Nello scorso episodio, abbiamo fatto conoscenza con la desolante Italia di Narsete, travolta dalla guerra e incapace di riprendersi. In questo episodio, andremo invece di nuovo a Costantinopoli e sulla frontiera orientale, per riallacciare la storia della guerra persiana, di Khosrau e Giustiniano, dei sempre martoriati Balcani. Lo so, questa è la Storia d’Italia, ma vi assicuro che questo episodio è un investimento per la comprensione degli eventi a venire.
La novità più grande di questo episodio sarà forse la cosa che per i contemporanei fu la meno importante di questi anni: una nuova popolazione si affaccerà in Europa, provenendo dalle profondità delle steppe eurasiatiche, da cui un tempo erano venuti gli Unni. Con sé, porterà una piccola, grande innovazione che cambierà la storia del mondo.
Eppure vi invito ad ascoltare soprattutto per una piccola, grande storia: quella che ha dato il titolo a questo podcast, una battaglia che è forse il modo migliore per salutare uno dei grandi eroi di questo podcast.
Una nuova fonte: Agazia
Innanzitutto vorrei presentarvi le principali fonti di questo periodo: abbiamo già fatto conoscenza con Agazia e mi duole dirvi che lo saluteremo oggi, visto che la sua storia arriva appena all’anno 559: a quanto pare il nostro avvocato morì poco dopo essersi accinto alla sua monumentale opera. Per nostra fortuna, abbiamo un continuatore del nostro continuatore, nella persona di Menandro Protettore. Questi è un tipo molto diverso rispetto al pomposo Agazia. Sfortunatamente la sua opera ci è conosciuta solo in frammenti, ma sono abbastanza estesi. Abbiamo anche un’introduzione alla sua opera che per me è il suo capolavoro, tanto che vorrei citarvelo quasi per esteso: “Mio padre Eufratas, che per primo venne a Bisanzio, non aveva nessuna educazione letteraria. Io iniziai i miei studi legali ma non intrapresi la professione per la quale avevo studiato. Non avevo alcun desiderio di perorare cause o impressionare con la mia eloquenza i miei clienti. Quindi trascurai la mia carriera, scambiandola per una vita vergognosa di vizi: mi interessavo alle guerre tra bande dei verdi e dei blu, alle corse del circo e agli spettacoli del teatro, mi diedi perfino al pugilato, combattendo nei ring della capitale”. Quando ho letto questo incipit mi è sembrato di sentire Menandro di fianco a me, parlarmi a distanza di migliaia di anni. Doveva essere davvero un tipo interessante: mi immagino che non fosse male neanche con le ragazze.
Il nostro viveur fu però salvato dall’Imperatore Maurizio, il probabile autore dello strategikon, che da amante delle arti e della letteratura offrì delle sovvenzioni per gli scrittori. Menandro afferma infatti “siccome in quei tempi ero squattrinato e in generale alla deriva, pensai che fosse arrivato il tempo di dare un senso alla mia vita. Per questa ragione decisi di accingermi a questa storia”. Che io ne sappia, si tratta del primo storico antico che confessa di aver scritto per soldi, anche se certamente non fu il primo a farlo. Posso dire che mi piacerebbe prendere una birra assieme a lui? Peccato non sia più noto: non esiste una traduzione in italiano delle sue opere. Menandro ci ha tramandato gli ultimi anni del regno di Giustiniano e dei seguenti due imperatori, Giustino II e Tiberio II.
Come fonte di supporto al nostro boxeur e storico prezzolato, abbiamo un autore completamente diverso: Teofane il confessore è un aristocratico monaco bizantino di fine ottavo e inizio nono secolo. Teofane scrisse una cronaca, un genere letterario medievale che prevedeva di sintetizzare gli avvenimenti di ogni anno e che oggi ha dato il nome anche ad un genere giornalistico, per ovvi motivi. Il nostro storico copre i secoli dal III al IX, per la precisione dal 284, ovvero l’ascesa di Diocleziano che ho narrato in “Per un pugno di barbari”, fino all’813: si tratta di una delle poche fonti sui secoli altomedievali, il settimo e l’ottavo. Avremo modo di citarlo spesso in decine di episodi. La sua è un’opera più scarna di una storia nello stile classico ma non per questo meno affascinante: per uno storico, è utilissima perché cita quasi sempre gli anni di regno degli imperatori, dei Re Persiani, dei sovrani Arabi e dei patriarchi della chiesa, incluso ogni tanto i Papi occidentali. Lui e Paolo Diacono saranno le lampade che ci illumineranno la via nell’oscurità dei secoli più bui.
La guerra in Lazica

Oggi, con il potere della macchina del tempo, posso tornare ad utilizzare per l’ultima volta Procopio. Questo perché in questo episodio torneremo fino al 550, quando Totila era al massimo del suo potere, per riannodare le fila della guerra in Lazica. Non vi narrerò però quanto accadde su questo fronte per filo e per segno, perché impatta in modo solamente laterale con la nostra storia. Penso che valga la pena però riassumerlo per sommi capi.
Nel 550, le operazioni militari in Lazica furono affidate a Bessa, come narrato in precedenza. Questi giunse sotto le mura di Petra, sul Mar Nero, e mise di nuovo sotto assedio l’imprendibile fortezza che era la chiave per dominare la Lazica, il regno caucasico che corrisponde alla Georgia costiera. La guarnigione persiana di Petra era forte di quasi 3.000 uomini, selezionati tra i più valorosi soldati iraniani.
I Romani circondarono la città e costruirono ogni sorta di macchine da guerra, compresi dei nuovi arieti più mobili e facilmente trasportabili che erano stati ideati dai loro alleati, i Sabiri. L’assedio durò un anno intero, durante il quale ci furono ripetuti assalti alle mura, tanto che la cittadella parve più volte sul punto di cadere. I Persiani, per difendersi, costruirono anche delle torri di legno sulle mura dalle quali lanciavano sugli avversari degli ordigni ripieni di nafta, bruciando le macchine da guerra e gli uomini contenuti in esse.
Per l’ultimo assalto, alla fine il settantenne Bessa diede il buon esempio, scalando lui stesso le mura. Infine le mura esterne furono prese, ma i Persiani – rifugiatisi in una cittadella interna – rifiutarono di arrendersi e decisero piuttosto di suicidarsi. A questo punto Bessa eseguì gli ordini dell’imperatore e smantellò la fortezza, le cui rovine sono ancora oggi visibili in Georgia.
Il generale persiano Mir-Mirhoe non fece attendere la sua risposta: invase la Lazica e riuscì, entro la fine del 551, a catturarne la parte orientale. Questo gli permise, per la prima volta, di passare l’inverno con i suoi uomini nella regione. Negli anni seguenti la guerra continuò in una sorta di stallo, anche se in generale l’iniziativa restò in mano ai Persiani, mentre Bessa – coadiuvato da Martino – si limitava alla sua solita strategia di evitare confronti diretti.
Nel 554, mentre Narsete affrontava i Franchi di Butilinus, il generale Persiano ottenne un buon successo, che costò alcune basi agli imperiali e portò il Re Gubazes a lamentarsi direttamente a Costantinopoli per l’inefficacia di Martino e Bessa. In contemporanea, da bravi burocrati, questi cercarono di scaricare la colpa su qualcun altro. Fecero sapere a Giustiniano che il Re dei Lazi intendeva per l’ennesima volta cambiare campo, passando ai Persiani. Giustiniano, secondo Agazia, richiamò Bessa a Costantinopoli e fece di Martino il nuovo Magister Militum per Armeniam, ovvero il comandante in capo della guerra in Lazica. Forse vi ricorderete che Martino era colui che decenni prima aveva causato il sacco di Milano. Giustiniano inoltre chiese di invitare Gubazes a Costantinopoli ma, se questo non fosse venuto di sua spontanea volontà, diede ordine di catturarlo: l’imperatore non aveva nessuna intenzione di permettere al Re dei Lazi di tradirlo una seconda volta.
Quel che successe dopo è coperto, a mio avviso, dalle nebbie della propaganda imperiale. Agazia vorrebbe farci credere che Martino e il suo sottoposto Rustico decisero, di loro iniziativa, di assassinare Gubazes, il rispettato Re dei Lazi sul cui territorio combattevano. Mi sembra assolutamente incredibile che non calcolarono che questo avrebbe portato i lazi a ribellarsi, senza contare che avrebbe immediatamente peggiorato le loro condizioni logistiche e militari. Io credo che i generali in Lazica non si sarebbero mai presi la briga di compiere un atto così gravido di conseguenze senza un chiaro ordine da parte dell’Imperatore.
Nel frattempo, nell’estate del 555, era morto di una malattia il generale persiano Mihr-Mirhoe. Secondo Agazia le sue spoglie ricevettero la tradizionale “sepoltura celeste”: i persiani lasciarono il suo corpo a decomporsi sulle pendici di una montagna, in modo che fosse preda di uccelli e animali selvatici. Poco mesi dopo, i Romani colpirono a tradimento Gubazes mentre era impegnato con loro nell’assedio di una fortezza persiana: il Re fu brutalmente ucciso. Le conseguenze furono prevedibili: i Lazi si rifiutarono di sfamare i Romani o di collaborare in alcun altro modo alla guerra. I nobili tra i Lazi si riunirono in assemblea, per decidere il da farsi, con un partito che reclamava ad alta voce di defezionare a favore dei Persiani e contro quei doppiogiochisti dei Romani. Alla fine però il partito filoromano riuscì a vincere e un’ambasciata fu inviata a Costantinopoli, con la richiesta all’imperatore di nominare un nuovo Re nella persona di Tzath, il fratello più giovane di Gubazes. Oltra a questo, i Lazi chiesero giustizia.
Se davvero Giustiniano aveva ordinato l’uccisione del Re dei Lazi, non si fece problemi a dare in pasto ai lupi i suoi generali. Dopo un grande e solenne processo penale, riportato nei minimi dettagli da un appassionato di giurisprudenza come Agazia, Rustico fu condannato a morte e Martino perse la sua carica. Mentre però tutto questo si svolgeva nei tempi non proprio fulminei della giustizia romana, Martino ottenne una grande vittoria contro i Persiani, che persero secondo Agazia 10.000 uomini in una dura battaglia. Così si può dire almeno che Martino terminò in bellezza la sua carriera.
La guerra continuò sotto il comando di Giustino figlio di Germano e Buzes, i Romani ottennero altri successi minori nel 556, riuscendo ad espellere i persiani dal territorio della Lazica. Dopo continui ed inconcludenti operazioni militari, infine nell’autunno del 557 Khosrau si arrese all’evidenza: la Lazica era semplicemente troppo lontana dalle sue basi e costava sempre una fortuna inviare eserciti e provviste nella regione attraversi i passi del Caucaso, mentre i Romani potevano portarli facilmente via nave da ogni parte dell’Impero. Dopo quasi 18 anni di combattimento, finalmente le armi tacquero su tutta la frontiera orientale, in attesa della negoziazione di una pace duratura, che non si avrà però ancora per diversi anni.
Disastri naturali
Negli anni 50’, l’Impero Orientale fu sconvolto da una serie di disastri naturali. Nel 551, un terribile terremoto colpì l’intero mediterraneo orientale. La città di Beirut, l’antica Beritus, fu completamente rasa al suolo, inclusa la sua celebra scuola legale. Agazia riporta di essere sbarcato nell’isola di Cos, dove trovò tutte le abitazioni distrutte. L’autore, come altri prima di lui, riporta un terribile maremoto: “il mare si alzò fino ad altezze incredibili e ricoprì tutti gli edifici sulla riva, distruggendoli assieme a tutto quello che contenevano”.
Poi riporta come “l’intera città era ridotta ad un enorme montagna di rovine, ricoperta di pietre e frammenti di pilastri e travi e l’aria era irrespirabile perché c’era una fitta nuvola di polvere, tanto che si poteva appena intravedere quelle che un tempo erano state delle strade. Qui e là si incontravano alcuni uomini i cui visi portavano i segni di un’apatia senza speranza”.
Qualche anno dopo, il 14 dicembre del 557, la capitale fu colpita da un altro terremoto che causò terrore, molte morti ed enormi distruzioni. Agazia riporta che interi piani di palazzi furono catapultati dentro i palazzi vicini, mentre Teofane sostiene che le mura Teodosiane furono danneggiate. Il quartiere di Reghion fu raso al suolo, mentre diverse chiese e monumenti furono distrutti. Il terremoto lasciò una tale ferita nel cuore degli abitanti di Nuova Roma che la data del 14 dicembre continuò ad essere commemorata per secoli. L’imperatore si diede da fare per soccorrere i poveri e rifiutò di portare per 40 giorni la corona, in segno di lutto, eppure credo che per Giustiniano il vero colpo al cuore fu il crollo della magnifica cupola dell’Haghia Sophia, costruita appena un quarto di secolo prima. Giustiniano mise immediatamente i suoi architetti al lavoro per ricostruirla. Agazia spiega con dovizia di particolari come la cupola ricostruita fu resa più solida, anche se questo fu fatto a detrimento della sua bellezza e del suo slancio. In un certo senso, che la chiesa avesse avuto bisogno di una ricostruzione così importante così presto la dice lunga su Giustiniano, un imperatore che pretese che la sua enorme chiesa fosse costruita in appena cinque anni, contro i secoli che spesso richiesero le cattedrali medievali. Come ho detto in altre occasioni, l’imperatore era una persona ambiziosa e avventata, in guerra come in architettura. Pochi sovrani possono vantarsi di aver costruito una meraviglia come l’Haghia Sophia, o aver conquistato tanti territori, ma la velocità dell’impresa andò a detrimento della sua solidità.
A concludere il catalogo degli orrori, la peste tornò a Costantinopoli l’anno seguente, il 558, per la seconda volta: pochi allora immaginavano allora che le sue visite sarebbero state regolari. Lo scorso episodio vi ho parlato della peste del 565 in Italia: come detto, Yersinia avrà l’abitudine di visitare ogni venti anni, e per un paio di secoli, l’intero mondo mediterraneo. Agazia riporta gli stessi sintomi di Procopio, ma aggiunge un dettaglio importante: “persone di ogni età venivano colpite, ma il prezzo più alto fu pagato dai giovani”. Come detto nell’episodio 76, la ragione era che i ragazzi, nati dopo la pandemia, non possedevano l’immunità al batterio.
Agazia arriva a chiedersi la ragione di una tale continua sequela di disastri: riporta che per gli indovini egiziani e persiani il mondo passa attraverso fasi fortunate e sfortunate e – a loro detta – quegli anni erano un ciclo sfortunato, come testimoniato dalle continue guerre, pestilenze e carestie. Altri – riporta lo storico – attribuivano le presenti catastrofi all’ira di Dio, irritato con gli uomini e quindi determinato a decimarli.
I Costantinopolitani avrebbero avuto però presto un’altra ragione per temere l’ira divina, perché a tutti i loro problemi stavano per aggiungersene altri due: un nuovo popolo ai confini dell’Impero e una terrificante invasione, che giungerà fino alle porte della capitale.
I nuovi Unni

Nel 557, oltre a quello naturale Costantinopoli fu scossa da un terremoto di natura umana. In questa fase pochi a Costantinopoli si resero conto di quale sommovimento stava per crearsi nel loro mondo, eppure questo popolo avrebbe continuato ad inviare scosse telluriche in occidente fino ai tempi di Carlo Magno. Nel 555 la confederazione nomade degli Avari era stata sconfitta dall’astro nascente delle steppe centro-asiatiche: i Gokturk, o Turchi celesti. Il Khaganato occidentale dei Turchi, che occupava le steppe tra il Mar Caspio e la moderna Cina, sconfisse gli Avari e li spinse verso occidente, lo stesso meccanismo che aveva probabilmente spinto gli Unni ad affacciarsi in Europa, nel lontano 376.
La storia si ripeterà quasi identica: i nuovi arrivati, con il tempo, ricostruiranno sulla frontiera danubiana la stessa, drammatica situazione strategica di quella costituita dagli Unni. Nel giro di pochi decenni, l’Impero Romano sarà sull’orlo del collasso. Ma per ora tutto questo era di là da venire.
Gli Avari sono altrettanto rilevanti per la storia europea degli Unni, ma oggi sono assai meno conosciuti. Teofane li descrive in questo modo “portavano dei lunghissimi capelli che cadevano dietro le spalle, intrecciati e decorati di nastri. Per il resto, erano abbigliati come gli altri Unni”. Come tutti i nomadi della steppa, vivevano e combattevano a cavallo. Il loro capo aveva un titolo che risuona di eternità e di grandi conquistatori a venire: Khagan. Se gli Unni avevano portato in Europa il loro terribile arco, l’ambasciata degli Avari cavalcò nelle strade della capitale portando un’innovazione che avrebbe cambiato il corso della storia: i cavalli degli Avari avevano infatti le staffe. Inventate probabilmente in India e adottate in Cina già nei primi secoli dopo cristo, le staffe si diffusero attraverso la steppa. Dubito che gli abitanti della capitale avessero compreso immediatamente l’importanza di questa novità; avranno però presto ottime ragioni per rivalutare questa esperienza. Infatti questo umile strumento donava ai cavalieri un vantaggio determinante in termini di controllo e di potenza, oltre che un’ottima stabilità in sella. Già nello strategikon, scritto a fine VI secolo, Maurizio raccomanda l’utilizzo delle staffe per la cavalleria: al solito, i Romani furono rapidi nell’identificare un vantaggio tecnologico degli avversari, adottandolo. Il vantaggio di avere un esercito professionale. Al contrario, gli eserciti degli europei occidentali non adotteranno stabilmente le staffe fino all’ottavo secolo, e anche allora le staffe compaiono raramente nelle tombe longobarde o franche.
Ma torniamo all’ambasciata degli Avari. Il loro ambasciatore, Kandith, fu portato di fronte al grande imperatore dei Romani. Qui si vantò apertamente della forza del suo popolo. Narra Menandro: “disse che era giunto in quelle terre la più grande e potente delle tribù. Gli Avari erano invicincibili e potevano facilmente schiacciare e distruggere tutti quelli che si frapponevano sul loro cammino. L’imperatore avrebbe dovuto fare un’alleanza con loro e godere della loro protezione. Gli Avari, però, si sarebbero comportati amichevolmente nei confronti dell’Impero solo in cambio dei più meravigliosi doni, di pagamenti regolari e di terre sulle quali vivere”. Insomma, non male come sicurezza di sé, per un popolo che era stato appena sconfitto dai Turchi.
Giustiniano si rifiutò di dare terre agli Avari, come questi avevano chiesto, ma ricoprì l’ambasciatore di doni e promise sovvenzioni se si fossero dimostrati utili. Inviò presso di loro un generale romano, con il compito di indirizzarli contro una serie di popolazione del nord del Caucaso, alleate dei Persiani. Gli Avari sconfissero rapidamente – troppo rapidamente – i nemici dell’Imperatore e questi fu ben contento di iniziare a versargli dei contributi. Non dubito che l’Imperatore pensò che questi nuovi arrivati potessero essere un’interessante pedina da giocare contro gli altri popoli extradanubiani, se avessero alzato troppo la cresta. Uno di questi popoli, i Kutriguri, stava per causargli dei bei grattacapi.
Da anni Giustiniano metteva una contro l’altra le due confederazioni di nomadi della steppa ucraina, i Kutriguri e gli Utiguri. I Kutriguri erano i più vicini all’Impero, il loro leader era un certo Zabergan: l’area popolata dai Kutriguri corrisponde grossomodo a dove un tempo vivevano i Tervingi: la steppa Ucraina a sud del Dniepr.
Giustiniano pagava da anni i Kutriguri per non attaccare l’Impero, in perfetta tradizione imperiale, ma evidentemente aveva deciso di ridurre il potere di Zabergan. Per questo approcciò Sandilkh, il capo degli Utiguri: questi nomadi vivevano sulle coste settentrionali del Mar Nero, il vecchio terreno di caccia dei Goti Greutungi. Giustiniano spinse gli Utiguri ad attaccare i Kutriguri, una volta che li avessero vinti Giustiniano avrebbe trasferito a loro le sovvenzioni che ora pagava ai Kutriguri. Le macchinazioni dell’imperatore debbono essere giunte agli orecchi di Zabergan, perché questi decise di invadere l’Impero in una missione che avrebbe fatto capire a Giustiniano che era pericoloso mettersi contro i suoi cavalieri della steppa.
I nomadi passarono facilmente la frontiera danubiana, evidentemente Giustiniano non aveva ancora rafforzato la frontiera dopo averla denudata per la guerra in Italia. I Kutriguri puntarono direttamente verso le uniche tre aree dei Balcani che oramai erano ancora relativamente integre e prospere: una colonna si diresse verso la Grecia, con l’obiettivo di forzare le Termopili. Una seconda colonna fu inviata da Zabergan contro l’istmo di Gallipoli, che funge da porta al Mar di Marmara per chi viene dal Mar Egeo: questo istmo era protetto da delle mura, Zabergan voleva forzarle e giungere fino ad Abydos, dove c’era la dogana per il passaggio dei Dardanelli, lo stretto che nell’antichità era detto l’Ellesponto e dove nella Prima guerra mondiale si è combattuta la battaglia di Gallipoli.
Ma la colonna principale di invasione, forte di 7.000 cavalieri, si diresse con lo stesso Zabergan contro l’obiettivo più goloso di tutti: le ricche campagne suburbane della stessa Costantinopoli. L’imperatore Anastasio aveva fatto costruire delle mura, le lunghe mura della Tracia, che tagliavano la penisola dove era situata Costantinopoli, a circa 80 km dalla capitale. Erano lunghe 56 km, alte 5 metri e larghe 3. Si trattava della difesa più esterna della città, volta a proteggere i dintorni della capitale. Per i nerd del Signore degli Anelli, come me, è evidente che queste mura sono l’ispirazione per il Rammas Echor, le mura esterne di Minas Tirith.
Giustiniano aveva ignorato a lungo le difese della città, in un chiaro sintomo di imperial overreach, oramai i suoi soldati erano ovunque tranne che nei dintorni della capitale, senza contare che il recente terremoto aveva danneggiato sia le lunghe mura che quelle di Teodosio. Le poche forze che fu possibile raggranellare furono annientate dai Kutriguri, che presero i generali prigionieri, assieme ad un gran numero di nobili e di civili. Come conseguenza, I nomadi passarono le lunghe mura e dilagarono nella campagne suburbane della città.
Normalmente questo sarebbe stata un’umiliazione per Giustiniano, ma non un problema insormontabile: la città era sempre difesa dalle impenetrabili mura teodosiane. Eppure c’era un piccolo particolare: non restava quasi nessuno per difenderle. L’imperatore inviò le guardie imperiali – le Scholae palatine e i Protectores – a difendere le mura, ma Agazia ci informa che queste truppe erano oramai da parata, costituite principalmente da persone che compravano la posizione per lo stipendio e non avevano mai visto un campo di battaglia in vita loro. Ah che differenza a paragone dei Protectores Domestici della tarda antichità! Quanto al resto dell’esercito, i 150.000 uomini delle armate imperiali erano impegnate in Lazica, in Siria, in Egitto, in Italia, in Africa, in Spagna. Ovunque, tranne che a difesa della capitale, nei cui dintorni un tempo stazionavano due eserciti da campo, gli eserciti praesentali.
Giustiniano ordinò di portare al sicuro delle mura teodosiane tutte le ricchezze del suburbio di Costantinopoli, ma l’imperatore non poteva lasciare che i Kutriguri scorrazzassero liberamente tra le tante cittadine tra le lunghe mura e le mura teodosiane: decine di migliaia di persone vivevano in quelle terre. Alla fine, a corto di alternative, l’imperatore si rivolse all’ultimo dei suoi grandi generali disponibili in quel momento a Costantinopoli. Ma chi altri se non l’eroe della guerra d’Africa e d’Italia, il vincitore di Dara. Chi, se non Belisario?
L’ultima battaglia di Belisario

Il passo di Agazia che descrive l’anziano generale, quasi sessantenne, prepararsi per la battaglia è il suo migliore: riecheggia di omerica epicità. Leggiamolo: “E ora, a distanza di molti anni dalla sua ultima volta, Belisario si mise addosso l’elmo e la corazza e indossò la familiare uniforme della sua gioventù. Le memorie delle imprese passate si riversò nella mente dell’anziano guerriero, riempiendolo di ardore. In verità, questa impresa militare – che sarebbe stata la sua ultima – gli avrebbe portato altrettanta gloria che le sue passate vittorie contro i Vandali e i Goti”.
Belisario aveva a sua disposizione circa 300 soldati veterani, probabilmente quello che gli restava della sua antica guardia di Bucellari. A loro si unirono quanti più picchiatori dei demi si riuscì a trovare, energumeni più capaci di combattere nei tafferugli tra verdi e blu che in una battaglia campale. Con questa forza minima e raccogliticcia, Belisario uscì da Costantinopoli per affrontare 7.000 feroci cavalieri della steppa.
Ovviamente Belisario non aveva alcuna intenzione di farsi annichilire, quello che fece fu semplicemente di realizzare un accampamento segreto nelle campagne suburbane, sfruttando la sua superiore conoscenza del terreno. Di qui, iniziò a colpire i gruppetti di razziatori intenti a saccheggiare il saccheggiabile. Quando Zabergan si accorse che qualcosa non andava, inviò un distaccamento di 2.000 cavalieri per stanare gli imperiali. Vorrei sottolineare che 2.000 cavalieri della steppa sarebbero stati temibili anche contro un’intera legione di fanteria romana antica, con i suoi 6000 soldati: parliamo della cosa più vicina ai nostri amati Borg – gli Unni – che ci fosse ai tempi.
Quando i suoi informatori gli fecero sapere che era in arrivo la colonna di Kutriguri, Belisario organizzò una delle sue battaglie psicologiche per le quali era diventato famoso: ricordate come sollevò l’assedio di Rimini senza colpo ferire? Belisario schierò 200 cavalieri nei boschi ai lati della strada dalla quale arrivavano i nemici, 100 per lato. Lui si mise con i 100 cavalieri rimasti al centro, ben visibile, assieme alla sua massa di improbabili fanti. A questi, come ci riferisce Teofane, chiese di tagliare degli alberi e trascinarli lungo la strada verso i Kutriguri, sollevando un gran polverone. Ai picchiatori dei demi disse inoltre di fare quanto più rumore e clangore possibile, in modo da sostenere l’illusione che un grosso esercito era in arrivo. Belisario gli proibì categoricamente di combattere.

Quando i Kutriguri arrivarono sul posto furono inizialmente stupiti da questa vista: poi, al segnale di Belisario, videro uscire con orrore da entrambi i lati della strada i cavalieri imperiali messi in agguato da Belisario. Questi fecero quanto più rumore possibile e attaccarono abbastanza distanziati, in modo da dare l’impressione di essere di più di quanti fossero davvero. Tempestarono di frecce i nomadi che si ritrovarono in uno spazio ristretto dove era difficile fare manovra e per di più circondati su tre lati. Il comandante dei nomadi, temendo di trovarsi di fronte un grande esercito imperiale, diede immediatamente ordine di ritirarsi di fronte ad un nemico che avrebbe certamente fatto a pezzi, se avesse deciso di combattere. Non c’è niente da fare, la classe di Belisario non è acqua. Per una volta concordo con Agazia: questa piccola battaglia è forse la più bella mai combattuta da Belisario, che non dubito che scese in campo con la consapevolezza di avere ottime probabilità di lasciarci le penne.
A questo punto Agazia sostiene che gli imperiali inseguirono i nomadi e li massacrarono, cosa piuttosto improbabile. La celebre storica della tarda antichità, Averil Cameron, ha dedicato l’unica opera moderna di analisi su Agazia: Cameron sostiene che la versione di Teofane è assai più attendibile e realistica. La battaglia di Belisario, per Teofane, fu solo una battuta di arresto per i Kutriguri, che rimasero comunque in zona. Tempo dopo però Zabergan venne a sapere che gli assalti all’Ellesponto e alla Grecia erano falliti: quanto ai sobborghi di Costantinopoli, il capo dei nomadi aveva ottenuto il grosso di quello che voleva, ovvero un ricco bottino. Decise quindi di ritirarsi dall’altro lato delle lunghe mura prima di essere intrappolato al suo interno. Alla sua ritirata, con una decisione unica nel suo lungo regno, Giustiniano decise di uscire dalla città e recarsi personalmente a sovrintendere alla riparazione, ricostruzione e rafforzamento delle lunghe mura di Anastasio. Se Menandro ha ragione, restò nell’area per quasi due anni, in modo da garantire con la sua presenza la sicurezza delle cittadine tra le grandi mura e Costantinopoli. Diede anche mandato di far costruire una flotta con la quale pattugliare il Danubio e tagliare la via di ritirata per Zabergan. Quell’agosto, il capo dei Kutriguri mandò dei suoi uomini a parlamentare con Giustiniano e alla fine questi gli permise di ritornare nelle loro terre, certamente in cambio di garanzie che la scorribanda di quell’anno non si sarebbe ripetuta a breve. L’Impero ormai non aveva la forza di sconfiggere i razziatori d’oltre Danubio e questo deve essere parso il metodo migliore per porre fine alla questione.
Belisario non ricevette alcun trionfo o trattamento particolare al suo ritorno in città: probabilmente l’imperatore temeva che a qualcuno venisse l’idea di soppiantarlo, d’altronde – nonostante decenni al potere – Giustiniano restava impopolare. Agazia, Menandro e Teofane sono tutti molto scettici verso la sua politica danubiana, che prevedeva di mettere tribù contro tribù e pagare i vicini barbari dell’Impero perché non lo attaccassero.
In generale, non credo che fossero critiche giuste: si può incolpare Giustiniano di tante cose, ma non di essere un grande statista e diplomatico: fu questa strategia a mantenere una parvenza di calma sulle frontiere settentrionali. Eppure la sua politica era talmente impopolare che il successore di Giustiniano proverà da subito a rettificarla, cancellando i contributi alle popolazioni di confine: vedremo presto con che risultati, anzi lo anticipo subito: sarà un disastro.
La fine delle guerre di Giustiniano
Nel frattempo, dopo diversi anni di tregua, finalmente le due superpotenze della tarda antichità decisero di intavolare trattative dirette di pace. L’anziano imperatore dei Romani voleva chiudere le guerre che avevano definito il suo regno, e l’ultima aperta era proprio quella persiana. Quanto a Khosrau, l’arrivo dei Turchi sulle sue frontiere orientali era una novità piuttosto preoccupante, soprattutto quando i Turchi, dopo aver spinto gli Avari verso occidente, fecero a fettine la potenza degli Eftaliti, un tempo potenti vicini dei Persiani: era interesse di Khosrau garantirsi la frontiera occidentale in vista di potenziali invasioni da parte dei suoi nuovi, bellicosi vicini.
Giustiniano e Khosrau decisero di inviare a Dara i loro ambasciatori. E chi inviare, pensò Giustiniano, se non il suo celebre Magister Officiorum, il capo delle spie, della diplomazia e di buona parte della burocrazia imperiale? Chi se non il nostro vecchio diplomatico-storico, Pietro il Patrizio, lo stesso che aveva tormentato Teodato e che era finito per anni in prigione a Ravenna?
Pietro, nell’ultimo grande capitolo della sua illustre carriera, fece di tutto per impressionare i Persiani. Menandro riporta il suo discorso, sostenendo che era negli atti ufficiali della conferenza e rimandando anche alle storie pubblicate dallo stesso Pietro. Per una volta, insomma, siamo abbastanza certi che questo fosse il vero contenuto del discorso, ne riporto un estratto: “Vorrei innanzitutto chiarire la natura e il potere dello stato con il quale state trattando. Voi farete un trattato con i Romani. È sufficiente dire “Romani”, nel nome c’è tutto quanto occorre dire. Visto che state per concludere un trattato con una nazione talmente illustre e visto che, pertanto, si tratta di una decisione di grande importanza, dovreste scegliere il miglior corso d’azione e abbracciare non le incertezze della guerra, ma la pace, che sarebbe benefica per tutta l’umanità”. A questo punto Pietro si lancia in un favoloso discorso volto a dimostrare ai Persiani che le loro vittorie sono state solo temporanee e dovute al fatto che Dio ha voluto punire i Romani per la loro arroganza.
Infine Pietro passa a dire che Giustiniano ha offerto di trattare la pace perché temeva che Khosrau lo facesse per primo, certamente non perché sconfitto o perché in una posizione di svantaggio. Pietro, nella sua chiusura del suo lungo discorso, fa quella che altro non è che una terribile predizione: “Quando gli uomini sono trionfanti sul nemico, sono anche coraggiosi. Ma quando è ovvio che non sono in grado di distruggere i loro oppositori, finiscono per dissipare le loro risorse e sono pertanto conquistati da quelli che normalmente non avrebbero possibilità di sconfiggerli”. La mente vola alla terribile guerra di Eraclio e Khosrau II, di qui a qualche decennio, la guerra per porre fine a tutte le guerre che sfocerà in null’altro che il disastro per entrambi i contendenti, aprendo la via agli Arabi.
L’inviato persiano, con l’impossibile nome di Yesdegusnaph, rispose con un discorso molto più succinto e tagliente. Leggiamo Menandro: “Chi, Romani, è così incivile e selvaggio da dire che la pace non sia una benedizione? Sarei stato rapito dalle tue parole raffinate, se voi non foste Romani e noi Persiani. Non pensare per un istante che le tue convolute argomentazioni riescano a mascherare i fatti. Usate discorsi volti alla riconciliazione per mascherare la vostra codardia. Anche se sconfitti, cercate di salvarvi con una richiesta di pace. Ma, se aveste atteso, saremmo stati noi, i vincitori, a farla. Comunque sia, anche noi apprezziamo la pace e siamo quindi aperti alle vostre proposte, perché gli spiriti nobili agiscono comunque in accordo con ciò che è giusto”. Dalla risposta del Persiano, e dai commenti dello storico, si capisce che Menandro non aveva una grande opinione di Pietro, che in compenso aveva un’altissima opinione di sé stesso.
Dopo le inevitabili, estenuanti trattative si giunse ad un accordo che è trascritto integralmente da Menandro. L’obiettivo dei Persiani era, al solito, di essere pagati: lo stato romano aveva ancora un’innata capacità di raccogliere sistematicamente le sue tasse in ogni fazzoletto di terra sotto il suo controllo, grazie soprattutto alle riforme di Diocleziano di cui parlo nel mio libro “Per un pugno di barbari”. Khosrau aveva provato ad imitarle, ma il suo stato non aveva la solidità finanziaria di quello romano. L’obiettivo dei Romani era di non apparire, per quanto possibile, come tributari dei Persiani. C’era poi da sistemare la questione della Lazica e delle altre regioni caucasiche.
I dettagli del trattato furono i seguenti: la durata del trattato non aveva più l’ambizione di essere eterna, ma era fissata comunque a cinquant’anni. I Romani si arresero a pagare un contributo annuale ai Persiani, la condizione che avevano voluto evitare per decenni e mezza dozzina di guerre e trattati. Alla fine Giustiniano vi fu costretto, nonostante i borbottii a riguardo a Costantinopoli, almeno se voleva mettere davvero fine alle sue interminabili guerre. I Romani avrebbero riconosciuto ai Persiani un pagamento di 30.000 solidi d’oro all’anno, dei quali sette annualità sarebbero state pagate sull’unghia, pari a quasi 3000 libbre d’oro, mentre allo scadere dei sette anni i Romani avrebbero pagato altri tre anni, dopo i quali i pagamenti sarebbero stati annuali. i Persiani avrebbero mantenuto le fortezze a guardia dei passi caucasici, impedendo a qualunque popolazione della steppa di invadere l’Impero dei Romani. La pace si estendeva espressamente anche agli alleati arabi dei Romani, i Ghassanidi e i Lakhmidi, che erano invece stati esclusi dalla “pace eterna” con gravi risultati per la stabilità della regione. Il commercio restava ristretto e limitato ai mercati previsti a tal fine, in modo da tassarlo a beneficio di entrambi. I Persiani riconoscevano infine la legalità della fortezza di Dara, ma i Romani si impegnavano a non stazionarvi che un numero limitato di truppe e spostare da lì il quartier generale del Magister Militum per orientem, il plenipotenziario romano per la frontiera siriana. La Lazica, il pomo della discordia negli ultimi decenni, veniva confermata come protettorato romano, mentre il resto del Caucaso meridionale era sotto l’influenza persiana.
Nel complesso si trattava di un trattato che esaudiva i desideri di entrambi, ma erano evidentemente i Romani quelli che pagavano il prezzo più caro: erano costretti a depotenziare Dara, riconoscere un lauto pagamento ai Persiani e il tutto in cambio di nulla di più di quello che avevano avuto prima della guerra. La pace rispecchiava gli equilibri della guerra, giocata dai Romani sempre sulla difensiva.
Pietro il patrizio poté considerarla una grande vittoria diplomatica, anche se Menandro sostiene che fu in parte gabbato dai Persiani: una regione semi-indipendente della Lazica – la Suania, rimase sotto il controllo dei Persiani: si tratta della moderna regione di Svaneti, in Georgia, un posto fiabesco, ve lo assicuro. Pietro accettò di firmare l’accordo, forse per la fretta di avere la sua firma sul trattato, per poi negoziare direttamente con Khosrau sulla questione della Suania. Si trattava di una regione piccola e povera, ma strategicamente importante perché avrebbe permesso ai Persiani di aggredire più facilmente la Lazica, qualora ci fosse stata una ripresa delle ostilità. Pietro giunse a Ctesifonte per parlarne con Khosrau ma questi, prevedibilmente, non era intenzionato a cedere alcunché dopo che il trattato era già stato concluso: inoltre il Re riuscì in modo abbastanza abile a dimostrare, con argomentazioni degne di un avvocato romano, che la sudditanza della Suania ai Lazi non era provata.
Questo piccolo dettagli a parte, alla fine si può dire che Giustiniano aveva ottenuto l’obiettivo di una vita: aveva chiuso tutte le sue guerre. Nel 562, mentre si concludevano le trattative con i Persiani, giunse la notizia che Narsete aveva conquistato il Veneto franco e aveva portato la frontiera imperiale alle Alpi. L’Impero Romano era giunto alla sua massima estensione dopo la caduta dell’occidente: ormai l’Impero era tornato a controllare tutto il mediterraneo, dalle colonne d’Ercole al Mar Nero, dall’Egitto alle Alpi. La spagna meridionale, la costa del Nordafrica, l’Italia, la Dalmazia, i Balcani, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto facevano parte di un’unica organizzazione su scala multi-continentale. Guardando indietro, possiamo dire che si trattava comunque di un Impero più piccolo di quello antico, eppure guardando avanti noi sappiamo che nessun Impero, nel millennio e mezzo intercorso nel frattempo, riuscirà mai più a replicare un tale dominio del Mediterraneo, neanche gli Ottomani, e non perché non ci proveranno.
Eppure la peste e le guerre erano costate care: la stima degli storici è che la popolazione di questo immenso impero fosse più o meno la stessa di quella di Anastasio, che però aveva incluso solo l’Oriente. Con gli stessi abitanti e risorse di inizio sesto secolo, Giustiniano si trovava a dover controllare e difendere un territorio quasi doppio: l’impero era in sostanza stiracchiato, come burro spalmato su troppo pane, per dirla alla Bilbo Baggins.
Nel prossimo episodio, saluteremo definitivamente il nostro Giustiniano, che si avvierà al suo ultimo viaggio imperiale, verso il grande sepolcro degli imperatori voluto da Costantino, presso la chiesa dei Santi Apostoli. Allo stesso tempo, faremo la conoscenza con il suo successore: Giustino, e inizieremo a vedere che prezzo si deve pagare ad avere troppo poco burro su un’enorme fetta di pane.
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