Episodio 37 – il sogno di Annibale (454-455) – testo completo

Salute e Salve, e benvenuti alla storia d’Italia!

Quando ci siamo lasciati nel corso della narrazione principale (leggetelo qui) un grande uomo era morto: Attila, il leader carismatico degli Unni. In seguito alla sua morte l’impero degli Unni si era rapidamente sfaldato tra lotte fratricide e lotte per la liberazione da parte dei popoli sottomessi. Leggenda vuole che quella stessa notte Marciano ebbe un sogno di ispirazione divina che gli mostrò l’arco di Attila infranto ai suoi piedi. Indubbiamente l’imperatore orientale Marciano ne fu enormemente sollevato, come fu sollevato Ezio, il generalissimo dell’occidente. Entrambi avevano temuto la vendetta di Attila, entrambi potevano tirare un deciso sospiro di sollievo. Quello che non sapevano è che il nuovo mondo extra danubiano, fatto di caos dove un tempo c’era stato il pugno di ferro unificante degli Unni, sarà assai più difficile da domare e controllare. Come per Ezio e Valentiniano III sarà difficile tenere a bada le forze dell’entropia, della dissoluzione, ora che è stato rimosso il grande spauracchio degli Unni.

Una delle storie più belle contenute nel mirabile libro di storia di Tito Livio è quello del giuramento di Annibale: il padre di Annibale, Amilcare Barca, era stato uno dei grandi comandanti della prima guerra punica tra Roma e Cartagine. Amilcare era stato sconfitto ma negli anni intermedi tra le due grandi guerre tra Cartagine e Roma aveva portato suo figlio in Spagna, in una lunga campagna di conquista. Quando si ritenne sul punto di morire, Amilcare portò Annibale e i suoi fratelli in un tempio e gli chiese di proferire un terribile giuramento: mai avrebbero avuto pace finché Roma fosse rimasta in piedi e per tutta la vita avrebbero dovuto nutrire un odio eterno per i Romani. Annibale giungerà vicinissimo a realizzare il sogno suo e del padre: dopo la battaglia di Canne ebbe forse in mano la possibilità di marciare su Roma, di saccheggiarla e di distruggerla.

Ma così non fu: Annibale, come Didone, non è riuscito ad avere la sua vendetta. Alla fine è stata Roma a saccheggiare Cartagine, nel 146 avanti cristo. Annibale è morto braccato dai Romani, la sua città distrutta è stata ricostruita nella forma di una grande metropoli romana. In questo episodio però il fantasma del grande cartaginese si risveglierà dalla tomba: Annibale coronerà il suo sogno e giungerà dove non giunse in vita. In questo episodio, Cartagine saccheggia Roma.

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La mano della principessa dei Romani

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Nel 454, dopo la morte di Attila, Ezio era oramai al massimo del suo potere personale: l’occidente aveva subito danni ingenti in Gallia e in Italia ma grazie alla sua salda guida era sopravvissuto per vedere una nuova alba. Come tanti altri uomini prima di lui, come Stilicone e Flavio Costanzo, Ezio iniziò a pensare al futuro della sua progenie, a stabilire una nuova dinastia. Ezio aveva un figlio maschio, Gaudenzio, mentre l’imperatore Valentiniano III aveva solo due figlie che aveva chiamato Eudocia e Placidia, con la solita fantasia della dinastia teodosiano-valentiniana. Dico “solo” tra virgolette: come padre di due figlie è ovvio che per me il loro valore sia almeno uguale a quello di due figli maschi, ma così ahimè non era ai tempi. Eudocia era promessa sposa, sin dal 442, del figlio del re dei Vandali, in quella che era stata una delle massime umiliazioni per lo stato romano, costretto a vendere una delle sue principesse in cambio della promessa di un po’ di grano da parte di Genseric.

Licinia Eudoxia, Augusta dell’Impero d’Occidente

Eliminate Eudocia fu sulla mano della minore delle due, Placidia, che si concentrarono le ambizioni dei potenti a Roma e Ravenna: chiunque avesse sposato Placidia avrebbe avuto ottime possibilità se non la certezza di succedere a Valentiniano III.

La madre di Placidia e moglie di Valentiniano III era Licinia Eudoxia: si trattava della figlia di Teodosio II – appena morto in una caduta da cavallo – e di Aelia Eudocia, l’Atenaide di cui ho a lungo parlato sui miei account social. Licinia Eudoxia era assolutamente contraria a dare in sposa Placidia alla casata di Ezio. Al contrario per la mano della figlia aveva adocchiato un promettente ufficiale romano: si trattava di Maggiorano, uno dei membri dello staff di Ezio, un uomo destinato a fare carriera.

La minaccia fantasma

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Maggiorano era l’ultimo rampollo di una famiglia romana assai marziale: aveva combattuto con Ezio in Gallia e si era fatto le ossa assieme ad un altro ufficiale romano molto diverso da lui, che vale la pena introdurre. Questo ufficiale era discendente di ben due case regnanti germaniche, ma da decenni oramai viveva presso i Romani. Il suo nome gotico era Ricimer, ma in Italia è famoso con un nome che di solito fa tremare anche chi non ha mai sentito parlare di lui, come se si trattasse di un’ombra nera senza nome: Ricimero. Discendente di Re Wallia dei Goti e di una principessa sveva, Ricimer era stato costretto a lasciare Tolosa in seguito all’arrivo di una nuova dinastia al potere, quella di Teoderic I, e aveva deciso come tanti altri rampolli nobili dei popoli germanici di fare carriera nell’esercito imperiale. Se non sapete nulla su Ricimer, immaginatevi Palpatine di guerre stellari da giovane.

Una nuova speranza

Unica “testa” sopravvissuta della principessa Placidia

Ma torniamo a Licinia Eudoxia: come tutte le donne della dinastia teodosiano-valentiniana si trattava di un vero animale politico, degna erede di Galla Placidia, di sua madre Atenaide e di Aelia Pulcheria. Licinia aveva capito che dare in moglie Placidia a Gaudenzio metteva a rischio il marito Valentiniano III, che sarebbe diventato l’ultimo ostacolo tra Ezio e il potere supremo. Maggiorano, al contrario, dava la speranza di riunire per la prima volta in decenni il potere militare e la suprema autorità istituzionale: Maggiorano sarebbe potuto essere un imperatore alla vecchia maniera, un capo di eserciti come l’occidente non vedeva in pratica dai tempi di Valentiniano I.

Ezio ovviamente non voleva saperne di tutto questo: Ezio aveva ancora un potere dominante a corte e Maggiorano fu convinto, con le buone o con le cattive, a ritirarsi dalla politica e rifugiarsi in una delle sue proprietà. Per quella che sarebbe stata l’ultima volta, Ezio riuscì ad averla vinta e ottenne che Placidia fosse fidanzata a suo figlio Gaudenzio.

Quasi l’intera carriera di Ezio richiama quella di un suo illustre predecessore, Stilicone: come lui combatté per decenni l’entropia dell’occidente, come lui sarà vittima dell’ultima ambizione, l’ambizione a cui nessun uomo politico romano pare immune: quella di ergere sé stesso, o la sua dinastia, al trono imperiale.

Tagliarsi la mano destra con la sinistra

Valentiniano III era l’imperatore dal lontano 425, un imperatore di nome e mai di fatto. Da venti anni Ezio dominava quello che si poteva dominare nella politica imperiale e a lui era rimasto il ruolo di incarnare la natura sovrumana e divina dell’ordine romano, in un ruolo sempre più formale e di nessuna sostanza, al centro di inutili cerimonie, processione, messe e udienze. Tutto questo senza neanche la soddisfazione di poter prendere una sola decisione. Perfino alla morte del cugino Teodosio II la sua volontà era stata frustrata: aveva voluto recarsi in oriente, proprio come zio Onorio, per reclamare il trono dell’intero Impero Romano. Ezio però si era opposto e l’aveva avuta naturalmente vinta: il trono di Nuova Roma era passato a Marciano e Pulcheria. Valentiniano continuava a rimuginare i torti subiti e soffriva nella sua impotenza. La sua naturale tendenza fu esacerbata dalla perdita della sua guida politica, la madre Galla Placidia, e dall’incitamento di due importanti figure della corte. Il primo dei due sobillatori era il suo eunuco preferito, come si conviene ai Varys di questo mondo, e si chiamava Eraclio. Il secondo era un senatore di nome Petronio Massimo, forse un discendente dell’usurpatore Magno Massimo, ve lo ricordate? Fu sconfitto da Teodosio. Petronio Massimo era un rampollo di una delle grandi famiglie imperiali, gli Anicii. Petronio Massimo era uno dei fedelissimi di Ezio che ne aveva agevolato l’ascesa fino all’onore di essere nominato al consolato due volte, un onore molto raro. E qui vediamo all’opera il meccanismo perverso di un sistema imperiale che è una sorta di dittatura militare senza un chiaro metodo di passaggio del potere, un po’ come l’Unione Sovietica: il dittatore militare in questione può fare come Flavio Costanzo ed evitare che chiunque raggiunga una posizione di onore sufficiente da poter pensare di rimpiazzarlo, questo però al prezzo di condannare l’impero ad una guerra civile dopo la sua morte. In alternativa il nostro generale può promuovere le persone che ritiene più abili o fedeli in posizioni d’importanza, esponendo sé stesso e l’impero al rischio di una congiura. In entrambi i casi la transizione da un’egemonia politica ad un’altra è carica di rischi di guerre civili e congiure, entrambe possono indebolire e sfilacciare la tenuta del sistema politico Romano. In tempi normali, questi sono semplici periodi di debolezza da cui l’impero si riprende presto – basti pensare all’anno dei quattro imperatori nel primo secolo e quello dei cinque imperatori nel terzo – ma questi non sono tempi normali.

Valentiniano III, Eraclio e Massimo decisero che la spada che aveva difeso l’occidente per tutti questi anni potesse oramai essere riposta nel fodero, ora che il grande spauracchio degli Unni era stato rimosso dalla morte di Attila. Il problema era che Ezio era ben protetto da una nutrita guardia del corpo personale: per riuscire a toglierlo di mezzo i nostri avrebbero dovuto far ricorso a metodi straordinari, ad esempio colpire Ezio nell’unico modo e nell’unico posto dove non era ben difeso: alla presenza dell’imperatore stesso.  Narra Prisco:

 “Mentre Ezio stava spiegando le finanze dello stato e calcolando il gettito fiscale, all’improvviso Valentiniano saltò su dal trono strillando che non avrebbe più permesso che si abusasse di lui. Sbalordito da quella collera inattesa, Ezio cercò di calmare quell’irragionevole esplosione ma allora Valentiniano estrasse dal fodero la spada e insieme a Eraclio, che teneva pronto un pugnale sotto la toga, si gettò su di lui, uccidendolo”. Era il 21 settembre del 454, Ezio era sopravvissuto alla sua nemesi Attila per un anno appena.

Credo che nella millenaria storia romana si trattò del primo caso in cui un imperatore decise di uccidere un’altra persona di sua mano: di solito queste cose erano demandate ai suoi sottoposti ma l’ufficio di imperatore era oramai caduto così in basso da non potere neanche dare l’ordine a qualcun altro compiere un assassinio.

Ezio non era però un uomo qualunque: Ezio era la colla che teneva assieme quel che restava dell’occidente Romano. Prisco riporta che un innominato aiutante di Valentiniano III – forse lo stesso storico Prospero di Aquitania – disse all’imperatore: “maestà, non conosco la ragione del vostro atto, e sono certo che abbiate avuto i vostri motivi. A me pare però che vi siate tagliato la mano destra con la mano sinistra”, un buon sunto credo di quello che si dimostrerà essere una decisione disastrosa.

L’ultimo dei Romani?

Per quanto gli storici abbiano caricato di significati la morte di Ezio, forse non ne va esagerata l’importanza: ho l’impressione che una versione o un’altra della caduta dell’occidente si sarebbe svolta anche nel caso in cui Ezio fosse sopravvissuto. Eppure non credo che l’impero si sarebbe avvitato in una crisi esistenziale talmente rapida con lui in vita: Ezio aveva 63 anni quando fu assassinato ma quanto è più importante in Gaudenzio aveva un erede che, se fosse stato sposato con una delle figlie di Valentiniano III, sarebbe divenuto il continuatore della dinastia Valentiniano-Teodosiana. Con alcuni anni a fargli da mentore, Gaudenzio avrebbe ereditato la posizione di Ezio e poi gestito l’impero, forse in prima persona, forse per conto di Valentiniano III.

Con un po’ di fortuna, l’occidente sarebbe potuto sopravvivere nel mondo post-unnico, nel quale non c’era più una minaccia esistenziale per l’Impero se non il continuo deteriorarsi della sua compagine politica interna: l’ironia è che nei prossimi decenni non avremo più vere invasioni barbariche dall’esterno del territorio imperiale, ma solo crisi interne di disfacimento dell’edificio imperiale romano. Un impero occidentale più stabile avrebbe magari finito per vedere tempi migliori, come i primi decenni del sesto secolo che – come vedremo – furono di ripresa economica per il mondo mediterraneo. Non possiamo saperlo: come ho detto, oramai le forze che dilaniavano l’impero erano in atto da troppo tempo ed è assai probabile che al momento dell’assassinio di Ezio queste forze fossero già inarrestabili.

In definitiva come possiamo valutare Ezio? Si trattò, penso di averlo abbondantemente descritto, di un uomo complesso: spietato e pratico, credo che sarebbe piaciuto ad un cultore della realpolitik come Bismarck. Ezio non fu un uomo senza macchie e nonostante i suoi indubbi successi non riuscì che a rallentare il declino dell’occidente: durante la sua egemonia Cartagine fu conquistata e il grosso della Spagna perduto, in questo a prima vista la sua egemonia fu fallimentare. Eppure Ezio fu come quell’uomo che, posto al di sotto di un enorme masso intento a rotolargli sopra, riesce a bloccare il masso, scivolando lentamene lungo il pendio a causa del suo peso. Chi osserva può notare magari solo che l’uomo stia scivolando verso il basso, mentre io preferisco guardare al peso e alla dimensione del masso, che avrebbe schiacciato i più e che lui tenne a bada, finché poté.

Crisi dinastica

Medaglione di Licinia Eudoxia

Ma torniamo al palazzo imperiale: l’assassinio di Ezio non poteva non lasciare strascichi: in Dalmazia il Comes locale, un certo Marcellino, si ribellò a Valentiniano e rifiutò di obbedire agli ordini di Roma. Nella città eterna una veloce purga fu intentata contro la fazione senatoriale che aveva sostenuto il generalissimo, nella quale morì anche Boezio, il nonno del filosofo. Petronio Massimo, uno degli ispiratori della congiura, passo invece alla cassa: chiese a Valentiniano di prendere il posto di Ezio come Magister Militum Utriusque Militiae. Credo che fosse proprio l’ambizione di succedere ad Ezio la vera molla che lo aveva spinto a complottare la sua caduta. Di diverso parere fu l’altro congiurato, l’eunuco Eraclio: come sempre, niente semina zizzania tra due partner come il successo. Eraclio consigliò infatti all’imperatore di non rimettere nuovamente nelle mani di un sol uomo il potere che era riuscito a recuperare uccidendo Ezio.

Secondo il cronista Giovanni di Antiochia, Massimo fu così irritato dal rifiuto di Valentiniano da decidere di farlo assassinare: il sistema politico Romano continuava la sua marcia inesorabile verso il cupio dissolvi. Come complici scelse Optila e Thraustila, due coraggiosi barbari che avevano combattuto sotto il comando di Ezio e che erano stati successivamente assegnati alla scorta di Valentiniano. I due soldati volevano vendicare la morte del loro generale ma credo furono anche motivati dalle laute ricompense promesse da Massimo.

Il 16 marzo del 455, il giorno dopo le Idi di Marzo, per intenderci, Valentiniano III fece una bella cavalcata in compagnia del suo nuovo primo ministro – Eraclio. Smontò nel campo Marzio e si diede a degli esercizi con l’arco. Le due guardie del corpo assalirono Valentiniano III ed Eraclio: entrambi furono trucidati. Roma, si ritrovò all’improvviso senza imperatore, senza primo ministro, senza Magister Militum. Al centro del sistema politico romano c’era un grande vuoto e tutti sospesero il fiato per vedere cosa sarebbe successo.  

La fine della legittimità a governare

La morte di Valentiniano III, questo imperatore insulso e ininfluente, finì per essere un evento invece fondamentale per la storia Romana: Valentiniano acquisì un po’ di importanza solo all’atto della sua morte. Si tratta di un passaggio così importante perché segna la fine di una solida base di legittimità a governare. Ogni imperatore da Costantino in poi aveva poggiato la sua legittimità su una base costituzionale e dinastica: la dinastia Costantiniana aveva governato l’Impero occidentale dai tempi della battaglia di Ponte Milvio e fino al disastro della spedizione persiana di Giuliano. Poi l’assemblea riunita degli eserciti aveva nominato Valentiniano I ed erano stati i suoi successori a governare l’occidente, pur con qualche tentativo di rovesciare la presa sul potere della famiglia, sempre fallito. In occidente a Valentiniano era successo suo figlio Graziano, a Graziano – passando per Magno Massimo, il parente del nostro Petronio Massimo  – era succeduto Teodosio che aveva sposato la figlia di Valentiniano. A Teodosio erano successi Onorio, Galla Placidia e suo marito Flavio Costanzo. Ad Onorio era succeduto Valentiniano III.

La legittimità è un bene preziosissimo in un sistema autoritario come quello romano: il problema era l’assenza di meccanismi di successione predeterminati, che esistono sia nelle monarchie feudali che nei sistemi repubblicani. Il sistema feudale è tenuto insieme dal diritto divino a governare: il monarca è tale per grazia divina e lascia il suo regno al suo erede più prossimo, che riceve la corona da un vescovo, o un Papa. Chi non fa parte della dinastia regnante non può in alcun modo essere Re, né può esserlo a maggior ragione una persona comune. In un sistema Repubblicano la legittimità viene assicurata al governante non dalla grazia divina ma da qualche forma di elezione, democratica come nelle repubbliche moderne, o oligarchica come per esempio nella Repubblica di Venezia. L’Impero Romano non aveva nessuno di questi meccanismi: gli imperatori, pur ammantati dall’augusta dignità loro concessagli a partire da Diocleziano, sono pur sempre una sorta di magistrati, chiunque può diventare imperatore se ne ha l’ambizione e i mezzi, perfino un semplice soldato come Costantino III e Diocleziano, o un ufficiale come Valentiniano I. La legittimità viene data dal consenso di tre elementi: il senato, l’esercito e il popolo. Questo consenso è più facile se si è parenti dell’imperatore, ma non è affatto assicurato. La chiave per assicurarlo è costruire la propria legittimità a governare.

Cerchiamo di chiarire questo concetto, perché è importante. La definizione politologica di legittimità è lo status conferito da un popolo governato alle istituzioni, agli uffici e alle azioni dei propri governanti, basato sulla convinzione che le azioni del proprio governo siano usi appropriati del potere da parte di un governo legalmente costituito. In parole povere: la legittimità è l’ombra evanescente del potere, quella cosa che ci convince ad ubbidire ad una autorità, nella convinzione che quella autorità sia legittima.

Una grande donna dimenticata

Aelia Pulcheria

La dinastia Valentiniana – con tutti i suoi difetti – aveva avuto questa legittimità: in pochi avevano tentato davvero di rovesciarla, la maggior parte dei poteri imperiali accettò che il trono imperiale fosse loro di diritto. Con la morte di Valentiniano III la dinastia si estinse in occidente come si era in larga parte già estinta in oriente, dove nel 453 era infine morta sua maestà l’augusta Pulcheria, l’ultima figlia di Arcadio e quindi l’ultimo vero membro di sangue della dinastia. Marciano, suo marito, si aggrappava agli ultimi scampoli di legittimità donatigli dal matrimonio con Pulcheria e della sua conseguente associazione al trono.

Lasciatemi dire due parole di saluto alla nostra Aelia Pulcheria, che è stato un protagonista della nostra storia fin dal 418: spesso ho sentito dire che la storia antica è una storia fatta da uomini, e questo è certamente vero in una società talmente diseguale e talmente misogina come quella antica. Eppure più mi addentro nei meandri della storia, anche precedente e successiva ai fatti in questione, più mi rendo conto che le donne hanno sempre esercitato potere e influenza, spesso sottovalutato perché a scrivere la storia erano sempre degli uomini che guardavano dall’alto in basso o perfino con odio la loro influenza. Eppure le donne, nella storia, ci sono eccome: ne ho nominate molte in questo periodo ma nessuna raggiunse l’importanza di Aelia Pulcheria: non troverete mai il suo nome nella lista degli imperatori Romani, non troverete il suo nome nella lista dei Papi o dei grandi della chiesa. Eppure sappiate che, per molti versi, fu entrambe le cose, e non è dir poco: fu lei a salvare la transizione a Costantinopoli in due momenti chiave: alla caduta di Antemio e alla morte del fratello Teodosio II. Fu la vera imperatrice dal 418 al 453, anche se per alcuni anni il suo potere fu usurpato da Crisafio. Grazie a lei la legittimità si trasferì al marito di convenienza, Marciano. Fu lei a influenzare con forza sia il primo concilio di Efeso che quello di Calcedonia, due dei cinque più importanti concili ecumenici della chiesa. Fu lei a fare da madrina alla nascita della chiesa Calcedoniana, la chiesa madre di tutte le chiese occidentali e greco ortodosse. Non fu tutta acqua e sapone: era una donna dura, spigolosa, dominante e intollerante di qualunque posizione religiosa non ortodossa. Ma fu certamente una donna influente, che si meriterebbe di essere ricordata di più: a mio avviso, la più importante figura politica del quinto secolo dopo cristo, anche quando si includono i maschietti.

Contesa per il trono

Solidus di Petronio Massimo

A Roma, nel frattempo, Petronio Massimo iniziò a elargire grosse somme per comprarsi la legittimità che gli mancava: Licinia Eudossia, la vedova di Valentiniano, favoriva ancora Maggiorano, che dopo la morte di Ezio era oramai il comandante in capo dell’esercito d’Italia. Ma l’esercito era lontano, in nord Italia, mentre gli eventi si svolgevano a Roma, nel giardino di casa dei Senatori romani, i grandi proprietari terrieri della penisola. E Massimo era uno di loro, oltre che l’unico a potersi fregiare del grado di Patrizio, la dignità più alta dell’Impero. Massimo fece il giro dei grandi senatori e dei dignitari della burocrazia, elargendo ricchi donativi in caso di supporto alla sua candidatura al trono. È possibile che, nelle trattative per la sua nomina, Petronio Massimo promise la mano di Placidia, la più giovane delle figlie di Valentiniano, al senatore Olibrio, sempre della famiglia degli Anicii e uno dei più influenti senatori di Roma.

Sta di fatto che il giorno dopo la morte di Valentiniano III, Petronio Massimo fu nominato imperatore dei Romani dal Senato. Massimo, per prendersi un po’ della legittimità rimasta della casa imperiale, decise di sposare immediatamente Licinia Eudoxia, la ex moglie di Valentiniano: una unione forzata e sicuramente osteggiata dalla sposa, che non ebbe però voce in capitolo. Massimo decise di cooptare quanti più rivali possibili: promosse Maggiorano a Comes Domesticorum, sostanzialmente il comandante della guardia. Avito, il leader dei senatori gallici, fu nominato da Massimo Magister Militum per Gallias, il comandante in capo dell’esercito di Gallia. Il suo primo compito fu qualcosa a cui il nostro Avito, come ricorderete, era molto abituato: fu inviato a Tolosa per negoziare con i Visigoti e portare il loro nuovo Re Teoderic II ad appoggiare il nuovo regime imperiale. Sull’altro fronte caldo, quello di Costantinopoli, era assolutamente necessario assicurarsi l’approvazione di Nuova Roma: già altre volte l’occidente aveva provato ad eleggere il suo imperatore, salvo poi vedersi arrivare un’enorme armata orientale. A tal fine Massimo inviò il già citato Olibrio, da poco sposatosi con Placidia, per trattare con Marciano. Ricordatevi di Olibrio: è facile dimenticarsene, ma anche lui un giorno sarà imperatore, per quel che conterà ai suoi tempi.

Le altre azioni di Massimo furono in linea con il suo desiderio di stabilire una nuova dinastia al centro dell’impero: un desiderio che avranno molti altri, senza successo. Suo figlio Palladio fu nominato Cesare e promesso in matrimonio con Eudocia, la figlia maggiore di Valentiniano che era stata promessa in sposa da anni a Huneric, il figlio di Genseric, re dei Vandali. Questi aveva rispettato l’accordo con l’impero proprio nella prospettiva di unire la sua famiglia a quella imperiale Romana, sapendo che Valentiniano III non aveva eredi maschi. Con un po’ di fortuna, uno dei suoi rampolli un giorno sarebbe potuto diventare imperatore. Ma ora tutto questo fu cancellato: Massimo aveva dovuto dare la mano di Placidia ad Olibrio per assicurarsi il suo appoggio ed Eudocia gli serviva per stabilire la sua dinastia: il suo calcolo fu credo che questo valesse di più dell’inimicizia di Genseric. Si sbagliava di grosso.

L’ambizione del Re dei Vandali

Gli scrittori romani riferiscono che fu Licinia Eudoxia – la riluttante moglie di Massimo – ad informare con una lettera Genseric, qualcosa che assomiglia molto a quanto fatto dalla cugina-barra-cognata Onoria. Licinia Eudossia avrebbe chiesto a Genseric di venire a salvare lei e la sua famiglia dalla tirannia di Massimo. Ora questa storia – ancor più di quella di Onoria – non mi convince molto: Licinia Eudoxia aveva altri potenziali alleati, come ad esempio la corte orientale, che si rifiutò di riconoscere il regime di Massimo. I Romani, lo avrete notato, avevano un certo topos letterario nel quale le grandi disgrazie dipendevano sempre dalle donne. Eppure non possiamo escluderlo del tutto: Licinia era una donna potente, che aveva visto assassinare suo marito ed era stata costretta a sposare il suo probabile assassino: una donna del genere potrebbe aver preso una decisione disperata.

Credo però che sia altrettanto possibile che – da accorto politico quale era – Genseric avesse delle spie a Roma che inviarono un messaggio a Cartagine appena fu chiaro che Valentiniano III era morto, anzi questo è implicito in un frammento della storia di Prisco relativa a questi eventi. La risposta di Genseric fu infatti fulminea e degna di un altro grande stratega, Cesare: decise di non dare ai suoi nemici neanche un’ora per organizzarsi e consolidarsi. Appena seppe del caos a Roma fu dato il segnale di allestire la flotta e chiamare in assemblea l’esercito dei Vandali. Cartagine si preparava all’impensabile: inviare un esercito a Roma.

Hannibal ad portas!

Annibale: in Genseric ha trovato un degno successore

Nel frattempo Massimo continuava tranquillamente a gestire il governo a Roma, ignorante della minaccia che pendeva sulla sua testa. l’esercito imperiale rimase in Italia del nord, mi immagino Massimo pensare “meglio non avere reggimenti di dubbia fedeltà nelle vicinanze di Roma” salvo poi essere interrotto da un messaggero: “Cosa succede? I Vandali? Dove, come, quando?”

L’esercito dei Vandali deve aver navigato dalla Sicilia direttamente verso il Lazio prese Massimo completamente alla sprovvista ottenendo proprio l’effetto che aveva ottenuto Cesare 500 anni prima, attraversando il Rubicone con una sola legione: la completa sorpresa e il caos.

I Vandali erano sbarcati a pochi chilometri dalla capitale e Massimo si rese conto che non c’era alcuna seria forza militare che potesse impedirgli di marciare su Roma e prenderla. A questo punto però decise di morire con la spada in pugno e marciò contro l’invasore e una morte gloriosa.

Il peggior imperatore della storia di Roma

Lo so, non dovrei giocarvi questi scherzi: ma ogni tanto mi viene. Tutt’altro: Massimo convocò i notabili e i senatori e di fronte a questa audience attonita disse che non c’era nulla da fare, la cosa migliore sarebbe stata per tutti di fuggire e raggiungere le colline: i Vandali erano qui per saccheggiare la città, non per conquistarla. Una volta che se ne fossero andati i Romani sarebbero potuti tornare nelle loro case: siamo ahimè molto lontani dai tempi di Mario, Cesare e Traiano.

Massimo seguì ovviamente il consiglio che aveva dato ai Romani: decise che era arrivato il momento di farsi una bella gita fuori porta. Purtroppo per lui i Romani, alquanto irritati con lui, decisero di darsi appuntamento per salutarlo. Nella confusione fu colpito da una pietra in testa, cadde o fu tirato giù da cavallo, fu fatto a pezzi sul posto dalla folla e i suoi resti furono gettati nel Tevere, mentre la sua guarda del corpo si rendeva conto improvvisamente di avere di meglio da fare in questo istante. Non mi sento del tutto di criticare i Romani: a volte con certe persone la cosa migliore è farle a pezzi e gettarle nel fiume più vicino.

Petronio Massimo aveva governato l’impero per 77 giorni e a mio avviso si merita di entrare nell’olimpo dei peggiori imperatori romani, con una menzione speciale per la brevità del suo regno: complimenti Massimo, è difficile combinare un tale numero di disastri in soli 77 giorni. Ad essere onesti, il suo primo disastro fu circa sei mesi prima, quando ordì la congiura che tolse di mezzo Ezio, il vero governante dell’occidente e l’ancora a cui si era aggrappato per non naufragare. Dopo questo atto egregio, invece di imitare Ezio e lasciare in pace l’imperatore, dedicandosi solo ad eliminare i suoi concorrenti, Massimo riuscì a rompere anche la continuità legale della dinastia teodosiana-valentiniana, assassinando Valentiniano III. Spesso i disastri del quinto secolo sono attribuiti ai barbari saliti ai massimi livelli di potere e che non avrebbero avuto a cuore la sopravvivenza dell’Impero: Massimo non era un barbaro, ma un Romano, e che Romano: un rampollo della famiglia degli Anicii, di altissimo pedigree imperiale e forse persino di discendenza da una delle famiglie della Repubblica che avevano fatto grande Roma. La stupidità, l’arrivismo e lo scarso senso dello stato non conoscono nazionalità.

Il sogno di Annibale si avvera

Reppresentazione pittorica del sacco di Roma del 455

La morte di Massimo non risolse il problema dei Vandali, che erano appunto alle porte. Massimo, nel caos degli ultimi giorni, si era persino dimenticato di chiedere l’aiuto del sempre potente esercito presentale d’Italia, ancora perfettamente capace di difendere l’Italia dai Vandali ma ahimè focalizzato nella difesa del nord Italia, visto che negli ultimi decenni era da lì che erano venute tutte le minacce.

Abbandonata da ogni altra autorità e da una gran parte dei suoi abitanti, la città si rivolse alle ultime istituzioni rimaste in città: il senato e il papato. Una delegazione senatoriale, questa volta con tutta probabilità capitanata da Papa Leone – si recò da Genseric per negoziare un accordo. Era evidente a tutti che nessuno avrebbe potuto impedire ai Vandali di saccheggiare Roma, però almeno si poteva cercare di diminuire le perdite umane, da ambo le parti. Fu stretto un accordo: i Romani avrebbero fatto entrare i Vandali in città, con licenza di saccheggio di qualunque luogo, anche delle chiese, a patto di non compiere atti di violenza verso la popolazione.

E fu così che Genseric, la nemesi dei Romani, entrò nella città eterna e stabilì il suo quartier generale nel palazzo imperiale, sul Palatino: non si comportò però come un conquistatore, ma come un razziatore. I Vandali ebbero molto più tempo dei Goti e pertanto fecero un lavoro probabilmente assai più approfondito: la storia di Procopio ci riporta che saccheggiarono la città per 14 lunghi giorni. A quanto pare perfino il tetto del tempio di Giove Ottimo Massimo, sul Campidoglio, fu rimosso a metà, togliendo le tegole fatte di bronzo e dorate, che splendevano ogni volta che il sole le toccava. Il palazzo imperiale fu saccheggiato e ogni decorazione rimossa. Eppure tutto questo si svolse, per quanto possibile, in modo ordinato: gli archeologi non hanno trovato alcun segno di distruzione nelle case del quinto secolo, abbiamo visto come già il sacco di Alaric non vide distruzioni materiali della città, lo stesso può dirsi di quello di Genseric. La città fu spogliata dei suoi averi, ma quando infine Genseric riprese il mare, Roma era ancora in piedi e i suoi abitanti erano ancora in vita, seppur traumatizzati e impoveriti.

Un disastro peggiore del saccheggio

Genseric, come Alaric prima di lui, si portò a Cartagine anche un altro tipo di tesoro. Durante la sua permanenza a Roma fece in modo di impadronirsi di ogni membro della casa imperiale Romana rimasto: Licinia Eudoxia e le sue figlie Placidia e Eudocia furono caricate sulle navi: era tempo che la maggiore, Eudocia, sposasse suo figlio Huneric, come era stato promesso 13 anni prima, nel trattato con Valentiniano III ed Ezio. Per sovraprezzo anche Gaudenzio, il figlio di Ezio, fu portato a Cartagine. Roma non era stata spogliata solo dei suoi beni, ma anche di qualunque persona che potesse legittimare – con un matrimonio – un successore a Petronio Massimo.

Nonostante tutte le privazioni e le ricchezze rimosse da Roma, credo che fu proprio questo il frutto più avvelenato del sacco del 455: se le donne della casa imperiale fossero rimaste libere il prossimo imperatore avrebbe potuto sposarne una e reclamare una certa continuità dinastica con la dinastia regnante, e con essa un modicum di legittimità, proprio come Marciano in oriente. Invece Genseric le portò tutte in Africa.

Il peggior semestre della storia romana

Come ho accennato negli episodi precedenti, i Romani spesso riuscivano ad essere dei nemici di loro stessi assai peggiori di qualunque nemico: negli anni in cui avevano affrontato Attila – la più formidabile minaccia militare del barbaricum che Roma avesse mai affrontato – i Romani erano rimasti uniti, come spesso accade di fronte ad un nemico esterno. Nel momento del massimo bisogno i due imperi Romani erano perfino riusciti a collaborare nella reazione militare mentre l’occidente aveva mobilizzato ogni risorsa residua pur di non cedere all’Unno. Eppure, una volta scomparso il grande spauracchio, i Romani erano tornati a divorarsi l’un l’altro, causando danni ben peggiori di quelli che abbia mai inflitto Attila all’Impero.

Nei più terribili sei mesi a memoria d’uomo Roma aveva perso Ezio, poi Valentiniano III e poi era stata saccheggiata: un’intera generazione, la generazione di Galla Placidia, di Aelia Pulcheria, di Ezio, era oramai scomparsa, nel breve volgere di pochissimi anni. Presto morirà anche Marciano. Un enorme vuoto si è aperto nella governance dell’impero, e qualcuno dovrà riempirlo. Ma chi? Molti uomini si ritennero probabilmente degni di questo dubbio onore.

Nel prossimo episodio scopriremo chi riuscirà ad ottenere il supporto necessario per diventare imperatore: nell’assenza di altri elementi di legittimità, per la prima volta l’appoggio di un Re barbaro sarà fondamentale alla successione imperiale.


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Un pensiero riguardo “Episodio 37 – il sogno di Annibale (454-455) – testo completo

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