Episodio 77, Totila – testo completo

Salute e salve, e benvenuti alla storia d’Italia! Episodio 77: Totila

Immaginatevi questa scena: i soldati gotici si radunano sulle sponde di un fiume, poche migliaia di resti umani di quello che era stato il grande esercito di Teodorico. Di fronte, un esercito più che doppio, formato dai formidabili cavalieri e soldati imperiali che hanno devastato il loro regno e la loro terra. Le insegne degli imperiali si alzano in cielo, i draghi della cavalleria sventolano in aria, le loro lance sono puntate contro di loro, gli archi pronti a colpire con le loro micidiali frecce. Come i Romani nella battaglia di Dara, dalla loro, i Goti hanno solo il loro coraggio, e Totila. Dovranno bastare.

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Yersinia e Teodora

Prima di tornare alla guerra in Italia, dobbiamo fare il punto sulla politica a Bisanzio, perché tra il 541 e il 543 accaddero molte cose che ebbero un effetto diretto sulla guerra in Italia.

I primi eventi da coprire precedono l’arrivo di Yersinia Pestis, ma non avevo avuto modo di inserirli in precedenza nella narrazione. Innanzitutto l’imperatore, a fine 541, fece sapere che aveva preso una decisione che è spesso poco conosciuta, ma che ebbe per i contemporanei un immenso valore simbolico: Giustiniano decise che il 542 non avrebbe avuto nessun console, né d’oriente né d’occidente. L’imperatore giustificò la decisione come un modo di risparmiare ai nominati le rovinose spese per i giochi consolari e i festeggiamenti, ma è evidente che non fosse questa la sola ragione della sua scelta. Giustiniano aveva lui stesso utilizzato il consolato come trampolino di lancio della sua carriera politica e ora voleva chiudere questo pericoloso onore che metteva perfino in ombra il potere imperiale, arrivando a nominare gli anni con il nome di qualcuno che non era il sovrano. Finiva così, nell’attonito silenzio della classe dirigente a Costantinopoli, una tradizione romana che durava da più di mille anni: Procopio non perdonò mai l’imperatore per questo affronto alla romanità.

L’altra questione ha a che fare con le congiure di palazzo, che riporto perché importanti per il seguito della nostra storia. Al ritorno di Belisario a Costantinopoli, lo stesso fece anche sua moglie Antonina, che era stata con lui in Italia. Mentre Belisario era via a combattere la sua prima campagna contro i Persiani, Antonina e Teodora misero su un piano per abbattere l’altro grande potente della corte di Giustiniano: Giovanni il Cappadoce.

Giustiniano e Teodora

Giovanni, o meglio Ioannes, era da anni il primo ministro di Giustiniano, l’uomo che con le sue riforme della burocrazia aveva messo su l’agenzia delle entrate che aveva finanziato i lavori e l’avventurismo militare dell’Imperatore. Giovanni era anche un grande rivale di Teodora, ma l’amicizia con Giustiniano lo aveva sempre protetto dall’imperatrice. Secondo le carte segrete di Procopio, Antonina approcciò Giovanni con l’offerta di farsi partecipe di un complotto per sostituire Belisario a Giustiniano sul trono degli Augusti: Giovanni disse che era della partita, nell’orrore dei testimoni che ascoltavano il tutto di nascosto, in una scena che sembra presa di peso da una film di spionaggio. L’eunuco Narsete, con i suoi uomini, venne ad arrestare Giovanni che fu privato di ogni ruolo a corte, unitamente alle sue ricchezze, ma ebbe salva la vita: Giustiniano non se la sentì di condannare il suo amico a morte, ma lo tenne per sempre lontano dalla politica.

Una volta ottenuto questo clamoroso successo, Antonina si diede ad una passione extraconiugale, almeno secondo quel pettegolo di Procopio: e non una relazione extraconiugale qualunque, ma con il figlio adottivo di Belisario, un certo Teodoro, in quella che sembra la trama di un film…lascio a voi indovinare il genere. Belisario venne a sapere della cosa da Photius, niente meno che il figlio naturale di Antonina e anche lui figlio adottivo di Belisario. Furioso per il tradimento, Belisario fece chiamare Antonina in modo che lo raggiungesse ad Antiochia, mentre inviò Photius ad assassinare Teodoro. La riunione dei coniugi avvenne dopo la campagna in Mesopotamia di Belisario, nell’autunno del 541, dopo che si era conclusa con la conquista di Sisauranon e la rapida ritirata dei Romani. Procopio, nelle carte segrete, arriva a dire che Belisario abbandonò l’invasione della Mesopotamia solo per correre dalla sua Antonina, senza la quale non poteva stare: è un’accusa assurda, come detto nell’episodio 75 c’erano ottimi motivi militari per ritirarsi, ma in un certo senso simboleggia il cambiamento che Procopio deve aver vissuto nei confronti del grande generale. Sembra che, dopo la conquista a tradimento di Ravenna e l’inutile prolungamento della guerra d’Italia, Procopio fu dismesso dal servizio del generale, non è certo per quale ragione. È molto probabile che fu a questo punto che iniziò la lunga disillusione dello storico nei confronti del suo ex eroe della campagna africana e dell’assedio di Roma.

Antonina deve aver informato Teodora che qualcosa non andava, forse temendo perfino per la sua vita: sia Antonina che Belisario, nell’inverno tra il 541 e il 542, furono richiamati a Costantinopoli: qui l’imperatrice fece capire a Belisario che doveva ad Antonina tutto, compreso la sua amicizia. Tradotto: torcile un capello, trattala male e farai la stessa fine di Giovanni il Cappadoce. Belisario comprese il messaggio, poco dopo fu richiamato al fronte, nella campagna che sarà interrotta dall’arrivo di Yersinia Pestis.

L’estate seguente, Yersinia giunse a Costantinopoli. Quando il batterio dimostrò il suo potere di livellamento delle condizioni umane, colpendo perfino Giustiniano, ne scaturì un’immediata crisi politica. Tutta la macchina del governo era concentrata su un costante flusso di carte e informazioni da e per il palazzo: durante questo momento di terribile crisi, come anni prima in occasione della rivolta di Nika, fu Teodora che prese in mano la situazione.          

In controllo assoluto di qualunque cosa avvenisse in città, Teodora mantenne in vita il governo durante le difficili settimane e mesi in cui Giustiniano fu sulla soglia della morte. Il problema più difficile era cosa fare a riguardo dei suoi generali. La notizia dell’infermità di Giustiniano deve aver viaggiato il più rapidamente possibile per i tempi, ma non giunse all’esercito in Siria che dopo diverse settimane dai fatti. Belisario era nel frattempo tornato al fronte, verso la fine dell’estate lui, Buzes e gli altri generali, vennero a sapere che Giustiniano era sull’orlo della morte, una notizia vecchia che poteva benissimo essere già stata sopravanzata dagli eventi. Per quanto ne sapevano loro, Giustiniano poteva essere già morto.

I generali si riunirono per decidere il da farsi: alla fine emersero dall’incontro con un accordo. Se Giustiniano fosse morto, non avrebbero accettato colpi di mano da parte dell’imperatrice: Teodora avrebbe dovuto concordare con loro il nome del nuovo imperatore. La questione, per i generali, era evitare che Teodora sposasse un burattino di suo gradimento per governare poi in suo nome. Per i generali, invece, in caso di morte di Giustiniano uno di loro sarebbe dovuto diventare imperatore, con tutta probabilità Belisario, vista la sua popolarità.

Quando le sue spie la informarono dell’accaduto, Teodora combatté con le unghie per mantenere il potere: la sua presa sulla capitale era assoluta, ma quello di cui aveva bisogno era di un Giustiniano vivo. L’imperatrice, credo, amava davvero il suo imperatore, ma in questo momento era in ballo qualcosa di ancora più grande: in gioco c’era il suo ruolo nel governo, forse la sua stessa vita. L’imperatore doveva sopravvivere. Per sua fortuna, Giustiniano vinse la sua dura battaglia contro il morbo e Teodora poté dedicarsi alla vendetta contro i generali che avevano osato ambire al suo trono.

La “caduta” di Belisario

Buzes e Belisario, nell’inverno del 542-543, furono invitati a Costantinopoli, non si sa con quali scuse. Buzes fu immediatamente arrestato e gettato in prigione, da cui emerse emaciato solo anni dopo. Belisario era troppo popolare per essere trattato in quel modo, quindi Teodora passò al fango: accusò Belisario di aver sottratto parte del tesoro dei Vandali e dei Goti, cosa del tutto possibile. Belisario fu privato di ogni comando e di buona parte delle sue immense ricchezze. Teodora però era intenzionata a tagliare tutte le unghie del generale, quindi lo privò anche dei suoi celebri e fedeli Bucellari, 7000 dei migliori soldati dell’impero. Il comitatus di Belisario fu sciolto, le varie unità separate e distribuite tra gli altri potenti di Costantinopoli. Il generale languirà nell’oscurità e in disgrazia. Ma non temete: sarà presto di ritorno.

Quando Giustiniano riemerse dal suo coma, quello che vide fu l’equivalente di un uomo risvegliatosi nel pieno di un’epidemia di zombie: aveva lasciato un impero forte e in salute, ritrovava uno stato allo sbando, un’economia falcidiata, i suoi generali riottosi e sulla difensiva su più fronti. L’intero edificio imperiale scricchiolava sotto il peso della guerra, della crisi e della pandemia.

Giustiniano aveva diversi difetti, ma la pigrizia non era uno di questi: si mise subito al lavoro per trovare il modo di permettersi le guerre che non poteva più permettersi. La paga per i limitanei, le guardie di confine dell’impero, venne definitivamente tagliata: i limitanei erano oramai dei soldati part-time, il resto del tempo coltivavano terreni attorno alle loro fortezze e città. Giustiniano calcolò che avrebbero continuato a difendere le loro proprietà anche senza fondi dallo stato, al massimo sarebbero stati finanziati dalle città locali. L’imperatore aveva troppi soldati da pagare e oramai poteva permettersi solo gli eserciti mobili.

Questa decisione, nata dalla necessità, ridusse all’impotenza il sistema difensivo messo su da Diocleziano e Costantino. Ad esempio, la frontiera del deserto siriano e palestinese fu in sostanza subappaltata agli alleati Ghassanidi, gli arabi cristiani che difendevano con i denti i loro correligionari dall’aggressione degli arabi di altre fedi: Al-Arith, il Re dei Ghassanidi, era un fedele alleato di Costantinopoli ma questa decisione avrà comunque delle conseguenze drammatiche tra poco meno di un secolo.

Le economie di Giustiniano non si fermarono ai limitanei. L’imperatore aveva ereditato da Anastasio cinque eserciti mobili: di Tracia, dell’Illirico, dell’Oriente e i due eserciti alla presenza dell’imperatore, tutti di circa 20.000 uomini. Già all’inizio del suo regno aveva messo su un sesto esercito, in Armenia. Le sue conquiste occidentali avevano richiesto la creazione di un settimo e un ottavo esercito: quello d’Africa e d’Italia. In altri tempi, Giustiniano deve aver pensato che la spesa per il mantenimento degli eserciti occidentali sarebbe ricaduta in gran parte sulle province conquistate, ma l’Africa e l’Italia erano due paesi devastati dalla guerra.

Non potendosi permettere tutti questi uomini, Giustiniano decise di pagarli saltuariamente e a rotazione, in base alla priorità e all’urgenza del loro apporto militare. Tutto ciò andò a deprimere il morale degli eserciti, ma almeno Giustiniano poté continuare a mantenere in vita il sogno di un Impero allargato. L’alternativa sarebbe stata rinunciare alle conquiste che oramai da anni definivano i suoi “successi” presso l’opinione pubblica.

Giustiniano risparmiò anche su altre voci, un tipico caso di austerity ante litteram: fu tagliata la manutenzione delle strade, furono licenziati buona parte degli agentes in rebus, le spie imperiali, perfino il servizio postale – vanto dell’impero – fu ristretto agli assi viari principali che collegavano Costantinopoli con le province più importanti. Certamente i Romani pensarono si trattasse di una soluzione temporanea, ma il servizio postale che era stato un vanto dell’Impero e che serviva le vie imperiali da centinaia di anni non sarebbe mai più tornato.

Giustiniano agì anche sul fronte delle entrate: la macchina della tassazione inventata da Diocleziano funzionava ancora a meraviglia, lo stato romano continuava a effettuare un censo dettagliato, ogni quindici anni, di tutti i beni, i campi, gli animali e gli esseri umani dell’impero. L’imperatore sapeva chi possedeva cosa e dove, o almeno sapeva chi lo aveva fatto prima della peste. Ora inviò i suoi esattori a richiedere il dovuto: nei villaggi molti Ioannes e Demetrios erano morti. Ma agli esattori non importava se Ioannes era morto: lo stato richiedeva dal villaggio il dovuto, se Ioannes non avesse potuto pagare la sua quota sarebbe stata suddivisa sugli altri abitanti del villaggio, tra tutti i Constantinos, Demetrios e Ioannes sopravvissuti. Si trattò di una scelta molto impopolare, e a buona ragione: gli storici calcolano che il peso fiscale nella seconda parte del regno di Giustiniano fu il più alto della storia romana. Eppure, con le buone o con le cattive, con il tempo le tasse tornarono a fluire verso i forzieri di Costantinopoli, ovviamente a prezzo della rovina dell’economia privata. A questo proposito vorrei precisare che un tempo si credeva che la peste fosse un fenomeno soprattutto urbano, ma oggi sappiamo con ragionevole certezza che non fu così: i recenti studi di Harper e McCormick hanno dimostrato che la peste penetrò le campagne, anche in luoghi lontani, con mortalità probabilmente alte: un villaggio palestinese riporta la morte di un terzo sei suoi abitanti. Le tasse di Giustiniano, in quel villaggio, sarebbero quindi aumentate del 50% per i sopravvissuti.

Ma neanche questo poteva bastare: Giustiniano era vissuto al di sopra delle proprie possibilità già prima dell’arrivo della peste, né i tagli alla spesa né il flagellamento dei suoi contribuenti furono sufficienti. Abbiamo buona ragione di credere che dal 542 Giustiniano iniziò a far declinare il peso dei solidi, deviando dal rapporto di 72 solidi per una libbra d’oro stabilito da Costantino. Lo stesso avvenne per le monete di rame: nel breve termine, questo voleva dire che con la stessa quantità di metallo prezioso si potevano realizzare più monete, nel medio-lungo termine poteva solo portare alla svalutazione di queste monete.

Di converso un effetto positivo della peste, come in altre pandemie, si ebbe per i redditi da lavoro. Yersinia aveva portato via un terzo degli abitanti dell’impero e, come spesso accade, questo aveva portato ad un incremento dei salari. I sopravvissuti si erano infatti resi conto che, mentre la terra dei proprietari restava la stessa, le braccia per coltivarla erano molte meno: all’improvviso braccianti e artigiani iniziarono a chiedere il doppio o il triplo di quanto riuscivano a prendere prima della pandemia. Nell’Impero Romano le tasse non gravavano sul reddito, ma sulle proprietà terriere: quindi i nostri agricoltori o latifondisti si ritrovarono a dover pagare più tasse al rapace fisco imperiale, allo stesso tempo dovendo sborsare di più ai nullatenenti che lavoravano la loro terra. Ovvio che non fossero contenti. Giustiniano infine provò a metterci una pezza: non abbassò le tasse, ma nel 545 passò una legge che imponeva a quegli ingordi dei proletari di tornare agli stipendi ante-pandemia. I latifondisti ringraziarono.        

L’ascesa di Totila

Torniamo ora all’Italia e facciamo un passo indietro. In Italia, il 541 si era concluso con l’elevazione al regno di Totila. Nell’autunno di quell’anno, la reazione degli imperiali fu organizzata durante una conferenza di guerra a Ravenna: tutti gli undici comandanti rimasti in Italia decisero che l’elevazione di Totila al regno voleva dire che il partito della guerra aveva vinto, quella della trattativa aveva perso. Era necessario colpire con forza i Goti, prima che si potessero riorganizzare.

Ricostruzione di Verona tardoantica

E fu così che, mentre la peste si avvicinava a Costantinopoli, gli imperiali misero su un esercito di 12.000 uomini, la maggior parte dei soldati imperiali rimasti in Italia. Con questo esercito marciarono tutti insieme alla volta di Verona, una delle due città reali di Teodorico ancora in mano ai Goti, con Pavia: al comando c’era il generale con il grado più alto, Costanziano, comandante della guarnigione di Ravenna, oltre ad Alessandro “forbicina”, il burocrate orientale che spremeva i contribuenti italiani. Con loro c’erano anche Bessa, un Goto al servizio dell’Impero che ricorderete dall’assedio di Napoli, e ovviamente Giovanni il sanguinario. L’obiettivo era conquistare la piazzaforte e spezzare in due l’Italia d’oltre Po, dividendo la Venetia dalla Liguria. L’esercito si accampò nella pianura tra Mantova e Verona, qui ricevettero notizia che un certo Marciano, un nobile locale dall’animo filoimperiale, offriva i suoi servigi per approcciare un suo amico impiegato nella guardia di Verona, con lo scopo di fare entrare di nascosto in città gli imperiali. Nella magnifica armata imperiale nessuno se la sentiva di affrontare una missione tanto rischiosa, alla fine si offrì volontario un generale Armeno di nome Artabaze. Questi comandava un’unità di soldati persiani. Come dici, Persiani, mi sembra sentirvi dire? si trattava della guarnigione di Sisauranon che si era arresa a Belisario qualche mese prima, in Mesopotamia. L’idea che nel giro di pochi mesi dei soldati persiani comandati da un armeno siano finiti in Italia a combattere i Goti dà l’idea della monumentale vastità delle guerre di Giustiniano. Chissà cosa pensarono i persiani di questo nostro strano paese, di cui probabilmente non avevano mai neanche sentito parlare.

Mappa dei movimenti della guerra greco-gotica tra il 541 e il 543. Per vedere (MOLTE!) altre mappe sul podcast andate al seguente link: https://italiastoria.com/mappe/

Artabaze si recò con cento uomini, di notte, a Verona: qui la sentinella aprì una porta, come promesso, e i persiani salirono sulle mura, uccidendo tutti i soldati che trovarono lì. A questo punto Artabaze mandò a chiamare il resto dell’esercito, per occupare la città. Quando vennero a sapere cosa era accaduto, il resto della guarnigione gotica si diede alla fuga, uscendo dalla porta nei pressi dell’attuale ponte di pietra, l’unico ponte romano di Verona sopravvissuto fino ai nostri giorni. I Goti si rifugiarono sul colle San Pietro, dall’altro lato del fiume Adige. Chiunque sia stato a Verona sa quanto questa collina, dove tra l’altro c’è un magnifico esempio di teatro romano, sia in posizione dominante su tutta la città. Una perfetta posizione difensiva, dove i Goti attesero tutta la notte.

Alla mattina però, il resto dell’esercito imperiale non era ancora arrivato: Procopio riporta che, alla notizia che Verona era praticamente conquistata, i generali iniziarono a litigare su come dividersi il bottino, forse un segnale che le paghe già non arrivavano regolarmente. O forse si trattava della lentezza decisionale di un esercito comandato da un comitato di generali, invece che da un comandante unico.

I Persiani si sentirono abbandonati, e a buona ragione: dopo un po’ i Goti compresero che la città non era ancora caduta e contrattaccarono, riconquistando buona parte delle mura. Eppure gli uomini di Artabaze resistettero attorno ad una delle porte, in modo da lasciare una via d’ingresso a Verona. Alla fine l’assemblea dei generali giunse ad un accordo e si degnarono di venire a Verona ma, vedendo i Goti in forze sulle mura, Costanziano, forbicina e gli altri decisero di abbandonare l’impresa, ai Persiani non restò che gettarsi dalle mura per sfuggire ai Goti. Molti morirono, ma non il loro comandante armeno, che ritornò all’accampamento ricoprendo di insulti i suoi colleghi. Ma oramai il danno era fatto: il comitato decise di ritirarsi e, riattraversando il fiume Po, si accamparono nei pressi di Faenza, nella moderna Romagna, in modo da bloccare la strada verso Ravenna al principale esercito dei Goti, a Pavia.

Nella capitale dei Goti, Totila venne a sapere di come i suoi uomini erano andati vicini a subire un’altra terribile sconfitta, ma erano risultati vittoriosi grazie alla disunione dei loro nemici. Totila comprese che gli imperiali erano vulnerabili: erano disuniti e comandati da generali che non sembravano avere la stoffa di Belisario: era arrivato il momento di attaccare. Il nuovo Re diede ordine ai soldati di Verona di raggiungerlo a Pavia, poi uscì dalla città con tutti i suoi uomini, lasciando solo uno scheletro di guarnigione nella città reale. File e file di cavalieri sfilarono sul ponte sul fiume Ticino, determinati a combattere un’ultima battaglia in nome della loro libertà e del loro regno. Erano aumentati negli ultimi mesi, ma si trattava pur sempre di soli 5.000 uomini, meno della metà degli imperiali: era tutto quello che rimaneva della forza dell’esercito d’Italia, un tempo forte di almeno 40.000 uomini.

Faenza e Mugello

L’esercito di Totila attraversò tutta l’Emilia fino a giungere sulle rive del fiume Senio, tra Imola e Faenza, dove li attendeva l’esercito imperiale. Il piano ideato da Totila sembra preso dalle pagine di Cesare: pur in inferiorità numerica, Totila inviò 300 dei suoi migliori cavalieri ad attraversare il fiume, per giungere all’improvviso alle spalle degli imperiali. Con il resto dell’esercito, Totila attraversò il fiume. Gli imperiali non contestarono il guado, contando nel loro numero e forse sottostimando i Goti, quel popolo che avevano sconfitto più e più volte. Forse confidarono che, una volta messo in fuga questo ridicolo esercito, il fiume alle loro spalle sarebbe stata la loro tomba. Certamente dimenticarono che l’unico grande successo dei Goti nella guerra, finora, era stata la battaglia in campo aperto combattuta sotto le mura di Roma.

Gli imperiali pensarono di mettere fine alla guerra, ma quella era la giornata dei Goti: Totila attaccò con tutti i suoi uomini una forza superiore, alla testa della sua cavalleria. Nel frattempo arrivarono i 300 uomini alle spalle degli imperiali, all’improvviso. Sempre lui, l’effetto sorpresa, ebbe la meglio: gli uomini dell’imperatore non sapevano quanti fossero i soldati in arrivo alle loro spalle, sbandarono e si diedero alla fuga proprio mentre arrivavano al galoppo i cavalieri di Totila. Fu un massacro: i reparti fuggirono in ogni direzione, i Goti trucidarono gli imperiali in fuga. I comandanti imperiali fuggirono come poterono, in direzione dei loro presidi nelle principali città della penisola. Alla fine di quella memorabile giornata, Totila ricevette dai suoi nobili il più prezioso dei tesori: tutte le insegne dei reparti romani che avevano combattuto la battaglia. In una sola giornata, era nata la leggenda di Totila.

La mossa seguente di Totila fu di inviare un esercito contro uno dei generali imperiali, Giustino, che presidiava Firenze. L’obiettivo era chiaro: Totila controllava oramai l’Italia settentrionale, a parte le future Romagna e Liguria. Occorreva aprirsi un varco verso l’Italia peninsulare.

Totila mise un forte esercito nelle mani dei suoi generali più coraggiosi: Bleda, Roderic e Uliaris. Questi arrivarono ad assediare Firenze. Il generale imperiale fece filtrare la notizia verso Ravenna, chiedendo soccorsi: gli imperiali avevano ancora le forze per mettere in campo un esercito, quindi dalla città uscirono quante più forze gli imperiali riuscirono a radunare, guidate da Bessa, Cipriano e soprattutto Giovanni il sanguinario.

Ricostruzione della battaglia del Mugello

Quando i Goti vennero a sapere che era in arrivo un forte esercito imperiale, tolsero l’assedio e si portarono nella zona del Mugello. Gli imperiali, riunitisi con la guarnigione di Firenze, decisero di muovere contro i nemici, attuando un piano audace: un terzo delle loro forze, forse un paio di migliaia di uomini, sarebbero andati avanti senza aspettare i commilitoni e le provviste che viaggiavano con l’esercito. L’obiettivo era sorprendere i Goti, mentre il resto dell’esercito avrebbe proceduto a passo normale, raggiungendoli a battaglia già iniziata. A capo di questa unità in avanscoperta fu messo Giovanni il sanguinario.

Quando gli imperiali arrivarono nella vallata del Mugello, i Goti non si fecero però sorprendere dell’attacco e si rifugiarono su un’altura. Giovanni diede ordine ai suoi di scalare la collina e attaccare il nemico, cercando di mantenere l’iniziativa: si scatenò una dura battaglia, ma come tutti i giocatori di Rome Total War sanno, è suicida attaccare verso un’altura in inferiorità numerica. Questa volta l’audacia di Giovanni aveva avuto la meglio su di lui: i suoi uomini furono messi in rotta.

Nel frattempo, in pianura, erano arrivati gli altri due terzi dell’esercito imperiale: questi decisero di rimanere sul posto, formando delle falangi difensive, rifiutandosi di venire in soccorso dei commilitoni. A causa di ciò, subirono tutta la forza dell’attacco dei Goti, che arrivarono sul piano esaltati dal successo e dall’adrenalina del combattimento: per gli imperiali non ci fu nulla da fare, soprattutto quando si mise in giro la voce – rivelatasi falsa – che Giovanni era morto. La rotta fu totale e con questa seconda battaglia campale gli eserciti imperiali persero completamente l’iniziativa: oramai le forze imperiali erano sparse in piccole guarnigioni in tutta la penisola e non ci sarà più l’occasione di radunarli in un esercito da campo capace di sfidare l’esercito di Totila.

Questi si recò presto sul posto: molti dei soldati imperiali erano stati catturati. Il Re si dimostrò magnanimo con loro, trattandoli con tutti gli onori. I soldati orientali erano affamati, malpagati e il loro morale era a terra: presto, in un favoloso colpo di pubbliche relazioni per il nuovo Re, la maggior parte di loro si unì all’esercito d’Italia, l’esercito di Totila determinato a riconquistare il regno per i Goti e l’indipendenza per la penisola.

Totila trionfante

Sul finire di quel tumultuoso 542, Totila mosse con il suo esercito e invase il centro Italia: in poco tempo caddero Cesena, a due passi da Ravenna, e soprattutto Petra, la fortezza a guardia del tunnel del Furlo, sulla via Flaminia. Con la conquista di Petra, nella quale Totila mise una forte guarnigione, i Goti avevano interrotto le comunicazioni tra Ravenna e Roma. Con le sue due vittorie iniziali, in sostanza Totila aveva ribaltato la situazione strategica venutasi a creare in Italia da quando Belisario aveva rotto l’assedio di Roma. Ora era lui ad avere il più forte esercito da campo, mentre i suoi avversari si nascondevano dietro le mura di dozzine di fortezze sparse per l’Italia.

L’obiettivo di Totila era di non replicare la disastrosa esperienza dell’assedio di Roma che aveva devastato il numero e il morale dei Goti. Occorreva evitare per quanto possibile gli orrori della guerra d’assedio, il loro punto debole. Ma una cosa era certa: Roma andava recuperata, in modo da gettare la sua conquista sul tavolo delle trattative con Costantinopoli. A tal fine, Totila era consapevole che la città andava prima strangolata, conquistando le basi che le avevano permesso di resistere all’assedio, anni prima. Come prima cosa, andava conquistato un grande porto sul Tirreno, dal quale allestire una flotta che permettesse di tagliare i rifornimenti a Roma e alle altre città della penisola provenienti dalla Sicilia e da Costantinopoli. Totila sapeva quale era il suo obiettivo: attraversò il Tevere e, evitando Roma, si diresse verso la città dove si può dire che davvero era iniziata la guerra: Napoli.

Totila fece prima tappa a Cuma, città che gli si arrese presto: qui Totila mise le mani su un tesoro più importante delle ricchezze di una città italiana, perché in questa località erano rimaste le famiglie di un gran numero di senatori Romani. Sarebbero stati degli ottimi ostaggi, ma Totila lasciò andar via le donne e i bambini, dicendo che non era sua intenzione fargli alcun male: c’era stato un tempo in cui il Senato e i Goti avevano governato assieme la loro penisola, che si recassero in Sicilia, a Roma, a Ravenna, a Costantinopoli, a dire ai loro mariti che il successore di Teodorico era ancora vivo.

Fatto questo, Totila portò il suo esercito sotto le possenti mura di Napoli, che tanti problemi avevano causato a Belisario, sette anni prima. A Napoli c’era una guarnigione imperiale forte di mille uomini, composta da Romani e Isauri e comandata da un certo Conon. Siccome aveva più uomini di quanti fossero necessari per l’assedio, Totila inviò dei reparti a conquistare il grosso dell’Apulia e della Lucania, terre poco difese dagli imperiali: le campagne e le piccole città della regione si arresero presto a Totila, che chiese ai coloni e agli agricoltori romani di inviare le tasse al suo nuovo governo, a Pavia, per finanziare la sua macchina militare. Ma Totila aveva in mente un’abile politica per portare dalla sua parte i contadini italiani: rivoluzionando la normale organizzazione economica dell’Italia, Totila disse ai coloni che potevano tenersi la quota che dovevano versare normalmente ai loro padroni, di solito senatori italiani che erano però in questo momento in guerra contro il suo governo. Con un colpo solo, Totila si guadagnò la benevolenza delle campagne italiane. Infine il colpo più rivoluzionario di tutti: Totila promise la libertà agli schiavi che avessero voluto combattere con l’esercito d’Italia e in generale fece capire che non avrebbe perseguito gli schiavi fuggiaschi. Era un modo ulteriore di disarticolare il sistema economico che sosteneva i suoi nemici, guadagnando in contemporanea delle reclute.

L’effetto fu quello di privare i suoi nemici degli introiti di cui avevano bisogno per pagare i soldati imperiali che, a differenza dei Goti, combattevano per uno stipendio, non per difendere la loro terra. In oriente la guerra infuriava sul fronte Persiano, mentre milioni erano già morti di peste nelle città dell’Impero e a Costantinopoli. L’impero, evidentemente, non era nella condizione di fermare Totila: i comandanti imperiali rimasero dentro le fortezze, mentre i soldati, sempre più riottosi di combattere, si rifiutavano di uscire. Dei principali comandanti Romani, Ravenna era sotto il governo di Costanziano, Giovanni il sanguinario teneva Roma, Bessa Spoleto, Giustino Firenze e Cipriano presidiava Perugia.

Giustiniano corre ai ripari

L’imperatore, preoccupato da queste evoluzioni, decise che era tornato il tempo di nominare un comandante generale per l’Italia. Un certo Massimino fu nominato Prefetto del pretorio dell’Italia e fu inviato nella penisola come comandante supremo: con uno sforzo sovrumano, Giustiniano gli affidò una flotta e diverse unità di Traci, Armeni e Unni. Massimino salpò da Costantinopoli e arrivò in Epiro, ma qui si attardò, inviando uno dei suoi sottoposti, di nome Demetrio, in Sicilia in avanscoperta. Questi, una volta sull’isola, apprese della situazione disperata di Napoli e decise che non c’era tempo da perdere: radunò quante più navi possibili e vi caricò molto grano. Non aveva uomini sufficienti per l’impresa, ma decise di veleggiare fino a Roma per caricare lì delle truppe di rinforzo con le quali forzare il blocco di Napoli: a Roma però i soldati imperiali, traumatizzati dalle ultime batoste e scontenti di non essere stati pagati, non ne vollero sapere di salire sulla flotta di Demetrio. Quel che è peggio, Totila non dormiva: le sue spie lo informarono che questa apparentemente grande flotta di rinforzo era guidata da equipaggi ridotti. Con la visione e la determinazione di ferro di Teodorico, Totila fece allestire delle rapide navi da corsa, probabilmente sfruttando i cantieri navali della Campania e le locali marinerie. La flotta di Totila piombò sugli imperiali mentre viaggiavano verso Napoli, distruggendoli.

Nel frattempo il Prefetto Massimino era arrivato in Sicilia ma non aveva ancora trovato in sé il coraggio di far davvero la guerra: mandò quindi avanti tre dei suoi generali con il grosso della sua flotta e i rinforzi che aveva portato da Costantinopoli. Si era già nell’inverno del 542-3, il mare mosso ebbe la meglio della flotta che andò sfortunatamente a schiantarsi proprio sulle spiagge sulle quali era accampato l’esercito gotico: gli imperiali furono massacrati o presi prigionieri. Totila portò alla vista dei napoletani e della guarnigione di Napoli il generale Demetrio, che era stato catturato al secondo tentativo di forzare il blocco. Il messaggio era chiaro: la partita era finita. Totila offrì ai Napoletani, che avevano per primi combattuto gli imperiali, di non aver in alcun modo danneggiata la città, mentre offrì un salvacondotto agli imperiali. Conon, il loro comandante, non se la sentiva di gettare la spugna, allora Totila, in una dimostrazione di suprema confidenza, gli offrì tre mesi di tempo: se avesse ricevuto aiuto nei seguenti tre mesi, l’assedio sarebbe continuato, altrimenti si sarebbero dovuti arrendere.

La caduta di Napoli

Mappa della Napoli tardoantica sovrapposta sulla moderna

Conon accettò, ma solo pochi giorni dopo lui e tutta la guarnigione gettarono la spugna. A sette anni dalla trionfale marcia di Belisario, Totila poté entrare in una città di spettri, consumati dalla fame. Il Re dei Goti e degli italiani era consapevole che degli uomini sul punto di morte per fame non possono mangiare a sazietà, a rischio di morire: pertanto diede ordine di portare ai napoletani del cibo in modo progressivo, ristorando le loro forze. I soldati imperiali non erano in condizioni talmente disperate, gli uomini con la spada mangiano sempre meglio di quelli che non la hanno: i soldati dell’imperatore decisero di mettersi subito in viaggio per nave per Roma, ma i venti contrari impedivano di uscire dal porto e Conon temeva che Totila si rimangiasse la parola. Ma questi si dimostrò di nuovo magnanimo: offrendo loro provvigioni per il viaggio via terra, lungo la Via Appia e anche degli animali da tiro, oltre che una scorta. Totila continuò la sua offensiva di pubbliche relazioni anche con i locali: un soldato che aveva violentato una donna napoletana fu buttato in prigione e poi giustiziato, nonostante le proteste dei nobili gotici. Totila aveva imparato qualche trucco dal maestro delle pubbliche relazioni, Belisario.

Al di là delle inclinazioni personali di Totila, credo che questi volesse inviare un chiaro messaggio: sembrava dire “fate sapere a Roma e a Costantinopoli che non sono un barbaro”. D’altronde, credo che Totila fosse sin dall’inizio consapevole che le forze del regno di Pavia non potevano vincere la guerra, potevano solo sperare di arrivare al punto di sembrare un partner negoziale accettabile per l’Impero, in modo da intavolare trattative e giungere alla pace.

Nello stesso 543, le operazioni sul fronte orientale furono in gran parte fermate dalla peste, che finalmente giunse anche in Persia, finalmente lavorando a favore dei Romani e non solo per indebolirli. Khosrau si ritirò all’interno del suo dominio, mentre i generali Romani, anche qui divisi in più comandi dalla paranoia di Giustiniano, non avevano il necessario coordinamento per un’offensiva, nonostante che le loro forze fossero state portate a 30.000 uomini. Solo in Armenia i Romani attaccarono in forze, al comando di Martino, il generale che con la sua indecisione aveva causato il saccheggio di Milano. Anche questa volta le cose non andarono meglio: le forze di Martino furono sconfitte in una disfatta presso Anglon, nella Persarmenia, grazie ad un’abilissima imboscata dei Persiani. I Romani dovettero ritirarsi, riconsegnando l’iniziativa al nemico. In contemporanea, all’altro capo del mediterraneo, le tribù della Libia che vivevano nei pressi di Leptis Magna si sollevarono in rivolta quando il governatore locale invitò a cena otto capi tribù, facendoli assassinare, in una scena che mi ricorda il mitico Lupicino con i goti di Fritigern, prima di Adrianopoli.

Le notizie pessime si accumulavano su tutti i fronti, quando giunse a Giustiniano una lettera firmata da Costanziano a Ravenna e da tutti gli altri generali in Italia: nella missiva, i generali sostenevano di non essere più in grado di tenere l’Italia. La penisola pareva sfuggirgli progressivamente di mano. A questo punto, Giustiniano prese una decisione per la quale dovette affrontare una delle sue rarissime litigate con Teodora: c’era un solo uomo la cui fama poteva scuotere gli impauriti soldati imperiali all’azione. Un solo uomo del quale la popolazione latina dell’Italia si fidava e di cui aveva rispetto. Solo il suo prestigio poteva salvare la campagna d’Italia. Era venuto il tempo di richiamare in servizio Belisario.

Nel prossimo episodio, Giustiniano invierà di nuovo Belisario in Italia, nella sua seconda campagna nella penisola. Pressato in oriente e in africa, con le casse e le caserme svuotate dalla peste, L’imperatore non sarà nelle condizioni di inviare molto altro, oltre al suo generale più celebre. Quanto a Totila, presa Napoli il suo obiettivo sarà lo stesso del suo illustre avversario, anni prima: l’antica capitale dell’orbe terracqueo, la città eterna, Roma.

San Benedetto riconosce e accoglie Totila

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