Le mura aureliane, e tutte le porte antiche di Roma.

Ho pensato di raccogliere in un solo articolo tutto il grande materiale che ho pubblicato a riguardo delle mura aureliane, a partire dalla mappa dell’assedio di Roma del 537 (in basso) che illustra la situazione tardoimperiale, che rimarrà tutto sommato invariata per buona parte del Medioevo. A tal fine ho lasciato i nomi antichi delle porte di Roma, spesso i moderni sono diversi.

Percorreremo un giro attorno alle mura partendo da Porta Flaminia (la moderna Porta del Popolo) per poi procedere in senso orario. Che io sappia, si tratta del primo articolo che va a riassumere l’intero sviluppo delle mura aureliane.

Le mura di Roma nella tarda antichità

L’assedio del 537

La città imperiale si estendeva in grandissima parte ad est del Tevere, pertanto il grosso della cerchia delle mura era ad est del fiume, solo il moderno quartiere di Trastevere era circondato da mura ad ovest del Tevere. Sulle mura si aprivano 14 porte principali, più diverse altre minori: molte di queste porte esistono ancora oggi, come è ancora visibile la gran parte del circuito murario voluto da Aureliano.

A nord della città, vicino al Tevere, c’era la Porta Flaminia, la moderna Porta del Popolo, poi abbiamo Porta Pinciana, Porta Salaria e Porta Nomentana. Tra la Nomentana e la Tiburtina, ad est della città, c’era l’oramai abbandonato accampamento dei pretoriani, il Castro Pretorio, le cui porte erano state chiuse.

Più a sud della Porta Tiburtina abbiamo la Porta Prenestina. Il grosso dell’esercito dei Goti era concentrato in questa sezione delle mura, tra la Flaminia e la Prenestina. Un distaccamento era invece presente ad ovest del fiume, in quello che oggi è il quartiere Prati e allora era chiamato i prati di Nerone, un quartiere a poca distanza dalla tomba di Adriano, oggi Castel Sant’Angelo, e caratterizzato dalla basilica di San Pietro voluta da Costantino, collegata con la città da un lungo porticato.

La tomba di Adriano era già stata fortificata a questi tempi e fungeva da fortezza a guardia dei ponti che attraversavano in quel punto il Tevere, non distante dalla moderna Piazza Navona.

Il circuito murario a sud di Roma non fu invece investito dai Goti: anche con 30.000 uomini, questi non erano sufficienti per circondare l’intero interminabile circuito delle Mura aureliane. I Goti organizzarono l’esercito in sette accampamenti, ognuno con un suo comandante: oltre a quello a Trastevere, gli altri sei erano di fronte alla sei porte principali: Flaminia, Pinciana, Salaria, Nomentana, Tiburtina e Prenestina.

Porta Flaminia

Porta del Popolo, un tempo detta Porta Flaminia, è probabilmente la più importante porta delle mura aureliane: nella foto la vista esterna.

La porta si apre nella sezione settentrionale delle mura, nei pressi del Tevere, nel luogo dove la via Flaminia esce dalle mura. La Flaminia acquisì nel medioevo un’importanza ben superiore alle altre vie, perchè collegava Roma con Ravenna e di lì con il resto dell’Europa. Pertanto, la porta Flaminia divenne il principale accesso a Roma, cosa che spinse con il tempo a creare la grandiosa piazza del Popolo, lo spettacolare ingresso nella città eterna per i pellegrini che venivano da tutta europa.

Il nome attuale è legato alle origini della chiesa di Santa Maria del Popolo, che fu eretta nel 1099 da papa Pasquale II appunto con una sottoscrizione più o meno volontaria del popolo romano.

La porta si trova oggi un metro e mezzo circa al di sopra del livello antico. I detriti trasportati dal fiume nelle sue saltuarie inondazioni ed il lento e costante sfaldamento della collina del Pincio avevano rialzato il terreno circostante, rendendo necessaria la sopraelevazione dell’intera porta: la moderna porta fu ricostruita nel cinquecento. La facciata esterna fu commissionata da papa Pio IV a Michelangelo, che però trasferì l’incarico a Nanni di Baccio Bigio, il quale realizzò l’opera tra il 1562 e il 1565 ispirandosi all’Arco di Tito. Le colonne principali della facciata provengono dall’antica basilica di S.Pietro, demolita per far posto alla nuova San Pietro (l’attuale).

La porta Flaminia fu fatta murare da Belisario durante l’assedio del 537-538, perchè troppo vicina agli accampamenti nemici e per timore di un assalto improvviso. In una fase tarda dell’assedio, Belisario soprese i Goti facendo smurare la porta nottetempo e lanciando un assalto a sorpresa.

Aspetto della porta nel ‘700

Porta Pinciana

Porta Pinciana, sul colle Pincio, a roma, fu teatro di alcuni dei combattimenti più duri dell’assedio di Roma.

Era detta anche Porta Salaria Vetus, perché da qui usciva la più antica via Salaria che, poco più avanti, si congiungeva con il tracciato della via Salaria Nova. La tradizione popolare medievale le assegnò anche il nome di “Porta Belisaria”: ci sono leggende infondate di Belisario che si aggira povero attorno alla porta in vecchiaia, riprese poi in un quadro di David, ma il nome deriva probabilmente proprio dall’assedio del 537-538, perchè Belisario aveva qui vicino il suo quartier generale.

La porta fu realizzata da Stilicone nel corso del restauro operato nel 403, ingrandendo la preesistente posterula di epoca aureliana e realizzando le due torri laterali a base semicircolare. La porta Pinciana passò così da un ruolo di passaggio di terz’ordine ad una posizione di estrema importanza strategica, posizionata com’era in cima al colle.

La Porta Pinciana è strettamente legata, dal punto di vista storico, al nome di Belisario. Durante l’assedio di Roma, fu nelle vicinanze di questa porta che si combattè uno degli assalti principali alla città, perchè qui le mura erano particolarmente malconcie. Nel tratto di mura che va dal Muro Torto al Castro Pretorio, infatti, nella primavera del 537 il generale combatté vittoriosamente, con poche migliaia di uomini, contro Vitige, alla testa di circa 30.000 soldati, respingendo il tentativo di assalto alla città. È forse riferita a questo episodio la presenza della croce greca incisa sul lato esterno dell’arco della porta.

Come appariva nel ‘700

Porta Pinciana è una delle poche porte di Roma i cui restauri non hanno influito pesantemente sull’aspetto originario, ed è quindi rimasta praticamente quasi uguale a com’era in origine.

Per saperne di più sull’assedio di Roma del 537, ascoltate l’episodio 69 di “Storia d’Italia”. Lo trovate su http://www.italiastoria.com o cliccando al link seguente:

Interno di Porta pinciana. Solo il fornice di sinistra è quello originale, quello di destra (assieme agli altri) è stato realizzato in epoca moderna per agevolare il traffico.

Porta Salaria

Porta Salaria (nella prima immagine come appariva nel settecento) è una delle porte delle mura aureliane che è stata demolita. Oggi, al suo posto, c’è piazza Fiume (nella seconda immagine): si possono intravedere sull’asfalto i segni delle due torri circolari.

La porta fu demolita nel 1871 dopo la presa di Roma dalla vicina breccia di Porta Pia, fu poi ricostruita nel corso dell’ottocento e finalmente demolita nel 1921.

Porta Salaria oggi, ahimè ridota ad uno svincolo automobilistico

La porta Salaria era un importante punto di accesso in città da una delle vie consolari principali, che porta verso la Sabina e le Marche, territori dello stato pontificio.

Il 24 agosto 410 da questa porta entrò il re visigoto Alaric I, dando inizio a quello che passò alla storia come il Sacco di Roma: la popolazione romana, stremata dal terzo assedio in pochi anni e abbandonata dal governo di Ravenna, che si rifiutò di trattare con Alarico, spinse il Re dei Visigoti ad un passo che con tutta probabilità aveva tentato in tutti i modi di evitare (leggere a riguardo il mio articolo qui: https://italiastoria.com/2020/03/23/episodio-25-il-sacco-di-roma-408-410-2/ o ascoltate il podcast numero 25, in basso).

Nel 537, di fronte a Porta Salaria c’era uno dei principali accampamenti dell’esercito d’Italia, l’esercito dei Goti. Il tratto di mura tra la Porta Salaria e Porta Pinciana fu teatro dell’inutile assalto del Re Vitige contro le truppe imperiali di Belisario asserragliate in città.

Con la demolizione della porta vennero alla luce alcuni monumenti funebri del sepolcreto salario che erano stati inglobati dalla struttura della porta tardonatica. Sotto la torre orientale venne ritrovato il sepolcro di Quinto Sulpicio Massimo, un ragazzo morto a undici anni, che aveva ricevuto una corona al merito nella terza edizione del Certamen capitolino in lingua greca del 94. Il componimento, in greco e in latino, fu inciso sul cippo funebre del ragazzo, ai lati della statua. Oggi l’originale è ai musei capitolini.

Porta Nomentana

Porta Nomentana oggi non esiste più: è stata murata e sostituita nel ‘500 dalla vicina porta Pia. Come molte altre porte di Roma, fu originariamente costruita sotto Aureliano ma restaurata su ordine di Stilicone sotto il regno di Onorio (all’inizio del V secolo), in conseguenza della prima invasione di Alarico in Italia.

Già all’epoca del restauro di Onorio non sembra fosse più ritenuta di particolare importanza, considerato anche l’aspetto estremamente semplice e le dimensioni molto contenute. Ma anche inizialmente non doveva godere di molta considerazione; è infatti l’unica tra le porte aureliane ad avere gli stipiti in opera laterizia, come le posterule, i semplici passaggi aperti in vari punti nella cerchia muraria. E del resto anche la strada che l’attraversava non era certo una via di grande comunicazione: si trattava della via di Nomentum (la moderna Mentana), considerata più che altro come una variante secondaria della ben più importante via Salaria.. Anche a causa della sua breve vita, la porta Nomentana non ha subito, nei vari restauri, modifiche sostanziali, e pertanto ciò che rimane è abbastanza vicino a come doveva essere in origine.

Porta Pia oggi, in basso la breccia

Nell’immagine in alto: la breccia di Porta Pia, da dove il 20 Settembre del 1870 entrarono i soldati italiani, ponendo fine a più di mille anni di dominio papale su Roma e riunificando la città al nuovo stato italiano.

Porta Pia non era una delle porte originali delle Mura Aureliane (nella seconda immagine il suo aspetto odierno) ma fu costruita da Papa Pio IV (da cui il nome) su disegno di Michelangelo, nel moderno quartiere nomentano. Come detto, la porta fu realizzata tra il 1561 e il 1565 in sostituzione della Porta Nomentana che contemporaneamente venne chiusa e che si trovava a meno di un centinaio di metri verso est. La sostituzione si rese necessaria a causa del nuovo assetto urbanistico dell’area, che non poteva più prevedere il transito attraverso l’antica Porta Nomentana per l’accesso alla via omonima: infatti Papa Pio IV aveva fatto allargare e risistemare una grande strada che congiungesse le mura, con un rettilineo, fino alla Piazza del Quirinale e che seguiva una delle vie ancestrali di Roma, la via Alta Semita.

Secondo quanto riferisce il Vasari, Michelangelo presentò al pontefice tre diversi progetti, «tutti stravaganti e bellissimi»; per questa ragione il papa optò più pragmaticamente per il più economico.

Porte chiuse del Castro Pretorio

Preseguiamo nel nostro giro, passando a parlare delle porte del Castro Pretorio, l’antica caserma dei Pretoriani e che fa parte del circuito murario di Roma.

I pretoriani erano la guardia imperiale costituita da Augusto e i cui accampamenti furono realizzati da Tiberio in questa parte di Roma, ben prima della costruzione delle mura aureliane. Ancora oggi il Castro Pretorio ospita (in parte) una caserma militare, la più antica caserma al mondo.

I pretoriani furono sempre molto rilevanti nella storia romana, fino al loro scioglimento ai tempi di Costantino, dovuto al loro supporto del rivale Massenzio. Il Prefetto del pretorio, il loro comandante, divenne con il tempo una sorta di Primo Ministro, con compiti ben al di là di quelli militari e che rivaleggiavano con quelli imperiali.

Nel 270 furono realizzate le mura aureliane, che inglobarono il circuito dell’accampamento e tre delle quattro porte originali, mentre la quarta porta dell’accampamento si apriva verso la città. Il muro venne ulteriormente alzato sotto Massenzio, agli inizi del IV sec. e vi furono inoltre aggiunte delle piccole torri. Anche qui ci furono interventi ulteriori sotto Stilicone e perfino nel VI secolo, sotto Giustiniano.

Nella prima immagine, quello che resta della Porta Pretoriana, nel tratto a nord delle mura, qualche centinaio di metri ad est di Porta Pia. Non è mai comparsa tra le porte di Roma, tanto che si pensa sia stata chiusa da Costantino quando sciolse i pretoriani. Comunque pare che fosse ad arco mentre le finestre, visibili tuttora, erano almeno tre, poste alla sommità della porta. L’aspetto sembra essere precedente alla ristrutturazione delle porte voluta da Stilicone.

Nella seconda immagine, la Porta Clausa: venne murata in epoca imprecisata, è praticamente nascosta, all’altezza del civico 4-6 di via Monzambano. Il suo aspetto è però più tardo di quello di Porta Pretoriana e risale alla ristrutturazione delle mura voluta da Onorio.

Ad oriente c’era un’altra porta (terza foto), la principalis dextra, ma è difficile ricostruirne l’aspetto.

Per saperne di più sull’assedio di Roma del 537-538, ascoltate l’episodio 70 di “Storia d’Italia”. Lo trovate su http://www.italiastoria.com (link in bio) e anche al link seguente:

Porta Tiburtina

Continuiamo il giro delle porte di Roma, parlando della Porta Tiburtina che nel medioevo prende il nome di S.Lorenzo, dalla chiesa di S. Lorenzo fuori delle mura, oggi immersa nel cimitero del Verano. Oggi si trova a poca distanza dalla stazione di Roma Termini.

Porta tiburtina: esterno

La storia della porta inizia ben prima che le Mura Aureliane in cui è inserita fossero edificate. Nel 5 a.C. Augusto costruì un arco in questo punto, dove si incontravano tre acquedotti, l’Aqua Marcia, l’Aqua Iulia e l’Aqua Tepula, per consentire il passaggio degli stessi sopra la sede viaria della via Tiburtina-Valeria, la via che conduce a Tivoli (Tibur) e poi di lì ad Alba Fucens (in Abruzzo) e infine, attraverso gli appennini, giunge ad Ostia Aterni, il porto romano sull’Adriatico che è l’antenato della moderna Pescara.

L’arco fu poi restaurato dagli imperatori Tito e Caracalla, come da scritte ancora presenti: si può vedere l’arco nella foto in basso. Tra il 270 e il 275 l’arco venne inglobato nelle Mura Aureliane: l’imperatore ebbe necessità di fornire rapidamente delle mura difensive alla città, e ordinò di inglobare il più possibile nelle mura strutture già esistenti.

L’aspetto attuale della porta verso l’esterno (prima foto) si deve però a Stilicone, come in molte altre porte di Roma: Stilicone fece restaurare e rinforzare le mura e costruì una seconda struttura, posta esternamente alla prima, sulla cui sommità furono aperte cinque piccole finestre, che illuminavano la camera da cui veniva manovrata la cancellata di chiusura della porta. In tal modo la porta ha un doppio aspetto architettonico: quello augusteo verso l’interno e quello tardoantico, con i merli e le torri, sul lato esterno.

Questa porta fu investita dall’assedio di Roma del 537-8, c’era un accampamento gotico poco distante. La porta fece anche da palcoscenico alla Battaglia di Porta San Lorenzo (20 novembre 1347), in cui Cola di Rienzo ottenne una schiacciante vittoria contro i baroni, uccidendone il comandante Stefano Colonna il Giovane. Nella foto in basso: l’aspetto nel XVII sec.

Porta Prenestina

Dopo la porta Tiburtina, arrivamo a quella che è senza dubbio la più monumentale di tutte: Porta Maggiore, nell’antichità conosciuta come Porta Praenestina.

La porta nasce come immenso e colossale arco, fatto costruire da Claudio nel punto dove convergevano otto degli undici acquedotti che portavano l’acqua alla città, creando così un monumentale ingresso alla capitale imperiale. L’arco permetteva all’acquedotto Claudio di scavalcare la Via Prenestina e la Via Labicana, da qui i due immensi archi. Fu poi inglobata dalle mura di Aureliano, due secoli dopo.

Nella prima foto una vista dall’interno della città, nella seconda dall’esterno, con il monumento di epoca repubblicana dedicata ad Eurisice, un fornaio molto ricco che nella tomba volle dei caratteristici buchi circolari della dimensione della dose di grano. Questa tomba fu inglobata nella ricostruzione della porta voluta da Stilicone, come scritto nella dedica sulla porta:

“Il Senato e il Popolo di Roma appose per gli Imperatori Cesari Nostri Signori e principi invittissimi Arcadio e Onorio, vittoriosi e trionfanti, sempre augusti, per celebrare la restaurazione delle mura, porte e torri della Città Eterna, dopo la rimozioni di grandi quantità di detriti. Dietro suggerimento del distinto e illustre soldato e comandante di entrambe le forze armate, Flavio Stilicone, le loro statue vennero erette a perpetuo ricordo del loro nome. Flavio Macrobio Longiniano, distinto prefetto dell’Urbe, devoto alle loro maestà e ai divini numi curò il lavoro“.

Notare come siano ricordati sia Arcadio che Onorio: un importante indizio del fatto che l’Impero, nel 402-403, era ancora visto come unitario. Importantissima la dedica a Stilicone, non rimossa dopo la sua damnatio memoriae in seguito alla sua morte del 408.

La porta fu modificata da Stilicone fino a giungere al suo aspetto fortificato della terza immagine (che risale al ‘700): si notano le aperture delle due vie consolari romane, simili a quelle sulla Tiburtina volute da Stilicone.

Anfiteatro Castrense

Tutti conoscono il Colosseo, ma pochi conoscono le rovine dell’altro anfiteatro di Roma: l’anfiteatro castrense, le cui rovine costituiscono un tratto delle mura aureliane: fu infatti inglobato da Aureliano nelle mura, tra Porta Prenestina e Porta Asinaria.

Ricostruzione dell’Anfiteatro castrense, nel quadro del palazzo del Sessorium

Nasce come “anfiteatro di corte”, legato al Palazzo Sessoriano (o Sessorium), di cui faceva parte anche l’edificio su cui oggi sorge la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che incledeva molti altri monumenti, il palazzo fu anche residenza di Elena (madre di Costantino) a Roma. L’anfiteatro fu costruito all’epoca di Eliogabalo, l’imperatore siriano innamorato del dio-sole El-Gabal, adorato ad Emesa. Eliogabalo discendeva infatti dalla famiglia reale di Emesa, a sua volta forse discendente di Antonio e Cleopatra. Giulia Domna, la moglie di Settimio Severo, era sua prozia mentre la nonna, Giulia Mesa, fu la vera governante di Roma durante il suo breve regno. Per saperne di più, acquistate il mio libro sulla crisi del III secolo (link in basso!)

L’anfiteatro (detto castrense perchè vicino all’accampamento restò in uso fino alla costruzione delle Mura aureliane, che lo tagliarono a metà e lo trasformarono in bastione avanzato, tramite la tamponatura degli archi della facciata. Secondo Publio Vettore l’anfiteatro fu creato per allenare i soldati, sopratutto pretoriani, facendoli combattere con le fiere, il che consisteva pure in uno spettacolo ad uso della corte. Per altri l’anfiteatro era solo destinato agli spettacoli ed alle manovre militari in onore della corte imperiale.

L’anfiteatro ha la consueta forma ellittica, misura 88 m x 75,80. Ne sopravvive solo la metà inglobata nelle mura aureliane: ai tempi della guerra gotica era molto più alto e costituiva una vera fortezza a difesa delle mura. Nel tratto tra qui e la porta prenestina si svolsero alcuni dei combattimenti più duri dell’assedio di Roma. I due ordini più alti furono demoliti per ordine di Papa Paolo IV.
Non è visitabile, costituendo gli orti del vicino monastero di S.Croce in Gerusalemme (in basso)

Porta asinaria

La monumentale Porta Asinaria, nei pressi di Porta S.Giovanni, è forse la più bella delle porte di Roma. Essa risale al periodo della costruzione delle mura, edificate tra il 270 e il 273 dall’imperatore Aureliano, al tempo doveva essere una semplice posterula ma in seguito, forse da Aureliano stesso, forse da Massenzio, fu trasformata in porta principale e dotata di possenti torri cilindriche alte 20 metri, furono aperte le aperture sopra la porta per le balestre e fu coperto di travertino l’arco. Infatti ci si rese conto che l’intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana (oggi Porta Maggiore) non era sufficientemente sicura.

Da questa porta entrò Belisario a Roma, il 9 Dicembre del 536, mentre i Goti lasciavano la città dall’opposta porta Flaminia, come narro nell’episodio 68 del podcast. Da questa stessa porta, dieci anni dopo, entrò invece Totila, riconquistando Roma per il regno d’Italia, il 17 Dicembre del 546, come narro invece nell’episodio 78 di “Storia d’Italia”.

Roma fu però abbandonata da Totila e ripresa da Belisario, e poi persa di nuovo ai Goti nel 550, per essere definitivamente riconquistata all’Impero Romano nel 553 da Narsete, che si stabilì nel palazzo sul Palatino.

Porta San Giovanni

La vicina Porta San Giovanni (vedere foto in alto) venne invece inaugurata nel 1574 e la sua apertura, resa necessaria nell’ambito della ristrutturazione dell’intera area del Laterano per agevolare il traffico da e per il sud d’Italia, decretò la definitiva chiusura della vicina e ben più imponente Porta Asinaria, divenuta ormai quasi inagibile per il progressivo innalzamento del livello stradale circostante e anche per questo del tutto inadeguata a sostenere il volume di traffico.

Porta Metronia

Una delle porte minori di Roma è la porta Metronia: la cosa interessante è che le aperture che vedete nella prima foto sono in realtà novecentesche: la porta stessa giace, murata, tra le aperture moderne.

Porta Metronia

Si trattava in antichità di una posterula, una porta utilizzata per sortite. Infatti era realizzata, caso unico, dentro una torre che sporgeva verso l’interno della città, nascondendone per quanto possibile la presenza: oggi è visibile solo parte dell’arco, perchè il livello stradale è diversi metri più in alto che in antichità. E’ detta “Metronia” da un certo Metrobius che aveva grandi possedimenti nella zona.

Una particolarità storica curiosa e importante sono le due lapidi situate sul versante interno della torretta, proprio al di sopra della posterula murata: quella di sinistra è una lapide originale medioevale risalente al 1157 che ricorda i lavori di restauro eseguiti dal Popolo e dal Senato Romano, durante il periodo di Arnaldo da Brescia e del Comune di Roma, in guerra e contrapposizione al papato.

Nella terza immagine, un’incisione del XVII secolo, dove si può notare la porta chiusa e la caratteristica inferriata posta sul canale della Marrana.

La chiusura sembra risalga al 1122, quando papa Callisto II murò proprio per dedicarla al passaggio dell'”Acqua Mariana” (da cui poi “Marrana”). Proveniente dalla zona dell’attuale Grottaferrata, il rigagnolo dell’Acqua Mariana subito dopo la porta si univa con il fiumiciattolo del Laterano (le cui acque ricche di minerali ferrosi diedero alla zona tra Porta Asinaria e Porta Metronia il nome di “Ferratella”) e proseguiva in direzione del Circo Massimo per confluire poi nel Tevere nei pressi della Cloaca Massima. “Marrana” divenne il nome che i romani utilizzavano per un corso d’acqua semi-stagnante, soprattutto dopo che, nel 1601, l’area fu colpita da una grave epidemia dovuta all’insalubrità di quella zona paludosa.

Porta Latina

Dietro quella selva di cartelli stradali irrispettosamente apposti di fronte, c’è una delle antiche porte di Roma, la porta Latina, posta su una delle due principali strade che collegavano Roma con il Sud Italia: la via Latina appunto. La via Latina – da Roma – procede nell’interno del Lazio e della Campania, grosso modo parallela alla moderna A1, mentre l’altra via principale (l’Appia) passava più a sud, giungendo fino alla costa laziale nei pressi di Terracina. Nel Medioevo, però, la Latina divenne più importante dell’Apppia: infatti sul percorso della via Appia si riformarono le paludi pontine in seguito alla mancanza di manutenzione delle opere idrauliche. La via Latina rimase la via principale per collegare Roma con Napoli.

La via Appia e la via Latina originano a Porta Capena, sulle antiche mura serviane (vedere circuito nero nell’immagine in basso). Poi si separano all’interno delle mura aureliane, per poi ricongiungersi a Capua, in Campania.

La struttura della porta è sempre stata ad una sola arcata, ma all’epoca della ristrutturazione della cerchia cittadina operata da Stilicone nel 401-403 venne sensibilmente ridotta, unica tra le porte aureliane, da circa 4,20 m di larghezza per 6,55 di altezza agli attuali 3,73 per 5,65, per motivi difensivi.

All’epoca di Stilicone risale anche il rifacimento in travertino della facciata, come per altre porte di Roma. Nella facciata vennero aperte cinque finestre ad arco, che furono però di nuovo chiuse abbastanza presto, già nel VI secolo. Le finestre davano su una camera di manovra della porta, l’accesso alla quale era consentito da una porticina, tuttora esistente e funzionante, sul lato interno della torre di destra. Come era consueto per le porte di una certa importanza, la chiusura esterna era a saracinesca, mentre quella interna a due battenti. Il cortile fortificato interno, con la relativa controporta, non esiste più.

Porta Appia

La porta Appia, oggi Porta San Sebastiano, era la porta sulla più antica e illustre delle vie romane: la via Appia, regina viarum.

Vista aerea di Porta S.Sebastiano, l’antica Porta Appia

La struttura originaria d’epoca aureliana, edificata quindi verso il 275, prevedeva un’apertura con due fornici sormontati da finestre ad arco, compreso tra due torri semicilindriche. La copertura della facciata era in travertino. Massenzio intervenì anche su questa porta, elevando le torri e i camminamenti.

Come in tutte le altre porte di Roma, Stilicone fece aggiornare il sistema difensivo alla tecnologia del quinto secolo: le aperture furono ridotte ad una sola, le torri furono rafforzate da strutture rettangolari. Le torri furono rialzate e collegate tra loro da un camminamento merlato, in modo da creare una vera fortezza. il cosidetto Arco di Druso (in realtà un arco di un acquedotto che riforniva le terme di Caracalla, e che qui passava sopra la via Appia) fu collegato con due mura parallele alla strada alla porta, in modo da formare una sorta di castello e dotare il complesso di una controporta interna. Le parti più esposte delle torri furono ricoperte di marmo. Non che tutto questo valse a molto: pochi anni dopo la città fu presa dai Goti di Alarico.

Nelle vicinanze della porta sembra esistesse un’area destinata al parcheggio dei mezzi di trasporto privati di coloro che da qui entravano in Roma. Si trattava di quello che oggi si definirebbe un “parcheggio di scambio”, visto che il traffico in città non era infatti consentito, in genere, ai mezzi privati. A questa regola sembra non dovessero sfuggire neanche i membri della casa imperiale, i cui mezzi privati venivano parcheggiati in un’area riservata (chiamata mutatorium Caesaris) poco distante, verso l’inizio della via Appia: evidentemente i Romani di allora ancora non avevano imparato i comfort che può dare il privilegio di possedere un’auto blu, vero status symbol della Roma contemporanea.

Attualmente le torri ospitano il Museo delle Mura, nel quale sono tra l’altro visibili modelli della costruzione delle mura e delle porte nelle varie fasi.

Porta Ardeatina

La Porta Ardeatina, tra porta Appia (oggi Porta San Sebastiano) e porta Ostiense (oggi Porta s.Paolo), a sud del circuito delle mura aureliane, nasce come una posterula, una piccola porta di servizio da utilizzare per sortite in caso di assedio. In basso il suo aspetto nel settecento.

Si trova oggi nelle vicinanze delle aperture realizzate nelle mura per il passaggio della via Cristoforo Colombo. Chiusa probabilmente molto presto (già nell’VIII secolo non viene più citata). Si presenta incorniciata in travertino, la cui caratteristica più interessante è data dalla presenza, sia all’esterno che all’interno del muro, di un tratto di strada lastricata di epoca romana, in cui sono visibili i segni lasciati dal traffico dei carri, che doveva essere abbastanza sostenuto.

Vista di Porta Ardeatina oggi, dall’esterno

Priva di torri di difesa, si ovviò a tale carenza realizzando una sporgenza del muro che, in tal modo, poteva fungere da piccolo bastione.

Secondo una testimonianza dell’umanista e storico Poggio Bracciolini, anche sulla porta Ardeatina era affissa la solita lapide commemorativa che ricordava il restauro operato da Stilicone nel 401-403. In tal caso, è probabile che come per altre porte, Onorio la “promosse” a porta principale, anche se ad un solo fornica. Notare come sul lato interno si intravedono i tipici lavori di rafforzamento delle mura del quinto secolo.

Sul lato interno della porta sono visibili tracce di una tomba inglobata nel muro, secondo quel progetto dell’imperatore Aureliano in base al quale, per risparmiare e per accelerare i tempi di edificazione della cinta muraria, vennero inserite nel muro stesso strutture preesistenti.

Grazie a marco baroncini per la prima immagine, tratta dal suo epico viaggio attorno alle mura aureliane.

Porta Ostiense

Riprendiamo il giro andando verso l’ultima porta a chiudere il semicerchio iniziato a Porta Flaminia: l’antica Porta Ostiense, poi detta più spesso Porta S.Paolo. Come per molte porte di Roma, il nome antico è relativo alla strada (la via ostiense, per Ostia) mentre quello attuale prende il nome dalla grande basilica di S.Paolo fuori le mura, che si trova proprio sull’Ostiense, tra Roma e Ostia.

Porta S.Paolo nel ‘700

La porta era nell’antichità molto particolare perchè si apriva a destra e a sinistra della Piramide Cestia con due porte. La duplicazione dell’asse stradale era stata resa necessaria dall’intensità dei traffici tra Roma e il porto di Ostia.

Quasi come un immenso spartitraffico la piramide divideva l’ingresso di destra (che è quello che sopravvive), che dava origine al vicus portae Radusculanee fino alla sommità dell’Aventino, da quello a sinistra della piramide che dava il passo alla vera via Ostiense verso i granai della “Marmorata”, lungo le sponde del Tevere. La prima era originariamente a due fornici mentre la seconda fu edificata come una piccola porta. Venne presto chiusa sia per la crescita d’importanza del porto di Fiumicino, collegato a Roma con la via portuense, sull’altro lato del Tevere: ormai non c’era più un grande traffico commerciale sulla via ostiense diretto ai magazzini sul Tevere. Questa porta più piccola fu demolita nel 1888.

La porta oggi.
Il quartiere ostiense: si vede come la Porta Ostiense era in realtà una porta “doppia” con la Piramide al centro

Nel quinto secolo, in seguito alla riduzione dell’importanza della porta, Stilicone decise che non era più necessario mantenere i due fornici della porta principale che sarebbero stati un pericolo in caso di assedio. Pertanto demolì la parte centrale, ricostruendola con una sola arcata (ad un livello circa un metro più alto della precedente). Come per altre porte, si nota lo stile della nuova edificazione, ricoperta di pietra a differenza dell’originale di Aureliano. Furono anche realizzate nuove opere difensive, come le finestrelle sopra la porta e la sopraelevazione delle torri.

Porta Portuensis

La moderna porta Portese è l’erede dell’antica Porta Portuensis, che nel tardo impero divenne la più importante via d’accesso al principale porto di Roma – Portus, la moderna Fiumicino – che aveva soppiantato Ostia come principale scalo commerciale della città.

Porta Portese è oggi famosa per il mercato delle pulci della zona. Porta Portese non è però l’originale porta delle Mura aureliane. Per spiegarlo, occorre una mappa.

In rosso, sulla cartina, le mura aureliane, costruite nel III secolo e poi più volte restaurate. In blu le mura leonine, erette originariamente dal papa Leone IV, tra l’848 e l’852, a protezione del Colle Vaticano e della basilica di San Pietro dai saraceni che l’avevano saccheggiata nell’agosto dell’846. Furono ampliate su un’area più grande da Papa Pio IV (1559-1565).

In giallo le mura Gianicolensi: si tratta di un tratto di mura che venne eretto nel 1643 da papa Urbano VIII ad integrazione delle mura leonine e a maggior protezione della porzione di Roma che si estendeva sul lato destro del Tevere.

In conseguenza della costruzione delle mura gianicolensi furono abbattute le mura aureliane nel tratto trasteverino, inclusa la “Porta Portuensis”, una delle porte più importanti di Roma perchè congiungeva la città a quello che fu il suo vero porto tardoantico e medievale, Fiumicino (detto semplicemente Portus, Porto).

Nella prima immagine in basso come appariva la porta Portuensis e nella terza come appare oggi l’odierna porta Portese, del XVII secolo.

Porta Portuensis

Porta Aurelia Vetus

Porta San Pancrazio, un tempo detta Porta Aurelia Vetus, era la porta che si apriva sulle Mura Aureliane all’uscita della Via Aurelia, la via che da Roma conduce alla costa tirrenica, verso Pisa e Genova. La porta si trovava in cima ad un alto colle, il Gianicolo, ed era una delle tre porte trasteverine.

A differenza delle altre due, Porta San Pancrazio è ancora una delle porte esterne di Roma ed è nella sua posizione originale. Infatti, come descritto a riguardo di Porta Portese, nel XVII secolo furono costruite le Mura Gianicolensi che seguono un tracciato diverso dalle mura aureliane (che a Trastevere furono abbattute). I due percorsi murari si incontrano nello stesso punto in corrispondenza di Porta S.Pancrazio.

Porta San Pancrazio oggi

Una delle caratteristiche di rilievo dell’area trasteverina era il fatto di essere attraversata dalla via Aurelia vetus che, partendo dal ponte Emilio, saliva sulla collina del Gianicolo ed usciva dalla città proprio attraverso la porta che dalla via prese il nome: tuttora a Roma questa via si chiama “Via Aurelia antica”. L’importanza del vicino sepolcro del martire cristiano Pancrazio fece sì che già nel VI secolo la porta avesse acquisito il nome attuale.

Qui vicino entravano nel circuito delle mura due acquedotti (l’Aqua Traiana e l’Aqua Alsietina) che furono bloccati durante l’assedio di Roma del 537-538: in uno scavo archeologico sono stati trovati i segni del blocco, operato da Belisario per impedire ai Goti di penetrare in città attraverso l’acquedotto (come aveva fatto lui a Napoli). Gli acquedotti servivano ad alimentare un sistema di mulini che sfruttavano la naturale pendenza del Gianicolo, proprio come i mulini di Barbegal (vicino Arles). Fu proprio la presenza di questo complesso strategico, probabilmente, a convincere Aureliano ad includere questa sezione delle mura.

Ricostruzione dell’antica Porta Aurelia Vetus

Porta Settimiana

La Porta Settimiana è una delle porte che si aprono nelle Mura aureliane di Roma e costituisce il vertice settentrionale, aperto verso la zona del colle Vaticano, di quella sorta di triangolo che la cinta muraria edificata dall’imperatore Aureliano nel III secolo compiva arrampicandosi sul Gianicolo per racchiudere l’area trasteverina. E’ una porta unica del vecchio circuito murario, perchè è oggi completamente all’interno delle “nuove” mura gianicolensi e quindi aveva già perso nel XVII secolo qualsiasi ruolo difensivo.

La porta oggi

Si trova all’inizio dell’attuale via della Lungara, la via che da Trastevere giunge a S.Pietro, pertanto anche conosciuta come “via sacra”. Diverse sono le ipotesi sul significato del nome. Non sembrerebbe da escludere un’etimologia legata al fatto che si trovasse a settentrione del vicino tempio di Giano (septentrio e Ianus, in latino). Le ipotesi più recenti prendono seriamente in considerazione la possibilità che il nome derivi dalla vicinanza con qualche monumento dell’epoca dell’imperatore Settimio Severo, forse era un arco dell’acquedotto che portava l’acqua alle terme a lui intitolate, o forse era l’ingresso agli Horti Getae, i giardini cioè di proprietà di suo figlio Publio Settimio Geta, fratello e per pochi mesi co-imperatore con Caracalla (fatto poi assassinare da questi, di fronte alla comune madre Giulia Domna, una storia efferata di cui parlerò nel mio libro dedicato alla crisi del terzo secolo).

Porta Cornelia (o Aurelia Nova)

La Porta Cornelia era l’antica porta (sul lato trasteverino del Tevere) che si apriva nelle mura nei pressi di Castel S.Angelo, dando accesso al ponte Elio. Da quanto ho capito, è possibile che l’originale Porta Cornelia fu costruita sul lato sinistro del fiume, dove c’erano le mura aureliane fluviali (vedi immagine in basso).

Da qui partiva appunto il Ponte Elio (oggi ponte S. Angelo), e la via Cornelia che dal ponte seguiva all’incirca il tracciato dell’attuale Via della Conciliazione per proseguire oltre il colle Vaticano.

L’intera area acquisì più importanza con la costruzione della basilica di S.Pietro nel IV secolo: un porticato la collegava alla porta Cornelia, passando sotto il mausoleo di Adriano. Al tempo di Onorio e Stilicone, il mausoleo di Adriano fu fortificato per la prima volta, trasformandolo in una fortezza. Allora probabilmente la porta fu trasferita sul lato destro del fiume, e inserita nelle fortificazioni del castello.

Da qui si originava anche la via Aurelia nova, e la porta era infatti chiamata anche “Porta Aurelia”, circostanza che nel tempo ha creato non poca confusione con l’altra Porta Aurelia (l’attuale Porta San Pancrazio) da cui partiva la via Aurelia vetus. Da non escludere che il nome di “Aurelia” derivi non dalla via, ma piuttosto dal mausoleo di Adriano in cui erano sepolti molti rappresentanti della nobile gens Aurelia. In epoca cristiana assunse il nome di “Porta San Pietro”, per la vicinanza con l’omonima basilica vaticana, la cui edificazione interruppe e di fatto soppresse il tratto iniziale della via Cornelia.

Sebbene sia scomparsa molto presto, la sua posizione è abbastanza ben attestata, in quanto diversi documenti antichi la citano indirettamente come protetta dal torrione sporgente dal mausoleo di Adriano, il cui inglobamento nelle mura risale agli anni 401403, in seguito alla prima invasione di Alarico in Italia (e prima della seconda, nel 409-410, che risultò nel sacco di Roma del 410).

Oggi la porta è scomparsa (anche perchè inglobata dalle mura leonine)


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