Mentre entra nei suoi ultimi anni al potere, Giustiniano sente il peso degli infiniti anni sul trono, i lustri passati da solo sembrano confondersi in un’unica grigia esistenza, senza l’amore della sua vita al suo fianco. Forse Giustiniano è vissuto troppo a lungo, ma può almeno gloriarsi dei suoi successi: Roma, Ravenna e Cartagine sono state riconquistate. Nessun imperatore romano, dopo Teodosio, ha mai dominato su più territori di lui.
La sua morte segna la fine di un’epoca, che ci toccherà valutare. Poi piomberemo l’Impero romano nelle braccia del suo inadeguato successore, e faremo conoscenza con i nuovi inquilini dell’Italia: i Longobardi
Canti da stadio
Abbiamo lasciato la storia dell’Impero d’Oriente al 562, con la conquista del Veneto franco e la firma della pace con i Persiani. Giustiniano aveva raggiunto il suo obiettivo e l’Impero era per la prima volta in pace dai tempi del suo predecessore Giustino I.

Proprio quell’anno però, scoppiarono nuovamente dei tumulti in città tra verdi e blu, che devono aver ricordato Nika all’anziano imperatore. Le fazioni iniziarono a combattere nell’Ippodromo, quando Giustiniano vide la cosa inviò il comandante della guardia, il Comes Excubitorum, a separarli. Ma i Blu attaccarono i Verdi con ancor più violenza del solito, cantando una canzone da stadio “Brucia lì, brucia qui, brucia i verdi ogni dì”. Per vendicarsi, I Verdi, all’uscita dall’Ippodromo, si recarono al quartier generale dei Blu e lapidarono chi trovarono nell’edificio al suono di “Al rogo, al rogo, contro i blu dai sfogo”. I canti delle fazioni sono stati tradotti liberamente dal greco dal vostro podcaster qui presente. L’imperatore aveva appreso però la lezione e se la prese solo con la fazione a lui più avversa, i verdi, in modo da mantenere l’alleanza con i blu. I principali fomentatori furono puniti e quando le famiglie dei verdi provarono a protestare furono dispersi a forza di bastonate.
Nel Novembre del 562 ci fu un’ennesima congiura per rimuovere Giustiniano, questa volta organizzata da un banchiere, un compositore di musica e un burocrate. L’improbabile terzetto aveva organizzato di uccidere Giustiniano nella sala dei triclini, durante una cena, ma furono scoperti quando provarono ad allargare la congiura. Il banchiere si suicidò di fronte a Giustiniano, mentre il musicista cantò i nomi dei congiurati di fronte al procuratore Prokopios. Nessuno, che io sappia, ha mai sostenuto che fosse il nostro Procopio, ma non è impossibile: sta di fatto che fu fatto il nome di Belisario. Il 5 Dicembre Giustiniano invitò il suo concistorio in riunione e fece leggere la lista degli accusati, al che Belisario si alzò indignato, ma fu privato dall’Imperatore delle sue guardie del corpo e messo agli arresti domiciliari. Ancora una volta però, l’imperatore di dimostrò fedele al suo vecchio amico. Nel Luglio del 563, Belisario fu sollevato da qualunque colpa e ristabilito nelle sue proprietà.
Durante l’estate del 562 ci fu un’ennesima rivolta in Africa: il nostro Cutzinas – capo dei Mauri della Numidia – si ribellò contro i Romani ma l’invio di un esercito imperiale mise fine rapidamente alla rivolta. Quell’anno inoltre giunsero terribili notizie dagli Avari: questi, dopo essersi assicurati una regolare sovvenzione dall’Impero, si gettarono all’attacco degli altri popoli della steppa ucraina: in rapida successione sconfissero gli Utiguri, i Kutriguri e gli Anti, una delle due confederazioni di Slavi. A questo punto si affacciarono sulla frontiera danubiana e qui incontrarono Giustino, figlio di Germano. Giustiniano lo aveva trasferito dall’ormai quieto fronte della Lazica per sorvegliare l’area danubiana, con il compito di evitare una nuova invasione come quella di pochi anni prima. Giustino era già stato in contatto con gli Avari quando si erano affacciati nella regione nord caucasica e fece recapitare le loro richieste a Costantinopoli: chiedevano di entrare nell’Impero, come avevano fatto i Goti quasi 200 anni prima. Giustiniano, comprensibilmente, si rifiutò categoricamente ma confermò e probabilmente aumentò le sovvenzioni agli Avari che decisero di non attaccare l’Impero, per ora, ma misero gli occhi sull’area che da sempre attraeva ogni confederazione nomade, grazie alle sue splendide pianure al centro dell’Europa: Il bacino pannonico che era stato il cuore dell’Impero degli Unni.
Negli ultimi anni di Giustiniano, si assistette a dei rapidi cambiamenti in posizione di potere: certamente dovuti anche a potenti fazioni che cercavano di piazzare i loro uomini nelle giuste posizioni. Nel corso del 565 un certo Tiberio divenne Comes Excubitorum, il grado che aveva ricoperto Giustiniano prima della sua ascesa. Negli stessi mesi, si assistette alla caduta del Patriarca Eutichio – che aveva osato sostenere che l’ultima passione teologica di Giustiniano non era – a tutti gli effetti – ortodossa. Fu sostituito da Giovanni Scolastico: come vedremo, entrambi questi uomini erano amici del futuro imperatore.
Una spada riposta nel fodero

E così siamo arrivati all’ultimo atto dell’età di Giustiniano: ma prima, dobbiamo salutare un altro vecchio amico. Il 13 Marzo del 565 la spada di Belisario fu riposta per l’ultima volta nel suo fodero, per non essere più sguainata. Chi fu Belisario? Il vincitore di Dara? il conquistatore dell’Africa e di Roma? Oppure colui che ingannò i Goti e massacrò decine di migliaia di civili durante Nika? Come ogni uomo potente, Belisario portò nella tomba molti peccati, eppure ho una certa simpatia per l’uomo: credo che lì sotto, tutto sommato, ci fosse una persona di buon cuore, seppur con la capacità di sbagliare. Belisario non è un Alessandro Magno o un Giulio Cesare, ebbe la sua dose di sconfitte, ma il suo genio militare è indiscutibile: la capacità di cogliere la fortuna, di interpretare non solo la tattica di una battaglia ma la strategia di una campagna. L’abilità politica, la capacità di apprendere dai suoi errori, l’incredibile utilizzo della guerra psicologica: siamo di fronte ad uno dei più grandi soldati di ogni tempo. La sua abilità fu talmente eccelsa che viene da chiedersi cosa sarebbe accaduto se la fortuna o il destino gli avessero messo in mano più uomini. Cosa avrebbe potuto fare? Avrebbe sconfitto in modo definitivo i Goti? Avrebbe portato la guerra in Iberia, abbattendo i Visigoti? Sarebbe riuscito ad assicurare la frontiera orientale con i Persiani? Sono domande che non possono avere risposta. Certo è che la sua sopravvivenza per tutti gli anni in cui visse fu dovuta anche e soprattutto alla sua popolarità presso la popolazione di Nuova Roma, che riconobbe in lui qualcuno che i Romani non avevano avuto dai tempi di Traiano: un conquistatore. Me li immagino allinearsi lungo le grandi strade di Costantinopoli, per dare l’ultimo addio all’eroe che aveva nutrito i loro sogni di grandezza.
L’ultimo viaggio di Giustiniano
Quasi a volerlo accompagnare nel mondo dell’aldilà, pochi mesi dopo, il 14 Novembre del 565, il suo imperatore lo seguì nel suo ultimo viaggio. L’uomo che direttamente o indirettamente aveva retto i destini del mondo romano per quasi mezzo secolo chiuse per l’ultima volta gli occhi. Alla fine era sopravvissuto a tutti: alla sua straordinaria consorte Teodora, al suo grande generale Belisario, al suo spietato burocrate Giovanni il Cappadoce, al suo brillante giureconsulto Triboniano, alla sua misteriosa spia e diplomatico, Pietro il patrizio, perfino al grande storico del suo tempo, Procopio, che certamente non avrebbe mancato di registrare la sua morte nelle storie segrete, se lui fosse vissuto abbastanza a lungo. Dei grandi della sua corte, solo Narsete era ancora vivo, l’ultimo membro della banda di Giustiniano che l’imperatore aveva scatenato sul mondo romano, per plasmarlo al suo volere.
Avtokrator
Ho dedicato al regno di Giustiniano più episodi di qualunque altro imperatore romano e non riesco ad immaginarmi un futuro regnante che possa meritarsi altrettanto. Eppure ho come la sensazione, dopo tanto tempo passato in sua compagnia, di non conoscerlo ancora. Fare un bilancio del suo impero è difficilissimo. Da una parte, abbiamo la sua grande eredità: un corpo di leggi che è una delle architravi della civiltà occidentale e una chiesa che nella sua magnificenza supera ogni tentativo di imitazione. Abbiamo anche la mappa di un impero enorme, esteso su buona parte del mondo mediterraneo. Qualcosa di ancor più impressionante perché, a differenza di quasi ogni anno a partire da Diocleziano, si tratta di un impero governato da una sola capitale, la sua magnifica Costantinopoli.
Con il senno di poi, sappiamo che buona parte di quello che Giustiniano ha costruito non è destinato a durare: nel giro di pochi anni l’Italia sarà balcanizzata e gli stessi Balcani saranno sommersi da nuovi popoli. Come sempre, la qualità di uno statista si vede quando viene a mancare e i successori di Giustiniano sprecheranno sul tavolo da gioco la complicata rete di alleanze che aveva permesso all’Impero Romano, negli ultimi difficilissimi decenni, di portare a compimento i piani imperiali del suo imperatore. Con tutti i suoi difetti, e penso di averne illustrati diversi, nessuno può sostenere che Giustiniano non fosse una delle più grandi menti politiche del suo secolo. Ma un sistema che ha bisogno di un uomo straordinario per non collassare non è un sistema politico con un futuro.
A Giustiniano non si può addossare la colpa della tragedia che finì per definire il suo regno: Yersinia Pestis fece un festino tragico delle sue ambizioni e del suo mondo. Certo, Giustiniano non avrebbe mai potuto prevedere l’arrivo della più devastante malattia della storia dell’umanità, eppure la storia – se si fosse preso la briga di leggerla – avrebbe potuto dirgli che raramente il sole splende terso per lungo tempo. Nei primi anni di governo aveva rischiato tutto nella guerra persiana, e aveva perso: la conseguenza era stata Nika, quando era andato vicinissimo a perdere il regno e la vita. La sua seconda scommessa, l’Africa, era stata una vittoria secca alla roulette della guerra. Un imperatore diverso avrebbe raccolto la vincita e si sarebbe alzato dal tavolo, ma Giustiniano continuò a scommettere e raddoppiare le puntate, finchè Yersinia si presentò al tavolo da gioco, come una pallina che si ferma sullo zero della roulette, spazzando via buona parte delle puntate sul tavolo.
Peter Heather, nel suo libro “Rome resurgent” fa una rapida disanima delle conquiste di Giustiniano: in generale, e questo è il consenso degli storici contemporanei, le ritiene una iattura per i conquistati, ma si pone la questione: furono anche negative per l’Impero? A suo modo di vedere, questo è determinato in gran parte da una questione: il ritorno economico futuro proveniente dai territori conquistati fu superiore al costo della conquista e del successivo mantenimento? E’ un metro spietato e ragionieristico, ma in un certo senso è così che oggi sono giudicati nelle aziende i progetti, in base a quello che in termini tecnici si chiama il cash flow futuro. Se accettiamo queste basi, si può dire che la conquista dell’Africa e della Sicilia – che dureranno fino alla fine del VII e all’inizio del IX secolo rispettivamente – si sarebbero più che ripagate nel tempo. Diverso il caso dell’Italia e con tutta probabilità della spagna, province che non ebbero mai una stabilità sufficiente e furono sempre un costo per l’Impero. Senza considerare il costo che l’avventurismo militare di Giustiniano ebbe per la sicurezza dei Balcani e della Siria. Preso nel suo complesso, dal punto di vista dell’intero impero, l’eredità di Giustiniano resta pesante.
Ma noi siamo italiani e, nonostante che ci interessi accademicamente il destino dell’intero Impero Romano, non possiamo esimerci da valutare Giustiniano anche come sovrano della nostra penisola. Per l’Italia, spero di averlo dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, Giustiniano fu un vero disastro e una iattura: come detto, di gran lunga la peggiore invasione barbarica subita dall’Italia fu quella operata dall’Impero Romano. Inviare Belisario con un esercito tascabile contro l’Italia imperiale di Teodorico fu un azzardo imperdonabile. Va ad imperituro onore di Belisario che per poco non riuscì a conquistare lo stesso la penisola, nonostante i limiti impostigli dall’esercito a sua disposizione, va detto anche grazie all’imperizia di Teodato e Witigis,.

l’Italia con la guerra perse la sua indipendenza, la classe dirigente che oliava i meccanismi di governo, la cultura, la sua centralità economica nel mondo mediterraneo e nell’assetto politico dell’occidente. Giustiniano non si limitò a distruggere lo stato erede dell’Impero Romano d’Occidente, ma svilì anche il ruolo dell’altra grande istituzione italiana, il Papato, uscito completamente asservito a Costantinopoli dopo la tragica parabola di Vigilio. L’Italia prima di Giustiniano poteva pensare di contendere ai Franchi il dominio dell’Occidente, dopo la guerra era solo una periferica provincia devastata dell’Impero. Dai tempi dell’ascesa di Roma, quasi mille anni prima, era la prima volta che la potenza in controllo dell’Italia aveva sede altrove, perché anche con Costantino e Teodosio l’occidente si era in sostanza autogovernato. Alla base di tutto questo, mi riempie sempre di stupore vedere tanti italiani inneggiare alla “restauratio imperii” di Giustiniano, un po’ come se in una partita di calcio i tifosi locali scambiassero gli ospiti per la loro squadra del cuore.
Eppure l’importanza di Giustiniano va molto oltre la sua politica estera: l’Imperatore stampò il suo marchio su ogni elemento della società romana. La religione con il suo concilio II di Costantinopoli, solo il quinto concilio ecumenico della chiesa imperiale: la sua politica non ebbe alcun successo nel riconciliare i monofisiti, che restarono una chiesa separata nonostante decenni di tentativi, ma Giustiniano nel processo impose il suo volere alla chiesa imperiale, distruggendo il potere indipendente dei Patriarchi orientali e occidentali, compreso il Papa: questo gli attirerà gli strali e l’antipatia dei papi medievali, che videro in lui quel cesaropapismo che arriveranno a detestare, dimenticando però che Giustiniano agì sul solco della tradizione cristiana imperiale: era l’imperatore a indire i concili, sempre, e l’imperatore quello che aveva l’ultima parola sulle controversie più importanti. Giustiniano perseguitò poi tutti gli altri culti, dai Manichei ai Pagani, dai Samaritani agli Ebrei: fu in questo estremamente intollerante, assai più dei suoi predecessori. Soppresse gli spazi politici indipendenti come il Senato e il consolato, accentrando tutta la politica e l’amministrazione a palazzo, palazzo che non abbandonò quasi mai durante tutto il suo regno, rifiutandosi di visitare qualunque regione dei suoi vasti domini. Si disinteressò della cultura del suo tempo, a parte la teologia, ma si impegnò a perseguitare quello che rimaneva della cultura pagana. Le sue guerre causarono la distruzione di un’enorme patrimonio artistico in Italia e altrove. Da un punto di vista finanziario, prese un Impero che scoppiava di salute e lo consegnò in precarie condizioni finanziarie, anche se va detto che Yersinia diede una mano.
Insomma, io se dovessi scegliere tra Giustiniano e Anastasio so chi sceglierei, ad occhi chiusi: Anastasio è l’imperatore della convivenza tra Monofisiti e Ortodossi, del grande sviluppo economico, della riforma monetaria e della pace con Persiani e Teodorico, anche a costo di umiliazioni per l’Impero. La storia di Giustiniano si presta di più a scrivere decine di podcast, ma sarebbe certamente meglio vivere sotto Anastasio: è forse una maledizione dell’umanità che siamo condannati a ricordarci di più dei Giustiniani rispetto agli Anastasi.
Questo mi porta quindi all’ultimo punto sul nostro imperatore: come poterlo riassumere in una parola sola? Come condensare la sua essenza di uomo complicato? Il mio collega Robin Pierson, del meraviglioso podcast “The History of Byzantium” lo ha chiamato “the true believer”, il vero credente nel destino imperiale di Roma, quasi un sognatore di glorie al di là delle sue possibilità. Io non penso se lo meriti del tutto: credo che Giustiniano sognasse una restaurazione dell’Impero, ma la decisione di invadere l’occidente fu presa sulla scia della crisi di Nika e della necessità di gettare un successo in politica estera in pasto all’opinione pubblica. Se posso permettermi, sceglierò per Giustiniano la parola “Autocrate”, che è solo un po’ più morbida di dittatore: l’Imperatore non fu un dittatore totalitario, ma neanche voglio dimenticare il sangue che ha sulle sue mani per la soppressione della rivolta di Nika: decine di migliaia di suoi sudditi uccisi a sangue freddo dai suoi soldati. Anche con il metro dell’antichità, che certamente aveva una sensibilità diversa, si tratta di un atto di ferocia irredimibile che basterebbe a condannarlo di fronte al tribunale dell’umanità di ogni luogo e tempo. Ma anche ignorando Nika, è chiaro che Giustiniano vedeva l’intero mondo come al servizio dello stato romano, e lo stato romano come rispondente alla sola volontà di quello che gli abitanti di nuova Roma iniziavano a chiamare “Avtokrator”, la traduzione greca di Imperator. Un uomo determinato a governare da solo e inserirsi in qualunque aspetto della società romana. Un uomo grande, e pericoloso.
Giustino II
Alla sua morte, incredibilmente l’imperatore non aveva nominato formalmente un erede, questo nonostante l’età avanzata: Giustiniano aveva 83 anni quando morì. O forse la cosa è più facile da spiegare di quanto sembri: nominare un erede, quando si è anziani, equivale a perdere rapidamente potere, perché le forze del palazzo inizieranno a prestare molta più attenzione all’erede, che li dominerà potenzialmente a lungo, rispetto all’anziano Augusto che ancora siede formalmente sul trono. Giustiniano lo sapeva e, da vero tossicodipendente del potere, scelse di non nominare nessuno, confidando forse di poterlo fare sul letto di morte. Ma l’occasione non ci fu.
Un erede apparente c’era però: Giustino, figlio di Germano, il cugino di Giustiniano che era morto prima di invadere l’Italia: se questi nomi vi confondono, ho realizzato una genealogia della dinastia giustiniana sul mio sito. Giustino era un comandante stimato, si era comportato splendidamente nella guerra in Lazica e aveva anche combattuto nei Balcani con suo fratello Giustiniano – si, un altro Giustiniano – contro gli Slavi e i nomadi della steppa. Alla morte di Giustiniano – l’imperatore, non suo fratello – Giustino figlio di Germano fu richiamato nella capitale, entrò nella sala del trono e qui vi trovò seduto Giustino II, il nuovo imperatore dei Romani. Che cosa, vi chiederete?
Perchè mentre Giustino figlio di Germano combatteva i nemici dell’Impero sulle frontiere, c’era un altro Giustino che manovrava a palazzo la burocrazia imperiale. Questi è quello che noi chiamiamo Giustino “curopalate”, una carica burocratica del palazzo imperiale. Questo Giustino era un nipote di Giustiniano, figlio di sua sorella Vigiliantia. Ora, non so se la mente politica delle macchinazioni di cui parleremo fosse davvero Giustino curopalate, che come vedremo non era proprio un mago della diplomazia: sospetto che molto del merito vada alla ben più abile moglie Sophia. Sophia era la figlia di una delle sorelle di Teodora, in questa coppia dunque si riunisce poeticamente la coppia di Giustiniano e Teodora, che in vita non ebbero figli.
Riavvolgiamo il nastro dunque, e cerchiamo di capire cosa era avvenuto. La notte in cui Giustiniano era morto, uno dei pochi testimoni era stato il gran ciambellano dell’imperatore – il Praepositum Sacri Cubiculi – che di nome faceva Callinicum. Questi aveva raccolto l’ultimo desiderio dell’imperatore, che per la successione aveva scelto Giustino, il curopalate, non il generale. O almeno questo è quello che al mondo disse Callinicum, si sa come vanno queste cose.
All’alba, dopo una lunga notte di intrighi, l’eunuco Callinicum si era recato a svegliare la futura coppia imperiale, assieme ad un gran numero di dignitari. Assieme a lui c’era il Comex Excubitorum, il già citato Tiberio, un grande amico di Giustino curopalate. Tiberio aveva già fatto schierare la guardia imperiale, bloccando tutti gli ingressi del palazzo: non dubito un gruppo di potere a corte lo aveva messo in questa posizione proprio perché svolgesse questa funzione al momento opportuno.
I senatori si riunirono attorno a Giustino e Sophia e li acclamarono Augusto e Augusta – la nostra fonte ufficiale è Corippo, un poeta nordafricano che scrisse sull’ascesa di Giustino un panegirico in Latino, cosa che dimostra come questa lingua fosse ancora nota e utilizzata a Costantinopoli. Interessante come Corippo menzioni apertamente Giustino e Sophia, cosa che la dice lunga sull’importanza della seconda. Infine il Patriarca mise sul capo di Giustino la corona imperiale. Solo allora la notizia della morte di Giustiniano fu annunciata ai cittadini che erano andati radunandosi nell’Ippodromo, in modo da porli di fronte al fatto compiuto.
Da tutti questi passaggi, si deduce che la principale fazione dietro l’elevazione di Giustino fu la classe senatoriale costantinopolitana, molto ridotta in potere dal regno di Giustiniano e che aveva voluto tenere lontano dalla successione due importanti centri di potere: l’esercito e i demi del popolo. Non dubito che la rete di potere di Teodora si coagulò attorno a Sophia e al suo marito, per non parlare dell’opinione dei ricchi e potenti di Costantinopoli, che desideravano una forte discontinuità con le politiche di Giustiniano, soprattutto in politica estera e per quanto riguarda il ruolo del Senato. Ovviamente l’altro Giustino non poteva essere lasciato in controllo delle truppe: fu richiamato con una scusa a Costantinopoli, qui fu accusato di non si sa quali crimini e spedito in Egitto a fare il governatore di quella regione ricca ma priva di grandi concentrazioni di truppe. Poco tempo dopo, lontano dagli occhi, fu messo a morte mentre dormiva.
Neanche sette giorni dopo l’incoronazione, il nuovo Augusto dovette affrontare la prima crisi politica. Un’ambasciata del Khagan Baiar, il primo vero Khagan degli Avari, giunse a Costantinopoli dopo che il suo popolo aveva continuato la sua marcia trionfale a nord del Danubio. Gli Avari fecero presente che oramai tutti i nemici dell’Impero Romano, sulla frontiera danubiana, erano stati da loro sconfitti. Visto che bel servizio avevano offerto all’Impero? Il Khagan chiedeva a Giustino II di continuare la politica del suo predecessore, elargendo i doni e le sovvenzioni che ricevevano dal 558. Ovviamente nel non detto c’era anche una minaccia implicita: pagateci, o saranno guai.
L’evento è riportato da Teofane, Menandro e Corippo: quest’ultimo ci da la versione più estesa della risposta dell’imperatore. Eccola, perché è epica: “Le vostre vanaglorie, gonfiate di parole vuote, smascherano i vostri cuori codardi. La coraggiosa razza degli Avari, che voi dite abbia sottomesso dei forti regni, non poté neanche difendere le sue proprie terre e abbandonò la sua casa come dei fuggitivi. Perché, pensavate che non lo sapessi? Quello che voi credete siano dei grandi attributi per i soldati romani altro non è che una quotidiana routine. Lo stato romano non inizia le guerre, ma le porta a termine una volta iniziate. Se i suoi vicini ingrati si rifiutano di servirlo, li avverte prima di schiacchiarli. Il Khagan osa minacciare di portare i suoi stendardi di guerra contro di me se non gli concedo il suo trattato di amicizia? Ma noi diamo quello che vogliamo dare per nostra sola generosità, mai se costretti. Se, barbaro, non sai cosa può fare la forza di Roma, studia la storia e vedi cosa i nostri antenati latini hanno fatto, cosa il nostro padre Giustiniano fece di quei tiranni dei Vandali o dei Goti, o della gioventù dei Franchi e degli Alemanni. Il Khagan crede davvero di spaventarmi e minaccia di attaccarmi? Bene, andate. Preparatevi alla battaglia, disponete i vostri uomini e sistemate i vostri accampamenti perché presto i generali delle mie armate verranno a trovarvi!”.
Ho tagliato qua e là, ma penso abbiate colto il senso. Il cambio di politica non poteva essere più netto rispetto a Giustiniano e, inizialmente, valse a Giustino il plauso di tutti, incluse le nostre fonti, così fiere di avere finalmente un imperatore che rispettava l’onore di Roma.
Bayan, il Khagan degli Avari, non dichiarò immediatamente guerra ma rifiutò anche il ruolo di stupido barbaro in attesa dell’arrivo dei suoi nemici. C’era un altro modo di far guerra a Roma, senza farlo apertamente: il Khagan aveva messo gli occhi sulla terra dei Gepidi, che occupavano la Pannonia tra il dominio dei Longobardi e il suo piccolo impero delle steppe. Gepidi e Longobardi iniziarono a combattersi già nel 565, mentre era ancora vivo Giustiniano. La guerra, per i Gepidi, non andava bene e questi decisero di chiedere aiuto al nuovo imperatore: offrirono a Giustino II di cedere la loro capitale Sirmio in cambio del supporto imperiale. Giustino inviò in loro aiuto un generale che era anche suo genero, un certo Baduario che varrà la pena ricordare. I Longobardi furono sconfitti dall’alleanza Gepido-Romana.
Fu a questo punto che intervenne Bayan, che sondò le intenzioni dei Longobardi: in poco tempo fu raggiunto un accordo con Alboin, Re dei Longobardi, in cambio di dure condizioni: per ora non preoccupatevi, rivedremo presto questi avvenimenti dal punto di vista dei Longobardi. Qui basti dire che l’alleanza Longobardo-Avara fu suggellata, e rimarrà in vigore per molti anni. I Gepidi furono completamente schiacciati dagli alleati, mentre i Romani ne approfittarono per rioccupare Sirmio, gettando in sostanza gli alleati in pasto ai lupi.
Per Bayan fu un trionfo: in poco tempo fu in completo controllo della pianura pannonica oltre che di buona parte delle steppe ucraine. Come gli Unni prima di loro, gli Avari erano oramai in una posizione invidiabile per colpire l’Impero Romano, quando avrebbero creduto utile farlo.
Quello stesso anno, il 566, Giustino celebrò il suo consolato, in quello che sarà l’unico consolato del suo regno: grandi elargizioni furono concesse alla folla. Giustino e Sophia, già all’incoronazione, avevano ripagato completamente tutti i debito di Giustiniano, in modo da ingraziarsi l’opinione pubblica dei prestatori, gli uomini più ricchi dell’Impero. L’esercito era già stato soddisfatto dalla politica più attiva e meno passiva dell’Imperatore. Insomma: la coppia imperiale stava cercando di dare qualcosa a tutti: popolo e ricchi, senatori e soldati.
Il passo seguente di Giustino fu di inviare un’ambasciata a Khosrau: anche in questo caso, Giustino voleva mettere in chiaro cosa pensava dell’accomodante politica del suo predecessore. Gli ambasciatori romani reclamarono a gran voce la restituzione della Suania e si rifiutarono categoricamente di pagare i Lakhmidi, gli alleati arabi dei Persiani, che Giustiniano aveva pagato regolarmente per non saccheggiare l’Impero. Su questo punto, Menandro riporta come gli ambasciatori risposero ai Persiani in questo tono: “il presente imperatore ha come desiderio di essere temuto da tutti i suoi vicini”, implicando che giammai avrebbe pagato i suoi nemici. Quanto alla Suania, Khosrau si offrì di venderla ai Romani, ma questo era inaccettabile per l’orgoglioso imperatore, che non voleva assolutamente apparire come debole. Un’ambasciata persiana a Costantinopoli ribadì la posizione di Khosrau, ma Giustino trattò con grande scorno gli arabi, sostenendo che giammai i Romani sarebbero stati tributari di semplici nomadi del deserto. Non solo, diede ordine ad Al Mundhir, il nuovo capo dei Ghassanidi suoi alleati, di iniziare a razziare il territorio dei suoi rivali arabi.
Nonostante gli atti aggressivi di Giustino II, Khosrau su rifiutò di iniziare una nuova guerra – per ora -ma la tensione iniziò a salire sulla frontiera orientale, ad appena 4 anni dalla firma della pace con Giustiniano.
Poco tempo dopo giunse a Costantinopoli un’ambasciata questa volta del capo dei Turchi occidentali, Sizabul, che era alla ricerca di un contatto commerciale diretto con Nuova Roma, alla quale voleva vendere la seta cinese. Assieme a questo, i Turchi desideravano allearsi con Roma contro i Persiani, dei quali erano diventati i vicini orientali dopo la distruzione degli Eftaliti. I Turchi, divisi in quattro gruppi, oramai governavano tutte le steppe tra il Mar Caspio e la Cina. Per consolidare l’alleanza, Giustino decise di inviare un messaggero attraverso il Mar Nero, l’attuale Russia Meridionale e il Mar Caspio verso il cuore dell’Impero dei Turchi, in modo da stringere l’alleanza. Zabergan, questo il nome dell’ambasciatore romano, attraversò tutta l’Asia centrale per arrivare fino ai monti Altai, che oggi sono al confine tra Cina, Mongolia e Siberia. Menandro descrive con dovizia di particolari l’incontro nella grandi tende nella steppa, di fianco a braceri dorati e altari con idoli, sotto tende coperte di seta. Anche degli inviati persiani arrivarono a parlamentare con il Khagan dei Turchi Sizabul. Per screditare i Romani, i Persiani sostennero che l’Impero era in realtà un loro tributario, visto che pagava regolarmente delle sovvenzioni ai Persiani: non era meglio per i Turchi di allearsi con i padroni, piuttosto che i loro servitori? Ma Sizabul aveva già deciso. La missione di Zabergan fu un successo e i Turchi dichiararono guerra alla Persia: l’ambasciatore romano potè assistere all’adunata dei Nomadi e ai primi passo della sua macchina militare turca in direzione dell’Iran. Zabergan, soddisfatto, si mise in viaggio per casa: dovette riattraversare tutta l’Asia centrale e tornò a Nuova Roma solo nel 570 o 571, dopo un epico viaggio di due anni.
Mentre Zabergan era via, Giustino rafforzò anche il rapporto diplomatico con i Franchi di Austrasia, ora governati da Sigebert e dalla sua formidabile sposa visigota, di cui avremo modo di parlare: Brunhilde. Sigebert era riuscito a vincere gli Avari nel 562, ma nel 566 fu attaccato nuovamente e questa volta fu sconfitto, comprando la pace con i nomadi della pannonia a suon di tributi. Questo portò ad un riavvicinamento diplomatico tra i Franchi, almeno l’Austrasia, e l’Impero. Si andarono quindi formando gli schieramenti diplomatici dei futuri anni di guerra: innanzitutto la triplice intesa di Franchi, Romani e Turchi. Ma dall’altra i loro avversari non dormivano: alla triplice intesa rispose la triplice alleanza di Avari, Longobardi e Persiani, che chiaramente coordinarono le loro iniziative contro i comuni nemici. In particolare, nel 568, gli Avari decisero che ne avevano avuto abbastanza dell’alterigia romana e dichiararono guerra all’Impero. Bayan diede ordine ai suoi di attraversare in massa la Sava, il fiume che fungeva da confine tra il suo dominio pannonico e l’Impero. Gli Avari attaccarono in massa la Dalmazia e saccheggiarono il territorio a tal punto da interrompere il collegamento stradale tra l’Italia e Nuova Roma, che passava appunto attraverso la valle della Sava.
L’arrivo dei Longobardi
Ma gli Avari non mossero da soli: è assai probabile che Bayan, prima di decidersi al passo colossale di dichiarare guerra all’Impero, volle mobilizzare quanti più alleati possibile. E non credo sia quindi un caso che, esattamente nello stesso anno in cui Bayan invase i Balcani, i suoi alleati Longobardi attaccarono a loro volta l’Impero, anche se a modo loro. Bayan aveva colpito verso sud, il Re dei Longobardi, Alboin, decise invece di colpire verso l’occidente, in direzione di una terra con scarse difese, in presa alla confusione per un avvicendamento al potere, dove la recente rivolta di Sinduald aveva gettato l’intero sistema difensivo orientale nel caos. Una terra del tutto impreparata a difendersi.
Il 2 Aprile del 568, dunque, i Longobardi uscirono dalla Pannonia e si misero in viaggio verso l’Italia, in un’epica migrazione che avrebbe segnato la storia della Penisola. Eppure sento le vostre domande ronzare nelle orecchie: ma come, non fu Narsete ad invitarli? Oppure furono fatti entrare in Italia? Cosa si nasconde davvero dietro questa migrazione? Possibile che le cose andarono come le ho appena raccontate? E poi chi erano davvero i Longobardi? Da dove venivano? Erano davvero dei feroci barbari senza alcuna storia di rapporto con il mondo romano?
Nel prossimo episodio inizieremo a rispondere a queste domande, una ad una. Avremo tempo per analizzarli a fondo perché, a differenza dei Franchi e in realtà anche dei Goti, i Longobardi erano destinati a venire in Italia per restarci a lungo, contribuendo a plasmarne la geografia, la toponomastica, la cultura, le leggi, la lingua e il paesaggio. Dal prossimo episodio, inizia un’epopea che durerà secoli. Allacciate le cinture, e preparatevi alle montagne russe, e a delle barberiche spranghe. Grazie mille per l’ascolto! Se il podcast vi interessa, vi ricordo che un modo gratuito di sostenerlo è di lasciare una recensione su Itunes. Vi ricordo che potete sostenere il podcast con una semplice donazione o sottoscrivendo un abonamento a Patreon! Non dimenticatevi dell’appuntamento il 4 Agosto ad Ascoli Piceno, scrivete ad Eleonora@rinascita.it per prenotare la visita e l’evento! Sul mio sito trovate tutte le risorse, con mappe e genealogie e i testi del podcast. Seguitemi su Facebook, Instagram e Twitter! Alla prossima puntata!
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