Episodio 67: il vento della guerra – testo completo

Nell’ultimo episodio abbiamo ricostruito gli anni al potere di Amalasunta, principessa dei Goti. Amalasunta ha provato a tenere in piedi il magnifico edificio del padre e a continuarne la politica, pur in discontinuità con i suoi ultimi anni. Amalasunta è riuscita a prendere e mantenere il potere, di fronte a pericoli e rischi crescenti. La morte del figlio Atalarico ha costretto la figlia di Teodorico ad associare al trono il cugino Teodato, un uomo mai amato ma pur sempre l’ultimo erede maschile della dinastia degli Amali. I due sono stati incoronati Re e Regina, nell’Ottobre del 534. Quella che segue è la storia di come la diarchia non ebbe lunga durata, come è spesso il caso: ci può essere un solo signore degli anelli, uno solo.

È sera: i soldati sono giunti segretamente sulle rive del lago di Bolsena. In fretta raggiungono le barche sulla spiaggia: salgono a bordo. Gli uomini mettono mano ai remi e le barche scivolano silenziosamente sulle acque verdastre, in direzione di una delle due piccole isole al centro del lago, l’isola Martana. Qui sorge un palazzo, il posto più caro al nuovo Re dei Goti e degli Italiani: Teodato.

I soldati non vogliono però visitare il Re, che vive ora a Ravenna. Il loro obiettivo è la vendetta, vendetta per l’assassinio dei loro congiunti. 1500 anni dopo un assassinio di un sovrano, a Sarajevo, darà inizio alla prima guerra mondiale, la guerra che porrà fine ad un intero mondo. I principi dei Goti non sanno che lo stesso accadrà presto al loro mondo, o forse non gli importa. Le barche si arenano sull’isola: la Regina avrà quel che si merita, la faida verrà lavata nel sangue, e il vento della guerra si leverà sull’Italia.

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Il problema delle fonti

Vorrei specificare qualcosa prima di passare alla narrazione dei confusi anni seguenti all’elevazione di Teodato al trono: ricostruire quanto avvenne è estremamente complicato, per una serie di fattori che sono già emersi nella narrazione degli eventi dello scorso episodio. Non ci mancano le fonti primarie, abbiamo le lettere di Cassiodoro e la dettagliata narrazione di Procopio delle storie, oltre agli aneddoti delle storie segrete sempre di Procopio. Il problema è che nessuna di queste fonti pare concordare con l’altra: le lettere di Cassiodoro sono illuminanti, ma il loro ordine cronologico non è sempre chiaro. La sensazione è che molto non sia scritto, o sia solo accennato: Cassiodoro le scrisse dopo la caduta del Regno alla preservazione del quale aveva dedicato ogni fibra del suo essere. C’è certamente qualcosa che Cassiodoro non può e non vuole dire, oltre al fatto che le sue lettere al solito sono il punto di vista “ufficiale” della corte ravennate, non un tentativo di offrire una versione imparziale degli avvenimenti.

Con Procopio, se si vuole, occorre essere ancora più accorti: la versione ufficiale delle storie è chiaramente attenta a spostare la responsabilità dell’inizio della guerra tutta nel campo della leadership italiana: gli imperiali si limitano a reagire ai soprusi dei Goti. Nelle storie segrete Procopio ci fornisce un’altra versione degli eventi, nella quale la responsabilità dell’inizio della guerra pare addossata completamente ai demoni che regnano su Costantinopoli: Giustiniano e Teodora. Quel che è peggio, le lettere di Cassiodoro non sembrano combaciare con i due racconti di Procopio. Ricostruire quel che avvenne è quindi un’impresa difficilissima che ha arrovellato gli storici per secoli: sono possibili almeno una mezza dozzina di ricostruzioni, cercherò di presentarvi quanto mi pare più ragionevole da quello che ho letto, in particolare Peter Heather, Massimiliano Vitiello e Ian Hughes. Vi assicuro che questo è stato certamente il più difficile episodio che abbia mai scritto.

Caro amico ti scrivo

Amalasunta e Teodato, visti da Caterina Mendolicchio

Dopo la doppia incoronazione, Il primo atto dei due sovrani fu di scrivere al loro imperatore, Giustiniano. Come in ogni passaggio critico del regno, Ravenna aveva bisogno dell’accordo di Costantinopoli per assicurare la legalità della transizione al potere agli occhi dell’opinione pubblica romana.

A tal fine Cassiodoro scrisse due lettere a Giustiniano, una a nome di Amalasunta e una a nome di Teodato. Nella prima Amalasunta scrive: “Abbiamo promosso al trono un uomo a noi legato da un legame fraterno, affinché possa indossare le vesti di porpora dei suoi antenati e sia in grado di condividere con noi i suoi prudenti consigli. Siamo convinti che ci farai i tuoi auguri per questo evento”. Teodato aggiunge: “sono fiducioso che mi meriterò la posizione per la quale Amalasunta mi ha scelto, lei che è una persona che tanto risplende di saggezza da governare il proprio regno con ammirevole preveggenza, mantenendo i voti di amicizia che ha fatto con i suoi vicini, in primis con voi. Questa alleanza non è una novità: se guarderai indietro alle gesta dei nostri antenati, scoprirai che c’è un’usanza che ha oramai forza di legge, ovvero che gli Amali devono essere amici dell’Impero. E se, in obbedienza alla scelta di mia sorella, ho il tuo amore, sentirò di essere davvero un re”. Nella tradizione del Regno e dell’Impero occidentale fin dal quinto secolo, Teodato chiede l’approvazione e l’autorizzazione dell’imperatore orientale. In parte questo si rifà ai riti delle collegialità imperiale che risalgono fino alla tetrarchia, in parte si rifà alla nuova tradizione del regno, autorizzato dal trattato tra Zenone e Teodorico, riconfermato poi con Anastasio e Giustino.

Non c’è traccia nella narrazione di Procopio di queste due lettere, né della risposta di Giustiniano: non è chiaro se l’ambasciatore plenipotenziario di Costantinopoli, Pietro, fosse già a Ravenna nell’Ottobre del 534, quando i due sovrani furono incoronati: come detto nello scorso episodio, è assai possibile che Pietro avesse ricevuto istruzioni dai suoi datori di lavoro di convincere Amalasunta ad abdicare e, se diamo credito al Procopio delle storie segrete, anche a far sì che non giungesse viva a Costantinopoli. Qui siamo di fronte ad una prima incoerenza della narrazione di Procopio: nelle guerre sostiene che Pietro arrivò in Italia quando Amalasunta era già morta, nelle storie segrete pare intendere il contrario. L’idea che mi sono fatto è che le “guerre” riportino una versione edulcorata, probabilmente falsa, che aveva l’obiettivo di deviare la colpa di quello che sta per accadere: occorreva evitare ogni sospetto ai danni di Pietro e Giustiniano, in modo da incolpare dei prossimi eventi Teodato e i Goti.

La versione che mi pare più logica, in base a come si svolgerà la storia, è che l’ambasciatore Pietro era in viaggio per Ravenna quando apprese della nuova, imprevista svolta che aveva preso la politica ravennate: invece di consegnare il loro regno, Teodato e Amalasunta avevano avuto l’ardire di incoronarsi l’un l’altro! Pietro si sarebbe fermato a Valona, nella moderna Albania, inviando un messaggero a Costantinopoli e chiedendo nuove istruzioni. Heather e Vitiello ritengono entrambi di poter ricostruire che Giustiniano decise di riconoscere Teodato e Amalasunta, allo stesso tempo dando istruzioni di dimostrare il supporto di Costantinopoli alla regina, della quale Giustiniano si fidava assai più del nuovo venuto.

Ricevute le sue istruzioni, Pietro si mise di nuovo in viaggio per Ravenna. Quando arrivò nella capitale dell’Italia, la situazione politica era di nuovo cambiata.

La caduta della regina

Situazione politica nel mondo euro-asiatico all’alba della guerra greco-gotica

I primi giorni di co-reggenza sembrano essere stati di comune accordo, o almeno questa fu la posizione pubblica dei due regnanti: in una lettera al Senato di Roma, con la quale annunciava la sua elevazione al trono, Teodato si dilunga in sperticate lodi di sua cugina: «Mai potrò ripagare la regina per tutti i suoi favori: lei che, avendo regnato da sola durante la minoranza di suo figlio, ora mi sceglie come compagna del suo regno! Lei è il fiore della nostra famiglia: con il suo splendore illumina di gloria non solo i nostri antenati, ma l’intera razza umana.”

Non sappiamo quanti giorni o settimane durò l’accordo tra Teodato e Amalasunta: quel che è certo è che si trattava di un accordo molto originale, che rovesciava i tradizionali ruoli maschili e femminili: a comandare davvero doveva essere la donna, con Teodato associato al trono. Una situazione che certamente non deve essere stato facile da digerire per Teodato. Va inoltre ricordato che il nuovo Re era stato più volte punito da Teodorico e da sua figlia, questo a causa della sua ingordigia: non c’è dubbio che non nutrisse un grande affetto per Amalasunta, al di là dei proclami ufficiali.

Più delle decisioni del Re, contò però la posizione del partito tradizionalista gotico, quello che aveva avuto i suoi leader assassinati da Amalasunta. Non abbiamo idea di cosa accadde davvero e perfino la tempistica è complessa: quel che è certo è che Teodato e i suoi sostenitori nella nobiltà gotica riuscirono a prendere Amalasunta come prigioniera, assassinando diversi uomini a lei vicini.

La morte della regina

Moneta di Teodato

È improbabile che Giustiniano ebbe nulla a che fare con questo atto: i tempi tra l’elevazione al trono di Teodato e la caduta della regina sono troppo stretti per permettergli di reagire in tempo reale, visto che abbiamo ragionevole certezza che Amalasunta fu deposta durante l’inverno del 534-535. Se così fu, si trattò di un atto di colossale irresponsabilità da parte della nobiltà gotica: già la transizione al potere di Amalasunta e Teodato era gravida di rischi. La nuova rivoluzione politica mandò l’intera politica italiana in cortocircuito.

La notizia della deposizione di Amalasunta giunse a Pietro come un colpo di fucile. Nei pressi di Valona, nella moderna Albania, incontrò due ambasciatori di Teodato in viaggio verso Nuova Roma: si trattava di Opilio, il fratello del filo-Goto Cipriano, e del nostro vecchio amico Liberio. Opilio sostenne la versione ufficiale del Re: Amalasunta era stata trattata con il massimo rispetto da parte di Teodato. Liberio non era però un servo di Teodato, era un uomo integerrimo e un amico di vecchia data di Amalasunta: o forse era un opportunista che sapeva leggere il vento, avendo servito in successione Odoacre, Teodorico, Amalasunta e presto anche l’imperatore. Liberio defezionò all’istante e passò dalla parte di Giustiniano. Una volta a Costantinopoli, riferì tutti gli avvenimenti italiani all’imperatore.

Pietro invece continuò il suo viaggio verso Ravenna: una volta nella capitale italiana, per nulla intimorito dalla svolta politica del regno, Pietro si mise al lavoro per raggiungere gli obiettivi del suo padrone: continuare a seminare zizzania tra i Goti. La situazione politica a Ravenna oramai ricordava da vicino quella di Cartagine prima della guerra: un regnante filoimperiale era stato deposto dalla fazione nazionalista gotica che aveva installato un suo parente sul trono: basta scambiare Hilderic e Gelimer con Amalasunta e Teodato. La similitudine della situazione fu certamente sottolineata da Pietro. Me lo immagino sussurrare nell’orecchio del Re: “Mio signore, sappiamo benissimo entrambi che pochi mesi fa eri pronto a lasciare tutto per venire a Costantinopoli, a vivere una vita di agi come senatore e patrizio della capitale. L’ambizione, qualcuno direbbe l’avventatezza, ti ha ora portato sul trono. Rimuovendo tua cugina Amalasunta ti sei però inimicato l’unico vero imperatore, i cui invitti soldati hanno da poco distrutto il regno dei Vandali: non dubitare! Lo stesso accadrà a te. Belisario sbarcherà in Italia, i romani ti tradiranno per l’Impero, i Goti che seguivano Amalasunta proveranno ad ucciderti. Quelli che tu ora ritieni amici non sanno che farsene di un Re filosofo in tempi di guerra. Ma l’ora non è ancora troppo tarda: c’è ancora la speranza di evitare la guerra. Lascia il trono, lascia questo regno che ti sarà presto mortale. L’offerta dell’Imperatore dei Romani è ancora valida: ma affrettati, non sarà sul tavolo ancora a lungo”.

Vitiello sostiene che è possibile che assieme all’offerta palese di Giustiniano, Teodato ricevette un altro desiderio imperiale: questa volta dall’imperatrice. Non abbiamo alcun modo di confermarlo, se non delle labili tracce. Tra qualche tempo Teodato farà scrivere a sua moglie Godeliva diverse lettere indirizzate all’imperatrice, volte ad evitare la guerra. In una di queste troviamo un passaggio criptico, fatto pubblicare da Cassiodoro e che molti storici ritengono fosse la mollica di pane che questi lasciò per far capire chi avesse ordinato la fine di Amalasunta. Scrive Godeliva a Teodora: “Riguardo a quella persona sulla quale qualcosa è venuto alle nostre orecchie con dei sussurri, sappi che è stato ordinato ciò che credevamo sarebbe stato in linea con le tue intenzioni”. Un modo criptico di scrivere, stranamente riportato in una missiva ufficiale.

Cosa aveva fatto sapere Teodora a Godeliva? Quale era stato il suo desiderio a cui Teodato aveva dato soddisfazione, forse nella certezza di farsi un potente alleato a Costantinopoli? Sappiamo dalle carte segrete di Procopio, una fonte non del tutto affidabile, che Teodora voleva Amalasunta morta. L’Augusta era abituata a vedere i suoi desideri esauditi: non verrà delusa.

Dopo alcuni mesi di prigionia a Ravenna, Amalasunta fu trasferita nella villa di Teodato al centro del lago di Bolsena. E qui torniamo al nostro antefatto: è il 30 aprile del 535, le acque verdastre del lago vedono le barche degli assassini scivolare silenziosamente verso l’isola: quasi certamente si tratta dei parenti dei tre nobili gotici fatti uccidere da Amalasunta. Di lì a poco la figlia di Teodorico, la principessa degli Amali e la Galla Placidia dei Goti verrà uccisa: forse strangolata nel bagno.

Mai sprecare una crisi

Alla notizia dell’assassinio della regina, l’ambasciatore Pietro di recò immediatamente a palazzo. Se davvero l’assassinio fu perpetrato su suo suggerimento, Pietro ebbe la faccia tosta di rimproverare Teodato. Ecco cosa riporta Procopio nelle storie: “Pietro protestò apertamente con Teodato e gli altri Goti, dichiarando che, a causa del delitto commesso, vi sarebbe stata tra loro e l’imperatore una guerra senza quartiere”.

L’isola Martana, nel lago di Bolsena, dove fu uccisa Amalasunta

A prima vista si tratta di una vera e propria dichiarazione di guerra, eppure credo fosse solo un modo per aumentare ancora la pressione su Teodato. Il Re, sempre più preoccupato, inviò degli ambasciatori a Costantinopoli per negoziare con Giustiniano, facendo anche scrivere la lettera di sua moglie Godeliva e Teodora, quella che ho riportato in precedenza, e nella quale i due facevano presente di aver a lei obbedito, chiedendole di intercedere presso il marito.

Come sappiamo però Teodora e il marito erano di solito in perfetto accordo: Mr. e Mss. Underwood avevano ottenuto esattamente quello che avevano cercato dopo il successo della missione africana: una scusa per invadere la penisola. Giustiniano non rispose a Teodato con degli ambasciatori, ma con le armi: una volta che ricevette le notizie dall’oriente, Giustiniano approntò due missioni militari: una sarebbe stata comandata da Mundo, il nostro tuttofare dei Balcani: il suo compito sarebbe stato quello di invadere la Dalmazia, una regione sotto il dominio dell’Italia fin dal 480, quando era morto Giulio Nepote. A Flavio Belisario, console per quel 535, Giustiniano affidò un piccolo esercito, molto più limitato di quello con il quale aveva invaso l’Africa. 4000 soldati regolari, tremila isaurici, 200 Unni e 300 Berberi oltre ad un numero imprecisato di Bucellari di Belisario. Probabilmente, in totale, circa 8500 uomini. Un esercito chiaramente del tutto insufficiente per invadere l’Italia: ma questo non era il suo scopo.

L’obiettivo di Belisario era la Sicilia: Belisario avrebbe dovuto fingere di navigare verso l’Africa. Una volta arrivato nei pressi della Sicilia, Belisario avrebbe dovuto di nuovo utilizzare il suo giudizio: se l’Isola era ancora poco difesa dai Goti e se i locali si fossero dimostrati bendisposti, Belisario avrebbe potuto tentare la conquista, prima che i Goti inviassero rinforzi. Se invece avesse trovato più resistenza del dovuto, avrebbe sempre potuto reimbarcarsi e navigare verso Cartagine e la nuova provincia africana. Sottrarre la Sicilia all’Italia sarebbe stata una mossa di forte pressione militare, politica ed economica: la Sicilia era il granaio dell’Italia e una importante fonte di tasse per l’erario.

Operazione Husky

(clicca sul link in alto se non sai la ragione di questo titolo!)

La Sicilia romana

La prime fasi della guerra andarono in modo splendido per gli eserciti imperiali: Mundo conquistò Salona, la capitale della Dalmazia. Belisario arrivò in Sicilia, prese Catania e qui venne a sapere che non c’erano praticamente guarnigioni gotiche in tutta la Sicilia. La Sicilia era molto distante da Ravenna e i siciliani furono alienati al regno d’Italia dal brutale assassinio di Amalasunta e dall’impopolarità di Teodato. Ma i siciliani furono anche attratti dalla fama di Belisario, la fama di uomo retto e giusto che si era conquistato durante la campagna africana: i Romano-africani erano stati trattati con tutti i rispetti da Belisario e dal suo esercito. La Sicilia non vide alcuna ragione di combattere una battaglia che pareva persa in partenza: i locali si offrirono di essere reintegrati nell’Impero, Belisario ottenne la sottomissione di quasi tutte le città siciliane senza colpo ferire.

L’unica a resistere fu Palermo, non a caso l’unica città con una piccola guarnigione di Goti. Belisario portò esercito e la flotta verso quella che oggi è il capoluogo dell’isola: presto Belisario si accorse che la città non poteva essere presa facilmente via terra, visto che era protetta da alte e solide mura: le difese erano però assai meno formidabili sul mare ed è lì che Belisario colpì. Il generale decise di issare le scialuppe delle navi fino in cima agli alberi: sulle scialuppe, ca va sans dire, c’erano gli infallibili arcieri imperiali. Belisario aveva infatti notato che gli spalti delle mura in quel punto erano più bassi della sommità delle navi: una pioggia di frecce mortali cadde sulla guarnigione palermitana che si arrese all’istante. A questo punto Belisario poté fare il suo ingresso trionfale nella più grande e importante città dell’isola, Siracusa: un ingresso trionfale di nome e di fatto, visto che Belisario era nell’ultimo giorno del suo consolato. Fu applaudito e celebrato dai siciliani come un conquistatore antico, mentre Belisario distribuiva monete d’oro alla popolazione: quando la notizia di questo straordinario adventus quasi imperiale giunse alle orecchie di Giustiniano, posso anticiparvi che questi non ne fu affatto contento: forse il suo generale si era montata la testa?

Comunque sia, quel giorno Belisario depose le insegne di console e si guardò intorno soddisfatto; si poteva dire che la sua missione era compiuta: dal suo punto di vista, tutta la Sicilia era tornata nell’Impero romano, nel quale resterà per più di 300 anni, fino alla conquista araba, nel nono secolo.

Illustrazione dell’entrata di Belisario a Siracusa

Un re inadeguato

Mentre le tenaglie dell’imperatore si chiudevano su di lui, cosa faceva Teodato? Se davvero il Re uccise Amalasunta su suggerimento di Teodora, la dichiarazione di guerra di Pietro deve averlo sorpreso e terrorizzato. E anche se così non fu, il Re scoprì immediatamente in quale guaio si fosse cacciato. Era sostenuto dai nobili Goti del partito opposto ad Amalasunta, ma quasi tutti gli altri gli erano contro.

Teodato cercò immediatamente di riparare la sua immagine presso l’opinione pubblica romana, inorridita per l’assassinio di Amalasunta, una regina che era stata molto amata dei cittadini romani del regno e che era stata molto ben vista dalla chiesa.

Teodato sembra aver per prima cosa convocato il Senato a Ravenna, convocazione che i senatori paiono aver rispettosamente rifiutato: Teodato li rimbrottò in una lettera scritta da Cassiodoro, ora al servizio del nuovo Re dei Goti e degli Italiani. Vedere Cassiodoro al servizio dell’assassino della sua benefattrice Amalasunta è certamente sorprendente, forse anche disdicevole. C’è da dire che non tutti i vasi in un carretto possono essere vasi di ferro: Cassiodoro aveva fermamente creduto nel sogno di Teodorico, nel sogno di un rinnovato impero romano d’occidente, difeso dalle armi gotiche. Ora avrebbe seguito quel sogno fino alla sua amara conclusione.

La guerra incombeva, Teodato decise di prendere alcune misure emergenziali: innanzitutto inviando dei rinforzi alla guarnigione romana. I pochi soldati gotici a guardia di Roma erano lì basati da molti anni, erano conosciuti e ben integrati in città. I nuovi arrivati di converso non erano legati da vincoli di amicizia con i locali e questi rumoreggiarono e protestarono: di nuovo Teodato scrisse una lettera ai Romani, il tono petulante è un marchio di fabbrica di Teodato, un Re incapace di leggere la situazione politica.

“Non fatevi influenzare Romani dalla paura! In me avete un sovrano che desidera solo trovare opportunità per amarvi. Guardate ai vostri nemici con ostilità, non ai vostri stessi difensori! Avreste dovuto richiedere il soccorso che vi abbiamo inviato, non farvi opposizione! Evidentemente siete stati fuorviati da consiglieri che non si preoccupano del bene pubblico. È per caso una nazione nuova e strana le cui facce vi hanno costì tanto terrorizzato? No: sono gli stessi uomini che finora avete chiamato parenti e amici! Uomini che nella loro ansia per la vostra sicurezza hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per difendervi. Strano modo da parte vostra per dimostrare loro devozione!”

Nel panico, e temendo che Roma defezionasse verso l’Impero come aveva fatto la Sicilia, il Re si decise a trasferire sé stesso, la sua corte e una buona parte del suo esercito a Roma: una serie di lettere prepararono il terreno, mentre un nobile membro della potentissima famiglia degli Anicii sposò una parente di Teodato, entrando a far parte della casa regnate Amala. Si trattava di un certo Massimo, quasi certamente discendente del Massimo che aveva ucciso Valentiniano III e precipitato l’Italia nella crisi dinastica che aveva portato al secondo saccheggio di Roma, per mano dei Vandali.

Una volta a Roma, il Re fu raggiunto da una serie di notizie tremende: i Balcani erano invasi, Salona era caduta. Belisario era sbarcato in Sicilia, la provincia era caduta quasi senza colpo ferire. Teodato non aveva pensato a rafforzare anche lì le difese. Il nodo scorsoio del cappio parve stringersi al collo del nuovo Re. Teodato era sempre più a corto di opzioni: nella disperazione, minacciò l’intero senato, costringendolo ad intercedere per lui. Teodato costrinse Papa Agapito a recarsi a Costantinopoli, come aveva fatto zio Teodorico con Giovanni I. Agapito era un altro membro della potente Gens Anicia; quindi, l’ambasciata avrebbe in un certo senso rappresentato sia il senato che il papato. La missione di Agapito non avrà un grande successo, ma di questo ne parleremo nel prossimo episodio.

A questo punto la pressione di Pietro sul Re spezzò quel poco di spina dorsale che doveva essere rimasta a Teodato: tutto pareva perduto e il Re si decise ad inviare un’offerta di pace a Giustiniano, riferitaci da Procopio e confermata in parte da una lettera di Cassiodoro che annuncia l’offerta all’imperatore: Teodato avrebbe ceduto la Sicilia all’imperatore, ogni anno gli avrebbe inviato una corona d’oro del peso di trecento libbre. Ogni volta che l’Imperatore avesse avuto bisogno di rinforzi militari, Ravenna gli avrebbe inviato 3.000 soldati Goti. Teodato non avrebbe avuto l’autorità di mettere a morte né membri del clero, né del Senato, senza l’approvazione dell’imperatore, né avrebbe potuto promuovere nuovi membri del Senato e del patriziato. Le acclamazioni pubbliche sarebbero state prima nel nome dell’imperatore, solo dopo di Teodato Re, ogni immagine del Re doveva essere accompagnata da quella dell’Imperatore. I termini assicurati da Pietro erano in sostanza ottimi per l’Impero, che avrebbe ottenuto senza colpo ferire la provincia siciliana, indispensabile a mantenere il controllo sulla rotta per la nuova provincia africana, al contempo mettendo sotto tutela Ravenna e il resto dell’Italia.

Il diplomatico

Pietro si mise in viaggio verso Costantinopoli con i termini del Re, ma fu bloccato ad Albano Laziale da un messaggero: il Re intendeva conferire di nuovo con lui. Riportiamo qui la narrazione di Procopio perché è semplicemente illuminante: “Poco tempo dopo l’animo del Re fu preso da una grande ansia che gli fece nascere paure senza fine e gli sconvolse la mente, facendolo inorridire al solo udir pronunciare il nome della guerra e al pensiero che se all’imperatore non fossero piaciuti gli accordi convenuti tra lui e Pietro, subito sarebbero state aperte le ostilità. Perciò egli mandò di nuovo a chiamare Pietro per un incontro segreto e gli domandò se credesse che il loro accordo sarebbe stato approvato dall’Imperatore. Quegli rispose che credeva di sì.

“Ma se per caso, tutto questo non gli piace, che cosa avverrà?” obiettò Teodato.

“Allora”, rispose Pietro, “tu dovrai prepararti alla guerra, mio nobile signore”.

“Ma come? Ti sembra giusto questo, o mio carissimo ambasciatore?”

“Non è forse giusto, mio buon principe, che ogni uomo segua quelle che sono le sue inclinazioni naturali?”

“Cosa vuoi dire con questo?”

“Mi spiego: tu hai molta disposizione a filosofeggiare, mentre a Giustiniano interessa essere un ottimo imperatore per i Romani. E la differenza è questa: ad un uomo che ha pratica di Filosofia non sembra lodevole esporre alla morte altre persone, specialmente in grande numero, e ciò concorda con gli insegnamenti di Platone che tu evidentemente segui. A Giustiniano invece non sembra per nulla riprovevole cercar di conquistare con le armi una terra che fin dai tempi antichi è appartenuta all’Impero da lui retto”.

Non sappiamo ovviamente se queste fossero davvero le parole che si scambiarono Pietro e Teodato, anche se per una volta Procopio potrebbe avere un resoconto di prima mano da parte di Pietro, storico anche lui. Nel breve scambio abbiamo un profilo piuttosto realistico di Teodato: Re che si considera filosofo, essendo però codardo ed indeciso. Procopio, al contempo, ci parla in modo piuttosto schietto anche di Giustiniano: un imperatore determinato ad espandere i propri domini, costi quel che costi, anche se questo vuol dire passare su migliaia di cadaveri. È uno dei passaggi chiave in cui Procopio strizza l’occhio al lettore, per quanto possibile senza cadere nella censura imperiale: Giustiniano ha mandato a morte 30.000 suoi concittadini, non si farà certo scrupoli a mandarne a morte molti di più con una guerra. È una minaccia che deve essere parsa molto realistica al Re dei Goti e degli Italiani

Teodato, spaventato da Pietro, decise di affidare all’ambasciatore una seconda offerta segreta, nel caso la prima non fosse piaciuta a Giustiniano. Torniamo a Procopio e alla risposta di Teodato: “Non sono estraneo alle corti reali, ho avuto la fortuna di nascere nella casa di mio zio Teodorico, che era Re, e di ricevere un’educazione degna della mia nascita. Ma non mi è stata insegnata alcuna pratica di guerre e delle complicazioni che comportano. Pertanto è veramente assurdo che, per bramosia degli onori derivanti da un regno, mi metta adesso fra i rischi della guerra mentre mi è possibile evitare entrambi. Gli onori del regno mi hanno già saziato alla nausea con i vantaggi che comportano! Perciò, se mi verrà assicurato un reddito di almeno 1200 libbre d’oro, considererò il titolo di Re meno importante di tale somma e cederò subito il dominio dei Goti e degli Italiani”.

Sull’orlo della guerra

Ovviamente Pietro espose questa seconda offerta al suo imperatore: si era nell’inverno del 535-536 e la guerra, nonostante le prime mosse nei Balcani e in Sicilia, era ancora evitabile: finora la guerra di Giustiniano era stata solo una sorta di forma molto muscolare di diplomazia. Giustiniano scrisse a Teodato, accettando la sua proposta e offrendogli in più molti altri onori. Pietro fu rimandato a Roma per raggiungere un accordo definitivo. Nelle parole di Giustiniano, riportate da Procopio: “Ti mando Anastasio e Pietro, perché possiate stilare un accordo preciso, con reciproche garanzie. Verrà poi anche da te, molto presto, Belisario, a fissare in modo definitivo tutte le clausole che saranno concordate tra voi”. Tradotto: Belisario avrebbe preso possesso di Roma e dell’Italia per conto di Giustiniano. Il gioco del gatto con il topo sembrava aver portato Giustiniano alla portata di una riconquista incruenta dell’Italia: certo, qualche Goto si sarebbe ribellato, ma con la loro leadership divisa sarebbe stato facile avere la meglio su di loro: o almeno questo è quello che credo pensasse Giustiniano, sarà decisamente deluso al riguardo.

Una delle caratteristiche di Giustiniano, credo sia oramai evidente, era la sua impazienza mista ad audacia: aveva conquistato l’Africa neanche due anni prima. Non aveva neanche atteso di consolidare le nuove conquiste che si stava imbarcando in una nuova impresa: va detto infatti che l’Africa necessitava di un esercito di occupazione, non era ancora stato possibile reclutare localmente dei soldati e la tassazione era ancora impossibile a causa della guerra. Le limitate risorse imperiali erano già state messe sotto pressione dalla conquista africana, che aveva richiesto 15 mila soldati professionisti e una grande flotta di invasione: non è un caso che Giustiniano non avesse mandato un esercito più numeroso in Sicilia. Per il momento, gli 8500 uomini di Belisario e l’esercito balcanico di Mundo era tutto quello che l’Impero aveva la possibilità di utilizzare senza esporre troppo la frontiera balcanica e quella persiana. Frontiere che erano al momento pacifiche, certo, ma questa era una situazione che poteva cambiare in ogni momento.

L’Africa in rivolta

La situazione iniziò a cambiare già nel corso del 535, mentre le manovre dell’Imperatore accerchiavano l’Italia. I Mauri in Africa si sollevarono in rivolta, e iniziarono a saccheggiare la provincia africana. Perché Giustiniano poteva anche credere che lì la guerra fosse terminata, ma la situazione sul campo era alquanto diversa: questa è una storia che spesso non viene raccontata neanche dagli storici, che parlano di “facile” riconquista dell’Africa: la prima fase della campagna, quella contro i Vandali, fu rapida e relativamente indolore ma la guerra in Africa è destinata a durare per decenni.

L’antico regno dei Vandali (in viola) ora di nuovo provincia imperiale

Il locale comandante era Solomone, secondo in comando della spedizione di Belisario in Africa. Solomone riuscì a sconfiggere più volte i Mauri in battaglia ma le loro spedizioni e razzie causarono gravi danni alle campagne africane, mentre anche intere città venivano saccheggiate, come ad esempio la famosa Timgad, l’antica Tamugade, oggi uno dei più begli esempi di sito archeologico in Nordafrica, definitivamente abbandonato proprio in questo periodo. Dopo le sue vittore sui Mauri, Solomone passò l’inverno del 535-536 a Cartagine, mentre Belisario era nella vicina Siracusa.

Poche settimane dopo, nel marzo del 536, una rivolta esplose tra i soldati di stanza a Cartagine: i soldati imperiali avevano varie ragioni di disaffezione. Innanzitutto non erano ancora stati pagati per i loro servigi in Africa. Ma la ragione principale riguardava la proprietà di vasti terreni in Africa: molti soldati imperiale avevano sposato infatti le mogli dei Vandali deportati in Mesopotamia e si ritenevano i proprietari delle loro terre: d’altronde, come i Vandali, non erano loro a dover difendere la provincia?

Solomone sostenne la linea imperiale: quelle terre appartenevano al fisco, ai soldati spettavano si gli schiavi e il bottino, ma non le terre. Un’altra ragione di frizione fu la fede: molti dei soldati di stanza a Cartagine erano dei germani di fede ariana. La loro fede era perseguitata in seguito alle leggi di Giustiniano, che aveva da poco vietato il battesimo e i sacramenti ariani in tutto l’Impero, forse ritenendo che la sua grande vittoria africana gli desse mano libera per perseguitare anche i suoi sudditi ariani. In più Giustiniano inviò in Africa due esattori delle tasse dell’ufficio di Giovanni il Cappadoce, con il compito di definire il nuovo ammontare delle tasse dovute dai romano-africani, visto che i registri delle tasse erano andati distrutti con la conquista del regno dei Vandali. Le nuove tasse, ci riferisce Procopio, dovevano essere definite in modo proporzionale per ciascuno dei nuovi sudditi africani. Cito però le parole dello storico “in effetti, però, tali tributi non parvero ai Libici né ben regolati, né tollerabili”. Ricordatevi di questo: è un problema che avranno anche gli italiani.

Il nodo venne al pettine in occasione della Pasqua del 536: gli ariani avevano chiesto la possibilità di celebrare la Pasqua secondo la loro fede, richiesta rifiutata da Solomone. Proprio in questo frangente arrivarono 400 soldati Vandali che erano stati inviati assieme ai loro connazionali per militare nell’esercito in Mesopotamia ma avevano fatto naufragio in Libia ed erano tornati verso Cartagine. Ariani, Vandali e altri soldati con mire sulle proprietà africane decisero allora di sollevarsi in rivolta: dei sicari furono inviati per uccidere Solomone mentre si celebrava la messa pasquale. Qualcosa non andò per il verso giusto, forse i congiurati esitarono all’ultimo minuto, sta di fatto che decisero di lasciare Cartagine: qui si unirono in un esercito e iniziarono a depredare le campagne attorno alla capitale africana.

Non che i soldati rimasti a Cartagine fossero più affidabili: questi si riunirono nell’ippodromo e decisero di sollevarsi in rivolta anche loro, circondando il palazzo reale dei Vandali dove aveva sede il governatore e dandosi al saccheggio della città, saccheggio che gli era stato negato pochi anni prima, quando la città era caduta nelle loro mani. Durante la notte Solomone riuscì a fuggire rocambolescamente e imbarcarsi su una scialuppa di una nave: al suo seguito c’era anche Procopio, che era rimasto in Africa, assieme a soli altri cinque uomini. Solomone fece vela per Siracusa, portando la brutta notizia a Belisario. L’intera campagna di conquista del 533-4 rischiava di naufragare.

Operazione Avalanche

In contemporanea l’esercito dei Goti presente nei Balcani sferrò un contrattacco contro le forze imperiali comandate da Mundo: dubito che questi Goti fossero al corrente delle trattative del loro Re con l’Imperatore, non che gli importasse più di tanto. Poco fuori Salona incapparono in un piccolo reparto di soldati imperiali e li uccisero tutti. Il fato volle che tra loro ci fosse il figlio di Mundo che, reso folle dal dolore e la rabbia, attaccò le forze dei Goti senza grandi preparativi: la battaglia fu furibonda e le forze imperiali finirono per vincere, ma fu una vittoria di Pirro visto che tra i caduti ci fu lo stesso Mundo. Gli imperiali, privi del loro comandante, si ritirarono da Salona.

Questi due eventi della primavera del 536 servirono a cambiare completamente il clima politico a Roma: era concepibile che Belisario sarebbe stato occupato a lungo dalle faccende africane mentre nei Balcani, senza Mundo, gli imperiali non avrebbero avuto il coraggio di attaccare di nuovo. I Goti che attorniavano Teodato volevano la guerra, alla fine anche Teodato fu convinto o costretto a mutare parere. Pietro era già tornato da lui, con il compito di negoziare la sua resa: per tutta risposta Teodato fece sbattere in carcere l’ambasciatore che lo aveva tanto tormentato negli ultimi mesi. Ci rimarrà per quattro anni.

Oramai era troppo tardi per dimostrare questo tipo di determinazione: Giustiniano si era convinto che abbattere il regno dei Goti sarebbe stato altrettanto facile di cancellare quello dei Vandali: la popolazione romana sembrava simpatetica, il vertice dei Goti era diviso, dei senatori come Liberio avevano già defezionato. Una piccola spinta e il castello di carte sarebbe caduto.

Nelle nude parole di Procopio: Giustiniano mandò a dire a Belisario di entrare immediatamente in Italia e di considerare i Goti come nemici.

L’equivalente tardoantico dell’arciduca d’Austria è morto, i due eserciti si sono mobilizzati. Il vento si è levato a soffiare come una buriana sulla penisola. La guerra è iniziata e, come vedremo nei prossimi episodi, per l’Italia è iniziato anche il medioevo.

Grazie mille per l’ascolto! Nel prossimo episodio Belisario sbarcherà in Italia, risalendo la penisola con un solo obiettivo: i colli fatali di Roma.

Grazie a Maria Chiara Virgili e Riccardo Santato per aver prestato la loro voce all’episodio: la prima è una ottima podcaster, non perdetevi il suo “dannati architetti”: la storia dell’architettura è super cool! Riccardo non ha bisogno di presentazioni: è l’autore di molte delle musiche di questo podcast! Non vedo l’ora di farvi sentire la sua ultima creazione…Grazie anche a Caterina Mendolicchio che ha realizzato la copertina di questo episodio!

Vi ricordo che potete trovare tutte le puntate, i testi del podcast, mappe, fonti e genealogie sul mio sito italiastoria.com. Se volete sostenermi, c’è anche una sezione con questo fine. Oppure potete andare su patreon.com/italiastoria. Alla prossima puntata!

Musiche di Riccardo Santato

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    1. Ciao Diego! Pubblico un articolo ogni due settimane, con i testi completi, oltre ad un podcast nelle altre settimane. Ogni anno circa due episodi sono riservati agli abbonati. In più pubblico altri articoli e informazioni (mappe, fonti etc). Se vorrai darmi una sovvenzione, sarà davvero qualcosa della quale ti ringrazierò di cuore!

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