedizione che questi stava preparando contro l’africa vandalica, spedizione che Marciano aveva ordinato dopo che Genseric si era rifiutato di liberare le donne della casa imperiale. Negli anni seguenti Aspar fece sempre in modo di temperare l’istinto aggressivo di Leone nei confronti di Cartagine. Aspar sapeva che l’impero d’oriente era un malato in convalescenza e non era il caso di sprecare fondi e uomini per la salvezza di un occidente che reputava oramai perduto. Negli anni però su questo punto gli attriti crebbero con Leone che si dimostrerà essere un imperatore con una volontà tutta sua e non l’utile strumento del suo volere che Aspar si era aspettato che sarebbe stato, visto che era stato lui a farlo imperatore e visto che si trattava di un uomo privo di una base di supporto personale, almeno all’inizio del suo regno.

Una nuova speranza

Maggiorano

In occidente, nel frattempo, continuava a non esserci nessun imperatore, ora che Avito era morto. Maggiorano e Ricimer governavano de facto l’Italia e i territori circostanti. La Gallia Romana e Teoderic II si sollevarono in rivolta alla notizia della deposizione e poi dell’uccisione del loro imperatore, mentre la Dalmazia di Marcellino era in rivolta sin dai tempi dell’uccisione di Ezio. Anche la Spagna si rifiutò di ubbidire agli ordini dell’Italia: l’impero dei Romani si era in sostanza ristretto alla penisola, e non c’era alcun imperatore in occidente. Questo stato di cose non poteva continuare in eterno ma il senato di Roma temporeggiò: più volte avevano scelto un imperatore solo per vederlo abbattuto da Nuova Roma. Senza contare che senza le risorse di Costantinopoli sembrava impossibile riconquistare i territori e il prestigio perduti.

Così Maggiorano e Ricimer attesero notizie da Nuova Roma, ma Leone e Aspar non volevano prendere una decisione affrettata. Il problema per l’occidente era che la stagione primaverile si avvicinava, e con essa una nuova stagione di guerra contro Cartagine. I due Magister Militum decisero di dividersi i compiti: Ricimer andò verso sud, per affrontare i Vandali, mentre Maggiorano si recò a Ravenna e prese il comando delle truppe a difesa delle Alpi. Proprio attraverso le Alpi ci fu una incursione di un gruppo di Alemanni, i primi Alemanni a causare qualche problema ai Romani in molto tempo. Maggiorano sconfisse gli invasori e a questo punto i soldati decisero di aver trovato l’uomo che faceva al caso loro, il comandante che avrebbero potuto seguire. Nei pressi di Ravenna, il 1° aprile del 457 e dopo 6 mesi senza precedenti di interregno, l’esercito d’Italia acclamò Maggiorano imperatore dei Romani, in una cerimonia che ricorda tanto i bei tempi andati, quando l’esercito era davvero comandato in battaglia dai suoi imperatori. Maggiorano era l’imperatore che sarebbe dovuto essere, colui che Licinia Eudoxia aveva voluto come erede di Valentiniano III. Ora, con anni di ritardo e dopo una serie infinita di disastri, l’inevitabile era accaduto, ma era forse troppo tardi?

Maggiorano però sembra aver accettato con riserva, chiedendo di essere incoronato solo dopo che Leone avesse accettato il suo diritto a governare: come detto era fondamentale assicurarsi l’appoggio dell’oriente se l’Italia voleva davvero sconfiggere i Vandali e gli altri nemici che la circondavano, compresi i Visigoti di Teoderic, ora in aperta rivolta. Per fortuna per Maggiorano, a sud Ricimer ottenne un grande successo che non fece che elevare ancora il prestigio del nuovo imperatore in pectore nei confronti dell’opinione pubblica italiana: Ricimer riuscì ad intercettare in Campania la principale incursione dei Vandali in Italia: l’esercito di Ricimer e quello dei Vandali combatterono una vera battaglia campale, i vandali furono sconfitti e fuggirono. Ciliegina sulla torta, il comandante delle forze vandaliche fu ucciso nell’azione, e questi altri non era che il genero di Genseric.

Ai cittadini dell’Italia, alla fine dell’estate, sembrò che finalmente la marea fosse girata: i nemici venivano sconfitti su ogni fronte. Le buone notizie si accumularono l’una sull’altra: in autunno giunse notizia da Costantinopoli che Leone accettava Maggiorano come collega nel collegio imperiale, di conseguenza Maggiorano fu ufficialmente incoronato a Ravenna il 28 dicembre del 457, per poi diventare console il 1° gennaio del 458, come millenaria consuetudine. I Romani, dopo decenni di imperatori deboli e ininfluenti, avevano l’imperatore di cui avevano avuto disperato bisogno per decenni: un comandante militare capace, amato dal popolo, dal senato e dall’esercito, affiancato da un altro comandante brillante e capace – Ricimer – che con il suo sangue barbarico avrebbe assicurato la fedeltà dell’importante elemento germanico nell’esercito imperiale. L’oriente sosteneva il nuovo regime e l’anno si era concluso nel migliore dei modi. Forse c’era ancora speranza per l’occidente.

Nel prossimo episodio vedremo cosa farà Maggiorano della speranza da lui generata: non voglio anticipare nulla, ma non è un caso se alcuni lo considerano l’ultimo imperatore dell’occidente degno di questo nome, anche se per me questo non è del tutto corretto.

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Alla prossima puntata!

2 pensieri riguardo “Episodio 38, l’imperatore delle Gallie (455-458) – testo completo

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