Episodio 15, l’esercito del tardo impero – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo esplorato la storia dei cosiddetti barbari, i Germani che attraversarono i secoli dell’Impero Romano venendone profondamente modificati. I più famosi tra loro, i Goti, hanno subito nel 376 dopo cristo una terribile sconfitta da parte dei Borg, pardon, degli Unni. Per non finire assimilati molti di loro, i Tervingi di Fritigern e i Greutungi, Alani e Unni di Saphrax e Alatheus, sono fuggiti verso il Danubio, chiedendo asilo e soccorso ai Romani. Dall’altro lato del fiume i soldati dell’Impero si agitano nervosamente mentre due popoli numerosi e bellicosi si accampano sulle rive del grande fiume, con tutti i loro figli e le loro famiglie.

Ma chi sono questi soldati romani? Come vivono e combattono? Chi sono i loro ufficiali? Immagino pensiate di conoscerli: solidi soldati romani ricoperti di acciaio, armati di scudo e gladio, inquadrati in legioni di 5-6 mila uomini, divise a loro volta in centurie e coorti. Soldati abituati a combattere a piedi al comando di Centurioni con una specie di scopettone in testa.

Un esercito poco conosciuto

Eppure, niente mi irrita di più di vedere fumetti, film o serie TV ambientate nel tardo impero con legionari abbigliati e organizzati nello stile delle legioni del principato. Questo perché L’esercito del tardo impero era molto, molto diverso da quello che siamo solito immaginarci quando pensiamo ai Romani. Ahimè è anche meno conosciuto, visto che era una organizzazione per certi versi molto più complessa dell’esercito del principato, ed assai meno nota. Impariamo a conoscerlo meglio prima che Goti, Alemanni, Franchi, Svevi, Burgundi, Vandali e Unni ci si infrangano contro.

Una pagina della Notitia Dignitatum

Ad aiutarci a districarci nel complesso mondo dell’esercito tardo imperiale abbiano un documento d’eccezione: uno dei pochissimi documenti burocratici imperiali a noi sopravvissuti, a quanto sappia l’unico. Si tratta della cosiddetta Notitia Dignitatum, una sorta di catalogo della disposizione delle truppe d’oriente e occidente compilata inizialmente nel quarto secolo e poi via via aggiornata con i nomi e i comandanti delle unità imperiali, fino almeno al 420 dopo cristo. La Notitia Dignitatum è un documento d’eccezione, che ci fa entrare nei gangli e nei meccanismi dello stato romano, sia nella sua gestione militare che civile. I copisti medioevali copiarono perfino le illustrazioni con gli scudi che decorati con le insegne dei reggimenti tardoimperiali. Insomma, siamo di fronte ad una miniera di informazioni, ahimè però con molti limiti. Il primo problema è che abbiamo una fotografia senza una vera didascalia: sappiamo per esempio quanti reggimenti ci fossero in oriente e in occidente, ma non quanti uomini in ogni reggimento. Inoltre non abbiamo idea di come si sia davvero evoluta l’amministrazione imperiale dal secondo al quarto secolo: abbiamo una foto ma non sappiamo cosa è avvenuto prima, o dopo.

Ci aiuta a contestualizzare – fino ad un certo punto – uno degli ultimi grandi storici dell’antichità, il nostro Ammiano Marcellino che, come sappiamo, fu lui stesso un soldato, cosa abbastanza rara. Ammiano descrive le guerre del tardo quarto secolo dal punto di vista del testimone oculare e i suoi scritti sono una fonte preziosissima per il periodo storico in questione: il problema è che Ammiano dava per scontato il contesto: non si ferma a spiegare cose che per lui e i suoi contemporanei erano ovvie. Ad esempio, ed è veramente frustrante, non ci dice mai quanti uomini ci fossero in una legione.

Ma in cosa esattamente differiva l’esercito tardoimperiale dal tipico esercito romano del principato, quello delle legioni di 5000 uomini ciascuno, delle aquile, degli scudi rettangolari e delle armature di acciaio? E quando era avvenuta la transizione? Ovviamente il cambiamento era stato graduale, ma penso sia utile parlarne da Costantino in poi, perché è dal nostro Golden boy che abbiamo documentate con certezza molte delle cose di cui parleremo, posto che molti di questi cambiamenti furono probabilmente iniziati da imperatori precedenti, Diocleziano su tutti ma si può risalire indietro fino a Gallieno. Gallieno fu un imperatore che governò nel periodo più buio della crisi del terzo secolo, quando l’impero era diviso in 3 parti e pareva sull’orlo della dissoluzione sotto i colpi delle invasioni, delle rivolte e delle epidemie: ne ho parlato nell’episodio premium “il primo illirico”, ora disponibile per tutti i miei ascoltatori.

Gallieno: un imperatore sottovalutato

Busto dell’imperatore Gallieno, che regnò negli anni più terribili della crisi del terzo secolo

Gallieno istituì un reparto a cavallo mobile di base a Milano, il primo esempio di esercito da campo mobile centrale a disposizione dell’imperatore (o alla sua presenza, praesentalis come diranno poi i Romani). Con il tempo questa innovazione evolse e si sviluppò il concetto di Comitatus, un esercito a disposizione dell’imperatore composto di solito da circa 20-25 mila uomini: si trattava in sostanza di un esercito mobile nel quale era concentrata la capacità di reazione dell’impero.

Perché questa evoluzione? Le ragioni furono molteplici ma hanno a che fare sia con la politica estera che interna dell’impero. Da un punto di vista se si vuole “internazionale” l’impero, durante la crisi del terzo secolo, si era trovato ad affrontare nemici di una pasta ben diversa da quella dei nemici dei due secoli precedenti: durante il principato non c’era praticamente nessun nemico che una legione da sola non potesse affrontare, con l’eccezione dei Parti contro i quali erano schierati direttamente 4 legioni in Siria più altre a nord e a sud. Tenere una legione o due in ogni provincia era sufficiente a mantenere la pace interna ed esterna e il comandante di una singola legione non aveva il potere di rovesciare un esercito imperiale.

Nel terzo secolo però i Germani si riuniscono in confederazioni ben più temibili e i Parti furono sostituiti dai ben più temibili persiani Sasanidi: improvvisamente la singola legione non basta più e spesso i nemici si ritrovarono all’interno dell’impero prima che si riuscisse ad assemblare una forza della dimensione sufficiente a far fronte ai nemici. Quel che è peggio è che una volta messo al comando di un esercito di 20-30 mila uomini qualunque generale aveva il potere di dichiararsi imperatore e di marciare su Roma, posto che avesse il sostegno dei suoi uomini.

Diviene quindi necessario avere larghi eserciti ma, per ragioni di ordine interno, non si può metterne a capo un generale che non sia l’Imperatore, il quale finisce per partecipare ad ogni campagna, a differenza dei principi alto imperiali. Ma mentre è via a combattere gli Alemanni il nostro imperatore rischia che le legioni in oriente dichiarino un altro imperatore, e viceversa. Cosa che successe ripetutamente nel terzo secolo. La soluzione di Gallieno è creare un corpo d’élite mobile centrale basato a Milano, pronto ad accorrere in soccorso di qualunque settore in difficoltà: è un esercito di dimensioni e qualità sufficiente a sconfiggere i nemici interni o (il più delle volte) dissuaderli da ribellarsi. Il Comitatus è inoltre di dimensioni sufficienti a far fronte a qualunque invasione anche di grandi dimensioni. Questa soluzione però crea nuovi problemi: affinché questo esercito mobile raggiunga le frontiere più lontane ci vuole tempo, tempo che i Persiani e i Germani utilizzeranno per saccheggiare le province di frontiera. Alcune di queste province si dichiareranno indipendenti, in modo da non dover attendere per difendersi un lontano imperatore, percepito come incapace.

La soluzione al problema di Gallieno

Celeberrime statue dei Tetrarchi, piazza S. Marco

La soluzione che Diocleziano troverà a questo problema sarà la Tetrarchia: suddividendo il lavoro di imperatore in 4, uno per ogni principale frontiera dell’impero: il Reno, l’alto Danubio, il basso Danubio e l’Oriente. Ognuno dei tetrarchi è collegato agli altri nel collegio imperiale: l’impero resta uno, ma è servito da 4 imperatori. Ognuno di questi quattro magistrati deve svolgere il compito di un imperatore unico della crisi del terzo secolo, ovvero difendere la frontiera. Per questo motivo con l’avvento della Tetrarchia Diocleziano decise che ogni singolo Augusto e Cesare, i quattro tetrarchi, avesse bisogno di un suo proprio comitatus: a questo punto si creano quindi quattro eserciti mobili imperiali praesentalis, ovvero alla presenza dei quattro tetrarchi e acquartierati nelle quattro nuove capitali militari dell’Impero: Trier in Gallia, Milano in Italia, Sirmio in Illirico e Nicomedia in oriente.

Con Costantino si ha una ulteriore evoluzione: Costantino combatté per un ventennio delle guerre civili con gli altri tetrarchi, alla fine delle quali rimase l’unico imperatore dell’Impero. Sostanzialmente accadde quello che era inevitabile che accadesse: i vari eserciti mobili dei tetrarchi – i comitati – finirono per farsi la guerra tra loro.

Una volta vinta l’interminabile guerra civile Costantino riorganizzò ulteriormente l’esercito: per prima cosa sciolse il corpo dei pretoriani e al suo posto istituì il corpo delle Scholae palatini. Si trattava di unità d’elite – reclutate di solito tra i barbari – di 500 cavalieri ciascuna: all’inizio erano 3 (quindi 1500 uomini) ma al tempo di Valentiniano e poi all’inizio del quinto secolo sono attestate 8 Scholae per un totale di quattromila uomini. I Palatini erano la guardia imperiale e costituivano i difensori personali dell’imperatore e le sue truppe di riserva più forti quando questi si recava in battaglia, un po’ come la guardia imperiale di Napoleone. Non deve stupire che le truppe di guardia all’imperatore fossero barbari: questo era un vantaggio perché i barbari erano considerati più affidabili dei cittadini romani. Questi avevano un tempo formato i pretoriani e si erano sempre arrogati il diritto di deporre e creare imperatori a loro piacimento, Massenzio essendo l’ultimo tra questi. I barbari erano considerati più affidabili in quanto apolitici, questa rimarrà una tradizione imperiale fino al medioevo, quando gli imperatori Bizantini si faranno proteggere da un corpo di guardia erede dei Palatini e formato da Vichinghi.

I palatini erano inquadrati e comandati da ufficiali che formavano una sorta di élite dell’élite: questi si chiameranno i “protectores domestici” ovvero i protettori domestici: c’era circa un Domestico per ogni 50 cavalieri. I domestici formeranno nel quarto e quinto secolo la crema della crema del corpo ufficiali dell’impero: saranno i protettori domestici ad esempio a formare il nerbo degli ufficiali che sceglieranno Gioviano imperatore alla morte di Giuliano. Nel tempo diventeranno una carica talmente ambita che perfino re e principi Germani finiranno per chiedere di essere assunti come Protectores.

Il comitatus

Il comitatus in marcia, in questa splendida ricostruzione

Un gradino più in basso rispetto alle Scholae e i loro ufficiali Domestici avremo le truppe mobili imperiali, il Comitatus. Le truppe comitatensis saranno acquartierate sia nelle capitali militari dell’impero che lungo la frontiera, avranno una paga inferiore ai palatini ma superiore alle truppe comuni. Il Comitatus di Costantino sarà enormemente allargato rispetto alle piccole truppe mobili del tempo della tetrarchia: Le dimensioni del comitatus di Costantino sono incerte, ma è noto che Costantino mobilizzò 98.000 truppe per la guerra contro Massenzio, stando a quanto narra Zosimo. È probabile che molte di queste truppe avrebbero poi formato il suo comitatus. Questi centomila soldati rappresentavano all’incirca un quarto delle forze regolari dell’Impero, se si accetta la stima di circa 400.000 soldati per l’esercito di Costantino, quella più accettata dagli storici.

Secondo l’opinione tradizionale il Comitatus fu istituito da Costantino per utilizzarlo come riserva strategica che potesse essere impiegata contro eventuali invasioni barbariche che fossero riuscite a penetrare in profondità all’interno dell’Impero. Questa è la famosa tesi della “difesa in profondità” adottata per far fronte a nemici che l’impero non era più in grado di bloccare direttamente alla frontiera: la tesi sostiene che nel terzo e quarto secolo era cresciuta la minaccia di invasioni di popoli con eserciti più ampi e organizzati, contro i quali non bastava schierare una fila di legioni isolate ai confini ma occorreva avere a disposizione una forza di reazione rapida da inviare contro l’invasore. Il problema era che questa forza, per essere davvero una forza preponderante contro le vaste invasioni del terzo e quarto secolo, doveva essere rapidamente schierabile e molto numerosa negli effettivi, oltre che ovviamente ben organizzata e composta dei migliori combattenti dell’impero. E’ questa la tesi di Lutwack, si proprio il politologo con accento americano che infesta i talk show italiani.

Di recente però l’opinione più comune degli storici è che la funzione primaria del Comitatus fosse di scoraggiare potenziali usurpazioni. Costantino aveva attraversato venti anni di guerre civili prima di diventare il padrone indiscusso dell’impero e non aveva nessuna intenzione di lasciare la possibilità a qualche governatore regionale di ribellarsi di nuovo contro di lui. L’imperatore, per rimanere in controllo della situazione e scoraggiare rivolte, ma anche per sopprimerle una volta che fossero inevitabilmente scoppiate, aveva bisogno di una forza schiacciante su cui contare. Il Comitatus è proprio questo all’inizio: l’esercito da campo sotto il diretto controllo dell’imperatore. Il Comitatus di Costantino mantenne questa struttura ma la ampliò includendo anche eserciti non sotto il diretto controllo dell’imperatore ma schierati dietro la frontiera Renana, Danubiana e orientale. Questi eserciti da campo furono affidati da Costantino al comando dei suoi figli, gli unici di cui sentiva di potersi fidare almeno un po’.

I limitanei

Ovviamente il Comitatus era solo una parte dell’esercito del tardo impero. La parte principale dell’armata del tardo impero era composta dai Limitanei, quindi circa 300 mila effettivi. A lungo gli storici hanno inventato la figura del contadino-guerriero per descrivere i limitanei, sostenendo che quindi queste truppe fossero di bassa qualità, immobili guardie di castelli, male armate e semi-professionali. Peccato che questa immagine non abbia alcuna base storica. I limitanei innanzitutto erano soldati professionisti e capaci benissimo di andare in campagna con i colleghi comitatensi: Ammiano Marcellino – che di queste cose capiva un po’ –  descrive per esempio la difesa di Amida e loda la capacità e la professionalità delle legioni limitanee. Inoltre non erano una massa di fanteria informe, ma c’erano al loro interno unità armate in modo pesante e leggero e anche unità di cavalleria. Spesso alcune unità venivano promosse e attaccate al comitatus, prendendo il nome di pseudo-comitatensis. Quello che è vero è che si trattava di unità di dimensione molto variabile, acquartierate in accampamenti-castelli di dimensione assai più piccola dei grandi accampamenti legionari del II secolo. E qui dobbiamo aprire il discorso sulla dimensione delle legioni tardoimperiali.

Una fortezza di Limitanei, nel deserto siriano

La riorganizzazione dell’impero: province, diocesi e prefetture

Per capire l’evoluzione delle legioni nel tardo impero dobbiamo partire dalla riforma amministrativa di Diocleziano, che avrà effetti anche sulla sfera militare, a partire dalla divisione delle cariche civili e militari.

Sotto il principato, nel primo e secondo secolo, non c’era divisione tra le due carriere, il ruolo del governatore provinciale era di essere allo stesso tempo amministratore, giudice e generale nella sua provincia, come era stato d’altronde anche nella Repubblica. le province erano inoltre molto vaste: ad esempio la Britannia era una provincia, la Spagna era divisa in tre e la Gallia in sei province. Diocleziano, nella sua instancabile carriera di riformatore, ovviamente toccò anche questo aspetto. Diocleziano era un illirico, erede del gruppo di ufficiali di carriera che avevano preso il potere ai tempi della crisi del terzo secolo, con Claudio il Gotico e poi Aureliano: gli illirici avevano esautorato la vecchia aristocrazia italica che aveva monopolizzate le alte cariche imperiali fino al disastro della crisi del terzo secolo. Diocleziano, per fornire in pianta stabile una leadership militare più professionale, iniziò a separare le due carriere, in modo da specializzare i civili sulla burocrazia e i militari sulle faccende di guerra.

Quello su cui Diocleziano fu inflessibile fu di escludere la militarmente incompetente classe senatoria, ancora dominata dall’aristocrazia italiana, da tutti i comandi militari di alto livello e da tutti i principali posti amministrativi, tranne che in Italia. Sarà Costantino, come sempre, a completare le riforme di Diocleziano rendendo la separazione della carriere permanente e rigida: questo creò certamente un corpo di ufficiali molto competente ma ebbe anche l’effetto di scavare un fossato tra i civili e i burocrati – sempre romani – e gli ufficiali militari, spesso reclutati o tra le popolazioni di frontiera semibarbare o sempre più spesso tra i vicini Germani dell’impero. Gli ufficiali germani serviranno sempre con fedeltà e dedizione assoluta l’impero ma a lungo andare questa divisione creerà problemi importanti, come spero vedremo nella narrazione degli eventi del quinto secolo.

Oltre alla separazione delle carriere Diocleziano riformò completamente la mappa delle province: suddivise tutte le province in unità più piccole: la Britannia fu divisa in cinque province, la spagna in sei, la Gallia addirittura in diciassette. Queste piccole province furono raggruppate in gruppi di province chiamate Diocesi: ad esempio la parte occidentale dell’impero era divisa nelle diocesi della Britannia, della Spagna, della Gallia settentrionale e mediterranea oltre che Italia, Africa e Illirico.

Le province (in piccolo) e le diocesi (in diversi colori) di Diocleziano. Gruppi di 2-4 diocesi formavano le 4 prefetture dell’impero, corrispondenti ai domini dei Tetrarchi

Infine le Diocesi stesse erano raggruppate in prefetture, originariamente della stessa dimensione dei territori dei quattro tetrarchi: c’erano quindi quattro prefetture: Gallia, Spagna e Britannia erano una prefettura, Italia, illirico e Africa un’altra e via dicendo. A queste si univano due prefetture speciali  per le due capitali, Roma e Costantinopoli. Ho delle mappe postate sul mio sito www.italiastoria.com se volete vedere come era diviso l’impero nel quarto secolo, premesso che ovviamente i confini continuarono a cambiare e modificarsi ma la struttura di base restò quella che ho descritto.

Sicuramente ai tempi di Costantino, ma probabilmente già da Diocleziano, a questa struttura corrispondevano i gradi dell’impero: come detto abbiamo Prefetture, Diocesi e Province in via discendente. I più alti gradi civili seguiranno questa divisione: il Prefetto del Pretorio – un titolo che un tempo era militare ma che ora era diventato della burocrazia civile – era il magistrato che gestiva l’amministrazione di tutta una Prefettura, in occidente erano ad esempio tre: uno per la prefettura Gallica, una per quella italiana e un prefetto urbis per Roma. Il Vicario era l’alto funzionario preposto alla gestione di una Diocesi. A capo dell’amministrazione delle nuove, piccole province furono messi i proconsoli o consulares.

L’organizzazione militare: Magister Militum, Comes, Dux

A questa struttura gerarchica civile corrispondeva quella militare: a gestire militarmente le province di frontiera c’erano di solito i Dux, a capo tipicamente solo di truppe di limitanei, il livello più basso dell’esercito tardoimperiale: Teodosio il giovane (poi il grande) era per esempio il duce della Moesia quando dovette far fronte all’invasione di Sarmati e Quadi che abbiamo narrato nell’episodio tredici. Un gruppo di province – ad esempio l’Africa o la Britannia – erano gestite militarmente da un Comes, come il nostro Conte Teodosio, il padre di Teodosio il grande. Nella Notitia Dignitatum abbiamo ad esempio in occidente cinque Comes e undici Dux.

I superiori dei Conti erano i Magister Militum: il loro numero variava con gli imperatori ma secondo la Notitia Dignitatum c’erano nel 390 dopo cristo tre Magister Militum in occidente e cinque in Oriente. In generale i Magister Militum non erano dislocati nelle provincie ma alla presenza dell’Imperatore, quindi sul finire del tardo secolo erano a Milano o Costantinopoli. In occidente l’eccezione era la Gallia, che aveva spesso sulla frontiera Renana un Magister Militum per Gallias, soprattutto se l’imperatore era a Milano. Questo Magister Militum aveva funzioni simili ad un Comes ma un grado più alto dovuto all’importanza della sua posizione. In Oriente c’erano tre Magister Militum di questo tipo, ovvero con ruoli regionali, uno a comando del fronte orientale, uno della Tracia e la frontiera del basso Danubio e uno al comando dell’Illiria.

Nel quartier generale dell’imperatore c’erano invece i Magister Militum Praesentalis, I Magister alla presenza dell’imperatore, sostanzialmente lo stato maggiore dell’esercito. Gli imperatori inizialmente avevano creato la carica di Magister Equitum, il capo della cavalleria imperiale, e il Magister Peditum, a comando della fanteria, con il primo con un grado superiore al secondo. Questa divisione netta andò complicandosi con il tempo, visto che entrambi finirono per avere ai loro ordini truppe sia di fanteria che di cavalleria. Sembra che il Magister Equitum mantenne sempre una certa prominenza, avendo ai suoi ordini le migliori truppe palatine.

La struttura di comando dell’esercito occidentale: Un Magister Militum Utriusque Militiae è il comandante supremo (Stilicone, Ezio, Flavio Costanzo..) a capo dell’esercito “praesentalis” o alla presenza dell’imperatore, sotto ci sono i Comes dei principali distretti militari a capo di varie truppe comitatensi. Ad ogni Comes rispondono diversi Dux, a capo dei limitanei. Notare il numero basso dei limitanei: questa struttura è seguente al caos del 406-418 e quindi molte truppe limitanee erano state sciolte o promosse a comitatensi.

Nel quinto secolo, soprattutto in occidente, farà la comparsa il Magister Utriusque Militiae, sostanzialmente un plenipotenziario dell’esercito a capo di cavalleria e fanteria: questo grado sarà creato in sostituzione dell’autorità dell’imperatore che diverrà, per la quasi totalità del quinto secolo, una figura di facciata e da cerimonia mentre il vero potere sarà gestito dal Magister Utriusque Militum: è facile paragonare questa dinamica a quella presente in Giappone prima della restaurazione Meji, con l’imperatore come volto della nazione ma tutto il potere concentrato nello Shoghun.

Ora che abbiamo più chiari i ruoli degli alti gradi dell’esercito passiamo a parlare delle truppe al loro comando.

Struttura di comando orientale: 2 Magistri alla presenza dell’imperatore (con due eserciti praesentalis), diversi altri Magister Militum per le 3 aree militari principali dell’impero: la Tracia, l’oriente, l’illirico.

I soldati: dalle legioni ai reggimenti

Le legioni dell’alto impero – composte da circa seimila effettivi divisi in 10 coorti a loro volta divise in 10 centurie – non esistevano più. La loro scomposizione era stato un processo lento: durante la crisi del terzo secolo era diventato necessario assegnare parte delle legioni a guardia di posizioni strategiche, suddividendone gli accampamenti pur mantenendone l’unità ideale. Diocleziano sembra essere stato anche qui il maggiore innovatore: quando suddivise l’impero in province più piccole fece in modo di avere almeno una legione a guardia di ogni provincia di confine. Ovviamente non era possibile moltiplicare le legioni quindi queste furono suddivise in unità più piccole, varianti tra i mille e i tremila uomini. Sappiamo che durante l’alto impero c’erano circa 33 legioni di fanteria pesante, mentre nel basso impero nella sola Notitia Dignitatum, che non ha elencati i limitanei, contiamo più di 300 unità militari, tra legioni, ausiliari e reparti di cavalleria. Evidentemente le dimensioni di queste unità erano molto diverse.

Da quello che abbiamo compreso ogni legione in questo periodo aveva circa 1000 uomini: per non confonderle con le legioni classiche ho deciso spesso di chiamare queste unità con un termine anacronistico moderno: ovvero reggimenti. Le unità di cavalleria avevano invece circa 500 uomini, paragonabili ad un battaglione moderno. Ma le differenze non sono solo nella dimensione: le unità militari erano più specializzate, con reggimenti ad esempio dedicati all’artiglieria e battaglioni specifici di arcieri a cavallo o cavalieri corazzati. Esistevano anche unità di controspionaggio militare, gli Agentes in Rebus.

Una nota sull’artiglieria, che ha un ruolo maggiore rispetto al passato: questa è composta principalmente da baliste – che lanciano dardi – e onagri – che lanciano palle di pietra. Esistono anche le balestre e il testo anonimo “de rebus bellicis” aveva perfino suggerito la creazione di carri da combattimento equipaggiati con armi d’assedio: se fosse stato ascoltato i Romani avrebbero inventato una sorta di carri armati, ma non sembra che questo fu il caso. Quanto invece alla cavalleria, questa è molto più specializzata e più importante del principato: i Romani hanno appreso dai Persiani l’utilità dei Catafratti, unità di cavalieri e cavalli completamente ricoperti di una pesante armatura: svolgono il ruolo dei carri armati, dovendo caricare una sezione della fanteria nemica e disperderla. Gli arcieri a cavallo sono anch’essi stati potenziati, avendo appreso diverse tecniche dai popoli nomadi.

Quante sono queste unità militari? La Notitia Dignitatum ci dà dati abbastanza precisi. Per esempio, il comitatus dell’impero d’occidente ha a disposizione circa 147 reggimenti di fanteria e 49 battaglioni di cavalleria. Questi sono gli effetti del solo Comitatus – l’esercito mobile – a cui vanno aggiunti almeno altrettante unità di limitanei, il grado più basso di soldati tardoimperiali schierati in castelli e piccoli accampamenti di guardia alle frontiere. Molti storici hanno visto in queste truppe di grado inferiore una evoluzione negativa dell’esercito tardoimperiale, ma questa evoluzione aveva a che fare meno con un supposto declino della professionalità e del training delle reclute e molto di più con l’evoluzione delle tecnologie difensive.

Nuove tecnologie di difesa

Le imponenti mura teodosiane, a Costantinopoli: la massima espressione della tecnologia difensiva antica.

L’impero era sempre stato in grado di costruire mura efficienti ma nel terzo e soprattutto quarto secolo le tecnologie di difesa migliorano enormemente: i fossati diventano più ampi e profondi, le mura più altre e spesse, fanno la comparsa torri sporgenti distanziate di circa 30 metri per permettere il fuoco incrociato, fortificazioni imponenti alle porte del fortino o della città, a volte dotate anche di ponte levatoio e grate di metallo. Se si vuole avere un’idea dell’imponenza di queste costruzioni basta andare a Trier e vedere la Porta Nigra che ancora non sfigura in imponenza tra gli edifici contemporanei. O ancor meglio fare un giro a Costantinopoli, dove le mura del quinto secolo sono forse il coronamento di questo processo di miglioramento delle tecnologie di difesa. Le mura di Costantinopoli furono inattaccabili, da chiunque, per 1000 anni. Ho pietà dei poveracci che ogni tanto furono inviati ad assalirle, pace alle loro anime sfortunate. 

A lungo si pensò che l’impero si prendesse la briga di costruire queste strutture perché doveva, perché costretto alla difensiva da nemici più organizzati e potenti. E probabilmente questo è in parte vero, soprattutto contro i Sasanidi in oriente. Ma in realtà l’evoluzione sembra essere stata soprattutto tecnologica: i romani capirono con gli anni come meglio proteggere i propri accampamenti e iniziarono a sfruttare queste strutture fisse per la difesa, acquartierandoci limitanei in grado di respingere attacchi minori o asserragliarsi in attesa dell’arrivo del Comitatus regionale. Invece che un segno di debolezza, si tratta di un segno della vitalità e forza dell’impero tardo antico che come vedremo era e sarà assai meno “difensivo” di come lo vedesse Lutwack o il suo predecessore Momsen. E debbo anche solo menzionare il fatto che questi piccoli accampamenti, o piccoli castrum, o castellum nel latino tardoantico, siano gli antenati dei castelli medioevali?

L’armamento

Elmo di cavalleria tardo antico

Abbiamo visto chi erano gli uomini a comando dell’esercito tardo imperiale, come era composto e suddiviso. Rimane da affrontare il capitolo di come fossero armati questi soldati.

Spero conosciate abbastanza l’armamento del tipico soldato alto imperiale romano: se non lo ricordate una visione rapida della prima mezz’ora del Gladiatore vi rinfrescherà la memoria. In sostanza i legionari avevano come armamento difensivo la corazza a maglie o più spesso a scaglie: si tratta della celeberrima lorica segmentata composta da fasce di acciaio sovrapposte. Il legionario era equipaggiato anche di un pesante elmo con protezione per il collo e di un largo scudo tipicamente rettangolare. Come armamento offensivo l’arma principe era il Gladio – una corta spada di 60-70 cm da combattimento ravvicinato, un’arma micidiale per colpire con la punta e con il doppio taglio. Faceva da completamento al gladio il Pilum, ovvero un giavellotto con la caratteristica punta fatta per perforare gli scudi nemici, piegarsi e rendere lo scudo dell’avversario inservibile.

Tutto questo armamento era fatto per un brutale combattimento ravvicinato, visto che l’arma principale era una spada corta come il gladio: semplificando molto e riducendo per ora la descrizione alla fanteria, i romani della tarda Repubblica e dell’alto impero combattevano avvicinandosi al nemico sotto la protezione dei larghi scudi, tiravano i Pila cercando di infiacchire il nemico, poi procedevano a prendere contatto con il nemico in formazione: ogni manipolo composto da più file di soldati ben ordinati. La prima fila parava i colpi dei nemici con gli scudi e poi restituiva ripetutamente il favore con i corti gladi che saettavano da dietro la protezione degli scudi: dopo alcuni minuti la prima fila lasciava il posto alla successiva, in modo che i soldati potessero riposarsi. Se volete avere un’idea di un tipico combattimento di questo tipo vi consiglio i primi minuti dell’episodio 1 della stupenda serie HBO “Rome”, quella dei mitici Lucius Vorenus e Titus Pullo.

Avete compreso? Bene, ora gettate tutte queste nozioni alle ortiche. I Romani del quarto secolo avevano cambiato completamente stile di combattimento e questo a seguito di alcune terribili sconfitte patite durante la crisi del terzo secolo, in particolare a causa dei Goti e dei Persiani.

I soldati del comitatus imperiale tardo antico: scudi rotondi, lance, spade come arma secondaria

I Romani avevano capito che i loro eserciti professionisti erano formati da uomini e ufficiali il cui costo di formazione ed equipaggiamento era immenso: gli eserciti erano diventati talmente professionali che la distruzione di una armata poteva richiedere decenni per essere rimpiazzata da unità di uguale valore ed equipaggiamento, con costi tra l’altro proibitivi. In più l’abbinata gladio-scudo che tanto aveva giovato agli eserciti romani per quattro secoli aveva mostrato decisamente dei limiti a contatto con la cavalleria pesante persiana, la fanteria gotica e la cavalleria dei nomadi armati di archi compositi.  

I Romani, pratici come sempre durante la loro storia, avevano quindi abbandonato le tecniche di combattimento e gli armamenti alto imperiali come un tempo avevano buttato nel cestino la falange e altre formazioni divenute obsolete.

Innanzitutto va detto che la produzione delle armi, che nell’alto impero era affidata al settore privato e il cui costo era sostenuto dai soldati stessi – era stata nazionalizzata. Le armi venivano prodotti nelle fabricae imperiali, sì il termine fabbrica viene proprio da qui. C’erano fabbriche di armi in ogni settore importante per l’esercito tardoimperiale, le armi erano e restavano di proprietà dello stato che le richiedeva indietro alla morte o al congedo del soldato.

Nel quarto secolo l’arma principale della fanteria Romana era tornata ad essere la lancia: una lunga lancia pesante di un metro e settanta centimetri, integrata come strumento difensivo da uno scudo spesso rotondo. Le armature, in quanto le lance permettevano di restare a maggiore distanza dal nemico, erano più leggere: la lorica segmentata – difficile e costosa da realizzare – abbandonata in favore spesso di una cotta di maglia, anche se le unità più importanti dell’esercito era ancora equipaggiate con una pesante armatura di acciaio. I soldati avevano anche abbandonato il Pilum e ora utilizzavano regolarmente due armi da getto: prima di tutto le cosiddette plumbatae che erano dei tipo di dardi con la punta di metallo appesantita col piombo: erano l’equivalente tardoimperiale delle granate. Oltre alle plumbatae i soldati di fanteria erano equipaggiati spesso con un arco composito, molto efficace contro la fanteria nemica. Ovviamente c’erano unità composte da soli arcieri. La fanteria pesante aveva infine un’ultima arma, utilizzata solo quando si arrivava davvero a contatto ravvicinato con il nemico e le lance diventavano inutili: era la Spatha, l’antenata della Spada medievale, un’arma lunga più del Gladio, circa tra i 70 e i 90 centimetri, più larga e pesante e destinata di nuovo ad un combattimento a maggiore distanza dal nemico.

Grazie alla descrizione degli storici – in primo luogo ovviamente Ammiano Marcellino – e a queste armi possiamo ricostruire come avveniva una battaglia campale. Innanzitutto, l’esercito si schierava sul campo di battaglia: tipicamente con la fanteria leggera davanti, quella pesante dietro, gli arcieri ancora dietro la fanteria pesante e la cavalleria sulle ali. Prima del combattimento i soldati lanciavano un grido di guerra che avevano appreso dai barbati: il barritus. Iniziava come un mormorio che poi aumentava di volume in un crescendo continuo fino a diventare un rumore assordante. Gli scudi venivano usati come amplificatore.

Successivamente venivano dati gli ordini di movimento grazie alla musica e al movimento degli stendardi: i soldati dovevano muoversi con prudenza, al riparo degli scudi. È attestata anche in questo periodo la tecnica della testudo, ovvero la “capanna” di scudi tipica delle legioni romane e che in questo periodo era stata adottata anche dai Germani. Dopo che l’artiglieria e le armi da getto avevano fiaccato il nemico si arrivava al contatto: prima di tutto con la lancia, in modo da tenere lontani i soldati nemici e cercare di volgerli in fuga. Spesso la battaglia finiva qui: il nemico era stato tormentato dalle armi da lancio, poi subiva l’impatto dei reggimenti di lancieri oltre che della micidiale cavalleria catafratta. Il più delle volte tanto bastava e il nemico si volgeva in fuga, con il minimo dispendio di vite romane e per la felicità del contribuente. A questo punto iniziava il vero massacro del nemico: ecco spiegato come spesso i Romani riuscissero a vincere battaglie in cui uccidevano migliaia di nemici perdendo poche decine o centinaia di uomini.

L’esercito tardoimperiale: una macchina da guerra sempre efficiente e mortale

Insomma, l’esercito tardoimperiale ha dovuto rispondere alle sfide della crisi creando unità più piccole e agevoli, specializzandole maggiormente e differenziandole in gradi diversi di qualità e remunerazione. La cavalleria è in numero simile al passato ma molto più specializzata e di qualità, l’artiglieria è un’arma potenziata e utilizzata molto più spesso sia durante gli assedi che le battaglie campali. Una rete di castelli e fortificazioni imbriglia le invasioni di Persiani e Germani, impedendogli di raggiungere il cuore dell’impero in attesa dell’arrivo del Comitatus. In sostanza l’esercito del tardo impero è diverso da quello del principato, ma non è meno micidiale. Questo perché il vantaggio dell’esercito romano è sempre lo stesso: la sua professionalità e addestramento e la sua innata capacità di adattamento al nemico. Ogni volta che l’esercito romano entra in contatto con un nuovo nemico ne acquisisce le tecniche giudicate vantaggiose, in questo nulla è cambiato rispetto al passato.

Eppure questo esercito, che ha invaso la Persia e per un secolo ha sconfitto Goti, Franchi, Alemanni, Quadi, Sarmati e Sassoni senza neanche sudare troppo sta per affrontare la sua sfida più terribile. I Goti Tervingi e Greutungi sono arrivati, in fuga dagli Unni, e hanno dalla loro la forza della disperazione. Niente sarà più come prima.

Grazie mille per aver letto questo articolo! Come sempre mi trovate anche su facebook alla pagina “storia d’Italia”, su twitter e su Instagram. Al prossimo episodio!

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