Episodio 33, il flagello di Dio (441-449) – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo visto come si è formato e poi evoluto l’impero degli Unni, la più vasta confederazione di popoli che abbia mai seduto sul confine danubiano dell’Impero Romano. Abbiamo compreso quanto abbiano già contribuito gli Unni a forgiare il destino dell’Impero, prima spingendo i Goti e gli invasori del Reno all’interno dei confini dell’Impero Romano. Infine sono stati indirettamente decisivi per impedire ai Romani di riconquistare Cartagine, è stata l’invasione di Attila e Bleda, infatti, a mettere fine ad ogni velleità di riconquista

In questo episodio vedremo come dopo essere stati a lungo preziosi alleati di Roma, gli Unni si guadagneranno la loro nomea di tormento dei popoli civilizzati. In due devastanti confrontazioni con le armi dell’Impero Romano più resiliente – quello orientale – gli Unni si ergeranno a principale potenza militare dell’intero mondo mediterraneo, scalzando i Romani dal loro ruolo dominante per la prima volta in settecento anni. Poi faremo i bagagli assieme ad un caro amico, il nostro storico Prisco, e ci avventureremo con lui in una ambasciata che lo porterà nel cuore dell’impero Unno, al cospetto dell’uomo di fronte al quale tremano anche gli imperatori: il flagello di Dio, Attila.

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Le mura non possono fermarli

La prima guerra tra Unni e Romani dimostrò chiaramente ed immediatamente che qualcosa di fondamentale era cambiato negli equilibri politico-militari della frontiera danubiana, qualcosa di talmente sinistro da rimettere in questione l’intera posizione strategica dell’Impero Romano.

Vi ricorderete che pur nel buio degli anni seguenti ad Adrianopoli i Romani avevano avuto un vantaggio fondamentale: le loro grandi città fortificate erano impregnabili per i barbari d’oltre Danubio, questo grazie alle tecnologie difensive sviluppate a cavallo del terzo e del quarto secolo. Per i Romani era già un’evoluzione terrificante vedere un esercito da campo imperiale annientato da un’armata di barbari ad Adrianopoli – un trucchetto che tengo a sottolineare che non riuscì mai più ai Goti – ma almeno i Romani potevano confortarsi nel fatto che il grosso della loro ricchezza era al sicuro dietro solide mura. I Goti sarebbero potuti diventare al massimo i Re di una campagna inutile e insicura, sempre esposta al contrattacco delle guarnigioni romane.

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Molta acqua era passata sotto ai meravigliosi ponti di pietra costruiti dai Romani ma ancora 70 anni dopo i Goti e gli altri popoli germanici che vivevano dentro l’impero, nonostante spesso decenni di militanza al fianco delle armi romane, non erano riusciti ad addomesticare la loro bestia nera, gli assedi, con sommo sollievo dei pianificatori militari romani. Solo i Persiani avevano le capacità e la tecnologia per prendere una delle grandi città fortificate romane, e anche loro a costo di lunghi assedi.  

Non è affatto chiaro come ci riuscirono ma gli Unni dimostrarono fin dal primo anno della campagna danubiana che quello che era valso per centinaia di anni era oramai carta straccia: Viminacium, una delle principali città di confine della Moesia, fu presa immediatamente. Di qui gli Unni mossero verso Margus, il loro successivo obiettivo. Qui Prisco di Panion ci riferisce che vivesse un vescovo che era diventato un obiettivo personale di Attila e Bleda: sostenevano infatti che avesse attraversato il Danubio per saccheggiare e profanare le tombe reali degli Unni sulla riva nord del Danubio. Credo che il tombarolo di tombe unne sia un tipico lavoro usurante del quinto secolo. Alla vista dell’orda Unna, gli abitanti di Margus discussero di consegnargli il vescovo ma il nostro Don Abbondio scivolò via nottetempo e chiese ai re degli Unni se lo avessero perdonato nel caso in cui gli avesse consegnato la città. Attila gli strinse la mano e il nostro vescovo tradì la città agli Unni, che la saccheggiarono.

Le due campagne di Attila nei balcani, la prima nel 441/442 e poi la seconda nel 447

Sulle tracce del primo illirico

Una volta presa Margus e con essa sostanzialmente la Moesia, gli Unni si diressero come una freccia verso la prossima tappa della grande strada militare che tagliava la penisola balcanica: Naissus. Naissus era una città chiave per la difesa dei Balcani e il luogo dove Claudio il Gotico – il primo Illirico – aveva sconfitto i Goti in una memorabile battaglia del terzo secolo che vi ho appena narrato. Gli Unni attraversarono il fiume che lambiva Naissus e attaccarono la città da sud, narra Prisco “le torri in legno montate sulle ruote vennero accostate dagli Unni alle mura. I barbari, in piedi sulle travi, scagliavano frecce contro coloro che difendevano la città dai bastioni e altri uomini, protetti dietro le travi, spingevano in avanti le ruote delle torri” poi aggiunge “molte macchine da guerra, vennero portate in questo modo vicino alle mura della città: sugli spalti i difensori erano impotenti, a causa della moltitudine dei dardi scagliati contro di loro. Poi gli arieti poterono avanzare e accostarsi alle mura. I difensori scagliavano le pietre che avevano raccolte, in questo modo riuscirono in parte a danneggiare le macchine, uccidendo alcuni degli assalitori, ma queste erano troppe. Il nemico portò anche numerose scale e così in alcuni punti il muro venne sfondato dagli arieti e altrove gli uomini sui bastioni vennero sopraffatti dalla moltitudine di barbari discesi dalle torri d’assedio o saliti tramite le scale. E così la città venne presa”

Claudio II, detto il gotico: nel podcast è “il primo illirico”

La macchina da guerra degli Unni

Sembra la battaglia del fosso di Helm del Signore degli Anelli e scommetto che non è il racconto che vi aspettavate, vero? Vi immaginavate gli Unni come dei cavalieri a cavallo, dei selvaggi barbari capaci di lanciare un nugolo di frecce sui romani e svanire poi nel nulla. Da dove salta fuori questo esercito ordinato, con una chiara strategia, la capacità di costruire torri d’assedio, di condurre un ordinato e implacabile attacco? Quello che vi ho descritto non è un esercito di barbari ma un’ordinata e organizzata macchina da guerra, degna dei Romani.

Non è affatto chiaro dove appresero gli Unni l’arte degli assedi: alcuni pensano che si portarono queste conoscenze dalle loro dimore ancestrali ai confini della Cina ma non credo che delle conoscenze possano rimanere vive attraverso secoli di mancato utilizzo, visto che sarebbero state del tutto inutili nei duecento anni che gli Unni avrebbero passato nella steppa. Altri puntano sulla loro recente militanza al fianco dei Romani e al servizio di Ezio, ma questi li aveva utilizzati soprattutto per battaglie campali e comunque non si spiega perché allora i Visigoti rimasero dei tali inetti negli assedi, loro che avevano militato al fianco dei Romani molto più a lungo degli Unni. Altri hanno dubitato di Prisco, sostenendo che il passo che vi ho letto assomiglia un po’ troppo ad un celeberrimo assedio dello storico Tucidide, il modello che ogni bravo scrittore di storia in lingua greca provò ad imitare. Ma in questo caso non si spiega come Naissus fu presa dagli Unni, una città che era riuscita a resistere tranquillamente alle procelle della guerra Gotica. E dall’archeologia sappiamo che Naissus fu presa e saccheggiata.

Per quanto mi riguarda io credo che gli Unni svilupparono le capacità militari qui testimoniate e che lo fecero relativamente di recente, a contatto con i Romani e avendo a disposizione anche molti sudditi Romani della ex provincia della Pannonia, ceduta da Ezio a Rua. Un assedio del genere necessita inoltre di una vasta manodopera di fanti disciplinati, proprio quello che non erano gli Unni. Ma questi avevano acquisito una immensa manodopera di Germani, il più abituati a combattere con ordine e disciplina, grazie alla lunga vicinanza con Roma. La combinazione di questi fattori deve avere dato agli Unni la formula per capovolgere il mondo militare tardoantico in quello che fu un’evoluzione inaspettata e devastante per il mondo romano.

Pace nel nostro tempo

I soldati di Costantinopoli tornarono dalla Sicilia ma non fecero in tempo per salvare Naissus. Dopo la conquista di questa città la via di Costantinopoli era aperta e l’impero d’oriente si rassegnò a chiedere la pace, che fu stretta nel 442. Non abbiamo i dettagli di questo accordo ma gli storici hanno calcolato dalla seguente pace con gli Unni che l’impero d’oriente si rassegnò a pagare un tributo di 1400 libbre d’oro, l’equivalente di più di 500 chili o 100.000 monete d’oro, tributo da pagare ogni singolo anno. E sì, era un tributo: la finzione che si trattasse di sovvenzioni era oramai svanita con il saccheggio di Naissus. Era il prezzo che i Romani pagavano per la nuova drammatica situazione nella quale si trovavano. Inoltre non sappiamo quanto pagasse l’impero d’Occidente, ma non c’è dubbio che anche Ezio contribuisse alle casse Unne.

Ho provato da solo a fare dei rapidi calcoli per cercare di capire quanto potesse pesare sull’economia dell’Impero un tale mostruoso tributo: le stime fatte da vari storici economici sul PIL imperiale variano da 100 a 200 milioni di monete d’oro. Ho letto uno studio di Princeton che riassumeva lo stato delle stime sul budget imperiale e ho calcolato il budget dell’oriente in circa tre milioni di monete d’oro. Se questi calcoli sono corretti o almeno in un buon range di correttezza il tributo all’Impero Unnico assorbì circa il 3% del budget imperiale. Può sembrare una cifra ridotta, ma ricordiamoci che la parte del leone del budget erano le spese militari e in conseguenza dell’invasione unnica l’Impero avrebbe dovuto aumentare le sue difese se avesse voluto evitare un altro disastro.

I Romani provano a risparmiare sul tributo agli Unni

Gli anni seguenti, quelli che vanno dal 443 al 447, sono ahimè documentati molto male e anche in modo confuso, visto che alcuni frammenti di Prisco finirono nelle cronache dello storico bizantino Teofane che sembra aver fatto un po’ di pasticci. Sappiamo che gli Unni attaccarono l’impero Persiano attraverso i passi del Caucaso che avevano già utilizzato nel 395. La campagna non deve essere stata di grande successo, sta di fatto che Costantinopoli interruppe ogni pagamento già nel 444, confidando probabilmente che gli Unni fossero troppo occupati per venire a riscuotere.

Aelia Eudocia in un mosaico ottocentesco, in Bulgaria

L’interruzione del pagamento è secondo me collegata anche con la rivoluzione politica che avvenne a Bisanzio: qui la forza principale a corte era sempre stata l’Augusta Pulcheria, la sorella dell’imperatore Teodosio. I terribili rovesci degli ultimi anni esposero però il fianco di Pulcheria e un eunuco di corte, di nome Crisafio, riuscì a manovrare per estrometterla dal potere. Prima mise una contro l’altra l’Augusta e la moglie di Teodosio, Aelia Eudoxia. Le due terribili donne si erano sfidate per decenni, anche sulla politica religiosa, come vedremo in un seguente episodio. Sta di fatto che Pulcheria decise di ritirarsi a vita monastica, in un monastero poco distante da Costantinopoli. Poco tempo dopo Crisafio riuscì a convincere Teodosio che sua moglie avesse una tresca con un ufficiale di corte e anche Aelia Eudoxia fu spedita in esilio, in Palestina, dal quale non tornerà mai più. Crisafio, a questo punto, assunse le redini del comando a Costantinopoli, esercitando il suo potere sempre in nome di Teodosio II, il quale aveva regnato dal 408 in un regno tanto lungo quanto nominale.

Vi racconto tutto questo perché una delle mosse di Crisafio per rafforzare la sua popolarità fu probabilmente proprio la sospensione del tributo agli Unni: il nuovo governo Crisafio si rifiutò di pagare le terribili tasse imposte dal precedente governo Pulcheria. Vedete quanto sono bravo e intelligente? Vota Crisafio, per una Bisanzio più forte e indipendente dall’Unione Unnica.

Teodosio II, oggi al Louvre

Addio Bleda

Fortuna volle, per i Romani, che nella leadership Unna ci fossero dei problemi: probabilmente come Othmar e Rua prima di loro i due fratelli litigarono su qualcosa, o forse si accumularono tensioni in seguito alla spedizione in Persia. Sta di fatto che Bleda esce fuori di scena e tutte le fonti a nostra disposizione implicano che fu Attila a farlo fuori.

Per un po’ di tempo Attila deve essere stato impegnato a rompere qualche cranio di suddito riottoso che aveva pensato di svincolarsi dal suo dominio in seguito alla confusione e alla probabile guerra civile nella leadership Unna. Ma appena Attila si sentì pronto ad agire inviò una richiesta a Costantinopoli, attraverso il suo ambasciatore Oreste. Oreste si presentò da Crisafio e Teodosio con il conto: certo gli Unni non erano bravi nella matematica come i Romani, ma gli risultavano 6000 libbre d’oro di arretrati, che Attila chiedeva fossero pagati sull’unghia o sarebbero stati guai. Crisafio ovviamente non poteva rinunciare alla sua politica e i vertici militari erano convinti di aver fatto negli ultimi cinque anni quanto era necessario per rafforzare la propria posizione. Costantinopoli si disse quindi disposta a negoziare, ma si rifiutò di pagare.

Il flagello di Dio

Attila aveva ottenuto il suo casus belli: invase di nuovo l’impero dei Romani con tutta la forza dell’immensa macchina da guerra unna. Prima di tutto prese e saccheggiò Ratiara, la capitale della Dacia Ripense dove forse vivevano ancora alcuni degli eredi dei Daci che erano stati evacuati dalla vecchia Dacia di Traiano. Poi l’orda seguì i monti Haemus fino al fiume Utus, un affluente del Danubio nella moderna Bulgaria. Qui i Romani avevano preparato il loro Comitatus rafforzato da nuove reclute prese dai monti Isaurici: si trattava dell’intera armata di Tracia unita al principale esercito mobile di Costantinopoli, quello alla presenza dell’imperatore a Costantinopoli. La battaglia fu feroce: a quanto pare entrambi gli eserciti subirono pesanti perdite ma furono alla fine i romani ad essere sconfitti e il loro comandante perì sul campo. La via per Costantinopoli era aperta.

Attila, visto da Delacroix

Attila si diresse però prima a Marcianopoli, lì dove per la prima volta si erano ribellati i Goti di Fritigern: la città, capitale militare della Tracia e una delle più importanti fortezze romane, fu anch’essa presa e saccheggiata, in quella che stava diventando una terrificante routine. Quel che è peggio è che le grandi mura di Costantinopoli costruite da Antemio avevano appena ricevuto un tremendo colpo: il 27 gennaio di questo stesso anno – il 447 – un terribile terremoto aveva colpito Costantinopoli e larghi pezzi di mura erano crollati. I Romani capirono all’istante che ripararle era la loro unica chance di non finire schiavi degli Unni: la corte mobilizzò perfino i Temi, le tifoserie del circo organizzate in vere e proprie gang di hooligans. I temi e i soldati lavorarono febbrilmente per riparare le grandi mura, notte e giorno, pregando che sarebbero bastate lì dove ogni altro muro costruito dai Romani aveva fallito.

L’unico muro capace di fermare gli Unni

Quando Attila si accampò con la sua immensa macchina da guerra sotto le mura della capitale dei Romani queste erano state miracolosamente riparate: la paura fa miracoli. Attila aveva dimostrato di poter prendere qualunque città Romana, sapeva quante e quali ricchezze si trovavano a Costantinopoli, oramai dopo il sacco di Roma la città più ricca dell’Impero. Eppure alla vista delle grandi mura di terra dell’Impero Romano perfino il prescelto di Marte capì, come tanti altri dopo di lui, che non c’era modo di conquistarle. Saggiamente decise di inviare il suo esercito verso mete più deboli: il fatto che c’era una città al mondo che poteva resistere agli Unni non voleva dire che lui non potesse saccheggiare tutte le altre.

le mura di Costantinopoli

I Romani avevano però un’ultima speranza di fermarlo, ovvero l’ultimo grande esercito a disposizione dell’Impero d’oriente a parte le guarnigioni che fronteggiavano la Persia e che non potevano per alcuna ragione essere ritirate, pena l’invasione. Questo esercito era accampato sulle rive dei Dardanelli e comprendeva il fior fiore delle truppe orientali: non ci fu comunque nulla da fare, Attila attaccò il Comitatus Praesentalis e inflisse una seconda, devastante sconfitta alle forze dell’impero, che si ritrovò oramai senza neanche l’ombra di un esercito da campo. L’intero quadrante balcanico era oramai aperto agli Unni mentre per fortuna il resto dell’oriente era protetto dalla flotta romana. L’oriente era tornato ai giorni bui del dopo Adrianopoli ma questa volta in giro per i Balcani non c’era una disorganizzata banda di Goti ma l’invincibile esercito di Attila, capace di prendere e razziare qualunque fortezza romana.

Sant’Ipazio, un monaco contemporaneo della Tracia, narra quello che avvenne: “il barbaro popolo degli Unni divenne così forte da conquistare cento città e da mettere in pericolo perfino la stessa Costantinopoli. Tutti quelli che poterono fuggire scapparono davanti a lui. Perfino i monaci vollero rifugiarsi a Gerusalemme. I barbari devastarono la Tracia al punto che la regione non potrà più risorgere e tornare come prima”. Mi verrebbe quasi da aggiungere: e dove passò Attila non crebbe più neanche un filo d’erba.

La maggior parte degli scavi archeologici confermano in sostanza questo racconto: quasi tutte le città dei Balcani orientali hanno segni di devastazioni intorno a questo periodo e i borghi che ricresceranno su questi siti saranno una pallida immagine delle grandi città precedenti: si tratterà di agglomerati urbani molto più piccoli, raccolti in posizioni difensive e con abitazioni più semplici e umili. La notte era piombata sui Balcani romani.

Vae victis

Eppure Attila, nonostante la sua terribile nomea, non era in cerca di un semplice massacro. Gli Unni non avevano nessuna intenzione di conquistare i Balcani, come avevano conquistato la pianura pannonica: il terreno montuoso non era adatto alla loro civiltà nomade e l’Impero Romano, pur molto divertente da saccheggiare, era per loro anche e soprattutto una gallina dalle uova d’oro. Certo, una gallina che doveva ogni tanto essere battuta con un bastone per insegnarle a ubbidire, ma una gallina che aveva una economia avanzata a base monetaria, una burocrazia e un sistema di tassazione che ricavava una fantastica messe di monete d’oro ogni anno. La gallina avrebbe poi potuto depositare le sue uova d’oro sul palmo dei suoi padroni Unni.

No, Attila non voleva distruggere l’Impero Romano, voleva fare capire a quegli zucconi dei Romani che dovevano rassegnarsi a versargli il tributo da lui richiesto. Teodosio e Crisafio, dopo le sconfitte terribili dell’ultimo anno, si rassegnarono a chiedere la pace al Re Unno. Attila ovviamente dettò le condizioni: tutti i fuggiaschi del suo impero dovevano essergli restituiti, seduta stante, per essere inviati al loro supplizio. I prigionieri romani potevano essere riscattati dall’impero, al prezzo di 12 solidi d’oro a testa, inclusi i prigionieri che erano riusciti a scappare. Il tributo annuale passava da 1400 libbre d’oro a 2100 e Attila ovviamente voleva anche il pagamento degli arretrati, 6000 libbre d’oro, grazie mille, da pagarsi a vista del portatore e con i migliori complimenti.

Il tributo richiesto nel 447 assommava, se ho fatto bene i miei calcoli, a circa il 20% del budget imperiale annuale. Negli anni successivi il tributo sarebbe poi passato a circa il 5%, ma questo non tiene conto della riduzione delle entrate causate dalla guerra che aveva devastato un terzo dell’impero d’oriente. Da qualunque lato la si voglia vedere, il trattato imposto da Attila a Crisafio e Teodosio fu un colpo devastante per le casse imperiali d’oriente. L’esattore delle tasse arrivò presto a raccogliere tasse straordinarie e speciali decise dal governo Crisafio per far fronte al buco di bilancio. Sostanzialmente il governo orientale dovette prendere le stesse misure straordinarie di quello occidentale dopo la conquista dell’Africa. Citiamo di nuovo Prisco: “l’imperatore costrinse tutti a contribuire al pagamento con una tassa di guerra, sia per quelli che avevano già pagato le tasse in natura che per quelli che erano esonerati grazie alla generosità degli imperatori. Ciascuno pagò in proporzione al proprio grado e per molti fu una disgrazia che comportò un duro cambiamento. Chi era stato benestante dovette vendere sul mercato il mobilio e gli ornamenti delle mogli. Molti furono quelli morti per fame o impiccati”. In queste parole c’è sicuramente tutta l’irritazione della classe senatoriale – di cui Prisco faceva parte – verso il governo Crisafio. All’improvviso l’idea che aveva avuto Crisafio – quella di non pagare il tributo agli Unni scatenandone l’ira – non parve più tanto una idea così geniale. Crisafio comprese che era vicino al capolinea: o faceva qualcosa per metterci una pezza o si preparava una crisi di governo, che ai tempi voleva di solito dire che la sua testa sarebbe stata messa sopra una bella picca per fare cibo per corvi. Crisafio doveva inventarsi un nuovo piano, e in fretta.

La fine ha sempre un inizio

Sul finire dell’anno Attila inviò un’ambasceria a Costantinopoli, comandata da due dei suoi uomini più fidati: il romano Oreste e lo sciro Edeko. I due, come ho specificato, sono uniti da un curioso destino: il figlio di Edeko, Odoacre, farà uccidere Oreste e deporrà il figlio Romolo Augustolo, mettendo legalmente fine all’Impero d’occidente. Ma non corriamo troppo. La richiesta di Attila era di liberare tutte le terre a sud del Danubio per una distanza di cinque giornate a cavallo: il suo obiettivo era chiaramente di estendere i pascoli per la sua gente e creare un cuscinetto tra il suo regno Danubiano e le terre popolate dai contadini dell’Impero.

I due ambasciatori si presentarono a corte dove furono ricevuti dal Primo Ministro dell’Impero, Crisafio, che li guidò in un giro turistico del palazzo. Edeko rimase particolarmente colpito dalla ricchezza di Costantinopoli e in un abboccamento privato a cui non fu invitato l’altro ambasciatore – Oreste – Crisafio gli fece presente che una parte di quella ricchezza poteva essere sua, se avesse deciso di passare dalla parte dei Romani: cosa era meglio al mondo di una vita di agi a Costantinopoli? Edeko fece presente che faceva parte della guardia del corpo di Attila e gli era molto vicino, Crisafio fece balenare l’idea che ci sarebbe stata una ricompensa enorme per chi avesse liberato Roma della minaccia di Attila. In poco tempo fu ordito un complotto per assassinare il capo Unno: Edeko chiese di essere accompagnato da Vigilas, l’interprete che parlava di solito con Attila e che faceva da interprete anche tra Crisafio e Edeko. Sarebbe stato inoltre necessario trovare un modo di contrabbandare 50 libbre d’oro, fondi che Edeko avrebbe utilizzato per convincere le guardie del corpo di Attila al suo comando a tradire il leader degli Unni.

007, licenza di uccidere

Crisafio decise quindi di organizzare una missione verso il territorio Unno: di facciata sarebbe stata una missione diplomatica, volta a dirimere la controversia sul territorio di confine con Attila. Ma, come per decine di altre ambasciate in ogni epoca e ogni luogo, assieme al suo scopo palese la missione ne avrebbe avuto uno oscuro: Vigilas avrebbe avuto il ruolo di facilitare il tradimento di Edeko, che con un po’ di fortuna avrebbe rimosso Attila dall’equazione della politica mondiale.

Dell’ambasciata fu incaricato un ufficiale di nome Massimino, uno dei più abili tra le principali cariche dello stato. Massimino era però del tutto all’oscuro della missione segreta e del pericolo in cui si stava cacciando avventurandosi nella terra degli Unni con lo scopo di uccidere il loro capo. Massimino decise di chiedere l’aiuto di un suo caro amico, un uomo di grandi capacità diplomatiche e con un intelletto raffinato, un uomo che fino ad oggi è stato il narratore di questa storia ma che ne sta per diventare il protagonista: ma ovviamente il nostro Prisco, lo storico. “Massimino, con le sue preghiere, mi convinse ad unirmi alla missione” racconta Prisco.

Ho deciso di narrarvi, abbastanza nel dettaglio, la storia dell’ambasciata di Prisco per due ragioni: innanzitutto è l’unica vera fonte di buona qualità che abbiamo su questo periodo e poi trovo la storia interessantissima per cercare di comprendere la figura di Attila, al di là della macchietta che ci è giunta attraverso i secoli, del barbaro rozzo che cerca di distruggere Roma.

Dopo un viaggio di tredici giorni da Costantinopoli la missione raggiunse Serdica, nella moderna Bulgaria, con al seguito Oreste e Edeko che tornavano da Attila. Unni e Romani, a cena, litigarono sul ruolo da dare ai loro capi: i Romani sostenevano che era improprio paragonare Attila, un semplice capo barbaro, a Teodosio, un dio in terra e imperatore universale di tutto il mondo. Gli Unni non la presero bene e si infuriarono ma Massimino calmò tutti, facendo lauti doni agli Unni.

Oreste poi prese da parte Massimino e si lamentò del trattamento riservatogli a Costantinopoli: Edeko era stato invitato ad una festa a palazzo senza di lui, lo considerava una mancanza di rispetto. Ovviamente Oreste non sapeva che la ragione di questo sgarbo era che Crisafio aveva voluto parlare in privato con Edeko per organizzare la sua trama: ma gli ambasciatori ufficiali di Roma nulla sapevano di quello che era avvenuto nelle segrete stanze e si limitarono a cercare di rabbonire Oreste. Ma seguiamo il resto del viaggio con Prisco: ve lo riassumerò un po’ ma credo che sia interessante scoprire il mondo di Attila passo a passo, con gli occhi del nostro storico.

Nella tana del leone

“Giunti a Naissus trovammo la città priva di uomini, dal momento che era stata rasa al suolo dal nemico. Nelle chiese cristiane erano radunate molte persone colpite dalla malattia. Ogni luogo lungo la riva era pieno di ossa di quelli uccisi in guerra. Dopo aver passato la notte facemmo il da Naissus fino al Danubio” da notare che la frontiera con il dominio di Attila era oramai a Naissus e il Danubio era fermamente sotto il controllo di Attila. Dice lo storico: “I barbari conoscevano la nostra missione e ci vennero incontro per strada, perché Attila era ansioso di incontrarci e decidere se invadere l’impero dei Romani. Giunti al Danubio i traghettatori ci trasportarono in barche di loro fabbricazione. Fatte otto miglia verso nord oltre il Danubio, Oreste e Edeko andarono avanti come per annunciarci ad Attila e noi fummo costretti ad aspettare. I barbari che erano state le nostre guide rimasero con noi e quando ci apprestavamo a cenare sentimmo il rumore di zoccoli di cavallo. Due Unni arrivarono e ci ordinarono con decisione di recarci da Attila. Il giorno dopo giungemmo all’accampamento del re Unno, si trattava di una enorme distesa di tende. Stavamo per piantare la nostra quando i barbari che ci avevano accompagnati ce lo impedirono: era proibito piantare la tenda più in alto di quella di Attila. All’improvviso si presentarono al nostro cospetto Edeko, Oreste e un altro barbaro di nome Scottas. Questi chiesero cosa cercavamo di ottenere con la nostra ambasciata. Noi rimanemmo stupiti dalla richiesta inaspettata e ci guardammo l’un l’altro ma loro continuarono a pretendere una risposta. Rispondemmo che l’imperatore ci aveva ordinato di parlare direttamente con Attila, e senza intermediari. Scottas, arrabbiatosi, ci rispose che questo era l’ordine del suo capo, Attila non sarebbe infatti venuto. Noi ci rifiutammo di parlamentare con loro e allora gli Unni si arrabbiarono e lasciarono la tenda. Poco tempo dopo Scottas tornò da solo e ci riferì per filo e per segno ogni dettaglio dell’ambasciata che ci era stato detto di riferire da Teodosio e Crisafio ad Attila: gli Unni sapevano già tutto quello che c’era da sapere, disse Scottas, quindi se non avevamo null’altro da aggiungere potevamo anche andarcene.”

La trama si infittisce

All’insaputa di Prisco e Massimino, infatti, Edeko aveva fatto il doppio gioco. Non aveva mai avuto l’intenzione di tradire il suo capo e appena arrivato in territorio Unno era andato dritto dal suo capo e aveva riferito ad Attila che c’era una congiura che viaggiava assieme all’ambasciata: Vigilas, l’interprete, ne era a conoscenza e viaggiava segretamente con 100 libbre d’oro il cui scopo era di corrompere gli uomini che avrebbero attentato alla sua vita. Attila non sapeva ovviamente se Prisco e Massimino fossero della congiura e avrebbe potuto dare l’ordine di uccidere l’intera missione romana: i nostri eroi stavano correndo un rischio mortale, senza saperlo. Ma torniamo a Prisco:

“Avevamo già caricato le bestie da soma quando altri barbari giunsero per dirci di attendere vista l’ora tarda. Attila ci fece arrivare anche del cibo per la cena. Appena si fece giorno ci attendevamo che Attila avrebbe fatto una qualche dichiarazione più conciliante ma gli stessi barbari tornarono da noi e ci ingiunsero a partire, a meno che avessimo qualcosa da aggiungere che loro già non conoscevano, poi ci lasciarono. Quando notai che Massimino era in grande sconforto gli dissi che sarei andato io a cercare di trovare una soluzione. Andai a trovare il segretario di Attila che era un italiano. Questi era stato infatti inviato ad Attila per fungere da suo segretario da Ezio, il grande generale dei Romani d’occidente”

Notare come i rapporti tra Ezio e Attila fossero ancora cordiali nel 447, tanto da avere un segretario italiano alla corte dell’Unno, se posso aggiungere quasi sicuramente anche una spia di Ezio. I tipi come Ezio non inviano in giro gente di fiducia senza motivo. Grazie all’intercessione dell’italiano il nostro Prisco riuscì ad ottenere un colloquio con Scottas. Era questo probabilmente il motivo per il quale Prisco si era aggiunto alla missione: ovvero quello di ufficiale di collegamento con il compito di negoziare informalmente, di brigare e anche corrompere. Insomma, quello che l’ambasciatore ufficiale non poteva fare per motivi di dignità dello stato Romano. Prisco ottenne un abboccamento con Scottas e riuscì a convincerlo ad intercedere per i Romani presso Attila, in modo da convincere il leader degli Unni a riceverli. E così avvenne.

Alla presenza del Re degli Unni

“Attila ci convocò attraverso Scottas e così giungemmo alla sua tenda. Quando facemmo il nostro ingresso trovammo Attila seduto su un sedile di legno. Massimino avanzò, salutò il barbaro, e gli diede le lettere dell’imperatore, affermando che questi pregava affinché lui e i suoi sudditi fossero sani e salvi. Subito Attila rivolse però la parola contro Vigilas, il nostro interprete, chiamandolo una bestia senza vergogna. Disse lui che le sue condizioni per la pace erano chiare e che nessun ambasciatore doveva recarsi da lui prima che fossero state rispettate. Alle pacate rimostranze di Vigilas Attila divenne ancora più furente e veemendo contro di lui disse gridando che lo avrebbe impalato e lo avrebbe dato in pasto agli uccelli per la sua sfrontatezza, se non lo avesse ritenuto un oltraggio verso la legge che protegge gli ambasciatori. Disse poi a noi che avremmo potuto restare fino a quando lui avesse scritto una lettera per rispondere a quella dell’imperatore, con noi lui non aveva null’altro da dire.”

Ambasciata di Prisco e Massimino alla corte di Attila, ricostruzione

Vigilas non riusciva a capire come mai Attila fosse così arrabbiato con lui: non sospettava nemmeno che la sua missione segreta di assassinio era stata riferita da Edeko ad Attila. Vigilas stava rischiando una morte orribile senza saperlo ma continuò il suo piano e quel giorno stesso si abboccò con Edeko per organizzare il pagamento degli uomini che avrebbero dovuto uccidere Attila.

Massimino e Prisco erano comunque in una impasse e cercarono di ottenere un’udienza con un altro grande capo Unno – Onegesio – in modo da convincerlo ad intercedere per loro presso Attila ma questi si infuriò: “Pensano per caso i Romani che tradirò il mio signore? Preferisco di gran lunga la schiavitù sotto Attila che una vita agiata presso i Romani”. Chiaramente la voce era girata presso gli Unni: farsi vedere troppo in combutta con i Romani poteva essere un segnale che si era parte della congiura. Prisco era senza speranze e il giorno dopo si recò verso la grande tenda di attila, dove c’era grande trambusto: Massimino e Prisco non erano infatti gli unici Romani che erano giunti da Attila per mendicare un po’ di attenzione e cercare di evitare una guerra. Anche Ezio aveva inviato ambasciatori perché Attila aveva domandato con la solita durezza la restituzione di un piccolo tesoro che sosteneva essergli stato sottratto da un Romano occidentale. Quel giorno era arrivato il turno in cui Attila avrebbe ricevuto e abusato gli ambasciatori dell’impero occidentale. Il loro capo era un certo Romolo, un uomo che un giorno diverrà il suocero di Oreste, oggi al servizio di Attila, e avrà un nipote sempre di nome Romolo: si quel Romolo, il famoso Romolo Augustolo.

Sindrome di Stoccolma

Situazione politica nel mondo mediterraneo al 450: gli Unni dominano il mondo extradanubiano e taglieggiano entrambi gli imperi romani. In occidente una serie di popoli si sono stabilit all’interno del corpo imperiale, a volte come alleati (Franchi, Visigoti, Burgundi) altre volte come nemici (Svevi e Vandali)

Romolo disse a Prisco che buttava male: Attila aveva minacciato la guerra se tutte le sue richieste non fossero state accolte. Prisco riferisce la costernazione ma anche l’inspiegabile attrazione che questi romani provavano nell’essere maltrattati da questo barbaro: “eravamo tutti affascinati dalla sua irragionevolezza e Romolo, un ambasciatore esperto in molti affari, prese la parola e disse che la sua fortuna era talmente grande e tanto vasto il suo potere che oramai Attila accettava una proposta solo se era lui stesso a pensarla. Nessuno che avesse governato le terre dei barbari aveva realizzato cose talmente grandi, e in così poco tempo: era il padrone di tutte le terre fino ai confini dell’Oceano e perfino i Romani gli pagavano il tributo”. A quanto pare Attila voleva attaccare di nuovo i Persiani attraverso il Caucaso e i nostri si chiesero se questo fosse un bene o un male. Un male disse Romolo: “se fosse tornato vincitore non avrebbe mai accettato che i Romani restassero indipendenti dal suo dominio. D’altronde è convinto che sia il suo destino quello di sottomettere il mondo intero: sostiene di avere ritrovato grazie all’aiuto di un Bue sacro la spada di Marte e con essa sottometterà l’intero mondo”. Credo proprio che i nostri Romani fossero afflitti da una chiara sindrome di Stoccolma, che sta prendendo anche me a forza di descrivere il grande Unno.

Una cena a corte, con Attila

Quella sera Prisco e gli altri ambasciatori furono invitati a cena da Attila: vediamo cosa avvenne per capire meglio il suo stile di leadership: “tutte le sedie erano allineate lungo le pareti della casa. Nel mezzo sedeva Attila su un divano. Chi era a destra di Attila aveva il maggiore onore, noi fummo fatti sedere a sinistra, di fianco a Berichus, un Goto ma comunque uno dei grandi nobili degli Unni. Quando fummo tutti seduti un coppiere portò del vino ad Attila, che bevve alla salute di uno dei commensali che si alzò e non bevve finché Attila non ebbe finito. Poi Attila fece lo stesso, in ordine, prima per chi si sedeva alla sua destra e poi alla sua sinistra. Poi iniziammo a mangiare e tutti ricevemmo da servitori attenti delle vivande molto raffinate su piatti d’argento, tranne Attila che mangiò della semplice carne su un tagliere di legno. Mentre ognuno tra i nobili Unni beveva da coppe d’oro ed era riccamente vestito, Attila beveva da una semplice coppa di legno e il suo vestito era molto semplice, avendo cura solamente che fosse ben pulito. La sua spada, i suoi stivali, le briglie del suo cavallo: nulla era ornato d’oro o d’argento”.

Spero che questo quadro del grande Unno stupisca voi quanto ha stupito me: perfino dalle parole lontane e ricolme di indubbio e inaspettato rispetto da parte del romano Prisco possiamo capire di quanto carisma trasudasse Attila, di come riuscisse a governare con un mix di qualità da vero leader: modestia nello stile di vita, durezza, fedeltà ai suoi e condivisione dei suoi successi. Si distingueva dagli altri attraverso la propria autorictas e non con le cerimonie, i riti, i gioielli, l’evocazione della divinità. Tutte cose alle quali erano oramai costretti gli inetti e inefficaci imperatori romani suoi contemporanei, legati ad un vuoto e arrogante universalismo: gli imperatori dei Romani potevano pure considerarsi dei rappresentanti di Dio in terra, destinati a governare il mondo per grazia divina, ma nel loro cuore sapevano di tremare di fronte al volere di questo capo Unno, vestito di vesti semplici e disadorne ma coperto da un abito ben più prezioso: il potere.

Il festino di Attila, del pittore ungherese Morthan. A destra una rappresentazione di Prisco, seduto

Attila scopre le carte, e vince

È tempo di chiudere la storia di Prisco: Massimino e il nostro eroe tornarono a Costantinopoli con un nulla di fatto. Attila non disse loro mai il perché di tanti comportamenti bizzarri, ma presto tutto fu chiaro. Vigilas, l’interprete, non li seguì al ritorno e fu catturato con addosso una enorme somma di oro che gli era necessaria per sostenere l’assassinio di Attila. Attila lo aveva intrappolato, vietando ai Romani di acquistare ogni rifornimento Vigilas non aveva scusa per portare su di sé tale somma e dopo un po’ di minacce alla testa di suo figlio – che lo accompagnava – Vigilas vuotò il sacco, non che Attila non sapesse tutto grazie alla soffiata di Edeko.

Oreste, il romano al servizio di Attila, fu inviato di nuovo a Costantinopoli. Oreste pretese di essere ricevuto in pompa magna dall’intera corte di Costantinopoli e dall’imperatore in persona, e cosa poteva fare l’imperatore Teodosio II se non ubbidire all’inviato degli Unni? In una scena che ha tutta la grandezza di un poema epico Oreste si presentò con al collo la borsa che conteneva la tangente che era stata trovata addosso a Vigilas e in quel modo giunse di fronte all’imperatore. Sentiamo il resto dalle parole di Prisco: “dopo averla mostrata a tutti e in particolare all’eunuco Crisafio, egli parlò e disse: Teodosio è il figlio di un nobile, e così è anche Attila, figlio di Mundzuk. Ma solo Attila ha conservato la sua nobiltà, perché Teodosio vi ha rinunciato quando ha iniziato a pagare un tributo ad Attila, diventandone lo schiavo. Pertanto Teodosio non ha agito con giustizia verso il suo superiore perché ha ordito segretamente un complotto come un miserabile schiavo domestico. Attila non mancherà di colpire coloro che hanno peccato contro di lui, a meno che Teodosio non gli consegni l’eunuco come punizione”.

Che scena memorabile deve essere stata, e che arroganza smisurata ci voleva per umiliare a tal punto un imperatore dei Romani, il popolo che era abituato a guardare qualunque altra nazione dall’alto in basso, e questo da 700 anni. Non è un caso che i Romani si sentirono completamente alla mercé di questo capo di quelli che loro chiamavano barbari: non si erano mai sentiti così impotenti neanche negli anni più bui per il loro impero, neanche dopo Canne, neanche dopo Abritto, neanche dopo Adrianopoli. Attila, dalle pagine di Prisco, merita secondo me ogni grammo di iperbole che gli abbiamo dedicato in secoli di storia: la sua è una figura affascinante che rapisce lo sguardo perfino leggendo semplici pagine di uno storico di 1600 anni fa, sopravvissute grazie alla noia di un imperatore bizantino di più di mille anni fa.

In direzione del tramonto

Ma la nostra storia non è finita: qualche tempo dopo una nuova ambasciata si recò da Attila che si comportò in un modo sospettosamente accomodante: si sarebbe ritirato dalle terre che aveva richiesto ai Romani e rilasciò perfino Vigilas, che a differenza di quanto ci si aspetterebbe da un capo sanguinario non aveva fatto una fine orribile. I Romani tornarono da Teodosio penso con il sorriso sulle labbra: finalmente Attila si comportava come si confaceva ad un re barbaro.

Ma Attila non era stato convertito sulla via di Damasco e aveva una ragione molto pratica per cercare la pace con Costantinopoli. Da un po’ aveva assaporato un nuovo progetto, un progetto che avrebbe richiesto che Costantinopoli continuasse a rimanere tranquilla e pagare il suo tributo mentre lui si recava altrove. Attila aveva ricevuto un anello da una principessa romana e si era immischiato in una contesa dinastica dei Franchi. Entrambe le faccende puntavano in un’unica direzione, una direzione verso la quale non era mai andato da nemico ed invasore. La direzione in cui governava il suo vecchio compagno d’arme, la direzione in cui tramonta il sole. Era arrivato il tempo anche per l’occidente di subire il peso degli zoccoli degli Unni, il debole imbelle occidente governato dai ridicoli imperatori di Ravenna, i. Presto Attila sarebbe partito per la guerra e come avrebbe potuto resistere Ezio con le sue patetiche armate dove avevano fallito le possenti legioni di Costantinopoli?

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