Episodio 13, i pericoli di un carattere collerico (370-376) – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo visto i fratelli Valente e Valentiniano all’opera: come avrete notato il loro governo congiunto fu nel complesso un successo. Ognuno si occupò dei problemi alle frontiere della sua metà dell’Impero e – per la prima volta da chissà quanti anni – i due fratelli non si fecero guerra. Anzi, sembra che i due andassero genuinamente d’accordo con Valente nel ruolo di deferente fratello minore. Nonostante questo Valente era comunque capacissimo – come abbiamo visto con i Goti – di prendere le sue decisioni in autonomia. 

Oggi ci concentreremo sul fratello maggiore: il suo regno è infatti l’ultimo regno di un imperatore energico e determinato in occidente e può servire per illustrare cosa fosse l’Impero Romano ancora nella pienezza delle sue forze, come decisamente ancora era sotto Valentiniano. Inoltre useremo il suo regno come una opportunità per analizzare i punti di forza e di debolezza dell’impero e cercare di capire in che stato fosse poco prima dello scatenarsi di una tempesta terribile che lo scuoterà nelle sue fondamenta. Quello che faremo oggi è questo dunque: scrutare il cielo e osservare l’accumularsi delle nubi della tempesta.

Rovine di Leptis Magna

Prima di parlarvi di quello che fece Valentiniano negli anni 70’ del quarto secolo vorrei raccontarvi una storia esemplare di malgoverno che proviene da una delle province più tranquille dell’impero, ovvero l’Africa settentrionale. Ci servirà per capire meglio cosa volesse davvero dire amministrare un impero delle dimensioni di quello Romano, o almeno cercare di farlo.

Dobbiamo tornare al 363 dopo cristo. A capo dell’Africa c’era il Comes Africae, nel nostro caso un certo Romano, un ufficiale che come quasi tutti gli alti ufficiali romani utilizzava la sua posizione per arricchirsi. Come abbiamo visto la corruzione era una caratteristica endemica dello stato romano in ogni sua epoca, non ne aveva impedito l’ascesa né ne causò la caduta. Romano fu chiamato in causa dai cittadini di Leptis Magna, i quali avevano avuto problemi con i Berberi che vivevano nei dintorni. Pare che a loro volta i berberi avessero legittimi motivi per arrabbiarsi, ma non complichiamo troppo la faccenda. Sta di fatto che Romano marciò con le sue truppe verso Leptis Magna – oggi un favoloso sito archeologico in Libia. Qui chiese agli onesti cittadini di Leptis Magna, a mo’ di ricatto, di “pagare” una protezione all’esercito se volevano…. bè, essere protetti. I cittadini avrebbero dovuto trovare ben quattromila cammelli e relativo foraggio. I cittadini di Leptis non si erano rassegnati all’estorsione e Romano aveva fatto dietrofront, lasciando Leptis indifesa.

Nel 364 i grandi possidenti dell’Africa si erano riuniti nell’annuale concilio che si teneva nelle principali aree dell’impero: questa era l’occasione per dibattere temi relativi all’amministrazione delle province africane e inviare petizioni all’imperatore. I cittadini avevano inviato una petizione a Valentiniano per denunciare il comportamento di Romano. Questi aveva fatto avere la sua versione dei fatti tramite un Carneade che lavorava per l’imperatore: si trattava di un alto burocrate imperiale suo parente. Valentiniano, sedendo a Trier a migliaia di chilometri di distanza, non aveva ovviamente nessuna idea su chi avesse ragione ma da sovrano coscienzioso aveva deciso di inviare una missione in Africa per indagare sulla faccenda: a capo fu messo un certo Palladio.

Una volta in Africa Palladio e Romano si erano messi d’accordo: Palladio aveva trattenuto nelle sue tasche parte della paga delle truppe africane che era venuta con lui e Romano aveva deciso di chiudere un occhio in cambio di un aiutino nell’indagine sulle sue malefatte. Palladio era tornato a Trier e aveva detto all’imperatore che i cittadini di Leptis non avevano proprio nulla di cui lamentarsi, Romano era un ufficiale di specchiata qualità. Valentiniano non l’aveva presa bene e aveva perfino fatto giustiziare un paio di cittadini illustri di Leptis, così che imparassero a non disturbarlo senza motivo. La storia di Palladio e Romano pare presa di peso da una qualsiasi tangentopoli italiana.

Tutta questa storia sarebbe rimasta probabilmente nascosta: Palladio e Romano avevano compiuto il delitto quasi perfetto. Peccato che anni dopo sbarcò in Africa l’infaticabile Conte Teodosio, inviato di nuovo in missione da Valentiniano dopo il successo in Britannia. Il factotum di Valentiniano era arrivato in Africa nel 373 perché Romano, 10 anni dopo i fatti di Leptis, ne aveva combinata un’altra delle sue. Romano aveva deciso di farsi nemico quello che era il capo dei Berberi della provincia, la popolazione che allora come oggi forma la base della popolazione del Nordafrica. Questo Berbero era un certo Firmo, allo stesso tempo un prominente cittadino romano e il capo della sua tribù. Firmo era stato talmente perseguitato da Romano che aveva deciso di ribellarsi al governo centrale.

Teodosio era sbarcato in africa per spegnere la ribellione e tra i primi atti aveva destituito Romano, che aveva perso chiaramente la fiducia dell’imperatore. Tra le carte di Romano, incredibilmente, Teodosio trovò una lettera di Palladio che da Trier scriveva a Romano. Ecco cosa diceva: “Palladio ti saluta e ti manda a dire di essere stato sollevato dall’incarico solo perché ha osato dire bugie alle orecchie dell’imperatore nell’affare di Leptis,”. Palladio era stato destituito e cercava aiuto da Romano, il suo vecchio compagno di merende. La sua lettera però fu il mezzo per inchiodarlo: aveva mentito all’imperatore, un crimine equiparato all’alto tradimento. Teodosio fece avere la missiva a Valentiniano che fece prelevare Palladio dalla sua villa. Palladio, a dieci anni dal fattaccio, si suicidò.

Vi racconto questa storia perché è simbolica della difficoltà di amministrare con le tecnologie e i mezzi del mondo antico un impero delle dimensioni di quello Romano che si estendeva su un territorio più vasto della moderna Unione Europea. Già oggi, guardando una carta dell’impero, questi ci sembra immenso, paragonabile ad alcuni degli stati moderni più grandi. Ma dobbiamo capire che con i tempi di percorrenza del mondo antico l’impero era un posto dalle dimensioni perfino prodigiose. Chi poteva permetterselo poteva viaggiare per mesi e mesi senza mai uscirne dai confini. L’amministrazione imperiale, date le immense distanze, poteva agire solo in perpetuo ritardo sulle notizie e in base alle poche informazioni che riceveva. Nel caso del leptisgate c’erano state due versioni diverse della stessa storia e l’imperatore – che viveva nella lontanissima Gallia – non aveva potuto fare altro che inviare un suo rappresentante ad indagare: era bastato che questi si facesse corrompere perché l’imperatore avesse gli occhi ciechi. L’imperatore e la burocrazia centrale sostanzialmente potevano prendere decisioni efficaci solo quando le sedi locali lo informavano in modo veritiero. Ora moltiplicate questo problema per ogni angolo dell’impero e potrete comprendere i limiti della governance imperiale.

Quel che possiamo intuire da questo quadro è che l’impero e la burocrazia centrale si dovevano accontentare di alcune funzioni basiche: sostanzialmente organizzare l’esercito e la difesa delle frontiere. Oltre alla difesa lo stato si occupava dell’organizzazione fiscale, ovvero di raccogliere le tasse che sarebbero poi servite a pagare l’esercito, la burocrazia imperiale e un numero ristrettissimo di servizi pubblici come il mantenimento delle strade e del cursus publicus, il sistema di posta imperiale. Pur avendo un’ideologia che portava l’impero a desiderare un controllo minuzioso del territorio, l’imperatore e la burocrazia imperiale lasciavano praticamente tutto il resto ai locali. I provinciali si autogovernavano, anche grazie ai consigli regionali di cui vi ho parlato sopra, il più potente dei quali era quello delle Gallie. A livello più basso le città eleggevano i loro magistrati e avevano una classe di governo – i curiali – che si occupavano del mantenimento dei servizi pubblici locali, come spettacoli, terme, edilizia pubblica. Insomma, l’Impero Romano era un posto molto più libero e con molto più laissez faire che il termine “impero” sottintenda, anche se più per necessità che per disegno. A parte il potere di eleggere la massima carica dello stato da parte di una ristrettissima cricca di ricchissimi senatori non c’erano molte libertà in meno rispetto ai tempi della Repubblica.

Ricostruzione di una fortezza romana del quarto secolo (contra-aquincum)

Se ricordate abbiamo lasciato Valentiniano oltre Reno: l’imperatore aveva inflitto una terribile sconfitta agli Alemanni a Solicinium, nel sud della Germania.

Valentiniano, ritornato in Gallia nella sua capitale Trier, decise che era giunto il momento di porre fine alle scorrerie dei Germani che si ripresentavano ogni volta che il governo di Roma era distratto da una delle ricorrenti guerre civili. Il limes era tornato saldo ma Valentiniano voleva assicurarsi che lo rimanesse anche in futuro. Diede quindi ordine di costruire nuove fortezze e torri di avvistamento dalle Alpi al mare del nord, lungo l’intero corso della frontiera Renana che era quella che più aveva dato problemi di recente. Valentiniano era talmente sicuro di aver sottomesso e ridotto a miti consigli i Germani che fece costruire fortezze anche sul lato germanico del Reno, in modo da avere facile appoggio in caso di invasione delle terre d’oltre Reno e in modo da controllarne i movimenti. Una di queste fortezze era in costruzione nel pieno del territorio Alemannico, in una località che è stata identificata con la moderna Heidelberg, dove sorgono oggi le rovine di uno dei più impressionanti castelli della Germania. I Romani erano intenti ai lavori di fortificazione quando si presentò un’ambasciata di nobili Alemanni, con i quali era stata da poco siglata la pace in seguito alla battaglia di Solicinium. Questi fecero presente che si trattava di una invasione bella e buona del loro territorio. Dice Marcellino “Supplicavano i Romani a non trascurare la propria sicurezza e a non lasciarsi trarre in inganno da un malvagio errore. Li esortavano a non calpestare i patti e a non intraprendere un’opera indegna”. Tradotto: Romani: state rompendo il patto che abbiamo siglato, non abbiamo intenzione di farvi del male ma andatevene o saranno guai.

Il comandante romano aveva però degli ordini e non si fece spaventare. Peccato che una volta che l’ambasceria degli Alemanni fallì scattò la trappola che gli Alemanni probabilmente volevano evitare di far scattare: dal bosco uscirono migliaia di soldati che fecero a pezzi gli incauti Romani, e una guerra che era terminata iniziò di nuovo a causa del comportamento poco diplomatico di Valentiniano: questi aveva forzato gli Alemanni a difendere il loro onore.

Nel frattempo, la Gallia veniva tormentata da uno dei suoi mali periodici, l’esplosione del fenomeno dei Bagaudi. Chi erano i Bagaudi? Non c’è una risposta chiara a questa domanda, visto che il fenomeno è complesso e si ripresenta a fasi alterne sia in Gallia che in altre parti dell’impero durante diversi secoli. In parole semplici i Bagaudi erano dei briganti: direi che l’analogia più semplice, anche se non del tutto corretta, è con il brigantaggio nel mezzogiorno in seguito all’unificazione italiana. L’Impero Romano era uno stato con enormi, direi scioccanti, livelli di iniquità sociale: molto superiori ai tempi moderni ma perfino all’Europa preindustriale. l’impero era infatti al servizio di una piccola cricca di proprietari terrieri che monopolizzava la ricchezza, le terre e le rendite. Oltre a questa manciata di famiglie che vivevano in un lusso incomprensibile ai più esisteva una limitata classe media di cittadini e un vastissimo mondo agricolo alle dipendenze della suddetta cricca di proprietari terrieri: nel quarto secolo oramai la differenza tra i coloni liberi e gli schiavi si era molto ridotta, e non perché la condizione degli schiavi fosse migliorata.

Quando l’impero era in pace e vigeva l’ordine costituito i nullatenenti del mondo contadino se ne stavano buoni sotto il giogo imperiale, a lavorare le terre dei padroni pagandoli con il proprio lavoro o con l’affitto. Quando invece l’ordine pubblico era in dubbio, vuoi durante periodi di guerre civili o di invasione da parte dei barbari, i nullatenenti delle campagne avevano la possibilità e spesso la necessità di sfuggire al giogo dei loro padroni, sia perché non tolleravano il loro stato sia perché lo scombussolamento prodotto dalla guerra aveva distrutto la loro fonte di sostentamento. Magari il loro padrone era morto e la grande fattoria era stata distrutta, oppure gli eserciti romani o barbarici avevano messo a ferro e fuoco la povera terra che coltivavano. Sta di fatto che questi uomini disperati si raggruppavano in bande che si dedicavano al brigantaggio e a volte perfino alla resistenza politica all’oppressione del regime imperiale. Gli storici romani chiamano ogni volta questi gruppi “Bagaudi” senza fare distinzioni di sorta e associando fenomeni diversi tra loro. I Bagaudi erano emersi inizialmente durante il caos della crisi del terzo secolo e continuarono a riemergere periodicamente ogni volta che il pugno di ferro del regime imperiale si indeboliva in Gallia.

Ma torniamo agli Alemanni: questi al riesplodere della guerra decisero di nominare un capo supremo per far fronte al gigantesco impero d’oltre Reno. Nominarono capo supremo un certo Makrian che si accinse a cercare di condurre la disperata difesa contro Valentiniano. L’imperatore decise che fosse utile, prima di attaccare di nuovo gli Alemanni, di trovarsi degli alleati tra i Germani. Convinse quindi i vicini settentrionali degli Alemanni, i Burgundi, ad attaccare questi ultimi. Purtroppo, non ci fu un buon coordinamento tra Romani e Burgundi, con questi ultimi che si trovarono ad attaccare gli Alemanni senza il supporto del comitatus imperiale. I Burgundi, senza il supporto dei Romani, se ne tornarono a casa.

L’anno successivo – il 370 – Valentiniano decise che era arrivato il momento di catturare Makrian e portare a termine la guerra, guerra che aveva già vinta una volta e che aveva riaperto a causa della sua insistenza a costruire una fortezza in territorio germanico. Gli Arcani o Agentes in Rebus, Il servizio segreto militare dell’Impero Romano, riferirono il luogo dove si nascondeva Makrian, a quanto pare difeso da pochi dei suoi.

Penso di aver solleticato la vostra curiosità nominando gli Arcani: è di solito l’effetto delle organizzazioni segrete. Si trattava di una unità militare specializzata con il compito di monitorare segretamente i popoli vicini: nelle parole di Ammiano il loro compito era di “sparpagliarsi in tutte le direzioni per riferire poi ai nostri generali le voci riguardanti i popoli vicini”.  Come i servizi segreti moderni erano anche loro chiacchierati: Teodosio licenziò il reparto di Arcani britannici dopo la riconquista dell’isola. Forse perché non erano stati in grado di prevedere la grande cospirazione di Pitti, Scotii e Sassoni o, più probabilmente, perché sospettava che dietro la grande cospirazione ci fossero proprio loro: i servizi segreti deviati sono una tradizione, o una diceria, immortale.

Comunque sia nottetempo Valentiniano fece attraversare ad alcune truppe il Reno al comando del Conte Teodosio e li raggiunse lui stesso nella massima segretezza: ne seguì una marcia il più possibile silenziosa verso la fortezza di Wiesbaden, dove si nascondeva Makrian. I soldati però fecero troppo rumore e i Germani si accorsero dell’incursione. Questi riuscirono a far fuggire Makrian: Valentiniano se ne dovette tornare con la coda tra le gambe a Trier, dopo aver devastato le campagne Alemanniche.

L’anno successivo, in un replay di quanto abbiamo visto con Valente, Valentiniano venne a sapere che sulla frontiera Danubiana, da lui ignorata per tutto il suo regno in quanto piuttosto tranquilla, era scoppiato il caos e guarda caso di nuovo per la politica di rafforzamento del limes portata avanti da Valentiniano.

Questi infatti aveva dato ordine di fortificare anche il limes Danubiano, in particolare facendo costruire una fortezza oltre Danubio nel territorio dei Quadi, in Pannonia – la moderna Ungheria. Valentiniano si comportava con questi ultimi come si era comportato con gli Alemanni, sostanzialmente ritenendoli sudditi Romani. Ma i Germani erano un popolo fiero e per quanto si trattasse di una lotta impari non potevano accettare una tale violazione della loro sovranità e del loro territorio: prudentemente scelsero prima di tutto di mandare ambascerie al Prefetto del Pretorio dell’Illirico, il capo dell’amministrazione civile. Questi fece interrompere i lavori in attesa che la loro petizione fosse ascoltata e giudicata dall’imperatore ma il Comes locale – vale a dire il comandante militare – fece di testa sua: nominò suo figlio Dux della provincia in questione e questi ricominciò i lavori senza autorizzazione. Di seguito c’è un episodio bizzarro che pare illogico: il duca in questione avrebbe invitato il re dei Quadi a parlamentare. Durante il banchetto il Duca avrebbe ucciso il Re dei Quadi: pare un comportamento irresponsabile e per questo mi sembra improbabile, anche se decisamente a questo mondo esistono gli idioti, e quindi non è da escludere che avvenne veramente. Sta di fatto che questo orribile delitto infiammò i Germani di comprensibile rabbia.

I Quadi e i loro vicini decisero quindi di attaccare improvvisamente il territorio romano, saccheggiandolo proprio al tempo del raccolto e facendo molti prigionieri e molto bottino: le razzie dei Quadi erano avvenute nella totale impreparazione dei Romani. Per poco non catturarono un tesoro molto più prezioso di ogni gioiello: passava di lì infatti Faustina, la figlia nata postuma di Costanzo II. Vi ricordate di lei? L’ultima volta che l’abbiamo vista Faustina era una bambinetta portata in parata da Procopio. Mi pare oramai di conoscerla: Faustina era in Pannonia perché in viaggio verso Milano, dove avrebbe spostato Graziano, il figlio di Valentiniano, unendo quindi la nuova famiglia imperiale alla dinastia dei Costantiniani.

La doppia città di Aquincum, sul Danubio, all’apogeo nel quarto secolo. Aquincum era la capitale della Pannonia Romana. A destra la città “civile” a sinistra l’accampamento dei militari, anch’esso oramai evolutosi in una città. Due ponti attraversano il Danubio e sono protetti sul lato opposto da grandi fortezze.

Valentiniano apprese di questo disastro nel corso dell’autunno del 374 e la primavera seguente decise di lasciare Trier e mettersi in moto per la Pannonia, peraltro la sua provincia natale. Prima di potersi muovere anche lui dovette trovare un accordo con Makrian, come Valente aveva dovuto trovarne uno con Athanaric. Imperatore e Re si incontrarono sul Reno e siglarono la pace: si poneva fine ad una guerra inutile con una pace necessaria ad affrontare un’altra guerra scoppiata per motivi futili: debbo dire che Valentiniano fu un imperatore deciso ma non si può dire che la sua amministrazione fu la più capace sul fronte diplomatico. Paradossalmente però questa apparente assenza di diplomazia è un sintomo della forza dell’impero in questo scorcio di quarto secolo: l’Impero poteva ancora concedersi il lusso di trattare i barbari con sufficienza, arroganza e irresponsabilità. Questo lusso aveva gli anni contati.

Nel frattempo, l’intera prefettura dell’Illirico era in fiamme: ai Quadi si erano uniti i Sarmati che saccheggiavano ovunque nella provincia. La guerra aveva colto di sorpresa il Prefetto del Pretorio Probo, a capo della prefettura, che non sapeva letteralmente che pesci pigliare: i Sarmati riuscirono persino a mettere in fuga un paio di reparti romani del formidabile Comitatus. Per fortuna era Duca della Moesia – una delle province della Prefettura – il nostro Teodosio. Non il Conte Teodosio ma suo figlio, Teodosio il non-ancora-grande: anche lui aveva iniziato la sua carriera militare. Teodosio il giovane era un ragazzo di prima barba ma seppe immediatamente organizzare una difesa, tendendo agguati ai gruppi di razziatori meno numerosi e poi via via concentrando truppe per i gruppi più ostici. I superstiti si rifugiarono oltre Danubio e mandarono messaggeri per parlamentare con l’imperatore che era nel frattempo in viaggio per raggiungere la regione. Valentiniano si comportò piuttosto prudentemente e alle loro rimostranze a riguardo dell’uccisione del Re dei quadi disse che avrebbe indagato sull’accaduto ma continuò il suo viaggio fino ad Aquincum, la capitale della Pannonia che corrisponde alla moderna Budapest. Qui fece costruire un ponte di barche sul Danubio, lo attraversò e si accampò con tutto lo splendore dell’esercito imperiale letteralmente sulla soglia di casa di Quadi e Sarmati: qui restituì il favore ai barbari, bruciando e saccheggiando a volontà prima di ritirarsi verso i quartieri invernali in Pannonia.

Durante la pausa invernale, eravamo nel Novembre del 375, Quadi e Sarmati inviarono di nuovo messaggeri a Valentiniano per fare presenti le loro ragioni: non avevano mai voluto la guerra ma vi erano stati costretti dai Romani che avevano preteso di costruire una fortezza sul loro territorio e assassinare il loro Re: erano stati i romani a spingerli alla guerra.

Valentiniano era la persona sbagliata a cui fare certi ragionamenti: convinto sostenitore dell’ideologia imperiale romana non percepiva neanche la possibilità che barbari e romani fossero sullo stesso piano: i barbari dovevano piegarsi al volere di Roma di buon grado, in quanto loro superiori, e implorare la pietà e il perdono di sua Maestà Imperiale se volevano avere salva la vita. Da uomo collerico quale era andò su tutte le furie e iniziò a sbraitare contro i messaggeri, vomitandogli sopra senza dubbio un buon numero di improperi. Ma lasciamo che sia Ammiano a raccontarci cosa avvenne: “a queste affermazioni l’imperatore, in preda a violenti attacchi di ira e fuori di sé rinfacciò con parole di rimprovero a tutta la nazione dei Quadi di essere ingrata e immemore dei benefici ricevuti. Poi si placò, quasi come colpito da fulmine e ostruitosi il respiro e la circolazione, apparve di un colore rosso fuoco. Gli si era interrotta la circolazione ed era bagnato di sudore letale: per evitare che cadesse di fronte a tutti fu portato in una stanza interna dalla servitù. Qui posto a letto trasse gli ultimi respiri”. Il nostro collerico imperatore morì come era vissuto: a causa di un colpo apoplettico. Tanta fu la violenza della sua sfuriata, in quella che è certamente la più spettacolare morte di un Imperatore Romano dai tempi di Augusto. Era stato Augusto dell’Impero Romano per 11 anni, reggendolo con il pugno di ferro di un vero soldato: a Barletta, in Puglia, c’è una misteriosa statua di bronzo dall’aspetto severo e imperturbabile: non è certo che si tratti di lui, ma mi piace pensare di riconoscere in quel viso austero, inflessibile e implacabile lo sguardo di Valentiniano, primo del suo nome, augusto dell’impero d’occidente. 

Ricostruzione del palazzo del Governatore di Aquincum, dove sarebbe morto Valentiniano

Come giudicare Valentiniano? Dal mio racconto spero esca fuori l’immagine di un uomo complesso: un servitore dello stato a suo modo integerrimo, a differenza di molti suoi sottoposti. Sicuramente un militare capace e pratico, privo però dell’immaginazione e del genio di un Diocleziano, di un Costantino o di un Giuliano. Valentiniano nel corso del suo regno ebbe da superare diverse prove nel campo dell’ordine pubblico – in Britannia, in Gallia, in Africa e in Illirico – molte di queste furono esacerbate dalla sua gestione poco diplomatica delle relazioni con i popoli vicini. Ammiano e altri storici come Zosimo sostengono fosse di indole anche feroce, l’idea che mi sono fatto è di un signore irascibile e facile alla collera ma non di un tiranno. Sotto di lui per l’ultima volta ci fu una sostanziale pace e tolleranza religiosa in occidente, anche perché davvero non era il tipo da perdere tempo in cose di religione come quel damerino di Giuliano. Nell’amministrazione il suo cruccio principale fu sempre di assicurarsi i fondi per l’esercito e la sua politica di rafforzamento delle difese dell’impero, cosa che inevitabilmente non fece piacere ai contribuenti: eppure sembra che volle sempre difendere i civili dagli abusi dei militari e quando possibile diminuì le tasse. In guerra fu sempre molto accorto sia in fase offensiva che difensiva e lui come i suoi generali – il conte Teodosio su tutti – vinsero ogni guerra in cui furono coinvolti: mantenne una stretta disciplina nell’esercito che, pur diversissimo da quello alto imperiale, era sotto di lui la solita implacabile macchina da guerra. Fu anche l’ultimo imperatore a combattere sia oltre Reno che oltre Danubio. Ammiano ci riporta che nel tempo libero dipingeva e scolpiva.  Ne esce fuori l’immagine di un imperatore complesso, come l’imperatore ritratto nel Colosso di Barletta: la statua ritrae un uomo austero e carismatico, duro ma giusto.

Volto del Colosso di Barletta, forse Valentiniano I, forse Teodosio I o Teodosio II

In quel triste scorcio del 375 l’imperatore fu imbalsamato e la salma inviata a Costantinopoli, per essere sepolta nel mausoleo imperiale di Costantino a Nuova Roma.

Con l’improvvisa morte di Valentiniano i principali capi militari dell’Impero si ritrovarono con un bel grattacapo e anche una opportunità: il grattacapo dipendeva dal fatto che i due potenziali eredi di Valentiniano erano molto lontani. Valente era in oriente e le legioni renane avevano bisogno di qualcuno che fosse presente in occidente per tenere a bada Alemanni, Sassoni, Sarmati e Quadi: la divisione dell’impero in due sfere di influenza era oramai una necessità. Ovviamente Valentiniano aveva nominato un erede, ovvero Graziano, ma questi era rimasto a Trier visto che nessuno aveva previsto che l’imperatore morisse in modo così inaspettato. Inoltre, Graziano era ancora giovane e non era considerato una personalità marziale in grado di comandare il rispetto delle legioni.

Il fattaccio presentava però anche una opportunità: si era ovviamente aperto un vuoto di potere e tutti i comandanti dell’esercito avevano l’opportunità di adocchiare una promozione, forse perfino la promozione al seggio più alto. I contendenti alla promozione erano in sostanza tre: Sebastiano, un capace comandante molto rispettato e che incontreremo di nuovo ad Adrianopoli, Merobaude, un parente del re dei Franchi e il Magister Peditum, uno dei più alti in grado nello staff di Valentiniano e infine ovviamente il Conte Teodosio, il Magister Equitum, quindi superiore in grado a Merobaude, che era in Africa a risolvere la ribellione di Firmo. Come in molti casi della storia essere al punto giusto al momento giusto fu essenziale, come anche una capacità nel leggere i movimenti politici nel gioco del trono: in questo Merobaude si dimostrerà di gran lunga il giocatore più accorto. Merobaude era sul posto ad Aquincum alla morte dell’imperatore ed era probabilmente consapevole di non poter ambire lui stesso al seggio imperiale, in quanto membro di una delle casate reali dei Franchi. Prima di tutto spedì Sebastiano lontano in una missione militare atta ad allontanarlo dai gangli del potere. Decise quindi di allearsi con altri generali influenti e trovare una soluzione creativa al problema di chi far sedere sul trono: né il lontano Valente né l’imprevedibile Graziano ma suo fratello minore Valentiniano, un bambinetto di 4 anni che fu portato di fronte alle legioni per essere acclamato Augusto dell’Impero.

Ma, e qui è il colpo di genio, Merobaude fece sì che Valentiniano fosse acclamato Augusto solo dell’Italia e dell’Africa, lasciando il resto dell’occidente a Graziano, contando che questi non si sarebbe messo contro questo accomodamento. In realtà in poco tempo Graziano riuscì a riprendere parte del potere di cui era stato esautorato ed esercitarlo anche per conto del fratellino: anche gli alti gradi dell’esercito si rassegnarono a farsi comandare dal giovane augusto. I tempi dei potenti Magister Militum che comandano per nome di un imperatore fantoccio non erano ancora arrivati.

La vittima illustre del cambio di regime fu il conte Teodosio, ancora in Africa per mettere ordine ai guai di Romano. Non è ben chiaro cosa avvenne ma Merobaude e gli altri generali romani sapevano benissimo che Teodosio era il più popolare generale dell’impero e un ottimo candidato per l’usurpazione: trovarono un modo per farlo arrestare e metterlo a morte, in quella che era la maledizione dei generali di grande qualità sotto l’impero. Essendo infatti la carica di imperatore una posizione tutto sommato meritocratica e non del tutto ereditaria ogni imperatore doveva sempre guardarsi da un generale troppo brillante, soprattutto in caso di cambio di regime. Perfino il figlio del conte Teodosio – Teodosio il non-ancora-grande – fu messo in prigione ma la sua vita fu risparmiata, per fortuna per lui e per la sua possibilità di essere chiamato un giorno il grande. E fu una fortuna: stava per arrivare un tempo in cui per l’impero un generale di buona qualità sarebbe stato necessario come il pane.

Era infatti il 376 dopo cristo e il nuovo regime politico era stato inaugurato da appena un anno quando giunsero strane voci dall’oriente: un popolo nuovo, sconosciuto e feroce, aveva attaccato il popolo dei Goti, sia i Greutungi che vivevano sulle sponde settentrionali del Mar Nero che i Goti Tervingi della ex Dacia romana. Entrambi i popoli, sconfitti e devastati, si erano mossi verso sud e ora si accampavano spaventati sulla sponda settentrionale del Danubio. I goti, con la paura nel cuore e negli occhi, parlavano di un orrore indescrivibile che li aveva colpiti a nord, con la stessa paura e timore di un mago che si rifiuta di nominare il nome di tu-sai-chi.

I Goti chiedevano rifornimenti per non morire di fame e chiedevano di essere ammessi come rifugiati all’interno dell’Impero: avrebbero perfino combattuto per l’imperatore, se solo gli avesse permesso di attraversare il fiume. 

Ma chi era questo terribile e nuovo popolo che incuteva un terrore talmente assoluto in uno dei popoli più bellicosi del mondo? E qual era la storia di questo popolo – i Goti – che si affacciavano al mondo romano bussando per essere accolti? Nel prossimo episodio ricostruiremo per quanto possibile la storia dei Goti e arriveremo alla loro sconfitta. È una storia affascinante che svela la vera natura delle cosiddette invasioni barbariche: non invasioni di popoli trionfanti sulle armi dei deboli romani ma enormi migrazioni di popoli in fuga e sconfitti, in cerca di una nuova patria.

Se questo testo vi interessa vi consiglio di ascoltare il podcast! Vi pregherei di donare un minuto del vostro tempo a lasciare una recensione, aiuta moltissimo il podcast! Come sempre mi trovate anche su Facebook alla pagina “storia d’Italia”, su twitter e su Instagram. Al prossimo episodio!

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