Episodio 34: tramonto sui Campi Catalaunici (449-451) – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo fatto conoscenza con il vero Attila, non la sua controfigura stile Abatantuomo. Abbiamo visto come si sia meritata la sua fama di castigatore dei Romani e abbiamo compreso l’estensione del suo potere e del suo carisma.

In questo episodio, dopo aver preso a ceffoni il più forte dei due imperi romani, Attila se la prenderà con il più debole dei due imperi, quell’occidente che da decenni viene tenuto insieme con lo scotch e la determinazione del suo generalissimo, Flavio Ezio.

Non è un segreto che amo molto “Il signore degli anelli” di Tolkien. Lo rileggo ogni tanto, ogni volta trovandoci un significato nuovo, oltre che una pace interiore che nessun altro libro riesce a donarmi. Tutta l’opera è percorsa da una strana rassegnazione nella guerra contro Sauron: le armate di Sauron sono troppo vaste, il suo potere troppo grande. La saggezza direbbe di fuggire, di nascondersi in alte torri e in lontani castelli. Forse la saggezza è quella di Saruman, che comprende che contro la forza che si è risvegliata a Mordor non può esserci vittoria. Eppure gli uomini di Rohan cavalcano verso Gondor, sapendo di cavalcare verso la morte. I soldati dell’alleanza marciano verso la porta Nera, verso una battaglia che non possono vincere, con la sola determinazione di dare a Frodo una speranza di successo. Questo coraggio non si trova solo nelle opere di fantasia: basti pensare all’Inghilterra del 1940, un intero paese che rifiuta di rendersi conto che è sconfitto, continuando testardamente a combattere.

Attila non è Sauron, come spero di aver largamente dimostrato, ma come per la guerra dell’anello la partita sembra del tutto impari: come può quest’ombra di impero occidentale resistere alla più potente coalizione di barbari della storia di Roma? Come può riuscire l’occidente dove l’oriente ha fallito? Come può pensare Flavio Ezio di affrontare in una battaglia campale il flagello di Dio e di sopravvivere per rivedere l’alba? Come pensa di poter trascinare ancora qualche anno più avanti la stanca insegna di Roma?

Ezio non può, non c’è alcuna speranza. Ma i Romani sono gente testarda, in questo quinto secolo come in tutti i secoli della loro storia. È un popolo che non può accettare di scivolare via nell’oscurità senza combattere. Come Churchill, Ezio non riesce a comprendere quando è sconfitto, quando è tempo di arrendersi. L’esercito dei Romani marcerà dunque, verso la guerra e il suo ultimo tramonto di gloria imperitura.

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Onoria cerca marito

Ezio passò gli anni seguenti al trattato di pace con i Vandali cercando di rafforzare le sue difese, prevedendo che prima o poi ci sarebbe stata una guerra contro la nuova superpotenza Unna. Ma in seguito alla perdita del Nordafrica era dolorosamente consapevole che non poteva combattere su ogni fronte, decise quindi di concentrarsi nella difesa delle due principali aree rimaste al governo imperiale: l’Italia e la Gallia. Per l’Italia la questione era solamente di mantenere in efficienza le difese alpine e l’esercito d’Italia, per la Gallia la questione era più complessa. Occorreva mantenere l’equilibrio tra i Romani e i tanti popoli germanici che si erano stabiliti nella regione, oltre che i soliti Bagaudi. Ezio combatté ogni popolo foederato che cercasse di afferrare un pezzo di Gallia più grande di quanto gli fosse assegnato. Grazie alle sue abili mosse politiche e militari e mobilizzando ogni residua risorsa imperiale, Ezio riuscì a tenere assieme il fragile equilibrio della Gallia Romana, oramai divisa tra un territorio direttamente controllato dall’impero e varie zone dove erano sistemati i federati: i Franchi sul Reno e in Belgio, i Burgundi sull’alto corso del Rodano, gli Alani lungo la Loira e soprattutto i Visigoti nel loro regno di Tolosa.

Cercare di mantenere la residua autorità imperiale in Gallia costò però ad Ezio la Spagna, dove i re Svevi ampliarono progressivamente il loro dominio fino a che solo la Tarraconense rimase flebilmente legata a Ravenna. A sud, a Cartagine, Genseric continuava a dominare l’Africa. Rispettando più o meno il trattato del 442 continuò ad inviare il grano in Italia mentre suo figlio restava fidanzato della principessa dei romani, Eudocia, figlia dell’imperatore, Valentiniano III.

Galla Placidia

Galla Placidia era ancora una delle più importanti voci a Ravenna ma aveva un grosso grattacapo: sua figlia Onoria, sorella di Valentiniano III. Onoria, come sua cugina Aelia Pulcheria in oriente, era stata dedicata ad una vita da vergine, in modo da proteggere Valentiniano da possibili trame di uomini potenti. Ma Onoria non era l’ascetica Aelia Pulcheria: a quanto pare amava la vita bella e fu coinvolta in un affaire con un importante ufficiale della corte occidentale, un certo Eugenio, un affaire che oltre al coinvolgimento amoroso prevedeva anche di assassinare Valentiniano III e mettere Onoria e il suo amante sul trono. Scoperti, Eugenio fu messo a morte ma Galla Placidia ottenne la grazia per sua figlia, che fu spedita armi e bagagli a Costantinopoli dalla cugina Pulcheria. Comprendendo che Onoria non era tipo da monasteri, Galla organizzò un matrimonio per sua figlia. Il problema per Galla era che chiunque si fosse imparentato con la casa regnante sarebbe istantaneamente diventato un degno erede al trono, un uomo che avrebbe potuto assassinare suo figlio Valentiniano pur di prendere il potere. Per evitarlo Galla scelse un uomo totalmente senza ambizioni, anziano e – qualità importantissima – noiosamente insignificante. Credo però che abbiate capito dalle mie rapide pennellate che Onoria non era tipo da uomini noiosi e insignificanti: lei, figlia di Galla Placidia, nipote di Teodosio il grande, pronipote di Valentiniano I. Tutte le fonti ci dicono che prese una decisione che per noi contemporanei ha dell’incredibile ma che dobbiamo dare per vera, per incredibile che sia. Onoria inviò un messaggio segreto all’unico uomo che poteva dire a Valentiniano, Teodosio II e perfino sua madre Galla Placidia cosa fare: ma ovviamente il nostro capo degli Unni, Attila. Era il 450.

Metà dell’Impero come dote, prego

Medaglione che la tradizione vuole che ritragga Onoria, Valentiniano III e Galla Placidia

Il messaggio arrivò ad Attila accompagnato dal sigillo imperiale che Onoria utilizzava per chiudere i suoi messaggi: nel mondo antico aveva la stessa funzione di una carta d’identità. Il grande Unno decise di interpretare a suo vantaggio il massaggio, cogliendo al balzo l’occasione di costruire un legame con la dinastia teodosiana. Attila interpretò infatti l’anello come una proposta matrimoniale: un messaggero fu immediatamente spedito a Costantinopoli: Onoria era ora promessa sposa di Attila, doveva essere rispettata e non doveva andare in sposa a chicchessia, Attila sarebbe venuto presto a prenderla, con un enorme esercito se fosse stato necessario.

Immaginatevi il terrore del povero Teodosio II: questa viziata principessa aveva risvegliato la minaccia dei Borg dopo che tanta fatica era andata nell’assicurarsi una qualche forma di pace. Teodosio pensò bene che la migliore soluzione fosse di impacchettare la principessa e rispedire lei e tutti i problemi che comportava dritti indietro da dove erano venuti, a Ravenna.

Immagino la costernazione degli occidentali nel vedersi sulla loro soglia una tale, enorme patata bollente, resa ancora più bollente dal messaggio che arrivò poco dopo da Attila: Onoria era la sua promessa sposa, Attila chiedeva come dote metà dell’impero d’occidente, visto che Onoria era la sorella di Valentiniano III e le spettava metà della loro eredità. Era una richiesta ovviamente oltraggiosa e tipica della mentalità nomade e germanica che non concepiva gli stati come entità superiori e distinte dai loro governanti. Era comunque una richiesta fatta per essere rifiutata: Attila aveva bisogno del suo casus belli.

Più un saggio che un romanzo

Ora tutta questa storia era troppo interessante per non essere raccontata: ci sono tutti gli ingredienti di un romanzo d’appendice. Eppure gli storici hanno ricostruito che le azioni di Onoria non furono la causa scatenante della guerra ma solo una utile scusa. Innanzitutto va detto che Attila non attaccò l’Italia, dove Onoria era prigioniera, ma la Gallia: un modo strano di soccorrerla. Inoltre Attila aveva stretto già nel 449 un trattato di pace con Costantinopoli che era chiaramente designato per tenersi buono l’oriente: l’unica ragione di questo accomodamento poteva essere quella di liberarsi le mani per attaccare l’occidente. Attila aveva costruito un’immensa macchina militare che necessitava di essere utilizzata di tanto in tanto per mantenere l’unione dei suoi sudditi: aveva bisogno di spoglie e saccheggi da dividere, aveva bisogno di nuovi tributi da distribuire al numero crescente dei suoi seguaci. La gallina dalle uova d’oro orientale non poteva essere spremuta ancora più di tanto. Inoltre una crisi dinastica presso i Franchi aveva permesso ad Attila di inserirsi per la prima volta nella politica di questo popolo: alla morte del loro Re Attila aveva sostenuto uno dei due figli del re scomparso mentre Ezio aveva sostenuto l’altro, Ezio l’aveva spuntata ma l’altro candidato al trono si era riparato presso un popolo alleato degli Unni. Attila pensò probabilmente che una rapida campagna militare avrebbe portato nell’orbita della sua confederazione i Franchi e forse l’intera Gallia.

Insomma, quando arrivò l’anello di Onoria tutto era probabilmente già deciso ma l’anello della principessa diede un’occasione ancora migliore ad Attila: ora poteva introdursi nella politica imperiale e, con un po’ di fortuna e un paio di battaglie vinte, magari diventare l’erede dell’imbelle Valentiniano III, che non aveva figli maschi. Insomma, gli intenti di Attila erano prosaici come un saggio di storia, più che sentimentali come un romanzo di appendice.

I piaceri di una gita a cavallo

Teodosio II

L’oramai più che sessantenne Galla Placidia dovette questa volta fare uno sforzo sovrumano per salvare la vita a sua figlia Onoria: Valentiniano III era comprensibilmente furioso con sua sorella ma lo calmarono le preghiere della madre e credo anche la paura di sapere cosa avrebbe fatto Attila all’occidente se fosse stato torto un capello alla sua promessa sposa. Valentiniano e la sua corte inviarono un messaggio ad Attila, nel quale si ribadiva punto per punto alle richieste del capo degli Unni: Onoria era già fidanzata e la sua promessa matrimoniale non poteva essere rotta. L’impero dei Romani non era un bene che veniva ereditato dai figli del precedente imperatore, ma uno stato che gli imperatori servivano per tutta la loro vita. Erano parole al vento, ma andavano dette.

A complicare ulteriormente la situazione fu una gita a cavallo: il 28 luglio di questo cruciale 450 Teodosio andò a fare una piacevole cavalcata fuori Costantinopoli, il suo cavallo si imbizzarrì e Teodosio II morì nella caduta, inaspettatamente e in un modo del tutto bizzarro. Non sembra sia stata una cospirazione, anche se la situazione politica a Costantinopoli era effervescente a causa dell’umiliazione della sconfitta contro gli Unni. Teodosio era stato imperatore per ben 42 anni, dal lontano 408, l’anno in cui era morto Stilicone. Anche includendo i mille anni di storia bizantina il suo regno, se così si può chiamare, è il più lungo della storia romana, superando perfino quello di Augusto. Ma è un record statistico perché, a differenza di Augusto, Teodosio non regnò mai davvero, ma sopravvisse fino a che un cavallo si mise di mezzo. A governare furono sempre gli uomini e le donne potenti della sua corte: il prefetto Antemio, il generale Aspar, la sorella Pulcheria e poi nell’ultima parte del suo regno l’eunuco Crisafio.

Una vera imperatrice dei Romani

Ricostruzione del volto dell’imperatrice Aelia Pulcheria

A proposito di Crisafio, il nostro eunuco preferito si ritrovò improvvisamente in una situazione politica molto precaria, visto che alla morte del fratello l’augusta Pulcheria riemerse immediatamente dal suo esilio monastico e di nuovo prese nelle sue mani il potere imperiale in un momento di crisi dinastica per la famiglia, come quando 40 anni prima aveva riempito il vuoto politico lasciato dalla morte di suo padre Arcadio. Pulcheria, la nostra formidabile Pulcheria, entrò a palazzo e come se nulla fosse iniziò a dare ordini alla macchina imperiale, fornendo quella continuità che è cruciale in giorni di crisi. L’occidente, come vedremo, non avrà la stessa fortuna quando la sua crisi dinastica arriverà. Pulcheria inoltre sapeva che non sarebbe sopravvissuta a lungo senza una solida base di potere e formò una alleanza con Aspar, il potente Magister Militum Alano che aveva anche lui qualche sassolino da togliersi nei confronti di Crisafio.

La questione più importante era ovviamente decidere il nuovo imperatore, visto che i vertici dell’impero non erano ancora pronti a farsi governare da una donna. I senatori e l’esercito fecero sapere a Pulcheria che avrebbero accettato chiunque lei avesse scelto come marito. Pulcheria, ad un mese dalla morte del fratello, finalmente cedette. Non avrebbe potuto però sposare il suo alleato Aspar, come molti si aspettavano: era un ariano e un barbaro. Ci voleva un marito Romano e Aspar fece buon viso a cattivo gioco, nominando come futuro marito uno dei membri del suo staff, nella probabile convinzione di poterlo influenzare. Si trattava di un certo Marciano, un ufficiale che lo seguiva sin dai tempi delle sue avventure in Africa, combattendo i Vandali.

Pulcheria fu però molto rigida sulle condizioni del matrimonio: aveva accettato di rompere il suo voto di castità e sposare un uomo ma lo faceva solo per motivi di stato. Lei e suo marito sarebbero stati sposati solo da un punto di vista legale, Marciano poteva dimenticarsi ogni condivisione del talamo nuziale.

Detto e fatto, il 25 agosto del 450 il nuovo imperatore Marciano fu incoronato per la prima volta in una cerimonia religiosa, come voluto da Pulcheria, in quella che sarebbe diventata la regola nell’impero bizantino. Il senato e i vertici militari conferirono i poteri a Marciano e subito dopo il nuovo imperatore fu mostrato al popolo, in assemblea dentro l’ippodromo di Costantinopoli, che ebbe l’occasione di acclamarlo imperatore. Dio, il senato, l’esercito e il popolo di Costantinopoli: gli ingredienti della monarchia Romana erano tutti allineati e Pulcheria conferì al nuovo sovrano la legittimità donatale dal suo essere l’ultima erede in oriente della dinastia Valentiano-Teodosiana.

A fare le spese del nuovo governo Pulcheria-Marciano fu ovviamente il perdente di questa storia, ovvero Crisafio: all’uscita dalla sua casa il nostro Eunuco fu linciato da una folla dicono inferocita per le tasse ma che io credo fosse quasi certamente eterodiretta da palazzo. Il prezzo personale che si pagava quando si perdeva il potere nel quinto secolo.

Situazione politica al 450

Attila, su nel suo dominio Danubiano, non si preoccupò più di tanto del cambio di governo a Costantinopoli: aveva stretto un accordo che credeva vantaggioso per la corte orientale ed era convinto che non avrebbero mosso contro di lui, memori delle bastonate che avevano preso l’ultima volta che avevano provato a rialzare la testa. La fissazione di Attila era oramai l’occidente: come detto aveva scelto come primo obiettivo la Gallia. Qui vivevano molte popolazioni germaniche e Attila aveva l’opportunità di schiacciare il dominio Romano e portare Visigoti, Franchi e Burgundi nella sua confederazione: sarebbe stato sufficiente rimuovere quell’ultima parvenza di autorità che Ravenna aveva sulla regione per poi permettere di spartirla tra gli Unni e i nuovi venuti germanici, o almeno credo che quello fu il suo calcolo politico. A dimostrarlo c’è il fatto che Attila inviò messaggeri a tutti i popoli della Gallia, in essi sosteneva che Il suo vero nemico non erano loro ma i Romani, gli stessi Romani che gli dicevano in che parte della Gallia potevano vivere e dove no. A loro non chiedeva nulla oltre a tenersi in disparte rispetto ad un conflitto che non li riguardava. La cosa interessante è che Attila chiese lo stesso anche ai Romani: la sua missione, scrisse ad Ezio, era contro i Visigoti di Teoderic. Da questa intensa attività diplomatica si comprende il vero obiettivo di Attila: assicurarsi che i suoi potenziali nemici non si coalizzassero contro di lui.

Una persona che non visse per vedere l’invasione dell’Impero da parte degli Unni fu la grande matrona di Ravenna, Galla Placidia: il 27 novembre del 450, dopo aver sepolto suo figlio Teodosio a San Pietro in quello che fu quasi il suo ultimo atto da viva, morì lei stessa. Con lei sembrò scomparire un’intera generazione, lei, l’ultima figlia di Teodosio il forse grande, lei che era stata al centro della politica Romana dai tempi in cui era stata rapita da un capo dei Goti durante il sacco di Roma. Galla Placidia era vissuta attraverso il periodo più turbolento per la storia Romana: aveva sposato il Re dei Goti e poi il generalissimo dell’occidente, Flavio Costanzo. Aveva cercato una sistemazione al popolo errante dei Visigoti, che le era sempre stato ferocemente fedele. Aveva riconquistato il trono per conto di suo figlio dopo la morte di Onorio e poi era stata la prima donna romana a governare davvero l’impero, pur per conto di suo figlio Valentiniano III. Aveva ceduto il potere ad Ezio ma era sempre rimasta al centro della corte di Ravenna, un’ancora sulla quale appoggiare un intero governo. E ora quell’ancora non c’era più. Da qualunque lato la si guardi, pur con tutti i suoi limiti, Galla Placidia fu una donna straordinaria, una vera imperatrice dei Romani.

L’adunata di Rohan

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Nella primavera del 451 l’intera macchina da guerra degli Unni si mise in moto dalle sue basi pannoniche: al seguito di Attila, oltre ai suoi, c’erano innanzitutto gli Ostrogoti, seguiti dai Gepidi, dagli Sciri di Edeko, i Rugi, i Burgundi, i Turingi e molti altri popoli del grande impero Danubiano. La logistica deve essere stata organizzata nel minimo dettaglio, visto che l’immenso esercito riuscì a percorrere la lunga distanza che separava la futura Ungheria dalla Gallia senza grossi problemi. Dopo poche settimane giunsero sul Reno, all’altezza di Coblenz, città che fu presa e saccheggiata. Le fortezze della Gallia non sembravano resistere alla furia Unna meglio di quelle balcaniche.

Ezio non era rimasto a guardare e aveva raccolto un esercito con le migliori unità dai due eserciti rimasti ai Romani, quello d’Italia e quello di Gallia. Era forse una decade che Ezio si preparava ad una guerra contro gli Unni ma l’assenza del gettito fiscale nordafricano non gli permetteva di schierare che una pallida immagine dell’antico esercito imperiale. Ezio conosceva la dura realtà: solo una coalizione del suo esercito e di tutti i popoli foederati della Gallia poteva avere una perfino remota possibilità di successo. E fu presto chiaro che nessuno tra i Germani avrebbe combattuto per i Romani se questi non fossero stati affiancati dal più importante dei popoli foederati, ovvero i Visigoti: era già una prospettiva terribile affrontare Attila, ma sarebbe stato un semplice suicidio schierarsi contro questi e i Goti di Romania.

Ezio aveva sconfitto due volte Teoderic e sapeva di non essere ben visto a Tolosa. Nell’ora più buia e disperata Ezio inviò nel regno dei Visigoti uno degli uomini più in vista della Gallia oltre che un amico personale di Teoderic: si trattava di un certo Avito, qualcuno da ricordare visto che tra qualche anno sarà imperatore. Avito era il massimo rappresentante della classe di proprietari terrieri Romani della Gallia, aveva militato al fianco di Ezio e aveva già negoziato un accordo con i Goti: da anni viveva in ritiro dalla politica, nella sua magione in Gallia. Ma Avito, da vero Romano d’antan, rispose al bisogno della patria e andò di nuovo in ambasciata presso i Goti, con la coscienza di essere forse l’unico che potesse convincere Teoderic. Ovviamente non sappiamo cosa si dissero i due, ma ho provato ad immaginarmi un dialogo, basato però su una lettera che pare Valentiniano III inviò davvero a Teoderic e che ci è stata riportata da Giordane:

T:   Marco Mecilio Flavio Eparchio Avito, l’ora deve essere davvero tarda per strapparti dal tuo esilio dorato e scomodarti a venire qui a Tolosa

A: Volesse il cielo che fossi qui solo per il piacere personale. Porto una lettera da parte dell’imperatore dei Romani, Valentiniano III

T: Vorrai dire una lettera di Ezio. Ho già ricevuto una lettera, da parte del signore degli Unni. Mi assicura la sua amicizia e devozione.

A: Attila ha detto lo stesso a tutti i regnanti della Gallia, e all’imperatore. Ma nessuno può essere amico di chiunque e chi giunge a casa altrui armato è raramente un amico

T: Può essere, ma che arma che si porta dietro! Si dice che nessuno, neanche a Costantinopoli, abbia il coraggio di affrontarlo. Si dice che sia invincibile. Si dice che contro di lui non ci sia alcuna speranza

A: Non pensavo che Theoderic, Re dei Goti, desse credito alle dicerie.

T: Sarà, ma so cosa mi chiederà Ezio: di spargere sangue gotico per difendere una causa Romana, come sempre. Mi chiedo a che pro dovrei sacrificare il sangue del mio popolo, solo per contare i nostri morti sul campo di battaglia, vedere le nostre case in fiamme e le donne portate via come schiave?

A: Questo è il futuro che attende noi tutti se noi cittadini della Gallia non uniamo le nostre forze contro l’invasore: Attila non farà differenza tra Romani e Goti, il suo obiettivo è renderci tutti schiavi. Non ti chiedo di combattere per la gloria o le ricchezze, visto che quasi certamente non otterremo nessuna delle due. Combatti per il tuo popolo, per la sua libertà, per le case che avete costruito qui in Gallia. Per quarant’anni i nostri popoli sono stati avversari, da quarant’anni siamo alleati. Assieme abbiamo combattuto i nostri nemici. Non siamo più stranieri ma vicini di casa e questa terra è oramai la vostra terra tanto quanto lo sia dei Romani: difendetela dunque, anche se fosse l’ultima cosa che fate.

T: Ho avuto rapporti sulle forze che Ezio ha portato in Gallia: non sono sufficienti per affrontare Attila, anche unite alle nostre forze e perfino a quelle di tutti gli altri Re della Gallia riuniti. Con tutta probabilità andiamo incontro alla sconfitta e alla rovina per entrambi. Hai pensato Avito a questo? Non c’è forse un’altra via?

A: Forse c’è per voi, ma Roma è troppo antica per rassegnarsi all’oblio o alla schiavitù, è vero, non possiamo vincere, ma noi affronteremo in battaglia Attila, anche se dovesse essere l’ultimo capitolo della nostra storia. E voi cosa farete, proverete ad attendere a Tolosa che la tempesta passi? La tempesta che si sta accumulando sul Reno non è una di quelle che può essere evitata rannicchiandosi in un angolo.

T: Questo però…

A: Eppure tutte queste parole sono vane, Teoderic Re. Sai bene che Goti e Romani hanno un trattato: dopo decenni di guerra vi abbiamo concesso questa terra d’Aquitania e le sue ricchezze, in cambio vi abbiamo chiesto una sola cosa: di combattere per Roma quando questa ne avesse avuto bisogno. Mai Roma ha avuto una maggiore e più impellente necessità dell’aiuto dei suoi fedeli Foederati. La questione è dunque una sola: manterranno i Goti la parola data, porteranno i Goti un barlume di luce nel giorno più buio per le armi romane? Cosa risponderà Teoderic Re alla richiesta di aiuto dell’imperatore dei Romani?

T (pensandoci a lungo): Thorismund, figlio mio, chiama in assemblea il nostro popolo e l’esercito. E tu Avito, torna pure dal tuo padrone. I Goti non hanno dimenticato la loro promessa e manterranno il trattato e la parola data. Affronteremo i nemici di Roma sul campo di battaglia, al fianco dei Romani. Voglia Dio che non sia la fine di entrambi.

L’assedio di Gondor

Il percorso di Attila in Gallia

Mentre i suoi avversari si coalizzavano, Attila non aveva perso tempo: una ad una erano cadute ed erano state saccheggiate le grandi città della Gallia settentrionale: Colonia, Tournai, Cambrai, Amiens. I Parigini temettero il peggio, iniziando una maratona di preghiera sotto la direzione della futura Santa protettrice di Parigi, Genoveffa. Ma Attila non attaccò Parigi e si diresse verso Orleans, allora e sempre la chiave per conquistare il cuore della Francia, come scopriranno a loro spese gli inglesi alle prese con una certa pulzella, tra circa mille anni. Orleans era una città chiave perché a guardia di uno dei più facili passaggi della Loira, il fiume che divide il paese in due. Orleans era difesa da una guarnigione di Alani e Giordane sostiene che questi volessero passare al nemico ma che i cittadini della città lo impedirono: è un racconto che non mi convince, Orleans sarebbe quasi certamente caduta se non fosse stata difesa allo stremo dagli Alani, gli unici nei dintorni che sapevano menare le mani. Sta di fatto che Attila si preparò per un assedio, facendo costruire le macchine da guerra di cui abbiamo fatto conoscenza a Naissus. Piogge torrenziali rallentarono le operazioni ma Attila, il 14 giugno del 451, era pronto all’assalto. Il segnale fu dato, le macchine accostate alle mura: gli Alani e i cittadini di Orleans cercarono di vendere cara la pelle ma questo scontro poteva avere un solo epilogo.

I difensori avevano quasi abbandonato ogni speranza quando all’improvviso si sentirono suoni di corni: Ezio e Teoderic erano arrivati.

Santa Genoveffa (Geneviève), santa patrona di Parigi

La cavalcata dei Rohirrim

A capo della più grande armata del mondo non c’era però un uomo impulsivo o un generale mediocre, ma uno dei più grandi comandanti della sua epoca. Aveva fatto male i suoi conti, attaccando il cuore della Gallia aveva unito i suoi nemici, ma non si sarebbe fatto incastrare tra un muro e l’esercito della coalizione. Diede il segnale ai suoi di ritirarsi, se Ezio voleva la sua battaglia l’avrebbe dovuta combattere in campo aperto, dove non aveva mai perso una battaglia.

L’immenso esercito di Attila si disimpegnò e iniziò quindi una marcia verso est, in cerca del migliore campo di battaglia, seguito da presso dalla variopinta coalizione messa su da Ezio. Alla fine Attila trovò il suo terreno favorevole nelle grandi pianure nei pressi della moderna Chalons, città dello Champagne. Era il 20 giugno del 451, e quelle pianure erano i Campi Catalaunici.

La battaglia dei Campi Catalaunici (o di Pelennor?)

Più spiegazioni nella sezione “mappe” del sito

Purtroppo non c’è nessun Ammiano Marcellino a raccontarci la battaglia che ne seguì e gli storici non sono mai riusciti a identificare con certezza dove si combatté la battaglia. Dobbiamo appoggiarci principalmente allo storico gotico Giordane, che scrisse un secolo dopo e che non sapeva quasi nulla di cose militari. Basti dire che sosteneva che l’armata di Attila fosse di cinquecentomila uomini, un dato assurdamente alto.

I due eserciti che si affrontarono non erano così numerosi, ma possiamo stimare in almeno 75 mila uomini l’esercito della confederazione a cui era a capo Ezio, composto grosso modo per un terzo dall’esercito imperiale, schierato a sinistra, per un altro terzo dai Visigoti, schierati sulla destra, mentre al centro c’era l’ultimo terzo, un misto di Alani, Franchi e Burgundi. Ezio aveva volutamente posizionato le sue truppe migliori ai lati, sperando che il centro reggesse all’urto degli Unni. Il campo di battaglia era dominato a sinistra dei Romani da una altura, l’unica collina difendibile.

La battaglia dei Campi Catalaunici: la più grande battaglia della tarda antichità

Davanti ai popoli della Gallia c’era l’immensa macchina militare di Attila, forte forse di cento mila uomini. Di fronte ad Ezio erano schierati i Gepidi e altri popoli germanici alleati, al centro c’erano gli Unni e di fronte ai Visigoti si erano posizionati i loro lontani cugini, gli Ostrogoti: per la prima volta dal 376 i Goti che erano emigrati nell’impero dei Romani si riunirono con i discendenti di coloro che non li avevano seguiti nella loro interminabile avventura nell’Impero. Oggi sangue gotico sarebbe scorso su entrambi i fronti.

La mattina passò per dare il tempo ai due immensi eserciti di schierarsi, in quella che fu una delle più grandi battaglie dell’intera storia romana. Il primo obiettivo fu proprio l’altura alla sinistra dei Romani, dice Giordane “Attila spinse i suoi alla conquista della sommità ma fu anticipato da Ezio e da Thorismund, il figlio del Re. Questi, dopo aver lottato duramente per scalare la collina, ottennero una posizione di superiorità, riuscendo a frenare l’avanzata degli Unni”. A questo punto Attila diede il segnale di attacco generale e la battaglia divampò su tutti i fronti, di nuovo Giordane: “Si combatté corpo a corpo. Guerra tremenda, complessa, spietata, senza limiti, ineguagliabile ad alcuna di cui l’antichità ci ha conservato testimonianza. Le imprese narrate sono di tale portata che nessuno avrebbe potuto durante la sua vita contemplare nulla di più straordinario”.

La morte di Theoden

Illustrazione che ricostruisce l’abbigliamento dell’esercito romano del quinto secolo

Sulla destra re Teoderic spronò i suoi, percorrendo l’esercito e incitandoli a combattere. I Visigoti mossero contro i cugini Ostrogoti e nella dura battaglia che seguì il grande Re dei Goti perse la vita. Giordane sostiene che uno degli Ostrogoti tirò una lancia contro il Re, ma si tratta probabilmente di piaggeria nei confronti di un celebro Ostrogoto. Una diversa versione sostiene che nella foga della battaglia il cavallo del Re stramazzò al suolo, il Re sarebbe morto sotto il peso del suo destriero, come l’immaginario Theoden sui campi di Pelennor. E proprio come i cavalieri di Rohan, i Visigoti non furono scoraggiati dalla morte del loro grande Re che li guidava da decenni: la loro determinazione divenne ora una furia mortale e il grande esercito dei profughi del 376, dei saccheggiatori di Roma, dei vincitori di mille battaglie si gettò sugli Ostrogoti, mettendoli in fuga. L’intero settore cedette e i Visigoti, nella loro furia, giunsero vicini all’accampamento fortificato degli Unni, esponendo il centro e l’altra ala dell’esercito Unno all’accerchiamento. Per Attila non ci fu null’altro da fare che suonare la ritirata. Il buio cadde mentre la battaglia era ancora in corso, aumentando la confusione. Thorismund, che non sapeva ancora della morte del padre, cercò di ricongiungersi nel buio ai suoi ma finì contro un gruppo di nemici e per poco non fu ucciso lui stesso, fu però salvato dai suoi. Ezio stesso si perse nel buio dell’immenso campo di battaglia; finì per giungere tra i Visigoti e trascorse quella notte di veglia protetto dalle armi gotiche.

L’indomani fu evidente l’enorme tributo in termini di vite pagato da entrambi i combattenti. Narra Giordane: “I Goti trovarono il corpo del loro Re Teoderic, disperso tra numerosissimi cadaveri. Poi, sotto gli occhi dei nemici, lo portarono via tra gli onori dei loro canti. Delle lacrime furono versate, ma di quelle che di solito lasciano scappare i valorosi. Quella di Teoderic era sì una morte, ma gloriosa. Poco dopo I Goti, terminate le esequie del loro Re, conferirono la dignità regia al valorosissimo Thorismund tra un fragore di armi”

Nessuno aveva ben chiaro davvero cosa fosse avvenuto il giorno prima, ma una cosa era certa: era Attila che si era ritirato dalla battaglia, mentre i suoi nemici era padroni del campo. I leader della coalizione si riunirono a concilio per decidere il da farsi: molti si chiedevano quando si sarebbe dato l’assalto finale. Ezio era però di un altro parere: la belva ferita è quella più pericolosa. Due giorni prima nessuno avrebbe detto che si potesse trionfare contro Attila, ora non era il momento di gettare un successo alle ortiche. Attila li aveva sottovalutati e ora aveva imparato che l’occidente era meno debole di quello che pensava, era una lezione che Ezio sperava avesse appreso. Attaccarlo li esponeva tutti al rischio di perdere la seconda battaglia dei campi catalaunici.

Nel suo accampamento Attila era disperato: il suo esercito, costretto ad arretrare e chiudersi nel cerchio difensivo dei carri, aveva conosciuto la sua prima battuta d’arresto. Giordane sostiene che pensò perfino al suicidio, ma i suoi lo dissuasero e lo convinsero che nulla era perduto. Ne seguì uno stallo, i due eserciti si rischierarono di nuovo sul campo di battaglia, uno di fronte all’altro, come in attesa ognuno della prima mossa dell’altro. Nessuno si mosse, le mani nervosamente posate sulle armi. Alla fine arrivò il segnale: gli Unni iniziarono a ritirarsi, in direzione del Reno e delle loro case in Pannonia. Attila era stato fermato.

Le conseguenze di una vittoria

Alla vista dell’armata di Attila in ritirata, Giordane sostiene che Ezio stesso incitò i Goti a partire e tornare a Tolosa, consigliando a Thorismund di prendere possesso del suo regno di Tolosa. Io credo che Ezio possa aver dato questo consiglio, d’altronde era fondamentale evitare una guerra civile tra i Visigoti ora che questi erano la migliore speranza dell’occidente di sopravvivere agli Unni. Eppure credo che furono proprio Thorismund e i suoi a chiedere di lasciare la coalizione, temendo Thorismund un colpo di mano di uno dei suoi numerosissimi fratelli. Comunque sia, senza i Goti Ezio non poteva neanche sognarsi di affrontare di nuovo in battaglia Attila, e si limitò quindi a seguirne i movimenti, assicurandosi che si ritirasse in buon ordine e senza arrecare troppi danni alle terre attraversate. D’altronde Ezio avrebbe dato del matto alla persona che all’inizio dell’estate gli avesse detto che l’Impero dei Romani occidentali sarebbe sopravvissuto all’attacco di Attila: ora l’obiettivo principale era solamente assicurarsi che Attila si ritirasse davvero.

Molti hanno criticato Ezio per aver lasciato fuggire Attila: io credo sia una critica nel complesso ingenerosa: senza i Goti davvero non so cosa avrebbe potuto fare Attila. Anche la decisione di non dare battaglia nuovamente credo fu la migliore: la battaglia dei Campi Catalaunici era stata poco più di un pareggio tattico e una seconda battaglia rischiava di capovolgere il risultato. Solo la ritirata di Attila la rese una vittoria strategica, anche se come vedremo non decisiva. Detto questo quello che avvenne Il 20 giugno del 451 fu un evento epocale che dimostra quanta energia residua era ancora disponibile in occidente perfino in quest’ora tarda: un nemico esterno aveva permesso alla strana compagine di popoli occidentali che oramai consideravano l’impero dei Romani come la loro casa di coalizzarsi per respingere l’invasore. Quando, tra poco, la fine dell’Impero Romano arriverà non sarà a causa di un nemico esterno venuto a distruggerlo, come vorrebbe la vulgata, ma la conseguenza di una consunzione interna delle poche risorse rimaste, dilapidate in un lungo ventennio di futili guerre per il controllo di un trono sempre più insignificante.

Un’altra cosa da notare è che quella di Attila nel 451 fu la prima vera invasione dell’occidente: finora, infatti, gli occidentali erano sempre stati sommersi di profughi in cerca di una casa, questa fu la prima volta che dei popoli nemici erano venuti per sottometterli o per distruggere il loro impero. E il vecchio, stanco, dilapidato impero ridotto al verde dalla perdita del Nordafrica resse alla prova. l’Impero Romano squadrò negli occhi la dea della morte e disse: non ancora, non ancora.

Nel prossimo episodio vedremo come Attila non prenderà bene la lezione infertagli da Ezio. Deciso a vendicarsi, ignorando persino la situazione in oriente, Attila deciderà di marciare un’ultima volta contro l’occidente. Questa volta non commetterà l’errore di attaccare la Gallia, coalizzando i suoi nemici. È arrivato il tempo, infatti, per Attila di puntare direttamente al cuore dell’occidente: l’Italia.

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3 pensieri riguardo “Episodio 34: tramonto sui Campi Catalaunici (449-451) – testo completo

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