Non c’è due senza tre (468-472) – Ep 42, testo completo

Nello scorso episodio (clicca qui per leggerlo) l’invencible armada di Leone e Antemio ha fatto la stessa fine della sua illustre analoga del sedicesimo secolo. La notizia della terribile disfatta ha messo in moto le forze che metteranno la parola fine, nel giro di pochi anni, all’impero d’occidente.

Le brutte notizie per Antemio non sono però terminate. Euric marcia sulla Gallia e uomini potenti pianificano la sua deposizione. Ma l’imperatore non è un incapace, o un codardo. Non fuggirà né cederà di fronte ai suoi nemici, mentre la spirale della politica imperiale porterà alla guerra civile e infine ad una immane catastrofe per la capitale dell’impero, Roma.

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Un imperatore d’altri tempi

Solidus di Antemio

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Il regno di Antemio, iniziato sotto i migliori auspici, si era rivelato in realtà molto diverso dalle attese. Si può dire che il suo regno fallì già con la missione militare del 468, ma Antemio – a differenza di Maggiorano – non perse immediatamente il potere e la vita, segno che era riuscito a costruirsi una base di potere e consenso a Roma, e questo nonostante l’opposizione della chiesa. Papa Ilario, il successore di Leone al soglio di Pietro, aveva avuto molto da ridire a riguardo del nuovo imperatore. Antemio proveniva infatti da una famiglia tra le più colte in oriente e aveva studiato nella scuola filosofica di Atene, una istituzione dichiaratamente pagana dove studiavano ancora alcuni rampolli delle famiglie più ricche dell’oriente, con l’obiettivo di ricevere l’equivalente antico di una laurea ad Harvard o Oxford.

Antemio, pur cristiano ortodosso, era pienamente convinto che lo stato avesse la precedenza sulla religione e che qualunque persona, a prescindere dal suo credo, dovesse poter essere utile come servitore dello stato: pertanto emise un editto di tolleranza dei vari culti cristiani. Ancor peggio, pagani frequentavano apertamente la corte. Antemio fece inoltre riprendere l’antichissima tradizione dei Lupercalia, una delle feste pagane più amate dai Romani, e fece scolpire una nuova scultura di Ercole per decorare il circo massimo: azioni in genere popolari con il popolino romano, ma malviste dal Papa. Antemio non era però un pagano o un eretico: la sua formazione da gentiluomo classico, un tipo di istruzione che stava cadendo in disuso nel mondo mediterraneo, lo portava a rispettare il passato di Roma, un passato che rendeva la città un unicum nel mondo mediterraneo.

Il Papa era di diverso parere e richiamò Antemio: un augusto non poteva circondarsi di eretici e pagani. Antemio alla fine cedette, preoccupato di non alienarsi le gerarchie ecclesiastiche, dimostrando quindi di non avere la forza delle proprie convinzioni e allo stesso tempo avendo oramai compromesso la sua relazione con la chiesa Romana. Tutto questo avveniva mentre altre brutte notizie piombarono a Roma: I Visigoti erano in marcia contro l’Impero.

Un festino per corvi

Il regno di Euric alla sua morte, dopo la progressiva espansione negli ultimi anni dell’Impero Romano

Euric, il nuovo re dei Visigoti, approfittò della sconfitta di capo Bon per inviare il suo esercito in Iberia, alla conquista della penisola. Altre unità dell’esercito dei Visigoti spinsero i confini del regno verso nord e verso est, raggiungendo rapidamente la Loira e il Rodano. La Gallia romana era sempre più sotto attacco. Nello stesso frangente Genseric riconquistò Tripoli e la Sardegna, inviando le sue flotte a saccheggiare le coste italiane. Anche i popoli alleati di lunga data iniziarono a vacillare: gli Alemanni rinunciarono loro stessi al trattato con l’impero. Sin dal quarto secolo oramai gli Alemanni erano in sostanza alleati di Roma e ne proteggevano con efficacia la frontiera Renana nel suo tratto meridionale, in quella che oggi è l’Alsazia. Gli Alemanni, come i Franchi, erano rimasti leali alleati per decenni, nonostante la progressiva crisi del potere romano. Ora però era evidente a tutti che l’impero era in disfacimento e gli Alemanni iniziarono ad espandersi nel Norico e nella Rezia, le moderne Svizzera e Austria, con l’intento di occupare le terre tra il Danubio e le Alpi..

Goto Impellicciato

Le notizie sempre più fosche unite all’uccisione di Marcellino in Sicilia misero sul chi va là Antemio nei confronti del suo teoricamente sottoposto Ricimer (qui la sua ascesa). La tensione tra i due aumentò al punto che iniziarono a scambiarsi epiteti: a quanto pare Antemio iniziò a chiamare Ricimer “pellitus geta” o Goto impellicciato, facendo riferimento alla sua origine barbarica, mentre quest’ultimo ritorse con “Galata concitatus” o eccitabile galata, alludendo alla sua origine orientale e quindi più straniera dell’italiano Ricimer, oltre che prendendo in giro il carattere irascibile dell’imperatore.

Odoacre e Romolo Augustolo: Odoacre era della casa regnante degli Sciri

Quello stesso anno, il 469, in Pannonia si combatté una battaglia lontana dal dramma che si stava svolgendo nel mediterraneo, ma che sarà fondamentale per il futuro della nostra narrazione. La battaglia si combatté sul fiume Bolia, lo scontro contrappose gli Ostrogoti di Valamer agli Sciri di Edeko. Forse ricorderete che Edeko era uno dei capi degli Unni, fu proprio lui che si recò a Costantinopoli con Oreste, un altro personaggio che sta per rientrare nella nostra storia. Per rileggere la storia dell’ambasciata romana agli Unni, potete leggere l’episodio 33.

Nella battaglia perirono sia il re degli Ostrogoti che Edeko, ma la vittoria andò ai Goti. I figli di Edeko riuscirono a mettersi in salvo, ma tra la casata di Edeko e gli Amali a capo degli Ostrogoti correrà sempre un cattivo sangue, fino alla fine. Uno dei figli di Edeko si recherà in oriente e farà carriera, diventando con il tempo Magister Militum. L’altro figlio di Edeko si rifugerà con molti dei suoi ex seguaci in Italia, dove finiranno tutti arruolati nell’esercito d’Italia. Il nome del figlio di Edeko che scelse l’Italia era probabilmente in germanico Odowacar, in latino era Odovacer, noi lo abbiamo sempre conosciuto come Odoacre.

Guerra civile

Moneta di Ricimer?

L’anno seguente, il 470, all’improvviso Antemio si ammalò e fu sul punto di morire. Ripresosi, Antemio sospettò che la stessa manina che aveva fatto fuori Marcellino fosse dietro la sua misteriosa malattia. Una rapida indagine sui potenti in città fece saltare fuori il nome di Romano, uno dei più importanti membri dell’aristocrazia imperiale. Antemio, una volta raccolte prove a sua opinione irrefutabili, fece condannare a morte Romano, un nostro vecchio amico che probabilmente avete dimenticato. Romano si era infatti recato in ambasceria da Attila in contemporanea con il nostro inviato Prisco, trovo interessante come tutte le storie degli anni della fine dell’impero romano convergano sempre verso la corte di Attila. Va aggiunto che la figlia di Romano era andata in sposa al suddetto Oreste, un nativo della pannonia romana che aveva però militato a lungo con gli Unni, guidando perfino l’ambasciata che era giunta a Costantinopoli alla corte di Teodosio II. Il nipote di Romano si chiamava Romolo, un giorno la storia lo conoscerà come Romolo Augustolo.

Una volta eseguita la condanna Antemio dovette affrontare le conseguenze. Il problema era che Romano era un uomo di Ricimer, cosa che svela– se ancora ce ne fosse bisogno – come Ricimer non fosse il capo barbaro e di milizie barbare che la storiografica classica ci ha dipinto ma un politico romano di origine barbariche, come tanti altri ben inserito nei più alti gradi della società romana.

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L’uccisione di Romano fu l’ultima goccia per Ricimer, che abbandonò in fretta e furia la città con al seguito i suoi bucellari e seimila uomini dell’esercito d’Italia, probabilmente una buona fetta di quello che rimaneva delle truppe comitatensi d’Italia. Ricimer viaggiò verso il nord della penisola, in quelle regioni dove più forti erano i suoi legami politici e dove poteva contare sulla vicinanza di uno stretto alleato, il re dei Burgundi Goar. Infatti durante il regno di Libio Severo, Ricimer aveva stretto una alleanza politico-matrimoniale con i Burgundi: Goar aveva sposato la sorella di Ricimer e in cambio Goar era stato fatto Magister Militum per Gallias, un ruolo prestigioso per un Re dei Germani anche se oramai privo del potere che aveva avuto una volta. Finora il ruolo principale di Goar era stato quello di cercare di contenere l’avanzata dei Visigoti di Euric.

Nord contro sud

Milano tardoantica

Ricimer riuscì a raggiungere l’antica capitale imperiale di Milano, una città che era molto fedele al nostro Re senza corona e che aprì le porte al suo seguito. L’Italia, in questo pericoloso frangente nel quale era attaccata su due fronti dalle truppe di Euric e dalle navi dei Vandali, finì quindi divisa in due, con il nord fedele a Ricimer e il centrosud ad Antemio, in quella che sembra una prova generale di divisioni a venire.

Un tempo si assumeva che a sostenere Ricimer furono in sostanza gli elementi barbarici dell’esercito, mentre Antemio chiamò a raccolta le forze più conservatrici e anti-barbariche della società romana. Questa lettura è durata a lungo ma è stata di recente rimessa in discussione, soprattutto grazie all’attenta analisi delle fonti sopravvissute e delle tracce archeologiche. Quello che sappiamo è che i due scrittori romani più importanti dell’epoca immediatamente successiva, Ennodio e Cassiodoro, si schierarono su fronti diametralmente opposti pur essendo entrambi Romani. Il Ligure Ennodio era chiaramente convinto della giustezza della causa di Ricimer, arrivando a considerare Antemio un usurpatore orientale, un piccolo greco arrogante che non aveva rispetto delle tradizioni di autogoverno dell’Italia. Ricordo che la Liguria, nel quinto secolo, corrispondeva in realtà alla Lombardia e al Piemonte settentrionali. Di converso il calabrese Cassiodoro sostiene la versione di Antemio, deprecando il tradimento di Ricimer, un uomo che ha rotto il vincolo più sacro per la società romana: l’adfinitas, l’alleanza matrimoniale con la quale si era legato alla casa di Antemio.

La questione non è ristretta a questi due importanti autori: abbiamo anche testimonianze archeologiche che fanno riferimento alla discordia nella Repubblica causata da una controversia interna, mentre nessuno fa riferimento ad un conflitto tra Romani e barbari. Germani e Romani, nel conflitto che verrà, saranno presenti in entrambi i fronti, anche se in proporzioni diverse.

Per l’intero anno le due corti e le due fazioni rimasero armate a guardarsi in cagnesco, senza che nessuno dei due tentasse di muovere per dare il colpo di grazia: d’altronde se Ricimer avesse attaccato Roma avrebbe probabilmente sguarnito i passi alpini, invitando i Germani a valicarli e dilagare in pianura padana. Di converso Antemio aveva bisogno di tutte le forze possibili per respingere potenziali attacchi via mare da parte di Genseric.

Il vescovo di Pavia

Pavia (Ticinum) al tempo dei Romani

Nella contesa si inserì a questo punto uno dei grandi diplomatici del tempo, il vescovo di Pavia Eufemio. Sappiamo molto di quanto accadde in questi anni proprio grazie alla sua biografia scritta dal successore Ennodio, che ho già nominato, uno degli scrittori italiani del sesto secolo.

Il problema per i duellanti fu che per tutto il 470 i Visigoti di Euric avevano allargato la loro sfera di influenza in Gallia, annettendosi nuove province e avvicinandosi sempre di più alle alpi. I nobili della Liguria si presentarono quindi a Ricimer e chiesero di negoziare un accordo con Antemio: l’imperatore Greco non piaceva neanche a loro ma la precedenza doveva andare alla protezione dello stato, viste le condizioni in cui versava la Gallia. Ricimer non era insensibile alle loro richieste, erano d’altronde i senatori del nord che sostenevano il suo regime: si rassegnò quindi ad inviare Eufemio a negoziare un accordo con Antemio.  Credo che lo fece anche a causa della nuova alleanza matrimoniale di Antemio, ma per parlare di questo dobbiamo fare un passo indietro e volare in oriente per parlare di Leone, Zenone e Aspar e del dramma di cui furono protagonisti

Showdown a Costantinopoli

Missorium di Aspar (al centro)

Ho iniziato a parlare di Aspar, che ci crediate o no, nell’episodio 27, quando fu inviato al seguito del padre Ardabur per mettere sul trono d’occidente il piccolo Valentiniano III e sua madre Galla Placidia: era il 425 e siamo oggi al 471. Per tutti questi lunghi anni Aspar, figlio di Ardabur, Magister Militum e ariano convinto è stata una figura formidabile nella politica dell’impero Romano d’oriente. E’ stato lui a definirne spesso la politica estera, una politica volta al disimpegno dall’occidente: Aspar aveva un’opinione precisa della posizione di Nuova Roma, stretta tra il barbaricum d’oltre Danubio e i Persiani sulla frontiera orientale. In queste condizioni per Aspar non c’era la possibilità di aprire nuovi fronti ad occidente. La terribile sconfitta di Capo Bon, (clicca qui per leggere l’episodio 41) nella quale era bruciata la flotta e buona parte del tesoro di Costantinopoli, sembrava aver fatto giustizia della sua politica.

Una delle ragioni del prolungato successo politico di Aspar si deve al suo particolare legame con molti dei popoli che si erano dichiarati indipendenti alla caduta dell’impero degli Unni, primi tra tutti gli Ostrogoti. Gli Ostrogoti, ricordiamolo, erano i Goti che dal 376 al 454 erano stati assoggettati agli Unni. Assieme ai figli di Attila avevano combattuto la battaglia del Nedao, venendo con questi sconfitti. Aspar si era impegnato a convincere l’imperatore Marciano – che gli doveva la nomina a imperatore – a sistemarli in Pannonia, facendone degli alleati di Roma e al contempo utilizzandoli come bacino di reclutamento per l’esercito orientale. Aspar era stato anche il mentore di un giovane principe degli Ostrogoti, un certo Thiudereiks; un giorno qualcuno lo chiamerà Teodorico il grande, ma di questo parleremo altrove.

Alla morte di Marciano, Aspar aveva elevato al trono Leone, contando che sarebbe stato un facile strumento nelle sue mani, mancandogli legittimità, fama e appoggi politici. Leone si era dimostrato però un imperatore tutto fuorché malleabile: come forse ricorderete Leone aveva trovato infatti degli alleati nei selvaggi Isaurici, una popolazione sufficientemente marziale ma di cittadinanza romana. Gli Isaurici avevano fornito truppe non germaniche all’impero e il loro comandante, Zenone, era diventato il capo degli Excubitores, la guardia personale dell’imperatore.

Nel 466 Zenone era riuscito a mettere le mani su delle lettere compromettenti tra il figlio di Aspar e dirigenti persiani. Ardabur, questo il suo nome, fu allontanato dalla sua importante carica militare. La ricompensa per Zenone fu il matrimonio con Ariadne, la primogenita di Leone, un matrimonio che avrà conseguenze di lungo periodo. In seguito alla caduta del figlio, l’influenza di Aspar sulla politica orientale si ridusse al punto che Leone ebbe l’indipendenza per allestire la sua grande spedizione in occidente, non che ne fosse venuto nulla di buono né per l’Impero né per l’Imperatore.

Al ritorno delle truppe dall’Africa, Aspar era tornato al centro della politica orientale, forte dell’insuccesso. Aveva anche iniziato a spingere per avere suo figlio Patricius come sposo di Leonzia, la seconda figlia di Leone. Credo che Aspar avesse pianificato questa mossa da decenni: suo figlio minore, Patricius, aveva ricevuto un nome latino proprio per agevolarne la successione al trono mentre i due fratelli maggiori avevano nomi nella tradizione alanico-germanica del padre.  

Per agevolare le nozze Leone giunse perfino a nominare il giovane Patricius al rango di Cesare, un titolo che era oramai caduto in disuso da decenni ma che serviva a segnalare l’intenzione dell’imperatore di farne il suo successore. A questa notizia ci furono rivolte della popolazione di Costantinopoli: i Romani chiarirono così, ancora una volta, che non avrebbero mai concesso che un ariano, per giunta di sangue barbarico, divenisse imperatore. Al fine di stemperare l’opposizione Patricius decise di convertirsi al cattolicesimo.

Non valse a nulla: Leone era stato costretto dalla situazione a elevare la famiglia degli Aspari ad un passo dal trono ma non aveva nessuna intenzione di vederli coronare il loro sogno imperiale. Zenone e Basilisco ebbero l’ordine di preparare nel più completo segreto delle truppe pronte ad intervenire. Quando tutto fu pronto, Leone agì, in una notte di sangue degna delle migliori trame del Trono di Spade. Nel giugno del 471 infatti le guardie di Zenone riuscirono a sorprendere a palazzo Aspar e i suoi figli: gli Aspari furono trucidati. Solo Patricius sopravvisse, anche se fu gravemente ferito. Immediatamente si scatenarono dei nuovi pogrom a Costantinopoli, destinati a purgare l’esercito dei seguaci di Aspar, ma ne fecero le spese anche molti semplici cittadini e soldati di origine germanica, soprattutto se ariani. Il popolino e il clero di Costantinopoli odiavano infatti la presenza degli ariani nella capitale. Il massacro avrà conseguenze importanti ma per ora basti sapere che l’oriente, in preda alla confusione, non aveva avuto la possibilità di far pesare il suo parere nella contesa tra Ricimer e Antemio, che si era svolta in contemporanea. Una conseguenza di maggior lungo periodo fu che, con l’eliminazione di Aspar, l’oriente, per la seconda volta, evitò il destino della progressiva germanizzazione dei suoi vertici militari, non che la cosa in se fosse negativa.

Galata eccitabile

Leone, nonostante il dramma che si stava svolgendo a Costantinopoli, non aveva però dimenticato Antemio: non poteva inviargli aiuti militari ma decise di inviargli comunque l’aiuto che poteva donargli: libera del fidanzamento con Patricius, Leonzia fu data in sposa a Marciano, il figlio di Antemio. I due Augusti oramai erano consuoceri di un’unica famiglia imperiale, un chiaro segnale che Leone era ancora in tutto e per tutto deciso a sostenere Antemio. Ricimer comprese il messaggio e capì che era arrivato il tempo di trattare.

Alla fine del 471 Il vescovo di Pavia, Eufemio, fu inviato da Ricimer e i suoi a Roma, per trattare con il Galata eccitabile, l’imperatore Antemio. Antemio li ricevette con tutta la freddezza di cui era capace, lamentandosi della malvagità e della duplicità del barbaro. L’imperatore aveva sacrificato alle ragioni di stato le sue convinzioni e aveva lasciato che suo figlia sposasse il barbaro, per tutta ricompensa Ricimer lo aveva ripagato con il tradimento. Ennodio ci riporta nella sua “vita di Eufemio” un discorso di Antemio che vale la pena citare, perché anche se non riporta parola per parola quello che Antemio disse davvero credo sia vicino alla realtà: “Ricimer si è rivelato un nemico ancora più determinato ogni volta che lo abbiamo ricoperto dei favori più grandi. Quante guerra ha preparato contro lo stato? Quanto si è rafforzata, grazie a lui, la furia delle popolazioni straniere? Infine, quando non poté danneggiarci direttamente, ha dato esche a chi poteva nuocerci. E noi daremo la pace a costui? Sopporteremo chi straparla di amicizia ma è al contempo un nemico interno, che neanche i vincoli di parentela tennero legato al patto di concordia?”

Nonostante il parere personale di Antemio era evidente che la situazione italiana era impossibile da mantenere senza l’accordo dei due, credo che molto contribuirono le indubbie capacità negoziali di Eufemio. Si giunse infine ad una tregua: le due parti dell’Italia avrebbero deposto le armi e collaborato a controbattere a quella che era in questo frangente la principale minaccia barbarica a Roma e no, non sto parlando per una volta dei Vandali. Euric, con i suoi Visigoti, era rapidamente diventato il nemico pubblico numero uno: anche la roccaforte di Clermont, in Auvergne, era sotto assedio, si trattava della città di Sidonio Apollinare. Perfino Arles, la capitale di quello che restava della Gallia romana, era sotto attacco.

Antemio mise quindi al comando di suo figlio Antemiolo quello che restava delle sue truppe e ad esse si unirono una parte degli effettivi di Ricimer, una volta che queste marciarono verso nord. Ma Euric non era un ingenuo e le spie che aveva in Italia lo informarono della missione: mentre Antemiolo attraversava le Alpi Euric guadò per la prima volta il Rodano, giungendo a tendere un agguato alle forze romane in marcia per Arles. Antemiolo fu sconfitto in una terribile battaglia in cui il fior fiore di quello che restava dell’esercito d’Italia perì, assieme a tutto l’alto comando dei Romani. Antemiolo condivise la tragica fine dei suoi soldati.

Guerra civile, parte seconda

Roma nel tardo impero

Il disastro di Antemiolo portò la reputazione di Antemio ad un nuovo nadir. Per Ricimer fu l’ultima goccia: Antemio aveva fallito in tutto, la spedizione militare contro i Vandali era stata un disastro, i Visigoti si erano ribellati e ora divoravano le terre dei Romani. Ad aggiungere sale sulle ferite, i Goti avevano appena inflitto una disastrosa sconfitta all’esercito d’Italia. Per Ricimer fu il segnale che questo impudente Greco andava rimosso a tutti i costi, per il bene della Res Publica si intende. Inviò immediatamente messaggeri presso i Burgundi chiedendo rinforzi, in cambio offrì al figlio minore di Goar, Gundobad, la carica di Magister Militum per Gallias e la possibilità di una carriera politica nell’Impero. L’alleanza fu suggellata e i rinforzi giunsero a Milano, Ricimer era pronto alla guerra.

Antemio, ricevuta la notizia del disastro del figlio, non ebbe il tempo di piangerlo. La sua vita e quella di tutta la sua famiglia erano a rischio ma, in suo onore, va detto che Antemio non fuggì a Costantinopoli, dove sarebbe stato al sicuro, ma si decise a combattere per la sua sopravvivenza. Inviò messaggi disperati a Leone, chiedendogli rinforzi. In contemporanea inviò anche una lettera ad un certo Bilimer, un comandante di origine Gotica che probabilmente serviva come ufficiale romano, chiedendogli di venire il più velocemente possibile a Roma.

Ricimer mosse contro Roma con la parte di esercito che lo aveva seguito a Milano, con i suoi bucellari e con l’armata dei Burgundi. E’ quasi certo che facesse parte dell’armata il nostro Odoacre. Antemio, da parte sua, non aveva molte truppe per difendersi, dopo la sconfitta dell’esercito di Antemiolo. Chi lo avrebbe dunque difeso a Roma? Le nostre fonti ci dicono che l’imperatore ebbe il sostegno della popolazione romana e dei magistrati: nonostante fosse un Greco, nonostante fosse un aristocratico che aveva studiato in una scuola pagana, nonostante le sconfitte, nonostante la situazione disperata, nonostante tutto pare che alla fine la popolazione di Roma e i maggiorenti nella capitale avessero deciso di appoggiare questo imperatore venuto da lontano. Ci si potrebbe chiedere come mai: la decisione più ragionevole sarebbe stata quella di arrendersi a Ricimer, invece la proverbiale testardaggine dei Romani ebbe un ultimo sussulto di orgoglio. Credo che alla fine i Romani si fossero affezionati a questo imperatore capace ma sfortunato, colto ma marziale, cristiano ma tollerante delle tradizioni pagane di Roma che ne facevano un posto unico al mondo e che molti Romani avevano desiderato continuare anche una volta cristianizzati.

La lettera segreta

Moneta di Olibrio

Ricimer, una volta giunto nel Lazio, non passò però ad un attacco frontale: immagino che fosse convinto che sarebbe stato sufficiente dimostrare a tutti quanto fossero soverchianti le sue forze per poter convincere i possidenti di Roma a consegnarli Antemio e la città di loro spontanea iniziativa. Ricimer si accampò nei pressi della città, forse nei pressi del Ponte Salario, e ne bloccò gli accessi e i porti sul Tevere, e attese. E attese. E attese: ma nulla, la città non si arrese e continuò testardamente a sostenere Antemio. Eravamo nel Febbraio del 472 ed era iniziato quello che sarebbe stato un lungo e tormentato assedio. Poche settimane dopo giunse dall’oriente una nave che sbarcò nel porto di Ostia e che era destinata a cambiare le sorti della guerra civile.

Sulla nave c’era una vecchia conoscenza, il senatore Olibrio, marito di Placidia e l’ultimo membro della casata Valentiniano-Teodosiana, almeno per mezzo del suo matrimonio. La sua presenza a bordo di questa nave va spiegata.

Leone era sempre alle prese con le conseguenze della caduta di Aspar ma non aveva dimenticato il consuocero. La versione ufficiale è che inviò Olibrio come suo messaggero in occidente, con il compito di sostenere Antemio nelle sue negoziazioni con Ricimer e poi la missione di partire per l’Africa e negoziare un accordo anche con la bestia nera dei Romani, l’immarcescibile Genseric, che era sempre stato un suo sostenitore. In teoria una missione realistica: Olibrio era un occidentale, un membro della potente famiglia degli Anicii da cui veniva anche Petronio Massimo, in più la sua buona condotta era assicurata dal fatto che sua moglie e figlia rimasero a Costantinopoli, in una implicita condizione di ostaggi.

Eppure Malalas, uno storico siriano che è la nostra fonte principale per questo affaire, sostiene che assieme ad Olibrio viaggiava un ufficiale della corte di Leone con una missiva segreta dedicata agli occhi di Antemio: nella lettera Leone informava il collega occidentale che aveva purgato Costantinopoli di Aspar e dei suoi e continuava consigliando il corso di azione ad Antemio “devi uccidere quanto prima il tuo genero Ricimer, prima che ti tradisca. Inoltre ti ho anche inviato il patrizio Olibrio. Desidero che tu lo uccida, così che tu possa regnare senza timore che qualcuno ti soppianti”.

Ora questa storia è stata giustamente messa spesso in dubbio: pare il tipico esempio di costruzione ex post degli eventi, forse da parte di Ricimer per coprire il suo piccolo colpo di stato che compirà tra poco. La seconda possibilità è che fosse un’interpretazione degli eventi da parte degli storici successivi, con il tipico meccanismo del senno del poi. La terza possibilità è che si tratti di quanto accadde veramente, prima di poterlo affermare dovremmo vedere le cose dal punto di vista di Leone: quando inviò la supposta missiva Leone non sapeva che Ricimer si era già nuovamente ribellato, in più pare che Leone fosse deciso a fondare una nuova duratura dinastia di suoi discendenti e Antemio oramai faceva parte della “ditta” mentre Olibrio era decisamente fuori e andava rimosso. Però Leone non poteva semplicemente ucciderlo a Costantinopoli, non con la situazione in oriente ancora delicata. Se invece fosse stato ucciso a Roma, Leone avrebbe potuto lavarsi le mani di un atto certamente impopolare. E’ quindi possibile che Leone, un imperatore capace di essere spietato, avesse deciso questo piano convoluto.

Questa è almeno l’opinione di Ian Hughes, il cui libro è una delle mie fonti principali per questo periodo. Sottolineo che Umberto Roberto, uno storico italiano i cui scritti sono illuminanti per questo periodo, è di opinione contraria e sostiene che tutta questa storia faccia parte di una negoziazione tra Ricimer e Genseric, che io ritengo improbabile data l’animosità tra i due.

Se diamo per buona la storia della lettera le cose sarebbero andate più o meno così: all’arrivo della missione ad Ostia gli agenti di Ricimer, con l’ordine di cercare chiunque sbarcasse, trovarono la lettera di Leone e la portarono dritta a Ricimer. Questi, una volta lettala, la mostrò a Olibrio, che si rese conto del tradimento di Leone. A questo punto Ricimer e Olibrio avrebbero stretto un patto di alleanza e nell’Aprile del 472, mentre l’assedio era ancora in corso, Olibrio fu incoronato da Ricimer e i suoi imperatore dell’occidente, un fatto questo incontrovertibile.

Il terzo sacco di Roma

A questo punto la morsa di Ricimer si strinse ancora di più sulla capitale: nessun aiuto era giunto dall’oriente e ora Ricimer aveva il paravento legale di un imperatore “legittimo”. I suoi conquistarono la sponda sinistra del Tevere: i campi vaticani, monte Mario, Trastevere. A quanto pare riuscirono anche a bloccare il porto fluviale di Roma, bloccando qualunque rifornimento alla città dove iniziò a serpeggiare la fame e poi la sua sorella, la peste. Neanche allora però la città cedette e attese, scrutando all’orizzonte e sperando di vedere l’arrivo di nuove truppe a levare l’assedio.

I loro desideri furono realizzati: ad inizio Luglio del 472, mentre l’assedio durava ancora da cinque mesi, i soldati di Bilimer finalmente arrivarono a Roma. Ritrovatisi tagliati fuori dalla città, l’ultimo esercito di Antemio provò a forzare il blocco, all’altezza del Mausoleo di Adriano, il moderno castel S. Angelo. Nella battaglia Bilimer fu ucciso e buona parte del suo seguito decise di unirsi a Ricimer. Per gli assediati ora davvero non c’era più speranza e finalmente i difensori della città si arresero. Quello che ne seguì fu un evento che è ignoto ai più ma che nella sua tragicità segnò per i contemporanei il passaggio di un’epoca.

Le truppe di Ricimer, molti foederati, i Burgundi e gli altri che lo avevano seguito avevano rischiato la vita per cinque mesi, l’assedio era stato lungo e faticoso. Quando le armi dei difensori caddero a terra cadde con esse qualunque restrizione. I soldati volevano una ricompensa, volevano ricchezze, volevano degli schiavi, volevano delle donne. Quello che seguì fu l’orrore che accompagna di solito la caduta di una grande città, questa volta senza nessuna moderazione come nel caso dei saccheggi più o meno “civilizzati” compiuti da Vandali e Goti.

Le schiere barbariche si lanciarono sui quartieri che avevano sopportato l’assedio, devastandoli. Fu il terzo sacco di Roma e si svolse nei primi giorni di luglio del 472, al cospetto del nuovo imperatore Olibrio e del suo generalissimo Ricimer, testimoni inerti del dramma, che non era certamente nei loro piani. A quanto pare Ricimer riuscì almeno a tenere sotto controllo le truppe sotto il suo diretto comando, riuscendo a costruire un perimetro di calma intorno a se, ma nel resto della città fu la solita sequela di incendi, stupri, uccisioni, caos. L’impero dei Romani bruciava con la città che gli aveva dato i natali.

San Pietro

Come appariva nel medioevo la basilica antica di San Pietro, il cui cuore risaliva ai tempi di Costantino. Fu demolita per far posto alla nuova basilica di San Pietro, quella attuale

Mentre le milizie romano-barbariche saccheggiavano la città, Antemio cercò di mettersi in salvo, forse sperando di raggiungere l’oriente. Deposta la veste imperiale e il diadema, disarmato, l’imperatore prese le sembianze di un mendicante, scese dal Palatino, attraversò il Tevere e si nascose nella chiesa di Santa Maria in Trastevere o a San Pietro. Antemio sperava di confondersi tra la massa spaventata che affollava la chiesa, in attesa che il sacco terminasse. Ma non era destino: forse qualcuno lo riconobbe, comunque una soffiata giunse a Gundobad, il capo dei Burgundi. Fu Gundobad in persona a presentarsi all’ingresso della chiesa: si mise a cercare tra la gente, trovò Antemio, estrasse la spada e senza pietà lo decapitò. Si compiva così, l’undici luglio del 472, il destino sventurato dell’imperatore Antemio, massacrato in veste di mendicante da un principe burgundo che seguiva gli ordini di Ricimer, lo sterminatore di imperatori.

L’ultimo imperatore

Antemio è un imperatore dimenticato, ancora più oscuro dell’altro imperatore d’occidente che provò a sconfiggere i Vandali, Maggiorano. Molti lo mettono nel mucchio degli imperatori inutili ed inefficaci che costellano gli ultimi anni dell’Impero, ma non credo sia un giudizio corretto. Se l’avventura di Basilisco fosse finita in modo diverso, e c’erano tutti gli elementi per crederlo, Antemio avrebbe potuto costruire una base solida per il suo potere, probabilmente Euric non avrebbe avuto l’ardire di ribellarsi e Antemio avrebbe avuto anni per consolidare la sua posizione a Roma, cosa che gli riuscì perfino nelle terribili condizioni politiche seguenti al disastro di Capo Bon. La sua autorità in più era riconosciuta da Siagrio in Gallia e da Giulio Nepote in Dalmazia, gli elementi per rimettere in extremis insieme un impero funzionante c’erano ancora, all’inizio del suo regno. Credo avrebbe dovuto pretendere di comandare lui la spedizione in Africa, ho l’impressione che Antemio sarebbe stato un osso assai più duro per Genseric di Basilisco. In definitiva, per dirla come la famosa scritta ad El Alamein, credo che ad Antemio mancò la fortuna, non il valore. L’imperatore Antemio morì invece tragicamente nella sua città adottiva, Roma. Fu la vittima più illustre in un saccheggio terribile che devastò l’antica capitale dell’Impero.

Il trauma della sua caduta e il terzo sacco di Roma in settanta anni sono spesso ignorati dagli storici, eppure la distruzione di importanti infrastrutture della città, la perdita di uomini validi sia nel governo che nell’esercito, le spese militari per la guerra civile e la necessità di spendere ulteriori somme per rimettere in piedi la città debbono aver avuto un effetto devastante sulle casse imperiali e sulla capacità dello stato di reagire. Le guerre civili, è noto, sono il genere peggiore di guerra perché ogni soldo speso, ogni uomo perso da entrambe le parti è una perdita netta per lo stato.

Re delle ceneri e della morte

Ritratto fantasioso di Ricimer: come moltissimi suoi connazionali, nonostante le sue origini etniche, Ricimer si vestiva e si comportava da romano.

Ricimer finalmente dominava pressoché incontrastato nella sua capitale devastata, un Re della cenere che mi ricorda la Daenerys Targaryen degli ultimi episodi del trono di spade. Ricimer non era però un folle ed era consapevole che quello che era appena accaduto era un disastro di massime proporzioni e cercò di prendere una prima misura per ristabilire l’ordine. Quando gli venne consegnato il cadavere di Antemio, Ricimer gli fece avere una sepoltura degna di un imperatore, quasi un estremo riconoscimento del suo coraggio, forse un primo tentativo di riconciliare il corpo lacerato della politica romana.

Qualunque cosa avesse in mente, Ricimer non poté godersi a lungo il trionfo. In quella che sembra una sceneggiatura hollywoodiana, dopo aver passato tutta la vita a passare sopra i cadaveri dei suoi nemici e concorrenti e appena 34 giorni dopo la conquista di Roma, Ricimer morì. L’anima nera della politica romana si spense in quella che tutte le fonti riportano come una morte naturale ma che è ovviamente almeno un po’ sospetta, anche considerando che pare che fu la conseguenza di una emorragia interna.

La figura di Ricimer è ovviamente e giustamente controversa: per secoli si è visto in lui l’anima nera dell’influenza barbarica su Roma. Ricimer è stato in questi racconti un invidioso barbaro con il solo desiderio di distruggere l’impero Romano, con l’obiettivo di costruirsi un regno tutto per se e per la sua gente.

Oggi la storiografia ha credo rimesso nel suo contesto la sua figura: Ricimer va visto come il successore di Stilicone, Flavio Costanzo ed Ezio e questo fu, la sua origine etnica e la sua religione sono fattori importanti per determinarne la politica – Ricimer non poteva ambire al trono imperiale – ma nulla nelle sue azioni dimostra che si sentisse null’altro che un generale e patrizio dell’Impero Romano. Come tale si comportò per tutta la sua vita e le sue azioni vanno viste nel quadro della politica imperiale, visto che non agì mai da solo ma sempre in concerto, a volte più a volte meno, con il senato di Roma. Più che ricordarmi Attila, Ricimer mi ricorda Petronio Massimo, l’uomo che contribuì a uccidere Ezio e Valentiniano III. Entrambi erano politici senza scrupoli, entrambi decisi a conquistare il potere a tutti i costi, con l’unica differenza che uno era un Romano di Roma, l’altro un Romano di origine barbariche, una differenza che in definitiva non conta nulla. Ricimer fu ovviamente di assai maggior successo di Petronio Massimo, riuscendo a dominare la complicatissima politica dell’occidente per ben 15 anni ma in definitiva il suo dominio fu quasi altrettanto nocivo di quello di Massimo alle prospettive di sopravvivenza dell’Impero. Chi fu dunque Ricimer? Fu un barbaro o un Romano, un generale o un politico, un traditore o un servitore dello stato? Credo che fu un politico romano del quinto secolo, come ce ne furono tanti, purtroppo se posso aggiungere.

Nel prossimo episodio Olibrio si godrà brevemente il suo posto al sole, prima che il walzer delle poltrone riprenda il suo inesorabile balletto, sempre più vicino però all’ultimo giro prima che calino definitivamente le tende sull’Impero Romano d’occidente.

Grazie mille per l’ascolto, e grazie a Debora che è costretta volente o nolente ad ascoltarmi. Se volete inviarmi commenti o domande, scrivetemi a info@italiastoria.com. Se il podcast vi interessa vi prego di lasciare una recensione, le leggo tutte! Seguitemi su Instagram, Facebook o Twitter all’account italiastoria. Andate anche sul mio sito www.italiastoria.com per trovare i testi del podcast, mappe e anche le modalità per sostenermi. Alla prossima puntata!

Un pensiero riguardo “Non c’è due senza tre (468-472) – Ep 42, testo completo

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