La mappa della toponomastica longobarda (aggiornata)

Dopo un lungo lavoro di ricerca, e dopo centinaia di segnalazioni, sono stato in grado di costruire una mappa, in perenne aggiornamento, della toponomastica longobarda. Ho utilizzato una serie di termini come “Fara”, “Arimanni”, “Wald”, “Warda”, “Sala”, “Gehagi” per costruire una mappa il più accurata possibile delle tracce toponomastiche dell’insediamento dei Longobardi in Italia.

Nella mappa interattiva in basso potete esplorare tutti i toponimi, cliccando su di loro, oppure selezionare i vari termini nella lista. Questi sono spiegati nel dettaglio al di sotto della mappa, preseguendo nella lettura dell’articolo.

Prima di tutto una precisazione: la mappa della toponomastica NON è una mappa degli insediamenti longobardi: gli insediamenti possono lasciare una traccia nei luoghi, ma possono anche non farlo, perchè tendenzialmente i toponimi hanno una forte stabilità e sono spesso mantenuti (magari deformati) anche da popolazioni successive. Di converso, un toponimo longobardo non vuol dire di per sè che in quell’area ci furono i longobardi: il toponimo può avere più origini, oppure può essere stato dato per svariate ragioni.

Detto questo, la toponomastica longobarda è straordinariamente fedele, per quanto si possa vedere dalla mappa dei toponimi, a quello che sappiamo della distribuzione geografica dei longobardi. Inserisco qui in basso una mappa della situazione a fine sesto e metà settimo secolo. Si vede chiaramente la parte longobarda del nord italia, che a fine sesto secolo non include l’Emilia-Romagna, la Liguria e la laguna veneta. Nell’Italia peninsulare, ci sono tre importanti aree longobarde: la Tuscia, il ducato di Spoleto (Umbria-Marche) e il ducato di Benevento (buona parte dell’Italia appenninica meridionale). Le coste sono dominate dall’Impero Romano, assieme al famoso corridodio bizantino tra Ravenna e Roma.

A metà settimo secolo, i Longobardi hanno conquistato l’Emilia e la Liguria (quest’ultima è una conquista piuttosto tarda, sotto Rotari) e allargato i loro domini meridionali.

Dopo l’immagine, la spiegazione dei vari termini longobardi.

Fara: si tratta dell’unità fondamentale dell’organizzazione sociale e militare dei Longobardi. Era costituita dall’aggregazione di un gruppo omogeneo e compatto di famiglie (originate dallo stesso clan agnatizio) ed era in grado di organizzarsi in contingenti con funzioni militari di esplorazione, di attacco e di occupazione dei territori. Il toponimo Fara (in più varianti) ricorre in luoghi di insediamento piuttosto precoce dei Longobardi, perchè è una organizzazione e un termine che caddero presto in disuso. Ad esempio, nell’editto di Rotari sono citate una volta sola, ma sono comunque citate anche da Paolo Diacono. Si trova il termine sia nel nordest che nel nordovest, sempre a nord del Po (l’area occupata inizialmente dai Longobardi) ma, curiosamente, anche in centro Italia, a cavallo tra Abruzzo, Marche e Lazio.

Arimanni: gli Arimanni (detti in latino, nell’editto di Rotari, exercitales) erano gli uomini liberi longobardi, tenuti al servizio militare nell’esercito. Le Fare erano costituite da Arimanni. Il termine è presente nella toponomastica in modo non evidente, di solito viene modificato in “Romans” e “Romano”, “Romanore” etc., termini che quindi non identificherebbero i Romani, ma appunto gli Arimanni. Non a caso questi toponimi sono diffusi sopratutto in Italia padana, oltre che in Abruzzo.

Sala: un altro termine longobardo, ma questo è entrato nel parlato comune italiano. Originariamente questo termine – presente anche in altre lingue germaniche occidentali come il francione, la lingua dei Franchi – aveva un significato simile a quello dell’italiano moderno: una costruzione con un solo grande vano (oggi ovviamente è una stanza). Successivamente, andò a indicare la casa padronale di un’azienda agricola, ovvero la casa utilizzata per la raccolta delle derrate agricole che i fittavoli dovevano al padrone (probabilmente la tertia, la terza parte del raccolto). I fittavoli potevano essere longobardi anche loro (altri Arimanni) me erano più spesso contadini locali italici (i coloni del tardo impero, che erano nella stessa situazione anche sotto l’Impero Romano). Il toponimo si ritrova in tutta l’Italia longobarda, da Nord a Sud (basti pensare a Sala Consilina).

Gehagi: con questo termini, i Longobardi chiamavano un fondo cintato, o una riserva di caccia, o più generalmente una proprietà privata. Il termine è stato modificato in italiano in più termini: Gazzo, Gaggio, Gaggiano, Gazzano, Gazzolo, Caggiano, Engazzà e Gaiola e in Toscana Cafaggio, Cafaggiolo. La maggior parte di questi termini si trova in Lombardia e in Toscana, ma ne ho trovato uno anche in provincia di Salerno (ducato di Benevento). Più informazioni:

Fai clic per accedere a Note-di-Toponomastica-sugli-Insediamenti-longobardi1.pdf

Fai clic per accedere a hgfoi.pdf

Warda: questo termine denota in longobardo un punto di “guardia” (un’altra parola longobarda acquisita dall’italiano). Una fortezza, un posto di osservazione. Da warda deriva anche il toponimo “Garda”, da cui il lago di Garda (che nell’antichità si chiamava “Benacum”, “Benaco” in italiano, a sua volta di derivazione probabilmente celtica). Non a caso, questi toponimi si riscontrano in posizione di confine o comunque di osservazione. Esempi, oltre a Garda: Guardiagrele, Guardia Vomano etc.

Pertica: il toponimo pertica rimanda alle “pertiche” infisse nei cimiteri longobardi: erano un segno commemorativo dei caduti in guerra in terre lontane – oggi diremmo i dispersi, ed erano un rito di probabile natura pagana. Si trattava di aste in legno alla cui sommità veniva applicata una sagoma di colomba (simbolo dell’anima), rivolta verso la terra dove si credeva il defunto fosse caduto (una sorta di milite ignoto ante litteram). Si ritrova questo termine sia al nord (Pertica Bassa e Pertica alta) che in Lucania (Guardia Perticara e Corleto Perticara) nel ducato di Benevento. Da non dimenticare che una celebre chiesa di Pavia – la capitale del Regno – era Santa Maria alle Pertiche, una chiesa importante dei Longobardi, dove avvennero anche delle incoronazioni e che è stata distrutta nel 1813. La chiesa fu probabilmente costruita su un cimitero longobardo (con le suddette “pertiche”)

Brayda: si tratta di un termine longobardo che denota un prato, di solito un prato per il pascolo che si accompagnava ad un villaggio longobardo di arimanni, che lo avevano probabilmente ricevuto con il relativo diritto di pascolo per l’intera comunità dall’autorità regia, in cambio dell’obbligo al servizio militare (vedere alla voce “Arimanni”). Da questo termine deriva per esempio “Brera”, un celebre quartiere milanese, o le varie Breda, Braida, Braide ecc. che sono presenti in tutto il Nord Italia (con un’attestazione anche al sud).

Wald: questo termine fa il paio con Brayda, perchè denota un bosco demaniale, spesso assegnato ad una fara o ad uno stanziamento di longobardi per utilizzo come riserva di legna per l’intera comunità (per quello che possiamo capire). Da questo termine deriverebbero gli italiani “Gallo”, “Gualdo” (come Gualdo Tadino), “Galdo”.

Altri germani: in questo gruppo ho messo un paio di toponimi relativi ad altre popolazioni germaniche (Sassoni e Alamanni) probabilmente discesi assieme ai Longobardi, o immigrati in Italia in un secondo tempo

Lombardi: questo è il termine che mi ha causato più grattacapi, se inserirlo o meno almeno. Non è detto che si riferisca ai Longobardi (VI-VIII secolo) o ai Lombardi del basso medioevo (che hanno meno a che fare con i Longobardi). Ho inserito alcuni termini che mi paiono realisticamente connessi con l’originale insediamento dei Longobardi.

Per altre segnalazioni, scrivetemi pure a info@italiastoria.com, ma attenzione: debbono essere motivate.

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Un pensiero riguardo “La mappa della toponomastica longobarda (aggiornata)

  1. Da aggiungere il vocabolo ZAINA, da una radice longobarda zain/zan, che indica un “contenitore” fatto con vimini (quindi “ceste”), e quindi anche ZAINO. ed anche il vegetale con cui erano fatti, e quindi ZANA (vocabolo ora in disuso che significa “culla), nel tardo Quattrocento in area lombarda la ZAINA indicava anche un contenitore per liquidi pari a circa un quarto di “boccale” (circ l. 0.192), citato anche dal poeta “maccheronico” Merlin Cocai (Teofilo Folengo) nel 1520 circa, una misura in uso fino all’introduzione di del sistema metrico-decimale.

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