Episodio 41, invencible armada (466-468), testo completo

Nello scorso episodio la nuova speranza Maggiorano ha incontrato la sua terribile fine, a dimostrazione che ahimè non sempre la vita reale segue le sceneggiature di Hollywood. L’Italia e Ricimer hanno pensato che fosse una buona idea di liberarsi del loro imperatore diventato scomodo, peccato che dello stesso avviso non è stato pressoché nessun altro nel mondo mediterraneo. L’Italia ha cercato di restare a galla per qualche anno ma presto è diventato evidente a tutti che senza aiuto da parte dell’Impero d’Oriente non c’è speranza di mantenere in piedi l’impero di Augusto in occidente.

In questo episodio l’impero d’oriente invierà l’aiuto necessario, e richiesto. Leone non baderà a spese: un nuovo imperatore verrà da Costantinopoli, accompagnato da tutto l’augusto potere, da tutta la possenza militare e finanziaria di un oriente che non è meno potente nel quinto secolo di quanto sia stato cento anni prima. Una invencible armada partirà da Costantinopoli alla volta dell’Africa, scopriremo assieme se avrà più successo dell’omonima del sedicesimo secolo.

A fare da introduzione al dramma che stiamo per vivere lasciate che vi citi un discorso famoso, quello del replicante Roy a Deckard, il Blade Runner, nell’omonimo film “Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste neanche immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tanneuser. E tutti quei momenti andranno perduti, nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”

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L’Impero colpisce ancora

L’imperatore Leone I

Durante i primi anni 60’, l’Imperatore Leone I era stato a lungo preoccupato dalla situazione in occidente ma non era stato nelle condizioni di inviare aiuti militari importanti, pressato com’era dalla situazione geopolitica e dalle considerazioni di opportunità. Il confine Danubiano era costantemente sotto attacco, mentre dopo la morte di Maggiorano gli era mancata anche la volontà di aiutare un’Italia che aveva scelto di uccidere l’uomo al quale aveva associato il prestigio della corte orientale.

Così diversi anni erano scorsi via ma nel 465, alla morte spontanea o spintanea di Libio Severo, le cose erano cambiate: Ricimer, disperando di poter continuare a difendere da solo l’Italia, si era piegato a richiedere l’aiuto dell’oriente, nella consapevolezza che non sarebbe stato dato gratuitamente. In questo quadro, ancora più importante era stata la decisione di Genseric di attaccare l’oriente.

L’attacco di Genseric orientò l’opinione dei dirigenti a Costantinopoli: non si poteva accettare una tale minaccia alla pace del mediterraneo, non con l’Egitto a portata delle navi dei Vandali. Leone e Ricimer entrarono in una lunga e tortuosa trattativa sulla sistemazione politica dell’occidente e sul prezzo in termini di indipendenza politica che l’Italia avrebbe dovuto pagare per ottenere l’aiuto del sempre potente oriente.

L’intero 466 fu assorbito dalle trattative, un anno nel quale l’oriente fu anche impegnato a respingere un attacco da parte di quello che rimaneva della potenza degli Unni. A guidare la risposta militare orientale agli Unni fu un uomo che era destinato a diventare il nuovo imperatore dell’occidente: Antemio. In qualità di Magister Militum in Tracia Antemio sconfisse gli Unni e li inviò con la coda tra le gambe al di là del Danubio.

Dall’oriente con determinazione

Solidus di Antemio

Chi era questo Antemio? Si trattava di uno degli aristocratici più in vista della corte orientale. Suo nonno materno era stato quel capace Antemio che aveva costruito le mura di Costantinopoli, quelle che noi conosciamo come mura Teodosiane. Suo padre si chiamava Procopio e pare che fosse un lontano discendente dell’omonimo Procopio, l’ultimo membro della dinastia costantiniana che aveva tentato una breve usurpazione contro Valente, in quella che pare un’era geologica fa. C’è di più: Antemio aveva spostato l’unica figlia di Marciano, l’imperatore che aveva preceduto Leone, in quello che era parso come il primo passo verso una legittimazione da parte di Marciano a succedergli. Quando Marciano era morto, senza lasciare ovvi eredi, il nome di Antemio era circolato con insistenza ma alla fine l’aveva avuta vinta Aspar, che aveva voluto come imperatore quello che lui percepiva il candidato più debole, ovvero Leone, cosa piuttosto ironica per chi sa come finirà l’illustre carriera del generalissimo Aspar.

Avere in giro per Costantinopoli un così ovvio candidato a succedergli non deve essere stato facile per Leone, ma alla fine Antemio si era dimostrato o troppo competente o troppo avveduto politicamente per essere fatto fuori. Nominarlo come imperatore d’occidente, per Leone, era come prendere i proverbiali due piccioni con una fava: si dava all’occidente un capace uomo politico e militare e allo stesso tempo lo si eliminava discretamente dalla corte orientale. Ricordatevelo: in politica le promozioni possono essere o un onore o un modo di liberarsi di qualcuno scomodo, e questo vale anche oggi. Di converso, Leone non considerò nemmeno come possibile erede del trono occidentale quello che era il candidato dei Vandali alla successione, ovvero Olibrio. Il suo tempo non era ancora giunto.

Leone non aveva nessuna intenzione però di inviare Antemio in occidente ad essere sbranato da quella belva politica che era Ricimer, né intendeva lasciare a Ricimer tutto il potere militare in Italia: Leone voleva che Antemio divenisse un vero imperatore, per farlo applicò una tecnica che era stata molto utile agli augusti orientali. In Oriente, infatti, i comandi militari erano divisi tra più Magister Militum di pari grado, in modo che ci fossero sempre dei contrappesi al potere di ognuno cosicché l’imperatore potesse ergersi al di sopra di tutti loro. Questo non era stato il caso dell’occidente, che sin da Stilicone aveva visto una lunga sequela di generalissimi plenipotenziari. Per bilanciare lo strapotere di Ricimer sull’esercito d’Italia fu inviato in occidente, assieme ad Antemio, un forte esercito, il nerbo costituito dalle truppe dalmate di Marcellino, che fu elevato a Patrizio e quindi pari grado di Ricimer.

La contropartita di Ricimer

Ovviamente però anche il nostro generalissimo non era un ingenuo e non avrebbe mai accettato truppe e nuovi giocatori nella politica italiana senza un contrappeso a suo favore: Ricimer aveva bisogno dell’aiuto dell’oriente per far fronte alla minaccia vandalica e alle altre crisi che attanagliavano l’Italia ma non a costo di perdere ogni potere, e forse sarebbe stato ingeneroso chiederglielo. Ricordiamo inoltre che quando si menziona Ricimer non intendo solo l’uomo, ma anche la fazione politica che lo sosteneva e che comprendeva una larga parte del senato, la maggior parte dell’esercito d’Italia e buona parte dell’opinione pubblica italiana.

Ricimer ottenne quindi come contropartita di poter sposare la figlia di Antemio – Alipia – unendo il suo sangue – che ricordiamolo veniva da ben due case regnanti germaniche – con quello dell’augusto dell’occidente.

Il nuovo Augusto dell’occidente

Situazione politica in Europa nel 469

Tutto si svolse come da accordi: nell’aprile del 467 Antemio sbarcò in Italia e marciò fino ad un accampamento militare a poca distanza da Roma: qui, il 12 aprile del 467, fu acclamato imperatore dagli eserciti riuniti di oriente e occidente e fece quindi il suo ingresso a Roma. Poco tempo dopo si celebrarono sfarzose nozze che unirono Ricimer e Alipia. In città era presente per faccende non precisate il nostro prezzemolo del tardo quinto secolo, ma null’altri che Sidonio Apollinare. Sidonio declamò un nuovo panegirico in onore di Antemio, proprio il 1° gennaio del 468, all’assunzione del consolato da parte del nuovo sovrano. Si trattava del terzo panegirico di Sidonio in occasione del consolato di imperatori Romani: prima aveva onorato Avito, poi Maggiorano, ora Antemio: considerando come erano finiti i primi due, io personalmente se fossi stato imperatore mi sarei ben guardato da farmi scrivere un panegirico da Sidonio, d’altronde si dice che non c’è due senza tre.

Per esaltare Antemio, Sidonio provò a minimizzare la novità di un imperatore che veniva dall’oriente, in un passo ripieno di florilegi declama: “E tu, o Giano, a cui una corona d’alloro è dovuta ogni anno, avvinci la chioma sulla fronte che preferisci; né ti spaventi la luce improvvisa del principe e non credere che gli elementi siano sconvolti. Nulla la natura stravolge: anche il Sole medesimo viene da Oriente”. Insomma, non c’è nulla di strano: come il sole sorge in oriente e poi viene in occidente, così il nostro nuovo principe Antemio è venuto tra di noi.

Sidonio celebra anche l’unione dei due principi, Antemio e Ricimer, simbolo dell’unione tra l’oriente e l’occidente. Per comprendere i passaggi della politica imperiale, sorbiamoci ancora un po’ di versi del nostro prolisso Sidonio, perché sono illuminanti nella loro ridicola prosopopea, in questo passo Roma stessa, in forma di divinità implora Leone: “Concedimi Antemio. In queste regioni sia pure Leone l’Augusto, e lo sia a lungo, ma i miei affari li governi colui che ho chiesto. Aggiungi inoltre un patto privato a questi patti pubblici: l’Augusto sia il felice suocero di Ricimer; infatti, entrambi i principi brillano di nobiltà: l’uno ha una fanciulla di stirpe regale ed io ho quest’uomo di stirpe regale. Se accetti questo accordo, presto mi permetterai di sperare nella Libia”.

Insomma, il barbaro Ricimer è di stirpe reale ed è un degno marito della figlia di Antemio, il loro patto di alleanza è un patto privato tra il comandante dell’occidente e il suo nuovo imperatore e serve a suggellare l’alleanza tra oriente e occidente. E quale è la ragione di questa unione di intenti tra i due imperi, unione nella quale è oramai evidente a tutti che Costantinopoli detta legge anche a Roma? La grande alleanza, e l’umiliazione dell’occidente, ha un solo obiettivo: conquistare la Libia, che in questi tempi altro non era che un modo poetico di chiamare l’Africa. Tutti questi complicati patti sono preparativi per la missione volta a distruggere la minaccia vandalica.

Invencible armada

Ricostruzione di un dromone da guerra del V-VI secolo

Il piano di Leone e di Antemio per far fuori Genseric prevedeva la mobilizzazione dell’intero oriente romano. Le fonti antiche differiscono sull’ammontare ma tutte concordano che fu una manovra ciclopica. Si sarebbe trattato di 65.000 libbre d’oro e 700.000 libbre d’argento, l’equivalente di circa 103.000 libbre d’oro. Anche scontando l’inevitabile iperbole, si tratta di cifre immense: forse vi ricorderete che l’impero d’oriente era andato in crisi a causa del pagamento di un tributo agli unni di 2100 libbre d’oro all’anno, solo questo paragone dovrebbe darvi l’idea dell’immenso sforzo che Leone e l’oriente fecero per sconfiggere e conquistare i Vandali. Alcuni storici hanno calcolato si trattasse di quattro anni del budget imperiale, il mio calcolo rapido mi da circa due anni, ma si tratta comunque di una spesa enorme perché non è che le altre spese imperiali potessero essere annullate: gli altri soldati andavano comunque pagati, la burocrazia andava foraggiata, le infrastrutture pubbliche mantenute. Da qualunque punto la si guardi, l’impresa probabilmente svuotò completamente le casse dell’oriente.

L’esercito di invasione – che andava rifornito ed equipaggiato – comprendeva secondo Procopio e Prisco qualcosa intorno alle 1100 navi e 100.000 uomini, tra marinai e truppe di terra. Anche queste cifre vanno scontate, ma comunque si trattava di una flotta, di un esercito e di un investimento degni degli anni migliori di Roma. E non credo che la loro missione fosse del tutto limitata all’Africa: è facile immaginare che se la missione africana fosse stata coronata da successo sarebbe stata sufficiente una frazione di questa forza per rimettere in riga Svevi e Goti, ristabilendo la supremazia di Roma sulle province occidentali che già solo con lo sfoggio di potenza iniziarono a tornare in riga: la Gallia si dichiarò per Antemio e lo stesso fece Siagrio, nell’ormai lontano nord.

I pianificatori militari Romani avevano deciso di non giocare il tutto e per tutto su un solo teatro: Marcellino avrebbe comandato una missione in Sardegna, per riconquistare quest’isola e – con un po’ di fortuna – bloccare lì una parte degli effettivi Vandali. Un generale orientale – Eraclio – avrebbe raccolto un esercito in Egitto e tra i foederati arabi: il suo obiettivo era proteggere il fianco egizio da possibili ritorsioni di Genseric, in contemporanea passando all’attacco dei domini libici dei Vandali.

Infine Il grosso della flotta e dell’esercito fu mess0 nelle supposte capaci mani di Basilisco, un comandante militare di alto grado e anche di buona nomea ma che fu scelto, a quanto pare, per la principale ragione di essere il cognato di Leone: era infatti il fratello di sua moglie, Verina, una donna dotata di un’insaziabile sete di potere. In questa serie ho parlato spesso di donne forti e dimenticate, come Aelia Eudocia, Aelia Pulcheria, Galla Placidia, Licinia Eudoxia. Vi assicuro che Verina non sarà da meno delle precedenti auguste: sentiremo ancora parlare di lei.

Come fece Maggiorano anni prima, a Ricimer fu affidato il ruolo di difendere l’Italia del nord, in particolare sul fronte danubiano dove si muovevano diversi popoli, tra i quali gli Ostrogoti. Di nuovo si trattava di un ruolo importante ma c’è da notare come Leone non affidò a Ricimer neanche uno degli eserciti combinati che avrebbero attaccato Genseric: certamente il problema non era la fedeltà del generale, di per sé. Ricimer e Genseric erano nemici giurati, ma Leone voleva il completo controllo da parte di Costantinopoli di quella che era la più importante missione militare del secolo. Perfino Antemio fu, nel complesso, messo da parte: era evidente che c’era anche della gloria da acquisire e Leone non voleva dividerla con nessuno, anzi la gloria militare era probabilmente proprio quello che gli serviva per liberarsi del suo ingombrante Magister Militum, Aspar.

Iniziano le operazione

Il 468 fu l’anno della grande spedizione, a lungo preparata e finalmente messa in atto. La prima tenaglia a muoversi fu quella di Marcellino, che sbarcò in Sardegna e prese possesso dell’isola senza grandi problemi, probabilmente era rimasta una guarnigione scheletrica mentre il grosso era stato ritirato a Cartagine in preparazione dell’attacco al cuore del loro regno. Marcellino lasciò un presidio e mosse verso la Sicilia, per unirsi in seguito all’invasione dell’Africa.

Dall’altro capo del mediterraneo, Eraclio prese il mare dall’Egitto con la sua armata combinata, sbarcando a Tripoli, in Libia. Procopio narra che qui fu necessario combattere una battaglia campale nella quale i Vandali furono sbaragliati: Eraclio conquistò Tripoli e le città vicine e si mise in marcia con il suo esercito verso Cartagine. Fin qui, tutto procedeva alla perfezione.

La parte più importante dell’armata dei Romani era però quella di Basilisco, ora concentrata in Sicilia. Il comandante orientale diede l’ordine di mollare gli ormeggi e l’immensa flotta di invasione attraversò gli stretti che separano la Sicilia dalla moderna Tunisia. Qui leggiamo Procopio, uno scrittore di cui parleremo a lungo nei decenni a venire: “Basilisco attraccò con l’intera flotta in una cittadina che distava appena 280 stadi – ovvero 52 chilometri – da Cartagine. La cittadina era chiamata Mercurium, perché nei pressi c’era un tempio dedicato a Hermes”. Oggi questo luogo è conosciuto come capo Bon ed è normalmente visibile perfino dal monte di Erice, vicino Trapani. Basilisco, a differenza di Maggiorano, aveva deciso di puntare direttamente alla giugulare dell’impero dei Vandali.

Basilisco, con comprensibile prudenza, fece sbarbare il suo esercito e costruire un accampamento a difesa dell’armata, in contempo inviando esploratori per accertarsi sulla posizione del nemico: era a capo della più costosa e mastodontica spedizione militare del secolo, non poteva permettersi di essere sorpreso.

Il codice di un pirata

A questo punto Procopio riporta che dei messaggeri giunsero da Genseric a Basilisco, chiedendo una tregua di qualche giorno: i  Vandali intendevano negoziare con l’imperatore e chiedevano umilmente un po’ di tempo per organizzare l’offerta da proporre al generale orientale. Per ungere un po’ gli ingranaggi pare che si presentarono anche con quello che potremmo definire eufemisticamente un “regalo” per Basilisco, a quanto pare di notevole dimensione. Regalo o no, era una richiesta in teoria comprensibile: Basilisco aveva condotto un’enorme armata sulla loro soglia, dal punto di vista dei Romani non valeva la pena per i Vandali di rischiare una battaglia campale in cui sarebbero stati con tutta probabilità sbaragliati. Forse si poteva recuperare Cartagine senza spargimento di sangue.

Sta di fatto che furono concessi alcuni giorni di tregua ai Vandali e fu persa l’occasione di marciare su Cartagine via terra e via mare, circondandola in una morsa che avrebbe potuto porre  fine al dominio decennale dei Vandali sul cuore della provincia africana. O almeno questa è l’opinione di Procopio e degli altri storici bizantini contemporanei. Procopio è molto critico della decisione di Basilisco di temporeggiare, sostenendo che se questi avesse agito con prontezza avrebbe potuto prendere Cartagine senza fatica. Io non sono così sicuro: Cartagine era dotata di imponenti mura e i Vandali avevano ancora il loro esercito al completo, per non parlare della flotta. Procopio giunge fino a suggerire che Basilisco fosse in realtà in combutta con Aspar per far fallire la missione, in modo da mettere in forte imbarazzo Leone e poi agevolarne la caduta. Mi pare un piano molto complesso e al di sopra delle capacità del nostro, e anche delle stesse probabilità: far fallire la missione avrebbe messo un cattiva luce la leadership di Leone, ma certamente avrebbe devastato la reputazione di Basilisco.

Credo che in tutti questi giudizi sommari il nostro storico sia influenzato dalla successiva missione di Belisario, nel sesto secolo, che porterà alla rapida distruzione del regno vandalico: Belisario non temporeggerà come Basilisco e non attraccherà nei pressi di Cartagine, anche memore del fallimento della precedente missione. Per quanto riguarda il supposto tradimento, mi pare un tipico caso di imputazione di una sconfitta ad un conveniente capro espiatorio. Infatti Basilisco, negli anni 70’, proverà ad usurpare il trono: fallirà nel tentativo e la sua memoria sarà quindi seriamente compromessa: a posteriori sarà facile attribuire ad una figura delegittimata le cause di ogni male.

Ciò detto, e ammettendo tutte le scusanti del caso, Basilisco si comportò in modo troppo prudente, esponendo il suo fianco al contrattacco dei Vandali. Vandali che non erano comandati dal fratello raccomandato dell’imperatrice, ma dall’uomo nel che nel 406, da bambino, aveva attraversato con il suo popolo a piedi il Reno gelato; l’uomo che aveva vissuto l’intera epopea della migrazione dei Vandali attraverso la Gallia e l’Iberia; il comandante che era diventato Re nel lontano 428, 40 anni prima, conducendo i Vandali attraverso lo stretto di Gibilterra e per gli sconosciuti deserti del Nordafrica, per poi sconfiggere i Romani in diverse campagne sul territorio africano, impadronendosi di Cartagine e poi di tutto il Nordafrica e il mediterraneo occidentale. L’uomo che aveva posto fine alla serie di successi di Maggiorano con una manovra spregiudicata. Forse Basilisco non è quell’incapace che ci dipinge Procopio, ma certamente Genseric era un leader militare e politico su un altro livello, forse il più grande che produrranno i regni Romano-Barbarici.

Grazie alla sua ambasciata Genseric aveva comprato qualche giorno: lo aveva fatto nella consapevolezza che l’intera immensa armata di invasione romana poteva essere rifornita solo via mare, i foraggiamenti locali non sarebbero mai bastati per Basilisco. La chiave per far fallire l’intera missione era dunque quella di distruggere o menomare la flotta romana: senza la flotta i Romani avrebbero fatto la fine degli Ateniesi nella loro sfortunata missione in Sicilia, 900 anni prima: se non la ricordate andate a dare un’occhiata alla storia della guerra del Peloponneso, o ancor meglio leggetevi Tucidide, non ve ne pentirete.

La battaglia delle acque nere

Brulotti all’opera contro l’invencible armada, nel 1588

Per Genseric c’era però un enorme problema: la flotta vandalica era si potente, ma i numeri – anche sul mare – erano a favore dei Romani. È probabile che la flotta dei Vandali fosse forte di qualche centinaio di navi, quanto era bastato a sconfiggere, grazie all’effetto sorpresa, la flotta di Maggiorano, forte di 300 navi. Basilisco aveva al suo comando la parte più grande della flotta orientale, credo ragionevole pensare che si trattasse di 500-600 navi. Per sconfiggere una flotta di quelle proporzioni, Genseric avrebbe dovuto di nuovo tirare un coniglio fuori dal cappello.

E Genseric attese che la fortuna gli donasse il suo coniglio. I Vandali oramai conoscevano quella che era diventata la loro terra, e Genseric attese che il vento girasse: quando, il quinto giorno della tregua, si levò un vento favorevole, che soffiava nelle vele della flotta cartaginese e impediva alla flotta romana di uscire dal porto, Genseric diede l’odine di mettere in mare l’invitta flotta dei Vandali. I Vandali non si affidarono però solo al vento, con loro avevano un’arma segreta che avevano preparato proprio per l’occasione: i brulotti.

Che cosa sono i brulotti? Facciamo un esempio più vicino ai giorni nostri. È’ la notte del 27 luglio 1588: la flotta inglese affronta l’Invencible Armada, la potentissima flotta creata da Filippo II per invadere l’Inghilterra: notare le similitudini con la nostra storia. Durante la notte l’ammiraglio-pirata inglese, Francis Drake, fece approntare otto brulotti, sostanzialmente navigli carichi di materiale incendiario a cui veniva dato fuoco, dirigendoli poi verso il nemico. Le navi dell’antichità e del primo evo moderno erano molto suscettibili al fuoco: ricoperte di catrame, composte da legno stagionato e con vele e cime che prendevano fuoco molto rapidamente. I brulotti furono inviati in mezzo alla flotta spagnola. Il vero effetto di questa tattica non fu l’effettivo danneggiamento della flotta nemica, ma la sua dispersione nel mare e la diffusione del panico fra gli equipaggi. In seguito le più agili navi inglesi ebbero ragione delle enormi navi spagnole ormai sparpagliate e isolate: l’invencible armada fu sconfitta.

Ho il forte sospetto che Francis Drake lesse Procopio prima di ideare il suo piano: le similitudini sono impressionanti. Sta di fatto che i Vandali di Genseric uscirono dal porto trainando diversi brulotti. La flotta arrivò presto in posizione: il vento li portò rapidamente a capo bon, di fronte si estendeva l’immensa flotta Romana. I Vandali diedero fuoco ai brulotti, poi alzarono le vele di queste navi assassine e lasciarono che il vento facesse il resto, spingendoli verso la flotta Romana, ancorata in ranghi serrati. Leggiamo cosa avvenne dopo usando Procopio:

“Siccome c’era un gran numero di navi all’ancora, queste navi incendiarie sparsero il fuoco facilmente, ovunque colpissero. Le navi bruciavano e venivano distrutte dal fuoco. E mentre il fuoco avanzava la flotta Romana fu presa da un tumulto mentre un frastuono si alzava al cielo causato dal ruggire delle fiamme e dai soldati e marinai che urlavano freneticamente ordini l’uno all’altro, mentre cercavano con delle pertiche di allontanare le navi incendiarie o le altre navi che avevano preso fuoco”. In tutto questo disordine, i Vandali decisero di intervenire con il colpo di grazia: Procopio narra che I Vandali, una volta che videro la flotta Romana nel caos più completo, passarono all’attacco e iniziarono a speronare, assaltare e affondare le navi romane. Nel caos della disgrazia Procopio riporta una scena drammatica e forse inventata: la nave di uno dei generali di Basilisco, un certo Giovanni, fu abbordata. Questi finì circondato dai Vandali, il figlio di Genseric in persona gli offrì di arrendersi, ma Giovanni decise di buttarsi in mare con tutta l’armatura, urlando che Giovanni non sarebbe mai finito nelle mani di cani. Una storia degna di Muzio Scevola e Orazio Coclite.

Tyrion Lannister non avrebbe potuto ideare una trappola migliore per una flotta.

Naufragio

Battaglia di Capo Bon

La sconfitta di Capo Bon distrusse la capacità militare delle flotta romana: non tutte le navi furono affondate, ma quello che restava della grande flotta di invasione non era in grado di reggere un conflitto con la flotta vandalica e di sostenere logisticamente le manovre dell’esercito di terra. Basilisco aveva preferito non fare la fine di Giovanni ed era rimasto al sicuro, per sua fortuna e per la sua futura carriera di pessimo e fugace imperatore. Basilisco si rese conto che, in questi frangenti, non avrebbe potuto mettere sotto assedio Cartagine, visto che la flotta vandalica avrebbe potuto agevolmente rifornire la città, mentre i suoi uomini sarebbero morti di fame all’esterno.

Detto questo c’era ancora la flotta e l’esercito di Eraclio che stavano viaggiando verso nord, anche se Basilisco non poteva conoscerne la posizione esatta: come ho detto prima, forse Basilisco non fu quell’incompetente generale che le fonti più tarde dipingono, ma certamente non era un Giulio Cesare. Il meglio che seppe pensare fu di reimbarcare il suo esercito su quello che restava della flotta e di qui ritirarsi con la coda nelle gambe verso la Sicilia e poi Nuova Roma, dove dovette rifugiarsi in una chiesa pur di sfuggire all’ira di suo cognato.

A Cartagine invece si diede mano ai festeggiamenti: Genseric aveva di nuovo trionfato sui Romani, e questa volta non contro la pallida immagine dell’impero d’Occidente ma contro l’intera potenza dei due imperi riuniti. Per i Vandali fu un trionfo, per i Romani d’oriente fu una sconfitta bruciante, per l’Impero d’Occidente fu una condanna a morte.

La morte di un impero

Ci sono varie date che sono proposte per la fine dell’Impero d’occidente: il 476 dopo cristo è una data che ha un significato costituzionale, come vedremo. Eppure da un punto di vista politico e militare si può dire che la battaglia di Capo Bon segna la fine dell’Impero d’Occidente. L’Impero, nella sua spirale negativa, era rimasto rilevante per i vari popoli germanici che vivevano dentro i suoi confini e per le classi dirigenti romane provinciali perché nonostante tutto questi attori percepivano il residuo di potenza dell’Impero. Chi viveva in questa epoca ovviamente non aveva la sfera di cristallo, non poteva sapere come sarebbe finita la storia. L’impero era in crisi, ma in qualunque momento si sarebbe potuto riprendere e chi si fosse dimostrato apertamente un suo nemico avrebbe potuto pagare caro l’aver dato per scontato la sua fine. Anche solo l’inerzia ideologica che derivava da una struttura politica che era durata cinque secoli non aveva permesso ai più di immaginarsi un mondo senza l’Impero.

I disastri degli anni 50’ del quinto secolo avevano messo a dura prova queste certezze: la morte di Ezio e Valentiniano III aveva portato al secondo sacco di Roma, Avito era stato fatto fuori e la Gallia era discesa nel caos. Poi l’impero d’occidente si era dimostrato incapace di assicurare la sua stessa sopravvivenza, quando Maggiorano era stato sconfitto dai Vandali.

Eppure rimaneva un’ultima latente potenza a difendere l’ombra di autorità che Roma ancora proiettava sull’occidente: la forza militare e finanziaria di Nuova Roma. Costantinopoli era diventata il garante di ultima istanza dell’occidente: la potenza che difendeva il diritto dell’impero degli Augusti ad esistere.

Ed ora, dopo una spettacolare sconfitta sempre per mano della loro bestia nera Genseric, tutto l’occidente aveva compreso che il Re era nudo, anzi, l’imperatore era nudo. Neanche con la forza riunita dei loro imperi i Romani erano riusciti a sconfiggere un aperto nemico come il Re di Cartagine, un Re che si faceva beffe da decenni delle pretese dei Romani. I Re dei Visigoti, degli Svevi, dei Burgundi, degli Alemanni e dei Franchi capirono immediatamente il messaggio: l’impero non esisteva più, ora la questione era solamente chi si sarebbe accaparrato la parte più importante dell’ex impero dei Romani. Nel diciannovesimo secolo ci fu la corsa alla spartizione dell’Africa, i prossimi anni saranno la corsa alla spartizione di quello che resta dell’occidente.

Ma non furono solo i barbari a capire che qualcosa di fondamentale era cambiato: anche le classi dirigenti locali romanizzate oramai disperarono: l’impero non era destinato a tornare presto nelle loro terre, era arrivato il tempo di iniziare a collaborare fattivamente con i Re dei Germani, gli unici con il potere militare di difendere le loro proprietà terriere contro le pretese dei loro contadini semi-liberi, dei Bagaudi o di altri futuri invasori.

Secessione

L’episodio è anche su YouTube

In Italia la notizia della sconfitta a Capo Bon rimise in moto la macchina del cupio dissolvi politico della penisola. I senatori occidentali avevano accettato Antemio solo perché era sostenuto dall’oriente, e ora questo sostegno si era dimostrato di cartapesta. Nella confusione in Sicilia avvenne inoltre un crimine inatteso: dei sicari colpirono Marcellino, il Patrizio e Magister Militum dalmata che era stato un attore della politica imperiale sin dai tempi dell’uccisione di Ezio. Non si sa chi sia stato il mandante ma c’era una persona che odiava con passione Marcellino e aveva una ragionevole ragione di vederlo rimosso: parliamo ovviamente dell’altro Patrizio e Magister Militum dell’occidente, ovvero Ricimer. Marcellino era stato promosso con l’obiettivo di bilanciare le cariche in occidente, mettendo Antemio sul piedistallo più alto e avendo almeno due Magister Militum di pari grado sotto di lui, ora questa struttura politica era stata rimessa in discussione con un rapido colpo di coltello.

L’effetto dell’uccisione di Marcellino fu che le truppe dalmatiche si ritirano nel loro feudo dall’altro lato dell’Adriatico: a quanto pare poco tempo il comitatus dalmata elesse Magister Militum l’erede più prossimo di Marcellino, ovvero suo nipote Giulio. E grazie alla sua parentela con Marcellino a Giulio fu affibbiato il soprannome con il quale è diventato noto alla storia: Giulio Nepote, per alcuni il penultimo imperatore d’occidente, per altri l’ultimo. Avremo modo di parlarne.

A Tolosa la notizia giunse a quello che era il nuovo Re dei Visigoti, e da poco tempo. Nel 466 infatti c’era stata una nuova rivoluzione politica in seno ai Goti di Romania: la fazione filo-Romana di Theoderic II era stata sconfitta e suo fratello Euric lo aveva condannato a morte. Euric era il quarto e ultimo figlio di Theoderic I, il Re che era morto ai campi Catalaunici. C’è da notare che i quattro fratelli si erano uccisi l’un l’altro senza pietà, finché ne era rimasto uno solo, l’highlander Euric.

Euric, come suo fratello Thorismund e a differenza di Theoderic II, non credeva nell’alleanza con Roma. La sconfitta di Maggiorano già aveva reso ampiamente chiaro che non c’era più ragione di ubbidire agli ordini dei Romani. Euric spese i primi anni del suo regno a consolidare il suo potere, inevitabilmente l’uccisione di un Re come Theoderic II, che aveva regnato per tredici anni, aveva lasciato degli strascichi. Ma quando gli giunse la notizia che i Romani erano stati sconfitti dai Vandali  in una spettacolare battaglia navale, Euric comprese che era giunto il suo momento, e quello del suo popolo. Il Re rinunciò al trattato di foedus con Roma e si dichiarò ufficialmente Re non solo della sua gente all’interno dell’Impero, ma di tutte le terre sotto il suo controllo. L’obiettivo di Euric era di costruire un regno proprio come quello di Genseric: completamente indipendente da Roma. Per farlo avrebbe attaccato incessantemente i Romani, fino a piegarli al suo volere.

Guerra civile

Nel prossimo episodio Antemio finirà nella tenaglia tra Vandali e Visigoti. Invece di unirsi di fronte ai nemici, gli italiani decideranno di dilaniarsi non più in una contesa tra generali, ma in una vera e propria guerra civile.

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Un pensiero riguardo “Episodio 41, invencible armada (466-468), testo completo

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