L’arte longobarda del VII secolo (568-712), ep. 164

Con le immagini delle opere d’arte

In questa seconda parte “artistica” dedicata al VII secolo, viaggiamo nel regno longobardo a caccia dei primi segni di quella che sarà la rinascita liutprandea: dai plutei di Teodote ai tesori di Monza, vediamo come nasce il bestiario medievale e come l’influenza dell’arte pannonica penetrino in Italia, dando vita ad un nuovo stile destinato ad avere grande fortuna.

Nell’immagine: fibula a S longobarda, vista da Caterina Mendolicchio. Visitate il suo profilo! https://www.instagram.com/caterina.mendolicchio/

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Principali opere della puntata

Il tesoro di Teodolinda a Monza

A Monza, nel Tesoro del Duomo abbiamo una serie di oggetti detti tradizionalmente “di Teodolinda” ma di fatto di dubbia attribuzione.Il primo che citiamo è un coprilibro in lastra d’oro, gemme, cammei incisi, perle e smalti con la tecnica del cloisonnée. L’evangeliario secondo la tradizione fu donato a Teodolinda da papa Gregorio I nel 603, per ringraziarla dell’opera di conversione del popolo longobardo al Cristianesimo.

Stupenda sintesi di due mondi:

  • idee e tecniche classiche: l’impaginazione di grande razionalità ed equilibrio, e nei cammei
  • idee e tecniche germaniche: uso di granati e cloisonnée nella cornice
  • la volontà di trovare un punto di contatto tra due diversi mondi culturali

La corona ferrea

Il mistero aleggia invece intorno alla Corona Ferrea (in alto). È custodita nell’altare della Cappella di Teodolinda a Monza, ed è uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente. Si pensava risalente all’epoca di Costantino, oggi si propende per collocarla nel periodo teodoriciano.

La tradizione, ribadita da Sant’Ambrogio (340-397) durante l’orazione funebre del 395 tenuta in occasione della morte di Teodosio, vuole che la corona sia stata forgiata con un chiodo della crocifissione per volere di Elena, madre di Costantino, con significato allusivo alla collocazione del santo chiodo sulla testa degli imperatori. una reliquia, quindi, che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio.

In realtà la Corona Ferrea è fatta con lamine d’oro, 26 rosette d’oro anch’esse, 24 placchette smaltate e 22 gemme cabochon. La decorazione è a segno della croce. Recenti analisi scientifiche hanno dimostrato che la lamina del cerchio non è in ferro ma in argento e hanno rilevato diversi interventi effettuati sulla corona tra il IV e il IX secolo. Non è certo il suo arrivo a Monza: si ritiene sia passata dagli ostrogoti ai re longobardi e, sia arrivata poi ai sovrani carolingi che l’avrebbero restaurata e donata al Duomo di Monza, da allora la sua storia è legata a quella della cattedrale e della città.

Curiosità e spoiler alert: la Corona Ferrea fu utilizzata per per incoronare molti regnanti d’Italia, dagli Imperatori del Sacro Romano Impero, a Carlo Magno, da Federico Barbarossa, a Carlo V fino a Napoleone Bonaparte, che il 26 maggio 1805 la indossò a Milano, proclamandosi Re d’Italia e pronunciando la frase: «Dio me l’ha data, guai a chi la tocca». 

La Corona Ferrea rimase un simbolo anche durante il regno dei Savoia e finì nel loro stemma: anche se non fu utilizzata per le incoronazioni, fu esposta al pubblico durante i funerali di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.

La Chioccia coi pulcini di Teodolinda

Quest’opera miseriosa in lamina d’argento dorato, con occhi di rubini e zaffiri, proverrebbe dalla tomba della regina longobarda Teodolinda. La stessa chioccia è scolpita nella lunetta del portale del duomo di Monza, in una scena che raffigura il dono del tesoro a San Giovanni da parte della regina

Ad oggi si pensa che quest’opera facesse parte del corredo della regina, di cui non c’è traccia nè del luogo nè della data di morte nelle fonti.

In area germanica la chioccia con i pulcini è simbolo della rinascita della vita. 

Teodolinda è citata in diverse leggende regionali italiane: quasi tutte concordano che avrebbe sepolto un tesoro per proteggerlo dai briganti, ovviamente ogni località dice che il tesoro è nel suo territorio. 

La leggenda trova numerosi riscontri in Val Camonica, Toscana, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria ma compare anche in Romania e in Svezia! La chioccia d’oro ritorna spesso in territori che hanno in comune la presenza o contatti frequenti con Longobardi, Goti ed Etruschi.

Già Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia parlando della città di Chiusi, narra che lì sia sepolto il condottiero etrusco Porsenna all’interno di un enorme e inestricabile labirinto: si narra che le spoglie di Porsenna siano vegliate da una chioccia con 5000 pulcini d’oro: un tesoro di inestimabile valore ma impossibile da trovare.

Nelll’Argentario e in Maremma si narra che ogni cento e più anni, durante una notte colpita da un forte temporale, una chioccia d’oro esca dal nascondiglio con i suoi 1000 pulcini dirigendosi verso un tesoro nascosto. 

El Bissòn Milanese

Le radici del Biscione visconteo, poi riproposto in marchi simbolo di Milano, affondano nella storia di Milano e della regione stessa. Il Biscione rappresenta un simbolo ctonio pregno di significati che si potrebbero accostare a quelli del più noto basilisco, tipico dei Greci e delle popolazioni mediterranee, o dei draghi della mitologia celtica: una bestia mitica ricorrente cui veniva attribuito il potere di uccidere col solo sguardo o col proprio fiato pestifero.

Questi animali anfibi erano infestanti dei climi clima paludosi, come quello padano degli albori, contraddistinto da primitive civiltà celto-liguri palafitticole. Si dice che il drago Tarantasio terrorizzasse la Brianza uccidendo e divorando fanciulli (ecco una prima interpretazione dell’uomo ingollato dal Biscione) e che per questo venne ammazzato dal capostipite dei Visconti che lo immortalò poi nel proprio stemma, in ricordo dell’impresa. Questa è chiaramente una leggenda, che coincide col prosciugamento del lago lombardo.

Decisamente più verosimile è invece l’ipotesi che vuole il Biscione come simbolo della vipera adorata dai Longobardi, che portavano al collo amuleti a forma di vipera azzurra, o che avevano delle tipiche fibule ad “S” (come nella foto) che la raffiguravano. Nell’accezione longobarda la vipera avrebbe un significato totemico positivo, da cui la vita fiorirebbe invece di essere annientata. E questo è un simbolo di chiara ispirazione matriarcale che vede nella Madre Terra, la Dea Madre, l’origine della vita che da essa nasce e ad essa ritorna.

Il biscione era quindi considerato un vero e proprio animale totemico, parte del bestiario e della tradizione longobarda, poi divenuta in generale lombarda. Questo simbolo sarebbe poi passato al comune di Milano e da lì acquisito dai Visconti che lo fecero proprio.

Scultora longobarda: le sue origini

La lastra con pavone, marmo, seconda metà dell’VIII sec., Museo di Santa Giulia di Brescia. Rinascenza Liutprandea

Longobardi, Carolingi e Ottoni quando dovranno mettere mano ad interventi di tipo architettonico e pittorico si rivolgeranno ai maestri bizantini, dove disponibili, altrimenti si bussa alle botteghe delle maestranze locali, artigiani di estrazione rurale il cui modello di riferimento più che essere rappresentato dall’arte bizantina è rappresentato dalla grande tradizione costruttiva e decorativa romana e che vanno a rimpiazzare a mano a mano i maestri “di professione”.

È questa tradizione, tramandata attraverso i colossali resti delle antiche vestigia, a costituire il linguaggio figurativo della nuova Italia, non il lessico orientale, condensato nei pochi centri, per lo più religiosi, nelle aree sottomesse al potere di Bisanzio.

Questo triplice incontro fra la cultura romano-germanica, le tradizioni locali della penisola e quella romano-bizantina da nuova vita all’ormai spenta cultura occidentale, creando le premesse per il suo sviluppo nella nuova età feudale.

Draghi alati e albero della vita, Calice e pavoni (Pavia, Monastero di Santa Maria Teodote 735 d.C.). Marmo cipollino, Pavia, Museo Civico. VII secolo

Questi plutei (balaustra decorata) di Teodote – risalenti alla fine del VII o alla prima metà dell’VIII secolo sono conservati presso i Musei civici di Pavia.

PAVONE – nella tradizione cristiana  ha vari significati a seconda dei contesti. In generale il pavone ha un notevole valore simbolico e fu uno dei segni più ricorrenti e fortunati dell’arte romanica:

Cielo stellato – con gli occhi e il colore della sua splendida coda, evoca il cielo stellato e quindi il luogo che accoglie il defunto nella sua apoteosi. Ma significa anche immortalità e quindi Cristo stesso, perchè si pensava non andasse in putrefazione (decorazione nelle catacombe).

Coda – le code abbassate sono segno di umiltà e bellezza interiore, ma con i suoi mille occhi rappresentano anche l’onniscienza di Dio.

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