Episodio 69: l’assedio di Roma – testo completo

Nell’ultimo episodio, Teodato è andato incontro al suo fato, i Goti si sono stretti attorno alla loro identità nazionale e al loro nuovo Re, Witigis, mentre Belisario è riuscito nell’impensabile: conquistare con appena qualche migliaio di uomini la grande città dell’occidente romano, la città che ha dato il nome ad una civiltà, un impero e un intero mondo: Roma.

Eppure la conquista di Roma, nelle parole di Churchill, si dimostrerà essere non l’inizio della fine della guerra, ma la fine dell’inizio: una nuova fase della guerra sta per iniziare, mentre l’intera potenza del regno dei Goti si raduna per giungere ad assediare il pugno di uomini che Belisario ha al suo comando. Quella che sta per iniziare sarà la più lunga e dura battaglia per il controllo della città eterna, combattuta nei quasi tremila anni della sua storia. Belisario, al suo ordine, ha un esercito tascabile con il compito immane di difendere le lunghissime mura aureliane. All’interno della città ci sono centinaia di migliaia di bocche da sfamare. Fuori, decine di migliaia di Goti.

Il racconto di qualsiasi assedio è inevitabilmente misurato contro l’Iliade, e pochi dei successori di Omero possono essere stati più consapevoli di questo illustre precedente letterario di Procopio, che osservava ogni atto della battaglia dagli spalti di Roma. Procopio ha quindi prodotto quella che è nient’altro che una saga omerica, e la cura che ha avuto nel preparare il suo racconto è dovuta in parte all’enorme importanza simbolica che ancora conservava nel sesto secolo la città di San Pietro e di Augusto, questo dopo che aveva perso ogni vero valore strategico. Quella che sta per iniziare non è una battaglia per il controllo di una città, ma per il dominio sull’anima del mondo romano.

La guerra nè greca, nè gotica

Una nota innanzitutto: la guerra di cui parliamo è spesso chiamata guerra Greco-Gotica, ma è per me un nome sbagliato: perché dalle due parti non ci furono i Greci – semmai dovremo chiamarli i Romani orientali, e dall’altra non ci furono solo i Goti. Gli italiani o italo-romani combatterono su entrambi i fronti, ed è scorretto escludere anche loro: per questa ragione io preferisco il termine di “guerra d’Italia”. Anche quando farò riferimento ai Goti, considerate sempre che una parte importante della società romano-italiana è dalla loro parte, ed è inscindibile con loro: Procopio ovviamente ha tutti gli interessi a proporre una narrativa che contrappone i Romani ai Goti. Per questa ragione, e per non confonderci con i termini, nella narrazione utilizzerò il termine di “imperiali” per intendere i romano-orientali, i romani di solito saranno semplicemente gli abitanti di Roma.

Infine un avvertimento: quello che stiamo trattando è uno dei più importanti conflitti mai combattuti sulla nostra penisola: la guerra d’Italia è lo spartiacque principale, nella penisola, tra un prima e un dopo, tra qualcosa che possiamo chiamare antichità e i secoli più bui del medioevo. Penso sia fondamentale dedicarvi tutta l’attenzione necessaria, soprattutto nella consapevolezza che spesso non è a mio avviso trattata da molti manuali di storia per l’evento cataclismatico che fu.

Un’altra ragione per andare nel dettaglio degli avvenimenti è la incredibile mole di informazioni che abbiamo su quanto avvenne, grazie soprattutto alla mirabile opera di Procopio: non sarà questo il caso per i secoli a venire e penso che quindi valga la pena approfittarne, finché si può.

Le decisioni di Witigis (Vitige)

Witigis, una volta a Ravenna, decise di associare il suo nome alla dinastia regnante degli Amali, sposando la figlia di Amalasunta, Matasunta. Sul fronte della sicurezza, non perse tempo nell’organizzare la risposta dello stato gotico-italiano all’invasione imperiale. Messaggeri furono inviati a Theodebert, il principale Re dei Franchi: finalmente si giunse ad un accordo. Ravenna cedette la Provenza ai Franchi, questi in cambio si impegnavano a non intervenire in favore dell’Imperatore e ad inviare in Italia forze di “volontari”. Nella fattispecie, combattenti dei popoli sottomessi ai Franchi, in modo da nascondere all’Impero il sostegno dei Franchi alla causa gotica. I volontari furono inviati da Witigis a combattere in Illirico, per contestare la Dalmazia ai Romani. Giustiniano aveva infatti inviato qui un generale orientale che era riuscito a prendere di nuovo Salona. All’esercito dell’Illirico, Witigis associò anche la flotta di Ravenna, con il compito di bloccare Salona per terra e per mare.

Moneta di Witigis: sul verso c’è scritto “D(ominus) N(oster) VUITICES REX”

Essendosi protetto entrambi i fianchi in questo modo, Witigis raccolse le forze dei Goti: chiamò a sé praticamente tutta la forza militare del Regno, compresa la robusta guarnigione che aveva difeso un tempo la Provenza: gli giunse presto la pessima notizia della caduta di Roma, ma Witigis non prese la cosa in modo negativo: era questa l’occasione di bloccare Belisario in un posto che avrebbe difeso con i denti e dal quale non sarebbe fuggito.

Belisario nel frattempo non era rimasto immobile: aveva ricevuto la resa dell’Apulia e del Sannio e inviato alcune guarnigioni per tenere queste regioni: oramai tutta l’Italia a sud di Roma era sotto il controllo imperiale. Aveva poi inviato i suoi generali Bessa e Costantino a conquistare le più importanti piazzeforti del centro Italia: Narni e Spoleto sulla via Flaminia, Perugia sulla via Amerina- Queste erano le due vie parallele che costituivano il più probabile approccio a Roma venendo da Ravenna. Inoltre Belisario fece scavare un fossato davanti alle mura di Roma e fece venire in città quante più derrate alimentari fosse possibile, in preparazione di un assedio.

I senatori guardarono con sconcerto questi preparativi: ma non è che Belisario aveva davvero intenzione di sostenere un assedio a Roma? Ma era evidente che non aveva il numero sufficiente di uomini per l’impresa, e poi le mura aureliane erano troppo lunghe. Quanti soldati aveva Belisario, 5000? Le mura misuravano 19 miglia! Una delegazione giunse da Belisario, dicendo più o meno “Generale, lodiamo la vostra attenzione nel ricostruire e fortificare le mura, ma siamo molto stupiti che tu abbia creduto cosa saggia di entrare a Roma, se avevi timore di sostenere un assedio. La città non è in grado di resistere ad un blocco, data la penuria di approvvigionamenti. Non è sul mare, non può essere quindi rifornita facilmente, le mura sono lunghissime, inoltre giace in pianura e offre un accesso molto facile ai nemici: tutto questo è noto a tutti”. Tradotto: i Romani già rimpiangevano aver aperto le porte a Belisario e lo invitavano gentilmente a levare le tende.

La guerra in Umbria

Ma Belisario non era il comandante dei Goti, Leuderi, che aveva ceduto Roma quando era stato chiaro che i senatori erano di altro parere, forse anche per evitare inutili sofferenze alla popolazione civile. Belisario era un generale di Giustiniano, a nome del suo imperatore, Belisario aveva riconquistato Roma, e l’avrebbe tenuta: costi quel che costi.

Mentre Witigis radunava i suoi, inviò un distaccamento del suo esercito per contendere Perugia agli imperiali: il generale Costantino, a capo del distaccamento romano, era in netta inferiorità numerica ma sfidò comunque i Goti in campo aperto, riuscendo a metterli in rotta e a catturare i loro comandanti, in quella che fu la prima battaglia campale della guerra d’Italia.

Come mai i Goti furono battuti, pur in vantaggio numerico? La ragione pare essere la stessa di sempre, i Goti come i Vandali combattevano con lo stile del quinto secolo, centrato su una forte cavalleria pesante armata di lancia e scudo, supportata da una capace fanteria armata nello stile del tardo impero. Entrambe queste forze non avevano però una risposta logica al problema strategico posto dalla cavalleria pesante armata nello stile delle steppe che costituiva il nerbo e la forza di punta dell’esercito imperiale. In questo primo scontro, i Goti furono presi completamente alla sprovvista: per loro fortuna, si trattava di uno scontro minore.

Quando venne a sapere della sconfitta, Witigis decise di prendere la questione nelle proprie mani: il suo comandante Marcia era appena arrivato a Ravenna dopo aver evacuato la Provenza. Witigis aveva ai suoi ordini circa 30 mila uomini e decise di marciare con loro verso sud, in direzione di Belisario, e di Roma.

Lungo la strada per Roma, Witigis venne a sapere che Belisario aveva al suo comando forze molto scarse: forse non più di 5.000 uomini. Witigis non poté credere alle sue orecchie: i Goti avevano permesso che mezza Italia e la stessa Roma cadessero nelle mani di una forza che sarebbe stata solo l’avanguardia del loro esercito. Ardente d’ira, Witigis diede ordine di affrettarsi verso la città eterna: ad un sacerdote proveniente da Roma chiese se Belisario fosse ancora in città. Il suo unico obiettivo era vedere le mura di Roma prima che Belisario avesse l’occasione di sfuggirgli di mano.  

Quando seppe che l’intero juggernaut dei Goti stava arrivando verso di lui, Belisario richiamò a sé le forze di Bessa e Costantino, chiedendogli di recarsi il più rapidamente possibile a Roma, lasciando solo piccoli presidi nelle città umbre conquistate, con lo scopo di spingere Witigis ad assediarle e dargli quindi più tempo per preparare le difese. Costantino arrivò rapidamente a Roma, ma Bessa si trattenne troppo a lungo a Narni; un giorno, dall’alto della sua fortezza, Bessa vide l’intera campagna brulicare dell’esercito dei Goti: a quel punto fuggì con i suoi cavalieri, riuscendo ad evitare le avanguardie dei Goti e portando con sé la notizia che il nemico era alle porte di Roma, un po’ come Aragorn nel film delle due torri, prima della battaglia del fosso di Helm. Witigis non era caduto nella trappola, aveva ignorato le fortezze occupate dai Romani e puntava dritto su Roma

L’altra battaglia di Ponte Milvio

Belisario aveva deciso di fortificare il passaggio che secoli prima aveva assistito al dramma di Massenzio e Costantino: aveva fatto costruire una torre sul lato destro del fiume Tevere, in prossimità del celeberrimo Ponte Milvio, passaggio obbligato per chi volesse assediare la città provenendo da nord. Belisario vi aveva posto un presidio con il compito di impedire il passaggio ai Goti, in modo da avvertire la città del pericolo. Le avanguardie dell’esercito di Witigis arrivarono la sera del 21 febbraio del 537: dall’alto della torre i suoi difensori videro la sterminata marea che loro avrebbero dovuto fermare con l’equivalente di paletta e secchiello. Durante la notte, alcuni difensori della torre disertarono al nemico e gli altri decisero di abbandonare la torre e darsi alla fuga, fuggendo in direzione della Campania. La mattina seguente, il 22 febbraio, i Goti ebbero la via aperta per Roma e sciamarono al di là di Ponte Milvio, dirigendosi verso la Porta Flaminia.

Il caso volle che Belisario avesse condotto lui stesso una forza di mille cavalieri scelti, con l’obiettivo di tenere Ponte Milvio. A metà strada tra il Ponte e le mura i due eserciti finirono per incontrarsi inaspettatamente, in quello che oggi è il quartiere flaminio, presso l’Auditorium di Roma. Belisario fu preso completamente alla sprovvista perché si attendeva di ricevere un avviso da parte dei suoi uomini a guardia del ponte, ma questi erano oramai passati al nemico, o erano già lontani.

La battaglia divampò improvvisa e Belisario andò a combattere con i suoi in prima fila, a stento difeso dalle sue guardie. A quel punto i disertori segnalarono ai comandanti dei Goti che quel generale che guidava i Romani, sul suo inconfondibile cavallo, altri non era che Belisario in persona: “colpite il cavallo con la testa bianca!” urlarono, e tutti i Goti concentrarono i loro sforzi attorno al generale, mentre sempre più Goti arrivavano a dar man forte. I bucellari, nelle parole di Procopio, diedero quel giorno un incredibile esempio di valore: infine, con una serie di disperate cariche, i mille uomini di Belisario riuscirono a volgere in fuga i nemici, ma questi furono presto rafforzati da nuovi reparti di fanteria che avevano appena passato il ponte.

La breve pausa dei combattimenti fu quello di cui avevano bisogno i cavalieri di Belisario per disimpegnarsi e fuggire in direzione di Roma: arrivarono a spron battuto alla porta Salaria, inseguiti da presso dall’esercito nemico. La porta era però tenuta dalla guardia cittadina di Roma, che si rifiutò categoricamente di aprirla con il timore che questo permettesse ai nemici di prendere la città: Belisario si fece avanti, urlando di aprire con parole minacciose: quelli dentro la città continuarono però a rifiutarsi di aprire, forse dubitando che quell’uomo, sporco di polvere e sangue dalla testa ai piedi, fosse davvero il generale. Gli uomini di Belisario si trovarono quindi intrappolati tra il fossato e le mura di Roma, mentre i nemici si facevano sempre più vicini.

A questo punto Belisario ordinò un disperato attacco contro i Goti, che erano ancora sparsi in modo disordinato di fronte a loro: la carica mandò in confusione i nemici, che fuggirono di nuovo. A questo punto Belisario tornò di nuovo alla porta Flaminia, furioso. Me lo immagino apostrofare i Romani: “aprite, nel nome dell’Imperatore! Io sono Belisario, generale e comandante dell’esercito d’Italia! Se non lo farete avrò le vostre teste su una picca, fosse l’ultima cosa che faccio!”. I romani aprirono le porte e Belisario poté entrare incolume in città con i suoi, mentre la morsa dei Goti si stringeva intorno alle mura Aureliane: era iniziato l’assedio di Roma.

Inizia l’assedio

Roma durante l’assedio

La sera era oramai calata sulla città e Belisario diede ordine a tutti i suoi uomini di stare sul chi va là, accendendo molti fuochi nei pressi delle porte della città. Bessa fece sapere che il nemico era penetrato dalla Porta di San Pancrazio, a Trastevere. I generali incitarono Belisario ad abbandonare la città fintantoché c’era speranza, ma il generale diede ordine di inviare staffette sul posto e la notizia si rivelò fallace: sempre nella confusione della guerra, la nebbia è più fitta. A questo punto Belisario diede ordine a tutte le unità a guardia delle porte delle Mura Aureliane di non abbandonare il posto neanche se avessero avuto notizia che il nemico era penetrato in città: evidentemente la notizia precedente era stata messa in giro ad arte da qualche elemento della popolazione romana filo-gotica, e che voleva incitare Belisario a lasciare la città.

Durante la notte Witigis inviò un suo ambasciatore presso la Porta Salaria, un uomo conosciuto ai Romani, che invitò i cittadini di Roma lì presenti ad abbandonare Belisario. Li rimproverò per il loro tradimento, tradimento non verso i Goti, ma verso sé stessi e la loro patria, l’Italia, che avevano governato assieme con successo. “Perché avete ora deciso di abbandonare il vostro governo e farvi dare gli ordini dai Greci?”, disse l’ambasciatore. E qui iniziamo a vedere l’altra faccia della propaganda della guerra d’Italia: il Re vuole che gli Italiani tornino a identificarsi con il loro governo, quello di Ravenna: il distante imperatore di Costantinopoli non è un imperatore dei Romani, ma un imperatore di Greci. In questo scambio, inizio a vedere la nascita del concetto di Impero Bizantino, che un giorno avrà molta fortuna in occidente.

Citiamo Procopio: “Il giorno dopo i Goti, sicuri di poter prendere Roma senza difficoltà, data l’estensione della città, e gli imperiali, decisi a difenderla con ogni mezzo, si disposero come segue per la battaglia”. Un ottimo modo di introdurre una sezione in cui faremo mente locale per spiegare sia la disposizione degli eserciti, sia la configurazione della città eterna. So che ci sono molti romani che mi ascoltano, per loro questi luoghi saranno molto familiari: per chi tra voi non ha una conoscenza approfondita della città dai sette colli, vi consiglio di guardare la mappa in alto.

La città imperiale si estendeva in grandissima parte ad est del Tevere; pertanto, il grosso della cerchia delle mura era ad est del fiume, solo il moderno quartiere di Trastevere era circondato da mura ad ovest del Tevere. Sulle mura si aprivano 14 porte principali, più diverse altre minori: molte di queste porte esistono ancora oggi, come è ancora visibile la gran parte del circuito murario voluto da Aureliano. A nord della città, vicino al Tevere, c’era la Porta Flaminia, la moderna Porta del Popolo, poi abbiamo Porta Pinciana, Porta Salaria e Porta Nomentana. Tra la Nomentana e la Tiburtina, ad est della città, c’era l’oramai abbandonato accampamento dei pretoriani, il Castro Pretorio, le cui porte erano state chiuse. Più a sud della Porta Tiburtina abbiamo la Porta Prenestina. Il grosso dell’esercito dei Goti era concentrato in questa sezione delle mura, tra la Flaminia e la Prenestina. Un distaccamento era invece presente ad ovest del fiume, in quello che oggi è il quartiere Prati e allora era chiamato i prati di Nerone, un quartiere a poca distanza dalla tomba di Adriano, oggi Castel Sant’Angelo. La tomba di Adriano era già stata fortificata a questi tempi e fungeva da fortezza a guardia dei ponti che attraversavano in quel punto il Tevere, non distante dalla moderna Piazza Navona. Il circuito murario a sud di Roma non fu invece investito dai Goti: anche con 30.000 uomini, questi non erano sufficienti per circondare l’intero interminabile circuito delle Mura aureliane. I Goti organizzarono l’esercito in sette accampamenti, ognuno con un suo comandante: oltre a quello a Trastevere, gli altri sei erano di fronte alla sei porte principali: Flaminia, Pinciana, Salaria, Nomentana, Tiburtina e Prenestina.

A questo punto i Goti seguirono il manuale del perfetto assediante, tagliando i 14 acquedotti che rifornivano la capitale: da novecento anni, dai tempi di Appio Claudio Cieco, il costruttore del primo acquedotto romano, Roma riceveva ininterrottamente l’acqua corrente dalle sue mirabili opere di ingegneria. Roma era l’acqua: l’acqua erano le terme, l’acqua erano le fontane, l’acqua era la vita. Quando le fontane si seccarono, quando le terme chiusero, quando le case dotate di acqua corrente smisero di riceverla, la popolazione romana comprese che qualcosa di terribile stava davvero accadendo, qualcosa che metteva seriamente a rischio il concetto stesso della loro civiltà. Il più avrà pensato che si trattasse di qualcosa di temporaneo: l’assedio sarebbe terminato, l’acqua sarebbe tornata a scorrere. A differenza di quanto si credeva un tempo, alcuni di questi acquedotti tornarono a funzionare e continueranno a farlo fino al quattordicesimo secolo, ma i giorni dei grandi impianti termali e dell’acqua corrente in casa erano terminati: quando l’acqua tornerà, sarà da pochi acquedotti e sarà appena sufficiente a rifornire i mulini, le chiese, qualche fontana e alcune istituzioni caritatevoli. Se c’è un giorno che per Roma simboleggia l’inizio del Medioevo, è forse questo.

I preparativi di Belisario

Porta pinciana oggi: qui vicino aveva sede il quartier generale di Belisario

Belisario prese il controllo della difesa delle porte Pinciana e Salaria, il punto dove le mura aureliane erano più facilmente espugnabili, perché alquanto malridotte. A Bessa diede la porta Prenestina, a Costantino la Porta Flaminia: quest’ultima porta fu murata, perché molto vicina agli accampamenti nemici. Inoltre Belisario diede ordine di bloccare con pesanti massi tutti gli ingressi degli acquedotti cittadini: non voleva che succedesse a lui lo scherzetto che aveva giocato ai napoletani. Tracce di queste opere sono state trovate a Trastevere, scavando l’acquedotto che riforniva i mulini di Roma.

Belisario si occupò anche del fronte civile: occorreva mantenere la città in vita, e con sé i suoi difensori. Con il taglio degli acquedotti una gran parte dei mulini che rifornivano la città erano bloccati, in particolare il colossale sistema di mulini del Gianicolo. Per ovviare al problema, Belisario fece installare sotto il Ponte Aurelio – corrispondente al moderno Ponte Sisto – delle robuste corde. A queste corde legò due barche, sulle quali furono installati dei mulini ad acqua: a queste due barche furono attaccate molte altre, in modo da avere sufficiente produzione di farina per i fabbisogni della metropoli. Quando lo vennero a sapere, i Goti cercarono di danneggiare i mulini buttando dei tronchi nel fiume, ma Belisario fece costruire delle robuste catene di ferro attraverso il Tevere, poco a monte del Ponte Aurelio, in modo da proteggere le installazioni vitali per il rifornimento della città. Le catene servivano anche a proteggere la parte della città sul fiume che non era difesa da mura, in particolare l’area dell’attuale Foro Boario: senza, i goti avrebbero potuto costruire una flotta fluviale e sbarcare nel cuore della città.

Il sistema di mulini di Barbegal, presso Arles: costruito dai Romani, il sistema di mulini del Gianicolo doveva essere simile (anche se forse più imponente)

Una volta che tutti si furono sistemati nelle loro posizioni, iniziò la lunga attesa tipica di ogni assedio. La popolazione romana però era tutto meno che felice, cito Procopio: “gli abitanti di Roma non erano però per nulla abituata ai disagi della guerra e dell’assedio, già iniziavano a soffrire per l’impossibilità di fare il bagno e per la scarsità dei viveri, mentre erano costretti a passare notti insonni facendo la guarda alle mura, tutti pensavano che presto la città sarebbe caduta”.

I Romani iniziarono a lagnarsi apertamente di Belisario, che aveva avuto l’ardire di occupare Roma senza un numero di soldati sufficiente a tenerla: molti rimpiansero la decisione di aprire le porte al generale imperiale: avevano voluto evitare un saccheggio da parte degli orientali e ora sembrava inevitabile un saccheggio assai più devastante da parte di Witigis.

Il Re, informato che in Senato e tra il popolo le cose parevano pendere in suo favore, inviò un messaggero a Roma: Belisario fu costretto a riceverlo, probabilmente perché il Senato intendeva sentire le proposte negoziali di Witigis. L’ambasciatore fu ricevuto nell’aula del Senato, alla presenza di Belisario e del suo stato maggiore: la sua orazione è riportata da Procopio, citiamone un passo: “Non lasciare, o generale, che continui a durare il disagio dei Romani, che Teodorico ha abituato ad una vita comoda e soprattutto libera, e cessa di dar fastidio al sovrano dei Goti e degli Italiani. Non è forse un controsenso che tu te ne stia rinchiuso a Roma mentre il Re di questa città deve passare le sue giornate in un accampamento, conducendo una guerra a danno dei suoi sudditi?”. Erano argomentazioni solide, volte soprattutto a convincere i senatori a tornare sui loro passi: ma Witigis offrì anche un salvacondotto per i soldati di Belisario, se avessero abbandonato la città. Il generale però rispose picche: “Chiunque di voi s’illuda di rimettere piede in Roma senza dover combattere, si sbaglia di grosso. Finché Belisario sarà vivo, è impossibile che abbandoni questa città”. Come ogni grande generale che si rispetti, Belisario a quanto pare parlava in terza persona.

I senatori restarono in un silenzio attonito durante lo scambio: era chiaro che erano finiti in una trappola, stretti tra l’incudine dei Goti e il martello degli imperiale, due forze che avrebbero potuto stritolarli. Qualcuno tra i loro, indubbiamente, decise che era arrivato il momento di agire, prima che fosse troppo tardi.

Tutti ai posti di combattimento

Quando Witigis venne a sapere del fallimento della sua ambasciata, decise che era arrivato il momento di dare l’assalto alle mura. Fece costruire delle torri di assedio su ruote, degli arieti per abbattere le mura e fece preparare delle fascine per riempire i fossati. Da parte sua, Belisario aveva fatto costruire delle enormi balestre e le aveva posizionate sulle torri delle mura aureliane assieme ad un buon numero di catapulte. Di fronte alle porte, fece costruire dei “lupi” o delle piastre di legno, alte come le mura e inclinate verso l’interno, ricoperte di pali di ferro acuminati, in modo da rendere ancora più difficile l’assalto alle porte.

Il 12 marzo del 537, diciotto giorni dopo l’inizio dell’assedio, Witigis diede l’ordine di assalire la città: la popolazione civile di Roma fu presa dal panico, ma i soldati imperiali si posizionarono con calma nelle loro postazioni: come aveva previsto Belisario, l’attacco principale arrivò in direzione della Porta Salaria, nel circuito settentrionale delle mura. Quando il generale vide le torri d’assedio, si mise però a ridere. I senatori che si trovavano presso di lui non compresero perché fosse così allegro e iniziarono ad insultarlo e ad accusarlo di essere un incosciente, ma il nostro Tyrion Lannister aveva una sorpresa pronta per Witigis.

Porta Salaria nel ‘700 e oggi: fu demolita sotto il Fascismo

Infatti, quando i Goti furono vicini al fossato, Belisario afferrò un arco e prese la mira su un soldato Goto, dotato di pesante armatura: l’arco della steppa fece il suo solito, sporco lavoro, e l’uomo cadde morto. I Goti erano ancora ignari della nuova arma micidiale che gli imperiali avevano appreso dai Borg delle steppe: gli archi dei Goti avevano una gittata e un’accuratezza assai minore e quindi non avevano considerato il problema. Avrebbero presto appreso a loro spese una durissima lezione.

Quando le torri dei Goti furono alla portata degli archi, Belisario diede l’ordine di tirare: a questo punto fu evidente perché aveva aspettato così tanto. Le torri di assedio di Witigis erano trainate da buoi ma a Belisario bastò un ordine ai suoi infallibili arcieri e le bestie furono trafitte di frecce, bloccando le macchine a debita distanza. Anche i soldati Goti iniziarono a cadere come mosche: Belisario aveva aspettato in modo da non rovinare la sorpresa ai suoi avversari, che avevano scioccamente pensato di potere portare delle macchine d’assedio sotto le mura, trainandole con delle bestie. Temo che i goti, nonostante secoli nell’impero romano, non abbiano fatto molti progressi negli assedi dai tempi di Alaric. D’altronde è un po’ una tradizione di famiglia.

Battaglia al mausoleo di Adriano

Quando vide con orrore che l’assalto alla Porta Salaria era fallito, Witigis diede ordine ai suoi di formare i ranghi come se fossero in procinto di voler assalire ancora in quel punto la città, ma con il suo seguito si recò a cavallo verso la Porta Prenestina, per tentare un nuovo attacco da quel lato, dove i Goti avevano preparato una sorpresa per i Romani. Allo stesso tempi i Goti presenti sui Prati di Nerone – il moderno quartiere di Prati – diedero l’assalto al Mausoleo di Adriano, la fortezza che difendeva Roma su questo lato delle sue fortificazioni. Qui Belisario aveva inviato Costantino con il compito di impedire ai Goti il passaggio del Tevere. Costantino aveva però a sua disposizione solo pochi uomini: il grosso della guarnigione era stato spostato in aree giudicate più vulnerabili.  

I Goti arrivarono presso la fortezza utilizzando come copertura il lungo porticato che dalla città conduceva alla basilica di San Pietro: erano dotati di larghi scudi protettivi e utilizzarono una formazione difensiva una volta nei pressi del mausoleo, scoccando frecce in direzione dei pochi difensori. I Goti appoggiarono le scale sul mausoleo e si diedero a scalarlo: i soldati imperiali si videro perduti, ma poi ebbero l’idea di rompere le innumerevoli statue che decoravano sin dal secondo secolo dopo cristo il mausoleo: gli imperiali utilizzarono i frammenti delle statue come dei proiettili da gettare in testa ai Goti. La pioggia di marmo costringe i Goti alla ritirata, mentre un pezzo della bellezza di Roma era stato sacrificato per difendere la città. I Goti fuggirono in modo scomposto e a questo punto gli imperiali misero mano ai loro archi: ne fecero strage, infilzandoli a grande distanza. Anche questi Goti appresero duramente la lezione del giorno.

Tu non puoi passare!

Nel frattempo l’assalto principale si era spostato nei dintorni della Porta Prenestina, nella zona ad est di Roma: qui le mura erano in realtà doppie, il muro originale era infatti in parte crollato, vi era stato quindi aggiunto un tratto di mura più avanti rispetto all’originale, mentre lo spazio creatosi tra i due tratti murari era detto “Vivarium”. Si trattava in sostanza dello zoo di Roma, vi venivano tenute varie belve ed animali selvatici, questo almeno non in tempo di guerra. I Goti, senza che gli imperiali lo sapessero, avevano scavato una mina sotto le mura. Si trattava di una galleria che gli assedianti costruivano fin sotto le mura nemiche, facendo poi crollare il tunnel con il tratto di mura sopra.

Porta Prenestina o Porta Maggiore: come appare oggi e come appariva nel ‘700 (più simile al suo aspetto tardoantico, quando l’ingresso era stato rafforzato

I Goti fecero crollare un pezzo di muro e passarono all’attacco: Belisario giunse sul posto poco prima dell’assalto dei Goti, comandato da Witigis. Gli imperiali erano spaventati, ed erano pochi: Belisario gli fece coraggio e gli diede l’ordine di schierarsi in formazione serrata all’interno del Vivarium, pronti a sfidare l’onda di assalitori che si sarebbero presto riversati dalla breccia: chissà se disse “siete soldati di Gondor, non importa cosa verrà da quella breccia: voi resisterete!”.

I Goti entrarono in massa attraverso la breccia e si trovarono di fronte l’acciaio dei migliori soldati imperiali, in perfetto ordine di battaglia: sotto gli occhi del loro generale, i Romani assalirono i Goti e riuscirono a respingerli in quella che fu la più cruenta battaglia della giornata. I Goti si ritirarono in disordine. Proprio in quel momento si aprirono le porte della Porta Prenestina: un contingente di bucellari attaccò a cavallo i Goti, facendone strage con arco e spada mentre si ritiravano. La giornata era terminata, e l’assalto a Roma era fallito. Belisario aveva vinto il primo round, avendo a disposizione 5000 uomini con i quali aveva tenuto a bada 30 mila soldati nemici, in quello che non fu null’altro che un capolavoro di guerra difensiva.

Dalla battaglia al lungo assedio

Le conseguenze di questa battaglia furono molteplici: l’assedio era chiaramente destinato a durare a lungo a questo punto, con i Goti che invece di prendere d’assalto la città avrebbero cercato di farla cadere per fame. Questo fu subito evidente tre giorni dopo il fallito assalto: Witigis inviò un forte contingente a catturare Fiumicino, a quei tempi detto semplicemente “Portus”, da qui il nome della porta che ancora oggi si apre in direzione di Fiumicino, detta appunto “Porta portese”. Fiumicino era il principale porto di Roma, avendo oramai da secoli soppiantato la semi-abbandonata Ostia. Witigis prese la città, vi mise un contingente di mille uomini e iniziò a stringere ancora di più il cappio intorno a Roma.

La reazione di Belisario fu di espellere dalla città tutte le donne e i bambini, ordinandogli di recarsi in Campania: la popolazione di Roma sciamò fuori da Roma, spesso sotto l’attacco dei cavalieri gotici. Agli uomini, quasi tutti oramai senza lavoro e affamati, Belisario offrì un lavoro: li avrebbe assunti come volontari nell’esercito, pagandogli la paga dei soldati a patto che aiutassero a pattugliare le mura. Con questo colpo propagandistico, Belisario ottenne la fedeltà del popolino di Roma.

I senatori erano però di tutt’altra pasta: non potevano essere comprati con uno stipendio e molti di loro guardavano con orrore a quello che stava succedendo in città. Forse se avessero trovato un modo di riconsegnare la città a Witigis avrebbero potuto evitare il peggio per sé stessi e per le proprie proprietà.

Non sappiamo esattamente cosa accadde, ma è possibile che la congiura si radunò attorno a Papa Silverio che, come ricorderete, era stato elevato un anno prima da Teodato e doveva molta della sua autorità ai Re dei Goti. Oppure non ci fu nessuna congiura, e Silverio fu solo accusato ad arte: il fatto era che a Roma c’era anche Antonina, come sempre agente del volere di Teodora. E Teodora voleva sul soglio di Pietro il nostro vecchio amico, Vigilio. Comunque sia, Silverio fu portato di fronte a Belisario che ne ordinò di imperio la deposizione, accusandolo di tradimento. Pochi giorni dopo, il 29 marzo del 537, Vigilio fu ordinato Papa, secondo alcune fonti dopo che questi pagò a Belisario la cifra di 200 libbre d’oro, una parte dei fondi che aveva ricevuto da Teodora allo scopo di ungere la chiesa romana, il cui parere in questo frangente fu meno importante del solito: era Belisario a decidere tutto. Quel che segue non è chiarissimo: alcune fonti dicono che Silverio fu spedito in Asia Minore, dove alcuni vescovi locali inviarono petizioni a Giustiniano per fargli avere un giusto processo. Giustiniano avrebbe ordinato di far tornare Silverio in Italia, affidandolo alle cure del suo successore Vigilio, che lo fece imprigionare a Palmarola, una delle isole pontine.

La versione che ritengo più probabile è però che questo passaggio sia frutto di interposizioni posteriori: Silverio fu affidato da subito nelle mani degli agenti di Vigilio, che lo portarono sull’isola di Palmarola, fuori dalla portata dei Goti. Qui Silverio, secondo tutti i resoconti, fu privato del cibo e affamato fino alla sua morte, senza dubbio per ordine del nuovo Papa. Vigilio iniziava nel migliore dei modi il suo pontificato, e vi assicuro che è solo l’inizio: ne vedremo delle belle.

Vera o no l’accusa verso Silverio, Belisario decise che non poteva fidare dei senatori: li fece inviare sotto scorta armata in Campania, impedendogli ulteriori tentativi di tradimento. Allo stesso tempo Witigis, irritato perché i senatori avevano consegnato la città a Belisario e non avevano fatto nulla (dal suo punto di vista) per raddrizzare questo torto, decise di mandare un ordine a Ravenna: i senatori presenti in città, che lui aveva lì condotto dopo aver abbandonato Roma, furono messi a morte: con questo atto Witigis segnalò che abbandonava ogni tentativo di riconciliazione con la classe senatoriale, in quello che credo fu un colossale errore di comunicazione, oltre che un crimine.

Attaccata da entrambi i lati della guerra, la classe senatoriale iniziò dunque il suo precipitoso declino: quanti poterono iniziarono ad emigrare verso la Sicilia e soprattutto verso Costantinopoli, abbandonando temporaneamente la penisola sconvolta dalla guerra, senza dubbio pensando che si trattasse di un esilio temporaneo. Molti di loro non torneranno più e tanti tra quelli che rimasero in Italia periranno nei prossimi decenni: l’istituzione che aveva rappresentato la classe dirigente della città sin dalla sua fondazione, il Senato di Roma, era destinato ad un declino precipitoso. Come ho detto, per Roma e l’Italia, dopo questa guerra nulla sarà più come prima.

Nel prossimo episodio narrerò la seconda parte dell’epica battaglia per il controllo della capitale: le due parti si sfideranno ad un complesso gioco del gatto con il topo, entrambi avranno successi e sconfitte. Ma può esserci un solo padrone di Roma, uno solo, e dopo un interminabile assedio avremo infine il vincitore della più lunga e tormentata battaglia mai combattuta per il controllo della città eterna.

Grazie mille per l’ascolto! Vorrei ringraziare Simone Guida di Nova Lectio per essersi prestato a dare la voce a Belisario, andate assolutamente a provare il suo nuovo podcast o il suo canale su YouTube, che è davvero ottimo e tratta di moltissime questioni di storia e geopolitica. Ringrazio anche Valerio Bioglio, un ascoltatore che si è offerto di interpretare l’altra voce che avete sentito oggi. Prima di terminare due errata corrige di errori passati, mi cospargo il capo di cenere: nell’episodio 60 ho detto che la falange romana era una falange macedonica, in realtà si trattava della falange oplitica. Nello scorso episodio, ho detto che una storica medievale aveva detto che il 536 fu l’anno peggiore in cui essere vivo, in realtà si tratta di un uomo: Michael McCormick.

Vi ricordo che potete trovare tutte le puntate, i testi del podcast, mappe, fonti e genealogie sul mio sito italiastoria.com. Se volete sostenermi, c’è anche una sezione con questo fine, oppure potete diventare Patreon su http://www.patreon.com/italiastoria. Oppure potete andare su patreon.com/italiastoria. Alla prossima puntata!

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