Un angolo di Roma: il Clivo di Scauro e il Celio

A volte un pezzo di città può servire a narrarla tutta. Forse è questo il caso del Clivo di Scauro e del circostante rione del Celio, che è come uno scrigno dell’antica Roma.

La via è una delle poche che ha mantenuto esattamente la toponomastica (e il percorso) dell’antica Roma. Deve il nome ad un membro della famiglia degli Scauri, forse il celebre Marco Emilio Scauro, princeps senatus a fine II secolo a.C., che avrebbe aperto questo percorso.

Se volete saperne di più sul contesto di questo articolo, ascoltate il podcast in alto!

Oggi la via è tutta circondata di elementi e strutture che rimandano all’antica Roma, al periodo tardoantico, al medioevo e anche ai secoli successivi.

In rosso il percorso antico del Clivus Scauri, oggi la via mantiene il nome fino alla piazza antistante la basilica di San Giovanni e Paolo.

Il Celio era una delle aree più ricche dell’antica Roma, almeno a partire dal tardo impero.

In età augustea il Celio costituì la II delle 14 regioni della città, detta Caelimontium. Sul lato rivolto verso il Colosseo, nel punto più elevato sorse il tempio del Divo Claudio, dedicato all’imperatore Claudio, divinizzato dopo la morte. L’area corrisponde nella foto al convento dei passionisti. Vedremo in una foto cosa resta!

Nel IV secolo vi avevano sede ricche domus inserite in vasti parchi, come quelle delle famiglie della potentissima famiglia dei Simmaci (presso cui sorse la basilica hilariana, oggi dentro l’ospedale militare del Celio) a cui appartenevano alcuni dei più importanti senatori del tardo impero. C’erano anche le proprietà dei Tetrici e quella di Fausta (domus Faustae), forse identificabile con la moglie di Costantino.

Nella parte extraurbana del colle sorsero diverse caserme per le truppe di stanza nella capitale: in corrispondenza della chiesa di Santo Stefano Rotondo erano sorti i castra peregrina (costruiti in epoca traianea e restaurati più volte nei secoli successivi). Nei pressi si trovava inoltre un’ampia residenza dei Valeri (domus Valerii). Di fronte, si trovava la sede della V coorte dei vigili (statio cohortis V vigilum).

In un possedimento della famiglia dei Laterani Settimio Severo fece edificare tra il 193 e il 197 i castra nova equitum singularium ossia una nuova caserma per il corpo di cavalieri della guarda imperiale, di fronte alla vecchia caserma costruita sotto Traiano (castra priora equitum singularium). Quando il corpo militare fu sciolto da Costantino l’area dell’accampamento severiano fu in parte occupata dalla nuova basilica dedicata al Salvatore che divenne poi San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma.

Per orientarvi, ecco una mappa del Celio con i monumenti principali. Il laterano è poco a sinistra dell’immagine, fuori campo. Scopriremo quest’area in basso, con la descrizione dei principali monumenti.

Per ascoltare l’ultimo episodio di Storia d’Italia – con la storia di Gregorio Magno e del suo legame con il Celio, ascoltate il podcast in basso!

Case romane del Celio

Nel clivo di Scauro, al di sotto della Basilica di SS.Giovanni e Paolo, c’è l’ingresso per un piccolo museo, le case romane del Celio. Si tratta di uno scavo sotterraneo di grande interesse archeologico, e di un delizioso museo.

Gli ambienti romani furono riportati alla luce alla fine dell’Ottocento dall’allora rettore della basilica, Padre Germano di S. Stanislao, scavando oltre la piccola cella che costituiva il martyrium (il luogo della deposizione e delle reliquie) dei martiri titolari della basilica.

Vennero così riscoperti e lentamente scavati oltre 20 ambienti, dei quali 13 affrescati. Si comprende l’evoluzione del Celio, che in epoca altoimperiale era un colle “popolare”. Infatti originariamente gli immobili erano costituiti da due insulae popolari, la prima databile al 111, con un balneum al pianterreno e abitazioni al piano superiore, l’altra del secolo successivo con botteghe al piano terreno. Si scorge anche un’antica via al centro degli edifici. I due edifici e le loro pertinenze furono però realisticamente acquistati e riuniti nel III secolo in un’unica proprietà. L’area divenne quindi una vera e propria domus, con ambienti lussuosamente affrescati.

Successivamente, nel IV secolo, il complesso divenne proprietà della famiglia del senatore Byzas che trasformò parte della proprietà in una chiesa (Titulus Byzanti), poi attribuito al figlio Pammachio (Titulus Pammachii). Fu da qui che iniziò ad evolversi l’area verso un uso religioso.

Nei secoli successivi, con la fondazione nel V secolo della basilica superiore, gli ambienti romani vennero in gran parte demoliti, in parte interrati e in parte utilizzati per le strutture di fondazione degli ambienti basilicali. Cosa che ne ha permesso la scoperta nel Novecento.

Il Clivo di scauro: le mura sono romane, ma sono rette da archi medievali, sotto i quali si apre l’ingresso al museo delle case romane del Celio.
Mappa delle stanze scavate sotto la basilica, che formano il museo delle case romane del Celio

Santi Giovanni e Paolo al Celio

I santi Giovanni e Paolo non sono i più celebri apostoli, ma due soldati romani che sarebbero stati martirizzati durante il regno di Giuliano l’Apostata e a cui fu dedicata, nel corso del V secolo, la chiesa fondata dal senatore Byzas a fine IV secolo.

La chiesa fu danneggiata nel corso del V secolo, ma sempre mantenuta. Fu restaurata da Pascale I nel IX secolo (uno dei grandi Papi costruttori) ma fu poi riedificata in stile romanico (pur mantenendo le forme e le colonne originali) nel XII secolo, epoca in cui furono aggiunti il portico e l’alto campanile, tra i più belli della città, impostato sui resti del Tempio di Claudio. Nel 1216 il cardinale Cencio Savelli (il futuro papa Onorio III) fece sopraelevare il portico, creando la galleria soprastante e il portale cosmatesco sovrastato da un’aquila ad ali aperte e affiancato da due leoni. 

Oggetto di radicali trasformazioni per adeguare la struttura al gusto dei tempi, l’interno della chiesa, a tre navate, ha risentito dei restauri operati nel Settecento che gli hanno fatto perdere ogni traccia dell’antico aspetto e contrasta con la facciata romanica, ripristinata tra il 1950 e il 1952 per volontà del cardinale Spellman, arcivescovo di New York.

Il bel soffitto a cassettoni fu realizzato nel Cinquecento mentre al centro dell’abside è possibile ammirare un grande affresco del Pomarancio. Circa a metà della navata, una lapide ricorda il luogo in cui i santi avrebbero subito il martirio nel IV secolo.

il bel piazzale antistante la Basilica
Interno della basilica

Il tempio del Divo Claudio

Di fianco alla Basilica di S.Giovanni e Paolo c’è un grande monastero (oggi dei Passionisti) che è costruito direttamente sulle rovine del tempio del Divo Claudio, come si può vedere da questa immagine anche il bel campanile del XIII secolo poggia sulle rovine romane.

Il campanile sopra le rovine romane

La costruzione del tempio fu iniziata nel 54, alla morte dell’imperatore, per volere della moglie, Agrippina minore. L’opera venne gravemente danneggiata dal grande incendio di Roma del 64, sotto Nerone, il quale la riadattò a ninfeo per la propria Domus Aurea, e collegandolo, a tale scopo, con l’Aqua Claudia tramite l’arcus Neroniani. Come ricorda Marziale, qui si trovava l’estrema propaggine del palazzo di Nerone. Dopo la morte di Nerone il tempio fu infine ricostruito da Vespasiano (salito al trono nel 69).

Dopo il saccheggio di Roberto il Guiscardo del 1084, il papa Pasquale II fece restaurare l’adiacente basilica e fece costruire accanto un primo piccolo convento: le poderose murature del tempio ben si prestavano a sostenere ulteriori costruzioni. Pontefici successivi, tra il XII e il XIII secolo, ampliarono il convento e fecero costruire il campanile. Le costruzioni medioevali mantengono ancor oggi l’imponenza originale, ribadita dai massicci contrafforti, e sono un esempio ancora impressionante di riuso medioevale di strutture romane.

La biblioteca di Agapito

Papa Agapito I fu vescovo dal 535 al 536, negli ultimi scampoli di pace “gotica” per Roma. Fu membro della famiglia degli Anici (come Gregorio Magno, e altri Papi e perfino imperatori). Era anche un amico di Cassiodoro, Prefetto del Pretorio della corte di Ravenna e letterato.

A quanto pare Cassiodoro e Agapito concepirono il desiderio di fondare una biblioteca che mantenesse viva la tradizione letteraria di Roma. Un progetto che poi Cassiodoro riciclerà fondando il suo monastero del Vivarium.

La biblioteca di Agapito fu realizzata sulle proprietà di famiglia sul Celio (come il futuro monastero di Gregorio Magno). L’area è stata identificata con dei resti archeologici sul Clivo Scauro, di fronte alla case romane del Celio. L’intensa edificazione nel VI secolo di quest’area testimonia la vitalità che mantenne Roma durante il regno di Teodorico e Amalasunta (assieme a molte altre edificazioni in tutta la città).

Biblioteca di Agapito

Monastero di S.Gregorio Magno

Gregorio I, anche detto Gregorio Magno, fu papa dal 590 al 604. Il suo fu un pontificato monumentale, che segna a Roma un passaggio fondamentale da un punto di vista istituzionale, culturale, economico e politico.

La facciata della chiesa principale

Il monastero fu fondato dallo stesso Gregorio prima di diventare Papa, su terreni di proprietà della sua famiglia (gli Anicii: una delle famiglie più ricche e potenti di Roma, aveva dato già due Papi a Roma, oltre che due degli ultimi imperatori dell’Occidente). Gregorio fondò il monastero per diventare un monaco dell’istituzione, scegliendo (a differenza di quanto avveniva di solito) di non diventarne abate.

Uno degli abati del monastero fu Sant’Agostino, inviato da Gregorio a fondare la chiesa inglese, primo vescovo di Canterbury.Il monastero decadde poco dopo la morte di Gregorio, rimanendo sull’isolato colle del Celio in uno stato di abbandono fino al XVI secolo, quando fu affidato ai Camaldolesi.

L’attuale chiesa risale al periodo, ma sulla sinistra rispetto alla facciata, percorrendo un viottolo, è possibile arrivare all’antico oratorio di S.Andrea al Celio, che corrisponderebbe all’originale oratorio del monastero gregoriano. Diversi elementi dell’edificio datano al tardo VI secolo, ma si tratta di una ricostruzione seicentesca.

Interno dell’oratorio di S. Andrea al Celio, con la (supposta) panca di pietra di Gregorio Magno.

L’interno è splendidamente decorato, in visiva contrapposizione con l’ascetismo monastico di Gregorio Magno. Al centro dell’oratorio, la pietra che la tradizione vuole fosse utilizzata quotidianamente da Gregorio (quando non era ancora papa) per sfamare 12 poveri. La pietra è di epoca romana. Gli affreschi sono di Guido Reni e del Domenichino, e rappresentano varie scene della vita di S.Andrea apostolo, l’originale santo a cui era dedicato il monastero di Gregorio Magno.

Santo Stefano rotondo al Celio

Concludo questo giro per il cuore del Celio (ma ci sarebbe tanto altro di cui parlare! Come i Santi Quattro Coronati e S.Clemente…ma non vorrei esagerare) con la meravigliosa chiesa tardoantica di S.Stefano rotondo al Celio. A mio avviso, una delle più belle di Roma (e la concorrenza è forte).

La costruzione fu probabilmente voluta da papa Leone I (440461), sotto il quale era stata edificata anche un’altra chiesa dedicata a santo Stefano (la basilica di Santo Stefano in via Latina), e dovette essere iniziata negli anni finali del suo pontificato: sono infatti state rinvenute in un tratto delle fondazioni dell’edificio due monete dell’imperatore Libio Severo (461465); inoltre tramite la dendrocronologia si è appurato che il legno utilizzato nelle travi del tetto era stato tagliato intorno al 455. Dalle fonti sappiamo che tuttavia la chiesa venne consacrata solo successivamente, da papa Simplicio (468483).

Ricostruzione dell’interno in epoca tardoantica: fatelo vedere a chi vi dice che l’arte a Roma, nel V secolo, era in declino

L’edificio aveva pianta circolare, costituita in origine da tre cerchi concentrici: uno spazio centrale (diametro 22 m) era delimitato da un cerchio di 22 colonne architravate, sulle quali poggia un tamburo (alto 22,16 m); tale parte centrale era circondata da due ambulacri più bassi ad anello: quello più interno (diametro 42 m) era delimitato da un secondo cerchio di colonne collegate da archi, oggi inserite in un muro continuo, mentre quello più esterno (diametro 66 m), scomparso, era chiuso da un basso muro.

Nell’anello più esterno dei colonnati radiali sormontati da un muro delimitavano quattro ambienti di maggiore altezza, che iscrivevano nella pianta circolare una croce greca riconoscibile anche all’esterno per la differenza di altezza delle coperture.

Gli interni erano riccamente decorati con lastre di marmo: sono stati rinvenuti tratti del pavimento originale, con lastre in marmo cipollino e fori sulle pareti testimoniano la presenza di un rivestimento parietale nello stesso materiale. Nello spazio centrale si trovava l’altare, inserito in uno spazio recintato.

Il colonnato che circonda lo spazio centrale è composto da 22 colonne con fusti e basi di reimpiego (di altezza diversa l’una dall’altra), mentre i capitelli ionici furono appositamente eseguiti nel V secolo per la chiesa. Anche gli architravi sopra le colonne, probabilmente rilavorati da blocchi reimpiegati di diversa origine, hanno altezze leggermente diverse.

Tra il 523 e il 529, sotto i papi Giovanni I e Felice IV, sappiamo che la chiesa fu ornata da mosaici.

Nella chiesa avrebbe predicato il futuro Papa Gregorio Magno, che aveva casa nei pressi (come abbiamo visto) e al quale viene attribuita una cattedra che tuttora vi è conservata, un sedile in marmo di epoca romana.

Presso la chiesa, vi era nella tarda antichità il monastero di S.Erasmo, dove si rifugiarono i seguaci di San Benedetto messi in fuga dai monasteri di Subiaco e Cassino per opera dei Longobardi. Nel corso del medioevo, però, la basilica cadde in rovina e fu quasi abbandonata.

Il restauro

Papa Niccolò V (14471455) affidò il restauro completo dell’edificio allo scultore e architetto fiorentino Bernardo Rossellino, che rifece le coperture e il pavimento, rialzandone la quota, collocò al centro dell’edificio un altare marmoreo, eliminò definitivamente il cadente ambulacro esterno e chiuse con delle mura il secondo colonnato che corrisponde all’attuale parete esterna dell’edificio.

La chiesa venne quindi affidata all’ordine paolino che la mantenne fino al 1580, quando papa Gregorio XIII la affidò al “Collegium hungaricum”, poi a sua volta unificato al “Collegium germanicum”, un convitto retto dai gesuiti destinato ai sacerdoti di lingua tedesca.

Nello stesso anno venne realizzata la nuova porta della sacrestia e intorno all’altare venne costruito un recinto ottagonale, decorato con sculture (stemmi papali) e affreschi di Niccolò Circignani, detto il Pomarancio. Il recinto è decorato con 24 scene che imitano rilievi scultorei, in toni di giallo, raffiguranti la storia di santo Stefano e del suo culto, in particolare, in Ungheria (vedi in particolare la scena del sogno di Sarota, madre di santo Stefano d’Ungheria).

Nel 1583 lo stesso Pomarancio ricevette l’incarico di affrescare il muro che chiudeva l’ambulacro con scene di martirio. Il ciclo inizia con la Strage degli innocenti, continuando con la Crocifissione di Gesù, a cui segue il martirio di santo Stefano, con sullo sfondo le raffigurazioni dei supplizi degli Apostoli. I dipinti sono forniti di didascalie in latino e in italiano. Alcune delle scene, in cattivo stato di conservazione, vennero ridipinte (un pò a casaccio) nel XIX secolo.


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