Una strada attraverso la campagna d’Italia: il percorso è ancora quasi perfetto, ma il ponte tagliato poco avanti può essere attraversato solo passando su dei pericolanti assi di legno poggiati sui piloni. Una stazione della posta imperiale giace silente, con un tetto fatto d’aria e nessuno più a gestirla. Sui lati della strada, campi e campi senza più contadini stanno tornando al loro stato primitivo. Una compagnia di soldati imperiali attraversa il ponte, cercando di far passare con accortezza il carro con il loro ospite d’eccezione. I romani avranno presto un nuovo vescovo.
Pelagio, dentro il carro, guarda fuori: manca dall’Italia da tanti anni e le cose non sembrano essere migliorate. Il porto di Fiumicino era vuoto e silente, senza il gran numero di navi provenienti da tutto il mondo mediterraneo che un tempo scaricavano lì. La breve via che porta a Roma è deserta, si scorgono solo pochi viandanti e ancor meno contadini. In lontananza, vicino al fiume, sono visibili i resti carbonizzati di una struttura attorno alla quale si è combattuta una dura battaglia. Pelagio ricorda quegli anni, quando era rimasto a Roma mentre Vigilio era via, quando aveva dovuto implorare a Totila di aver salva la vita. Fuori, il comandante della scorta, un duro armeno dei monti dell’Anatolia, pensa che è la prima volta che i suoi poveri villaggi di montagna gli sono parsi prosperi. Non è mai stato nella penisola, descritta anni prima, da alcuni compatrioti tornati dalla guerra, come una terra dell’abbondanza. Si chiede che fine abbia fatto quel paese: la risposta è tutta intorno a lui. E’ stato spazzato via dalla guerra.
Un’Italia devastata
Prima di passare oltre, credo valga la pena guardare indietro e cercare di comprendere cosa ha significato la guerra d’Italia, tra il 535 e il 554, per la storia della nostra penisola.

Non si può non iniziare con i danni al tessuto sociale: il combinato disposto di peste, carestia e guerra – tre fattori che finirono per rafforzarsi l’un l’altro – portò ad un visibile disastro demografico. E’ sempre difficile stimare le popolazioni antiche, all’inizio del secolo Beloch propose che la popolazione italiana al picco della civiltà romana fosse di 11 milioni, 8 milioni ai tempi di Teodorico e 3 milioni alla fine della guerra greco-gotica, riportando la popolazione italiana ai tempi degli Etruschi. Di recente Malanima e Lo Cascio hanno aggiornato queste stime, parlando di un massimo imperiale di 15 milioni, seguito da un minimo durante la crisi del terzo secolo di 9 milioni, una seguente ripresa tra quarto e sesto secolo a raggiungere 11 milioni sotto Teodorico per poi calare a 8 dopo la guerra.
Trovo l’andamento di Malanima e lo Cascio più attendibile, perché registra gli aumenti della popolazione a fine quinto e inizio sesto secolo, ma credo che – come molta storiografia italiana contemporanea – tenda a minimizzare l’impatto degli shock. L’archeologia dimostra in modo incontrovertibile un diffuso abbandono delle città più piccole durante questo periodo, mentre le più grandi si restringono attorno al loro centro monumentale. Ho letto sugli scavi di quattro ville tardoantiche: a metà sesto secolo due sono abbandonate, altre due vedono il numero degli occupanti collassare. Kyle Harper stima una riduzione, per tutto l’Impero Romano, di circa il 30% della popolazione e questo dato deve essere stato maggiore per la penisola, che fu afflitta nel periodo da carestie e da una guerra devastante. Credo sia più ragionevole stimare una riduzione della popolazione intorno al 50%, che ci porterebbe sui 5-6 milioni di abitanti.
Una riduzione talmente colossale della popolazione non può non portare ad una disarticolazione del sistema produttivo e in generale degli scambi economici: la guerra distrusse una gran parte delle ville tardoantiche, con il loro know-how produttivo e la capacità di produrre su larga scala e in modo efficiente. La guerra devastò anche le infrastrutture, con l’aggravante che la crisi economica e demografica impedì di restaurarle a guerra finita: gli acquedotti rimasero silenti, molti ponti non furono ricostruiti, la manutenzione delle strade collassò, interi quartieri cittadini iniziarono a cadere in rovina.
A questo quadro desolante si aggiunge la crisi del vertice della società: l’Italia tardoantica era stata costruita a favore e per conto di due classi dirigenti. La prima era una piccola classe di proprietari terrieri latifondisti, i senatori, che vivevano in generale tra Roma, Ravenna, Milano e qualche altra città della penisola. Queste famiglie gestiva il potere politico e manteneva l’amministrazione con i suoi incarichi a corte: i vasti introiti derivati dalle loro terre permettevano di vivere certamente una vita di privilegi, ma anche di tenere in vita le tradizioni culturali dell’antica Roma. Questa classe fu colpita dalla guerra nei suoi interessi economici, molti di loro si ritrovarono costretti ad emigrare a Costantinopoli o in Sicilia, un po’ come i nobili russi fecero di Parigi la loro capitale, dopo la rivoluzione. Molti restarono in Italia e perirono durante la guerra, come da me segnalato più volte.
La seconda era quella costituita dai vertici militari: questa seconda classe dirigente dal 493 era costituita in sostanza dai nobili Goti. Anche in questo caso, molti di loro erano stati uccisi, gli altri spodestati. Al loro posto, c’erano soldati e amministratori venuti dall’oriente. Prima della guerra la penisola si era sempre autogovernata: il cuore delle decisioni politiche ed economiche venivano prese tra Ravenna e Roma, o qualche secolo prima tra Milano e Roma. Al 554, tutte le decisioni più importanti erano prese a Costantinopoli. Nessuna invasione barbarica fu più distruttiva, per l’Italia, dell’invasione che subì da parte dell’Impero Romano.
Intermezzo

In questo episodio, coprirò un bel po’ di anni, in sostanza quelli che vanno dal 554 al 568, un anno cruciale per l’Italia, come vedremo. La ragione è presto detta: ho deciso di concentrarmi innanzitutto nel narrarvi solamente dei fatti italiani, mentre tutto quello che avvenne a Costantinopoli e sul fronte orientale – come sempre importante per comprendere l’evoluzione dei fatti occidentali – verrà coperto nel prossimo episodio. Mi è sembrato più semplice e coerente per comprendere i fatti.
La seconda ragione è la povertà delle fonti di cui abbiamo a disposizione: con il termine della guerra contro i Franchi, Agazia e il suo successore Menandro Protettore si concentrano quasi esclusivamente sulle vicende che più gli interessano e che hanno a che fare soprattutto con i Persiani e i Balcani. L’Italia, la grande provincia riconquistata da Giustiniano, svanisce nell’ombra delle fonti. Dobbiamo affidarci quindi a quanto riusciamo a capire da alcuni passaggi criptici di Menandro, delle fonti franche, dalle solite scarne biografie del liber pontificalis. La luce principale che abbiamo per illuminare questi anni bui viene dalla storia dei Longobardi di Paolo Diacono, che è ben lungi dall’essere esaustiva. Ciò non vuol dire che non sia possibile scrivere una storia dell’epoca del dominio Narsetiano dell’Italia, solo è molto complicato. Forse il punto migliore dove iniziare è proprio lì dove abbiamo terminato lo scorso episodio: la Prammatica Sanzione.
Questo documento straordinario traccia le linee guida di come Giustiniano intendeva restaurare il dominio imperiale in Italia ed è un’altra fonte indispensabile per capire questi anni. In questa sede, vorrei passare in rassegna i provvedimenti più importanti, ricordando innanzitutto il contesto nel quale furono presi: questo provvedimento è soprattutto una concessione ai senatori italiani, per restituirgli il loro antico status di co-leader della penisola.
Nel primo l’Imperatore traccia una chiara linea nel passato, riconoscendo tutti gli atti di governo dei primi Re Goti, implicitamente ammettendo che il loro era un governo legittimo: “stabiliamo e ordiniamo che tutto ciò che concessero Atalarico, o Amalasunta madre del re, o anche Teodato (…) sia mantenuto inviolabile.” In un altro articolo è confermato che tutto quello che è stato deciso da Teodorico ha lo stesso valore legale.
Il secondo articolo è chiarissimo, ed è anche il più importante: l’unica classe sociale che aveva appoggiato la guerra contro Totila era quella dei ricchi possidenti. Ora i latifondisti riebbero indietro tutto. A proposito della politica di Totila, Giustiniano ha questo da dire: “tutto ciò di cui si ha notizia, che sia stato decretato o stabilito da Totila, al tempo della sua tirannide, non permettiamo che abbia più valore nei tempi del nostro legittimo governo”. Con un colpo solo, tutti i coloni che avevano ricevuto la proprietà delle terre e tutti gli schiavi che erano stati liberati furono riportati alla loro condizione originale. In un altro articolo si precisa lo status degli schiavi e dei coloni, oramai trattati alla stessa stregua: “Comandiamo, inoltre, che gli schiavi o i coloni che sono detenuti, senza titolo, da chiunque, vengano restituiti al proprietario, congiuntamente con i figli nati durante il tempo trascorso”. Anche per l’Italia vale quanto ho detto per la Gallia: lo status dei coloni era sceso sempre di più verso la servitù, mentre quello degli schiavi era in un certo senso migliorato. Oramai il loro status legale era quasi indistinguibile da quello dei coloni, perché le aziende agricole non usavano più la loro manodopera servile per un’agricoltura intensiva a piantagione ma per coltivare dei singoli appezzamenti di terreno a loro affidati, non molto dissimili dal sistema colonico. Ciò non vuol dire che fossero del tutto identici: gli schiavi restavano una proprietà del padrone. Ad esempio un altro articolo annulla esplicitamente tutti i matrimoni tra uomini liberi e schiavi, a meno che i liberi consentano a continuare l’unione. Se si vuole, un segno del grande rimescolamento sociale causato dalla guerra. Una clausola interessante e specifica è quella relativa alle grandi donazioni di terra che Teodato aveva fatto a vantaggio della famiglia di Massimo, il potente senatore della famiglia degli Anicii che al 554 era già morto: questi grandi fondi furono divisi a metà tra i discendenti di Massimo e la famiglia del sempreverde Liberio, che morì proprio nell’anno in cui fu pubblicata la Prammatica sanzione.
Dopo queste concessioni, nell’articolo nove Giustiniano passa all’incasso: “stabiliamo, solennemente che sia dovuto il pagamento dei tributi, nei luoghi e nei tempi consueti, senza che, a causa delle invasioni dei nemici, si abbia a richiedere alcuna variazione nel versamento di detti tributi”. Tradotto: le tasse tornano ai valori di ante-guerra e la devastazione subita dall’Italia a causa di guerre, carestie e pandemie non conterà nulla ai fini fiscali. Gli italiani dovranno pagare le tasse anche per conto dei morti o dei campi lasciati incolti. D’altronde questa oppressiva politica fiscale era stata già impiegata da Giustiniano in oriente.
Nell’undicesimo articolo, l’imperatore estende la validità del suo codice di leggi all’Italia. Quello che è interessante è il linguaggio: “avendo riunificato, per volontà di Dio, la repubblica, si provveda ad estendere in tutti i luoghi l’autorità delle nostre leggi”. La Repubblica è ovviamente lo stato romano, riunificato tra occidente e oriente.
Da un punto di vista economico, la legge di Giustiniano organizza anche il funzionamento dell’Annona: l’imperatore richiede che l’acquisto forzoso a bassi prezzi da parte dello stato per il rifornimento dell’esercito avvenga per i prodotti di cui la provincia in questione produce ai migliori prezzi, in modo da efficientare il sistema. Gli acquisti debbono essere fatti secondo i pesi e le misure standard consegnati dall’imperatore al Senato e al Papa, in modo da evitare frodi e soprusi. Poi Giustiniano afferma che non si deve utilizzare alcun tasso di cambio tra le monete di uguale valore facciale: un solido è un solido, a prescindere dall’imperatore che lo ha emesso (e dal reale peso in oro della moneta, cosa che conferma ancora una volta come per il governo imperiale le monete avevano un corso legale e non un valore intrinseco legato al peso del metallo).
Altre decisioni riguardano la riattivazione dell’economia italiana e il restauro delle infrastrutture. Un paio di articoli si soffermano sullo status di Roma, in particolare: “Comandiamo inoltre che d’ora in poi venga fornita l’annona, così come era stato stabilito da Teodorico”. Ricorderete che era stato Teodorico a riportare in auge le distribuzioni di grano, vino e altri prodotti per i Romani indigenti. L’annona venne confermata anche per grammatici e oratori e venne estesa a medici ed avvocati. Il supporto economico per le professioni liberali era volto a rilanciare queste attività, rendendole più appetibili. Peccato che l’Italia devastata dalla guerra avrà sempre meno bisogno di professori, avvocati e retori, come vedremo nel caso dell’Atheneum. Infine, per Roma, Giustiniano prevedeva anche la ricostruzione delle infrastrutture: “Comandiamo inoltre che vengano conservate le usanze e i privilegi concessi per la riparazione delle fabbriche pubbliche di Roma, o la manutenzione delle sponde del Tevere, del Foro Romano e delle porte, nonché il ripristino degli acquedotti.” Per quanto ci è dato sapere, tutto questo restò lettera morta: l’unica traccia di lavori infrastrutturali a Roma, sotto Narsete, fu la ricostruzione del ponte salario, sull’aniene: qui è stata ritrovata un’iscrizione che declama: “Narsete uomo gloriosissimo, dopo la vittoria sui Goti e dopo aver restituito la libertà a Roma e a tutta l’Italia, restaurò il ponte di via Salaria distrutto fino all’acqua da Totila – crudelissimo tiranno – e ripulito l’alveo del fiume lo sistemò molto meglio di quanto fosse mai stato”.
In teoria Giustiniano restaurò anche l’amministrazione pubblica imperiale. Da un punto di vista amministrativo, la Dalmazia fu separata dall’Italia e inserita nell’Illirico, quindi sotto diretto controllo di Costantinopoli. Lo stesso avvenne per la Sicilia: quest’isola ricca, strategica e fondamentale venne governata direttamente da Nuova Roma attraverso un Pretore nominato dall’Imperatore, staccandone il governo dall’Italia. Anche le isole della Sardegna e della Corsica rimasero sotto il controllo dell’amministrazione di Cartagine, come d’altronde erano state sin dalla conquista dei Vandali, nel quinto secolo. L’Italia, amministrativamente, si restrinse quindi alla sola penisola. Da quello che possiamo capire fu ripristinato il sistema di due vicari, uno per l’Italia settentrionale o annonaria – con sede a Milano – e uno per l’Italia centro-meridionale o suburbicaria, con sede a Roma. Le città e i contadi erano difese militarmente da dei Tribuni , come vedremo questo ruolo avrà una grande importanza nell’Italia romano-medievale: per esempio, sarà dalla classe dei tribuni che emergerà Venezia. Un’altra figura tipica di questi anni è quella dei iudices, non dei giudici nel termine moderno, o almeno non solo: sembra si trattasse di amministratori locali. Questa peculiare figura dell’ordinamento bizantino avrà un’importanza rilevante per la storia della Sardegna: quando infatti l’autorità di Costantinopoli finirà per svanire in Sardegna, soprattutto dopo la conquista della sua metropoli – Cartagine – per mano degli Arabi, nell’isola emergeranno quattro nuovi stati, i giudicati, con i confini amministrativi probabilmente stabiliti dalle autorità imperiali.
Giustiniano, in sostanza, dimostra la volontà di ricreare una burocrazia amministrativa le cui cariche ovviamente sarebbero state distribuite tra i ricchi possidenti romani di ritorno da Costantinopoli in Italia. Lo stesso valse anche per le cariche ecclesiastiche, che nell’Impero prendevano sempre di più un ruolo anche amministrativo: queste cariche dovevano essere riservate alle classi dirigenti locali. Peccato però che questa struttura rimase in gran parte lettera morta: le cariche apicali, in questa fase emergenziale, restarono prerogativa dei soldati e degli amministratori arrivati da oriente mentre la maggior parte degli emigrès a Costantinopoli preferì il lusso di quella città alle fatiche di un paese devastato. E’ però probabile che i senatori emigrati inviarono un piccolo esercito di amministratori in Italia, armati delle leggi imperiali, per recuperare le proprietà di cui avevano perso il controllo durante la guerra, spesso oramai occupate de facto – orrore degli orrori – dai contadini che le coltivavano. Ci sono segni negli archivi cittadini di una serie di controversie legali che furono iniziate dopo il confuso periodo della guerra. L’ironia della sorte è che se la classe senatoriale nel 554 pensò di aver vinto e restaurato il suo potere, si sbagliava di grosso. All’inizio del settimo secolo questa classe sociale praticamente non esisterà più. Ma di questo parleremo nei prossimi episodi.
Un senatore in particolare scelse una via diversa: il nostro amato Cassiodoro, protagonista della più fulgida stagione del regno gotico, tornò in Italia. Nella sua storia vediamo il grande cambiamento che stava attraversando la penisola. Cassiodoro, rientrato nelle sue vaste proprietà in Calabria, decise di fondare un monastero. Ma non un monastero come gli altri, di solito semplici luoghi di preghiera in quest’epoca: questo monastero aveva come obiettivo la conservazione della cultura classica. Il Vivarium, questo il suo nome, fu il prototipo dei monasteri medievali che si impegnavano a copiare i testi antichi, cercando di evitare il naufragio della sapienza antica. Il Vivarium era un luogo unico, centrato sulla grande biblioteca e il suo scriptorium. Chissà se Cassiodoro, nel realizzarlo, si inspirò a quel grande lume della cultura che era stato Boezio.
Le ultime resistenze dei Goti

Tutte queste decisioni – il testo della legge è davvero un documento straordinario – tracciavano un ambizioso piano per un’Italia postbellica. Peccato che Giustiniano aveva per ora messo il carro davanti ai buoi: Il problema per Narsete era che la guerra non era ancora finita. Il Nord era ancora da conquistare mentre a sud c’era ancora Ragnaris, che si era rinchiuso nella fortezza in Irpinia di Compsa con – a detta di Agazia – settemila Goti. Gli storici ritengono si trattasse invece di reduci franco-gotici della battaglia di Casilinum, anche se dubito francamente che fossero così tanti.
Compsa ha una storia drammatica: la cittadina dell’Irpinia romana è in una posizione dominante e strategica che ne fece un caposaldo del dominio longobardo del ducato di Benevento: nel corso del VI secolo fu costruita la sua cattedrale che, con varie ricostruzione, è arrivata fino ad oggi, come Il paese medievale che vi crebbe intorno e sopra la cittadina romana. Tutto questo fino ad una tragica sera, il 23 Novembre del 1980, l’anno in cui sono nato. Il terremoto dell’Irpinia – che fece 3.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati – rase al suolo Conza, il nome moderno di Compsa. Il paese è stato ricostruito, ma a valle della sua antica posizione, lasciando le sue rovine silenti in cima al colle. La distruzione dell’antico borgo ha però rivelato il foro romano e altre strutture antiche, giusto di fronte alla cattedrale costruita nel VI secolo. Ho visto solo le foto, ma mi è venuta voglia di visitarlo!
Ragnaris non poteva sapere nulla di tutto questo, ma si era premunito di radunare a Compsa un gran numero di provviste, in modo da poter resistere a lungo. A che fine, non saprei, forse si aspettava una nuova missione dei Franchi, forse era solo testardaggine. Sta di fatto che Narsete spese tutto l’inverno nell’assedio, in condizioni certamente non facili. A Primavera, si giunse finalmente ad un abboccamento tra il generale e il capo dei Goti: a questo punto Agazia sostiene che, alla fine delle trattative, Ragnaris provò ad uccidere Narsete, venendo però ucciso a sua volta. Le cose possono essere benissimo andate al contrario, con l’Eunuco che utilizzò le trattative per far fuori il capo dei nemici. I Goti di Compsa, morto il loro comandante, si arresero poco dopo e furono tutti inviati come prigionieri a Costantinopoli, dove probabilmente furono impiegati da Giustiniano nella guerra Persiana, o forse come guarnigione in Crimea, dove sono stati trovati molti reperti di chiara origine goto-italiana.
Completata questa faccenda, giunse notizia a Narsete che il pacco che doveva essergli recapitato da mesi – Vigilio – era morto in Sicilia. La questione della successione a Vigilio era molto delicata e fu risolta da Giustiniano a Costantinopoli nominando l’arcinemico della sua svolta tricapitolina: Pelagio. L’Apocrisarius di Vigilio, forse vi ricorderete, era finito in carcere dopo che aveva continuato ad opporsi al II concilio di Costantinopoli. Questa volta però, la prospettiva di diventare Papa deve aver fatto il miracolo perché, quando Pelagio tornò in Italia, lo fece come devoto servo dell’Imperatore e come avversario dei tre capitoli.
Il nuovo Papa
Pelagio arrivò a Roma nell’Aprile del 556, il primo Papa a rimettervi piede in più di dieci anni: forse vi ricorderete che era stato Pelagio a negoziare con Totila la resa di Roma e ad accoglierlo in città, nel 546, ma allora era un semplice Diacono per conto di Vigilio. Ordinarlo vescovo non fu però semplice: di solito era il vescovo di Ostia ad officiare la cerimonia, assieme ai Diaconi della chiesa romana. Il problema era che a Roma non c’era più alcun Diacono: alcuni erano morti, altri erano ancora nelle segrete di Costantinopoli. Anche nei dintorni di Roma non c’erano molti vescovi, molti erano morti senza ordinare preti pronti a succedergli: l’intera organizzazione ecclesiastica italiana era in completa crisi, come d’altronde ogni altra cosa. Per esempio i milanesi si lamentarono con Pelagio che da anni molte persone morivano senza sacramenti perché non c’erano preti per amministrarli.
Alla fine Narsete fece venire a Roma il vescovo di Perugia per officiare la cerimonia. Il Liber Pontificalis riporta come si fossero diffuse delle voci che Pelagio avesse assassinato Vigilio, un’accusa certamente non vera né realistica, ma la dice lunga che fosse stata ritenuta credibile da una popolazione romana prostrata e lontanissima dagli avvenimenti di Costantinopoli.
Il giorno della sua ascesa al soglio di Pietro il liber pontificalis riporta che Pelagio si recò a San Pietro con al suo fianco Narsete. Qui fece un pubblico e solenne giuramento, tenendo in mano il vangelo e sopra la testa la croce di Gesù: giurò di non aver avuto alcuna mano nella morte di Vigilio. I Romani allora lo avrebbero infine accettato come loro vescovo. Ad oliare il processo ci fu senza dubbio la presenza del plenipotenziario d’Italia, e dei suoi soldati.
Secondo il Duchesne in realtà la controversia non doveva vertere più di tanto sulla morte di Vigilio – per nulla amato a Roma e assente da più di dieci anni – ma sulla posizione ufficiale del nuovo Papa sui tre capitoli, Pelagio sosteneva apertamente l’odiato concilio di Giustiniano. Per controbattere a questa accusa, Pelagio assicurò al clero e ai potenti dell’Italia che aderiva strettamente alla lettera dei primi quattro concili ecumenici della chiesa, quindi incluso Calcedonia e escluso (per ora) il II concilio di Costantinopoli, anche se si mise ben presto al lavoro per rispettare i desideri del suo imperatore, come vedremo.
Da questo momento in poi Pelagio e Narsete formano una sorte di squadra, Pelagio nel suo palazzo del Laterano e Narsete sul Palatino, anche se deve essere chiaro a tutti che chi comandava davvero in Italia e a Roma era l’Eunuco. Dalle lettere di Pelagio è evidente come il vescovo di Roma restrinse la sua attività esclusivamente a questioni teologiche, di amministrazione della Chiesa e del suo disastrato patrimonio. La corrispondenza di Pelagio è ricca di allusioni allo stato di impoverimento dei romani, della chiesa e di tutta l’Italia, dichiarando in una missiva che le campagne italiane sono così desolate che nessuno è in grado di recuperarle. Nella stessa lettera, il Papa si lamenta che oramai la Chiesa romana possa contare solo sui proventi delle sue proprietà in Sicilia e fuori dall’Italia: i suoi vasti possedimenti italiani non fruttano nulla. Pelagio lascia chiare istruzioni su come riscuotere gli affitti e i pagamenti sulle terre della Chiesa, che da tempo non venivano versati dai suoi schiavi e coloni, in seguito alla rivoluzionaria politica di Totila. In un caso ordina che un uomo che si pretendeva libero ma figlio di una schiava sia restituito alla proprietà della Chiesa. Scrive anche al vescovo di Arles, una città che non aveva subito i danni della guerra, implorando che una parte delle entrate di questa chiesa fossero inviate a Roma: per ora il Papa resta solo un vescovo importante, quindi si tratta di una preghiera, non di un ordine.
Santa Maria Antiqua
Al di là di questa fonte scritta, alcuni dettagli sulla Roma post-bellica sono stati trovati dall’archeologia. La prima scoperta risale all’inizio del Novecento e riguarda una chiesa del Foro Romano, Santa Maria Antiqua, che fu sepolta dopo il crollo di una parte del colle palatino in seguito al terremoto dell’847. Sulla montagna di terra fu eventualmente costruita una chiesa barocca. Questo disastro la preservò però, perché la maggior parte delle chiese altomedievali romane furono completamente ricostruite nei secoli seguenti. Scavata dopo la distruzione della chiesa sovrastante, Santa Maria Antiqua ha restituito una serie di favolosi cicli pittorici altomedievali dal VI al IX secolo, in alcuni casi tra i pochissimi residui dell’epoca. Quello che ci interessa è però che la rampa di accesso al palatino era al lato della chiesa e gli archeologi hanno trovato traccia del fatto che la Chiesa, a metà del VI secolo, era in realtà una sorta di ingresso al complesso del palatino, restaurato con tutta probabilità per essere il vestibolo di accesso al colle, oltre che un posto di guardia di protezione al quartiere amministrativo in alto. Sembra che l’affresco, di cui si trovano tracce, fosse un’imitazione di quelli presenti alla porta Chalke, l’ingresso monumentale al sistema palatino di Costantinopoli. Una traccia del passaggio di Narsete, che risiedeva sul Palatino.
Un’altra traccia è stata trovata molto di recente: nel 2009, negli scavi propedeuci all’arrivo della Metropolitana C a Piazza Venezia, di fronte al Vittoriale degli Italiani, è stato trovato un edificio monumentale che è stato confermato come il celebra Atheneum di Adriano. Un vero centro della cultura antica, voluto appunto dall’imperatore Adriano, il suo scopo era di ospitare letterati, retori, filosofi e poeti. L’archeologia ha dimostrato che rimase in funzione fino alla prima metà del VI secolo. Come ci si potrebbe aspettare, la guerra e una mezza dozzina di assedi non aiutano la speculazione filosofica e l’edificio fu abbandonato. Al tempo di Narsete risale il riutilizzo del monumento: il marmo dell’edificio fu rimosso e nel grande complesso furono installati un centinaio di fornaci di forma e dimensioni diverse, destinate alla produzione di rame, leghe di rame, piombo e ferro. Le tracce testimoniano l’elevato grado di complessità dei processi produttivi, portando gli archeologi a stimare che quella trovata sia la zecca romana, probabilmente con il compito di pagare la macchina militare narsetiana e poi del ducato romano, il distretto militare bizantino che manterrà il controllo su Roma per tutto il settimo secolo. Una curiosità, la zecca venne dismessa intorno all’inizio dell’VIII secolo, che è proprio il periodo in cui Roma sfugge dal controllo di Costantinopoli finendo sempre di più nelle mani dei Papi. Ma di questo ne parleremo in futuro.
La zecca testimonia sia lo stato dilapidato del centro monumentale di Roma, riutilizzato a fini produttivi, ma restituisce anche il quadro di un’amministrazione centralizzata. Da questi indizi, abbiamo un quadro di una città e di una penisola di nuovo governati da quel che restava di Roma, direttamente dal Palatino, con un chiaro e forte potere politico riunito nella straordinaria figura di Narsete. Perché, al di là dell’auspicato ritorno ad una forma più condivisa del potere che troviamo nelle leggi di Giustiniano, è evidente che negli anni seguenti al 554 Narsete fu una specie di vicerè plenipotenziario per l’intera Italia imperiale.
La guerra va a nord-est
Ahimè, ricostruire le vicende seguenti è davvero un’impresa: quel che sembra chiaro è che Narsete, negli anni tra il 556 e il 561, non provò a conquistare la Venetia-et-Histria che, a parte l’area lagunare, restò nelle mani dei Franchi. Questi avevano come caposaldo Ceneda – e non Cenèda come avevo detto in precedenza – oltre che Trento e probabilmente Verona. Un’alleanza raccogliticcia di Goti e popolazione latina teneva invece la Liguria, in particolare le città di Milano, Pavia e Brescia. In entrambi i territori, i vertici della popolazione latina autoctona erano gli arcivescovi di Milano e Aquileia, entrambi tricapitolini e avversari di Pelagio. Credo la principale ragione che tenne Narsete fuori dall’area dominata dai Franchi fu il loro Re, Chlothar, l’ultimo figlio vivente del grande Clovis. Questi aveva ereditato gli altri terzi dell’Impero dei Franchi: l’Austrasia gli era arrivata alla morte del giovane Theudebald, il re-ragazzino che aveva inviato in Italia la missione del 553-4 e che morì di una malattia l’anno seguente, nel 555. Tre anni dopo fu la volta del fratello Childebert e del regno di Parigi: tra il 558 e il 561 Chlothar potè dunque fregiarsi del titolo di Re di tutti i Franchi, il primo a poterlo fare in mezzo secolo. Anche se c’è da dire che in questo periodo gli si rivoltò contro il figlio Chram, che Chlothar fece uccidere assieme a moglie e figlie, forse vi ricorderete questa storia truculenta dall’episodio 84.
La conseguenza dell’ascesa di Chlothar fu che la potenza del regno dei Franchi riunita non poteva essere affrontata a cuor leggero da Narsete. Era chiaro che qualunque mossa a nord del Po avrebbe provocato l’intervento di Chlothar. Inoltre credo che Narsete non intervenne in Italia del Nord per dare manforte a Pelagio, che si stava dando da fare per estendere la decisione conciliare al Regno dei Franchi. Il Patriarca di Roma scrisse a Chlothar e fu raggiunto un accordo tra i due: Pelagio confermò il diritto del vescovo di Arles di considerarsi il metropolita della Gallia e quindi di tutto il Regno dei Franchi, in cambio la chiesa gallica riconobbe il concilio di Costantinopoli, cosa del tutto non scontata.
Le molliche di pane a nostra disposizione ci fanno credere che Narsete intervenne invece in Liguria, ma non è chiaro quando questo avvenne. E’ probabile che Narsete inviò uno dei suoi generali, forse Daghisteo, a riprendere Milano tra il 556 e il 559.
La svolta definitiva fu nel 561, quando morì Chlothar: il regno dei Merovingi era al suo Zenit. Però, come da terribile abitudine franca, il Re lasciò il regno ai suoi quattro figli rimasti. Nei seguenti decenni, questi si contenderanno il regno dei Franchi e avranno meno tempo da dedicare all’espansionismo verso l’esterno, iniziando quella spirale negativa che porterà i Merovingi all’impotenza.
Narsete non poteva sapere tutto questo, però attaccò lo stesso, sfruttando l’opportunità. Tra il 561 e il 562 caddero le città di Brescia e Verona, mentre sappiamo da Menandro Protettore e da Paolo Diacono che in Veneto si formò una nuova alleanza franco-gotica: il dux franco Aming e il comes gothorum Widin si allearono mentre si sfaldava il controllo franco della Venetia. Widin era stato probabilmente il comandante della guarnigione di Brescia o di Verona. I due cercarono di tenere la linea dell’Adige, impedendo a Narsete di passare. In un frammento di Menandro Protettore, che sembra riferirsi a questo evento, abbiamo Aming che rigetta le offerte di tregua da parte di Narsete, dicendo che avrebbe sempre continuato a combattere, impedendo agli imperiali di passare. Il generalissimo dell’Italia non si fece però intimorire e riuscì ad attraversare il fiume e battere l’alleanza franco-gota. Paolo Diacono ci informa che Aming fu ucciso da Narsete, mentre Widin fu inviato come prigioniero a Costantinopoli. Per inciso, è l’ultimo comandante goto espressamente nominato da qualsiasi fonte.
Questa vittoria pose finalmente fine alla Venetia franca. Non solo: l’indebolimento della presa Merovingia pare aver riportato i Bavari e in generale le popolazioni giusto al di là delle alpi nella sfera di influenza imperiale. Una volta riconquistato il nord Italia, Narsete organizzò un nuovo sistema difensivo per la penisola. Gli storici hanno faticosamente ricostruito i contorni di questa struttura. Qui mi rifaccio soprattutto al lavoro di Giorgio Arnosti e Giuseppe Albertoni in due ottimi paper sul limes narsetiano e sugli eventi di questi difficili anni.
Il limes di Narsete
Il limes era organizzato con una fascia esterna di popoli alleati: i bavaresi a guardia dei passi verso nord, i Longobardi a guardia degli agevoli accessi all’Italia venendo da est. La fascia pedemontana, dal Friuli a Verona, da Brescia al Piemonte, fu invece lasciata sotto il controllo delle autorità municipali locali e di milizie cittadine formate soprattutto da Goti. Questi soldati funzionavano un po’ come gli antichi limitanei, le loro erano guarnigioni cittadine e locali senza l’ambizione di combattere in un esercito da campo.
Narsete però non si affidò semplicemente ai suoi riottosi sudditi del nord: all’interno di questo settore, dopo la vittoria del 561, Narsete sistemò i suoi Foederati germanici, soprattutto Eruli, al comando di Sinduald. Questo esercito fu sistemato utilizzando la legge tardo imperiale della Hospitalitas, usato più volte dagli imperatori. I soldati eruli furono acquartierati in varie città e valli del Trentino, del bellunese e della Carnia: qui venivano riforniti di beni per il loro sostentamento con il meccanismo dell’Annona.
Il sistema difensivo poggiava su tre distretti militari: il primo era centrato su Susa e la difesa della frontiera alpina occidentale: a comandarlo era un ex generale goto di nome Sisinnius, che era passato agli imperiali nel 540, nel crepuscolo del regno di Witigis. Come vedremo, Sisinnius sopravviverà in questo ruolo allo stesso Narsete e rimarrà un bastione del potere imperiale anche dopo l’invasione longobarda.
Un ruolo simile lo avrà anche il secondo Magister Militum, Francione, che aveva come base l’Isola Comacina, una fortezza costruita su un’isoletta del Lago di Como. Il compito di Francione era quello di presidiare per l’Impero i passaggi delle Alpi Retiche.
Il terzo Magister Militum era proprio Sinduald, il comandante degli Eruli, il popolo sempre fedelissimo a Narsete: si ritiene che il capoluogo di Sinduald fosse a Treviso o Oderzo e che il suo raggio di azione si estendesse da Verona al Tagliamento e forse fino alle Alpi orientali.
Mentre nell’Italia centro-meridionale è attestata una gerarchia anche civile, Sinduald aveva chiaramente un ruolo di giudice e di amministratore civile, come ricavato dalle lettere di Pelagio: si può quindi ritenere che almeno la Venetia-et-Histria fosse governata direttamente dall’esercito, in virtù della sua posizione delicata e strategica.
Era appena terminata la guerra di riconquista dell’Italia settentrionale, però, che un nuovo disastro si abbattè sull’Italia. Non la guerra, ma il ritorno in grande stile del batterio più famoso del mondo: Yersinia Pestis.
Torna la peste
Mentre non abbiamo molti dettagli sulla prima epidemia di peste in Italia, quella del 543, questa seconda epidemia è riportata con parole indelebili da Paolo Diacono. Si potrebbe dubitare della sua attendibilità, come vedremo Paolo è un contemporaneo di Carlo Magno e scrive quindi a più di due secoli di distanza dagli avvenimenti. Eppure abbiamo ottime ragioni per fidarci di Paolo: innanzitutto sappiamo che una delle sue fonti, ora perdute, era una storia scritta da Secondino di Non, vescovo di Trento, contemporaneo di questi avvenimenti. La descrizione è inoltre abbastanza accurata, non proprio degna di un Procopio ma comunque assolutamente al di là delle capacità e conoscenze dell’ottavo secolo, quando tra l’altro la malattia era oramai molto rara.
Ma leggiamo Paolo Diacono: gli storici hanno ricostruito che si trattò dell’anno 565, quando ci fu un’epidemia di peste anche in Provenza, chiedo scusa perché nell’episodio su Yersinia Pestis credo mi sia sfuggito un 590: “In quei tempi scoppiò una gravissima pestilenza. All’improvviso infatti apparivano certe macchie e, se qualcuno cercava di detergerle, spiccavano ancora di più. Trascorso un anno, nell’inguine degli uomini o in altre parti più delicate cominciarono a spuntare delle ghiandole della dimensione di una noce o di un dattero e a esse seguiva un ardore di febbri intollerabile, tale che in tre giorni l’uomo moriva. Se qualcuno invece superava il terzo giorno, aveva speranze di sopravvivere. Ovunque c’erano lutti, ovunque lacrime. Infatti, poiché tra il popolo correva voce che chi fuggiva scapava alla morte, le case erano deserte, abbandonate dai loro abitanti e solo i cani le custodivano. Rimanevano soli nei pascoli i greggi, senza pastore. Prima avresti visto i villaggi e le fortezze piene di schiere di uomini, il giorno dopo ogni cosa era immersa in un silenzio profondo perché tutti erano fuggiti. Fuggivano i figli, lasciando insepolti i cadaveri dei genitori, e i genitori abbandonavano i figli che ardevano di febbre. Ovunque, potevi vedere il mondo ritornare al suo primitivo silenzio: nessuna voce nei campi, nessun fischio di pastore. Le messi, che già avevano passato il tempo d’esser mietute, aspettavano intatte il mietitore. La vigna sulla quale rosseggiavano le uve rimaneva intonsa, mentre già si avvicinava l’inverno”.
E’ una descrizione lirica e drammatica, con delle inesattezze cliniche e certamente con un tocco di poetica esagerazione. Però sappiamo che quanto descritto è, nel complesso, davvero quanto ci si può aspettare da una pandemia di Yersinia Pestis. E’ probabile che questa seconda ondata, per il Nord Italia, fu particolarmente devastante e andò ad aggiungere miseria, privazioni e distruzioni su un corpo già indebolito oltre il punto di rottura.
Proprio in quel fatidico anno, il 565, morì Giustiniano. Non temete, non passerò sopra un evento del genere senza parlarne ben più a fondo, ma conto di farlo soprattutto nel prossimo episodio che seguirà in parallelo gli eventi orientali. In questa sede, ci interessa sapere che – quando si seppe che Giustiniano era morto e Giustino II era il nuovo imperatore – il Magister Militum Sinduald si ribellò e fu acclamato Re dai suoi Eruli e da tutti gli altri soldati imperiali e germanici della Venetia-et-Histria. Trovo molto significativo che un uomo che era stato tanto fedele a Narsete, per così tanti anni, decise di percorrere la difficile strada dalla rivolta contro l’Impero: è evidente che la situazione in Italia settentrionale restava caotica. Tra il 566 e il 567 Narsete, l’unico dei grandi di Giustiniano a sopravvivergli, fu impegnato a combattere il suo ex alleato in una dura guerra di cui non sappiamo quasi nulla ma che lo vide vincitore in una battaglia campale, di nuovo. Tutto quello che sappiamo è riassunto da Paolo Diacono: “Narsete, sconfittolo in battaglia e catturatolo, l’impiccò a un’alta trave”. Il nostro generalissimo si avvicinava ai novant’anni ma non aveva perso nulla delle sue capacità politiche e militari: tra lui e Liberio avrebbero potuto fondare il club della gerontocrazia imperiale.
Questo fu l’ultimo episodio di guerra del dominio di Narsete in Italia: il liber pontificalis ne esalta la figura, sostenendo che sotto di lui l’Italia sarebbe stata gaudens: felice, gaudente. Anche Paolo Diacono lo celebra, dicendo che fu fatto Patrizio da Giustiniano, carica importante perché era quello che avevano avuto Stilicone, Flavio Costanzo, Ezio e Odoacre. In sostanza, ormai Narsete era il Re d’Italia in tutto tranne che nel nome. Paolo Diacono e Procopio lo descrivono entrambi come un uomo molto pio: Narsete era noto per restaurare le chiese e per la sua generosità con i poveri. Eppure, come vedremo nei prossimi episodi, ci sono stati tramandati anche dei segni di insofferenza verso il plenipotenziario d’Italia. Soprattutto sul finire della sua straordinaria carriera.
L’Italia di Narsete pagò però caro il suo ultimo trionfo. Il prezzo della sconfitta di Sinduald fu la distruzione della sua forza militare. Con essa, fu spazzato via il sistema difensivo narsetiano nel nordest, centrato sugli Eruli. Poco male, pensarono probabilmente gli italiani: a trentadue anni dallo sbarco di Belisario in Sicilia, finalmente le armi tacquero: tutta l’Italia era sotto il controllo dell’Impero.
Tutta? No, o almeno non per molto: l’anno seguente alla sconfitta di Sinduald, secondo Paolo Diacono il 2 Aprile del 568, Alboin abbandonò la Pannonia e, alla testa di una variopinta armata di Longobardi e alleati, si diresse verso le Alpi orientali. Una massa di soldati, famiglie, liberi e schiavi che marciava con un’unica direzione: la terra promessa, l’Italia.
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