Nuovo regime a Costantinopoli (514-522), ep. 55, testo completo

L’episodio in podcast in alto!

Nello scorso episodio i Visigoti sono stati annientati a Vouillè, Clovis ha costruito il primo impero dei Franchi e Teodorico ha riunito su di sé un potere che si estende su buona parte dell’occidente romano.

Originariamente avrei voluto coprire tutti gli ultimi anni del regno di Teodorico in un episodio, ma non ci sono riuscito: c’erano troppi dettagli da riferire e ho pensato di dividere l’episodio in due parti, la prossima sarò focalizzata su Ravenna, in modo da chiudere la storia di Teodorico. Questa prima parte è invece concentrata soprattutto sulla transizione al potere a Costantinopoli, perché segna una rivoluzione nella politica, nella diplomazia, nella politica religiosa di tutto il mondo romano. In questo episodio, infatti, farà il suo debutto nel palcoscenico della storia l’uomo che finirà per diventare il fulcro di un intero secolo. Si tratta di un umile contadino che finirà per diventare uno dei più grandi imperatori romani della storia: Giustiniano.

La congiura dello zio di Giovanni il Sanguinario

A Costantinopoli, nel 511, si inaugurò una nuova fase per il regno di Anastasio: questi era sempre stato di simpatie monofisite ma aveva mantenuto nel tempo un equilibrato compromesso tra le due fazioni della chiesa imperiale. Dopo decenni al potere Anastasio si sentì però nel diritto di intervenire più energeticamente del suo predecessore Zenone, sostituendo il patriarca di Costantinopoli con un uomo di sua fiducia e modificando in forma dichiaratamente monofisita il trisagion, un inno che fa parte del rituale domenicale per le chiese orientali.

L’opposizione andò montando nell’opinione pubblica calcedoniana e questa fu percepita da Vitaliano, il Comes della Tracia, un fervente seguace dell’ortodossia calcedoniana come la maggior parte dei latinofoni dei Balcani, sempre vicini alla posizione del Patriarca di Roma (per chi conosce la storia futura, Vitaliano è lo zio di Giovanni il sanguinario). Vitaliano coagulò attorno a sé l’opposizione dei calcedoniani dei Balcani e dei suoi foederati gotici che accusavano il governo di non pagarli a sufficienza. Raccolto un esercito, nel 512 Vitaliano marciò su Costantinopoli, più con l’obiettivo di piegare il regime imperiale ad accettare Calcedonia e di tornare in comunione con il Papa che per deporre l’anziano imperatore, un rispettato uomo di stato.

All’interno delle mura si palesò a questo punto una congiura: nella capitale viveva Aerobindo, un generale dal nome tipicamente germanico che però faceva parte dell’aristocrazia costantinopolitana: era infatti erede di due famiglie potenti, gli areobindi e gli aspari. Per via della madre era il pronipote del grande Aspar che dominò la politica orientale tra il 430 e il 470 circa ed era anche nipote di Areobindo, un generale di origine gotica che era stato anche lui di dignità consolare. A questa illustrissima discendenza – ricordiamo che gli Aspari avevano provato ad accedere al trono imperiale – si unì il prestigio della ancora più illustre moglie, ovvero Anicia Giuliana, l’ultima erede della dinastia teodosiana perché nipote di Valentiniano III (attraverso Placidia) e figlia dell’imperatore dell’occidente Olibrio. Ad un certo punto, secondo i cronisti, la popolazione di Nuova Roma si riunì al grido “Areobindo imperatore” e marciò verso la casa della moglie Anicia Juliana per proclamarlo. Areobindo non doveva essere però un cuor di leone: non volendo prendere parte a un’usurpazione fuggì di casa e si nascose. Non si sa più nulla di lui, anche se, a causa della sua età, deve essere morto poco dopo. Anicia Giuliana continuerà però a tessera la sua tela per diventare imperatrice o almeno far tornare la sua famiglia sul trono. Non ci riuscirà mai.

A questo punto Anastasio, sotto pressione, accettò di inviare messaggeri al Papa per terminare lo scisma acaciano e Vitaliano ritirò i suoi. Eppure, appena l’armata di Vitaliano si fu allontanata da Costantinopoli, Anastasio mise su una enorme spedizione militare comandata da suo nipote Ipazio, con l’obiettivo di schiacciare i calcedoniani. Ipazio marciò i suoi in Tracia ma nel 513 il suo esercito fu fatto letteralmente a fettine da Vitaliano, in una ardita battaglia notturna. Vitaliano riuscì perfino a catturare il nipote dell’Imperatore. A questo punto si scatenarono rivolte a Costantinopoli, sicuramente fomentate dai calcedoniani. Per calmare gli animi Anastasio si presentò dentro il circo, senza i vestiti e gli ori imperiali, offrendo alla folla di abdicare se questo era il loro desiderio. Forse fu la vista del loro anziano imperatore in atteggiamento umile a fare il miracolo: la folla gli chiese a gran voce di restare, ma era evidente che erano necessarie delle concessioni.

Anastasio promise di indire un concilio ecumenico per il 515, in accordo con il papato. Le negoziazioni con Roma però si prolungarono oltre ogni aspettativa ed era evidente che si svolgevano nel disinteresse e nella malafede di entrambe le parti. Anastasio stava infatti solo cercando di comprare del tempo: quando un altro round di negoziazioni con il papato fallì, Vitaliano marciò di nuovo i suoi verso Costantinopoli, questa volta determinato a rimuovere l’imperatore, essendosi anche dotato di una flotta senza la quale era impossibile conquistare la capitale.

La situazione a questa punto volse al peggio per Anastasio: I generali presentali si rifiutarono di combattere contro Vitaliano. Anastasio decise allora di fare ricorso ad uno dei suoi più fidati collaboratori, l’uomo che aveva ideato la sua riforma monetaria. Si chiamava Marino ed aveva un solo difetto come generale: non lo era mai stato. Eppure, in questo frangente, la fedeltà fu più importante della competenza, anche se la scelta si dimostrerà azzeccatissima. Nonostante la sua mancanza di esperienza militare, Marino affrontò la flotta ribelle in una battaglia all’ingresso del Corno d’oro, lo stretto specchio d’acqua che circonda la capitale a nord. Marino, novello Tyrion Lannister, aveva infatti un’arma segreta: forse la prima versione del celeberrimo fuoco greco.

Le navi di Marino attesero pazientemente la flotta nemica, per poi scatenare contro gli uomini di Vitaliano l’incubo di un getto di fuoco, una sostanza che brucia sia le navi che la carne e che non può in alcun modo essere spenta con l’acqua. Una volta distrutta la flotta nemica, Marino sbarcò i suoi uomini sulla riva di Sycae, dove oggi c’è il quartiere di Galata, e sconfisse i ribelli che si trovavano lì. Scoraggiato dalle perdite subite, Vitaliano e il suo esercito fuggirono a nord nottetempo, svanendo poi nei boschi dei Balcani dove Vitaliano passerà i prossimi anni braccato dagli agenti imperiali. Ma non preoccupatevi, sarà di ritorno.

La successione a Teodorico

Mentre il regno di Anastasio si avvicinava ai suoi ultimi anni, Teodorico iniziò a pensare alla successione al trono: Teodorico non aveva figli maschi e gli rimaneva una sola figlia non sposata. In quegli anni Teodorico sostiene di aver scovato tra i Visigoti un suo lontano parente, un nobile membro della nuova famiglia imperiale, gli Amali, forse un discendente di Re Ermanaric, l’ultimo Re dei Greutungi prima dell’arrivo degli Unni. Molti storici dubitano questa discendenza, ma questo non ha importanza visto che fu accettata dai contemporanei. Il nobile si chiamava Eutaric e fu a lui che fu promessa in sposa la figlia “legittima” di Teodorico, la principessa Amalasunta, una ragazza che era diventata una donna colta e ricercata oltre che un’abile giocatrice nella politica di Ravenna, dalla testa ai piedi una vera principessa imperiale. Nel 515 i due si sposarono, in una grandiosa cerimonia, mentre Teodorico si consolava nel pensiero di aver trovato una soluzione al problema della successione: Eutaric era un principe dei Visigoti e avrebbe potuto mantenerli fedeli alla nuova casa regnante. Allo stesso tempo Eutaric avrebbe ereditato da Teodorico il titolo di Re dei Goti e degli Italiani.

Un grande imperatore dimenticato

L’imperatore Anastasio, in questa ricostruzion

A Costantinopoli il regno della coppia imperiale si avviava al crepuscolo: nel 515 morì Ariadne, la figlia di Leone che era stata sposa di due imperatori: la capitale diede il suo ultimo e commosso saluto alla sua principessa. Infine, arrivò dall’oriente la notizia che tanti avevano dato da anni per imminente: Anastasio, imperatore dei Romani fin dal 491, era morto il 18 luglio del 518, alla veneranda età di 87 anni. Chissà cosa pensò Teodorico alla scomparsa dell’Imperatore che lo aveva legittimato al trono ma che poi per anni era stato il suo principale avversario politico: non credo che si rallegrò della sua scomparsa. Né gli italiani né i Romani orientali potevano saperlo, ma il periodo della pacifica convivenza tra le due parti dell’Impero dei Romani stava per volgere al termine.

Anastasio è un imperatore poco conosciuto dai più, eppure il suo regno fu forse l’apice per l’Impero romano-orientale. Imperatore improbabile, elevato al trono da Ariadne, seppe navigare la complicata politica orientale, fatta di un delicato bilanciamento di poteri a Costantinopoli e segnata dal dibattito sulla cristologia. Il primo atto del suo regno fu quello di eliminare nella capitale lo strapotere degli isaurici di Zenone, in questo finalmente compiendo la lenta transizione del governo orientale che nel corso di svariati decenni aveva eliminato ogni potenza militare nell’Impero che non doveva la sua fedeltà allo stato romano. Leone aveva limitato lo strapotere dei Goti, elevando gli Isaurici, Zenone aveva inviato i Goti in Italia, Anastasio infine aveva riportato sotto controllo gli Isaurici. Le riforme fiscali di Anastasio furono uno straordinario successo e l’imperatore e il suo governo seppero sfruttare bene la ripresa economica del mondo mediterraneo, lasciando ai loro successori un tesoro ripieno fino al soffitto di 300.000 libbre d’oro. Anastasio ebbe meno successo con la sua politica religiosa: è vero che riuscì a mantenere l’Henotikon e fu attento per la maggior parte del suo regno a non privilegiare monofisiti o calcedoniani, eppure alla fine le sue preferenze ebbero la meglio, scatenando rivolte popolari e la guerra con Vitaliano. Buona parte della ragione per la quale non è conosciuto è che i suoi successori, convinti calcedoniani, ne condanneranno la memoria, gli storici antichi esagereranno l’opposizione alle sue politiche per sottolinearne l’ereticità. Un’altra ragione di fondo per la quale è spesso sottostimato è che non ebbe un successore che ne continuasse la politica. Al contrario, l’imperatore Anastasio morì senza aver nominato un erede designato, una scelta a prima vista incomprensibile, per un imperatore tanto coscienzioso. Anastasio non aveva avuto figli da Ariadne, eppure negli anni intercorsi e nonostante un lungo regno a donare legittimità al suo nome, Anastasio non nominò un erede, forse pensò di non averne tutto sommato il diritto, forse più probabilmente non aveva il capitale politico necessario per iniziare una nuova dinastia. La grande leggittimatrice nel mondo romano era la vittoria sui nemici, soprattutto i Persiani: Anastasio aveva avuto a cuore il benessere dei suoi sudditi, più che la gloria militare, e non aveva mai iniziato una guerra di sua spontanea volontà: contro Teodorico aveva solo utilizzato l’accerchiamento diplomatico, in definitiva fallito. Con i Persiani aveva combattuto una breve guerra iniziata da Khavad che non aveva visto né disastri, né grandi successi.

Il suo regno pacifico fu quindi una bonanza per i suoi sudditi, che vissero un periodo di forte crescita economica, di ritrovata stabilità della moneta, di grandi spettacoli nei circhi e di nuove edificazioni in tutto l’impero. Il risvolto della medaglia fu che mancò ad Anastasio la legittimità e il capitale politico per nominare un erede che andasse bene a tutte le fazioni della capitale. Forse credette che il trono sarebbe tornato ad uno degli eredi delle passate dinastie, magari la famiglia dei Teodosiani, della quale c’era ancora un’erede a Costantinopoli: Anicia Giuliana, figlia di Olibrio e Placidia.

Anastasio aveva però lasciato una famiglia allargata, in particolare tre nipoti. Il più probabile per la successione sarebbe stato Ipazio, Magister Militum con una certa esperienza militare. Giocavano contro di lui però due fattori: in questo momento Ipazio risiedeva lontano, ad Antiochia, e in più si era fatto sconfiggere da Vitaliano, e se la vittoria nel mondo romano era la grande leggittimatrice, la sconfitta aveva esattamente il ruolo opposto.

Un’elezione contestata

Il giorno successivo alla morte dell’imperatore, il Magister Officiorum convocò il Senato mentre il popolo si radunò nell’Ippodromo di Costantinopoli: come per ogni successione imperiale pronto a vedere emergere il nuovo imperatore dal balcone imperiale sull’Ippodromo, proprio come oggi si attende in piazza S. Pietro l’emersione di un nuovo Papa.

Nella discussione nel Senato non emerse alcun favorito: fumata nera. Alcuni sostenevano Vitaliano, il ribelle che aveva sfidato Anastasio, ma questi si era fatto dei nemici importanti a corte che si opponevano veementemente. Nel frattempo, le guardie imperiali cercavano di tenere a bada l’enorme folla del circo. Va precisato che a Costantinopoli c’erano due guardie imperiali, le scholae palatine e gli excubitores, la presenza di due guardie aveva lo stesso scopo di avere due Magister Militum Praesentalis, ovvero dividere il potere politico e militare in diverse parti, in modo che non fosse troppo concentrato. Questa divisione era stata suggerita dalla memoria del potere dei pretoriani, la guardia imperiale nell’alto impero che per secoli aveva fatto e disfatto gli imperatori.

Busto di Anicia Giuliana

La folla informe nel circo non va vista, come nel caso dell’elezione di Anastasio, come un agente spontaneo della volontà popolare: le centinaia di migliaia di braccia, teste e gambe che riempivano l’ippodromo erano condotti dai “demi”, ovvero le fazioni del circo. Nel circo, come abbiamo detto, correvano quattro squadre: bianchi, rossi, verdi e blu. Le ultime due erano di gran lunga le più potenti ed erano organizzate in fazioni detti “demi”, una sorta di gruppo di hooligans che si occupava di organizzare i giochi, gli spettacoli collegati, una serie di attività benefiche ma aveva anche un risvolto violento: i blu e i verdi erano delle vere tribù urbane estremamente violente, dedite spesso al racket delle estorsioni e sempre pronte a noleggiare i loro muscoli per uccisioni prezzolate, spedizioni punitive e perfino sollevazioni armate. Il vertice dei Demi controllava la folla e organizzava dei canti e delle richieste collettive in direzione del potere politico, soprattutto in questi passaggi cruciali. In questo frangente, per ragioni che non conosciamo, la folla iniziò a chiedere come imperatore un generale, cosa che mi fa pensare che qualche generale avesse oliato i demi.

Una delle guardie imperiali, gli excubitores, cercò di nominare un certo Giovanni ad imperatore, ma il suo nome fu coperto di insulti dalla fazione dei Blu. Come in tutte le successioni imperiali caotiche, era il popolo ad avere l’ultima parola. Misteriosamente gli excubitores non provarono a testare con la folla il nome del loro comandante, un certo Giustino, un soldato rispettato ma di origini molto umili. Ho il forte sospetto che qualcuno gli abbia fatto sapere che il nome di Giustino non andava “bruciato” subito. Come nelle elezioni dei presidenti della Repubblica, il tempismo in queste fasi è tutto. Credo anche di sapere chi fosse questo qualcuno.

Gli uomini dell’altra guardia imperiale, le scholae palatinae, proposero come imperatore il magister militum praesentalis Patrizio e provarono ad incoronarlo e presentarlo alla folla concentrata nell’ippodromo. Gli excubitores però avevano altri piani e si gettarono contro Patrizio e i suoi, fino al punto quasi di ucciderlo. Fu Pietro Sabbazio aka Giustiniano a intervenire per salvargli la vita e indicargli allo stesso tempo l’uscita: se se ne fosse andato immediatamente avrebbe avuto salva la vita. Patrizio comprese l’aria che tirava e si dileguò, il nostro “qualcuno” aveva vinto. 

L’allevatore di maiali

I movimenti delle due guardie imperiali misero fretta ai senatori: se non avessero trovato presto un candidato comune i soldati avrebbero forse imposto uno dei loro. Il grande ciambellano di si chiamava Amanzio e come nelle migliori storie di intrighi era un eunuco. Amanzio cercò di promuovere come candidato al trono un certo Teocrito, un generale poco conosciuto che evidentemente lui considerava facile da gestire. Per riuscire nell’intento aveva bisogno del sostegno di almeno una delle guardie del corpo: Amanzio decise di rivolgersi agli Excubitores, di cui era comandante il soprannominato Giustino. Quest’ultimo era un outsider: un contadino nato in un piccolo villaggio dei Balcani, figlio di allevatori di maiali, era fuggito alla dura vita di campagna per arruolarsi nell’esercito, come generazioni di illirici prima di lui. Giunto a Costantinopoli con la proverbiale bisaccia sulle spalle, si era arruolato negli excubitores: la guardia palatina aveva sempre bisogno di forti braccia agricole capaci di menare con la spada. Giustino aveva fatto carriera nell’esercito: nel 490 era stato promosso a Comes ed aveva partecipato alla guerra isaurica. Era stato un generale importante nella guerra contro i persiani di Khavad e si era imbarcato sulle navi che avevano annientato con il fuoco greco la flotta di Vitaliano. Sua moglie era quanto di meno augusto ci sia: una ex schiava, sua concubina e che lui aveva liberato e poi si era sentito in dovere di sposare. Certamente un uomo della sua estrazione sociale non poteva avere ambizioni imperiali, nonostante il suo ruolo importante, però poteva essere cooptato nel nuovo regime. A tal fine Giustino ricevette un’enorme somma d’oro da Amanzio, con il compito di comprare il suo favore, quello dei suoi uomini e una parte della folla che rumoreggiano nell’Ippodromo. Al momento giusto, i demi avrebbero dovuto sostenere il nome di Teocrito.

Giustino aveva però un nipote molto capace, un nipote che aveva fatto venire nella capitale una volta che aveva raggiunto una posizione importante. Giustino aveva dato a suo nipote quello che lui non aveva mai avuto: una perfetta educazione, degna di un patrizio costantinopolitano. Suo nipote era intelligente e adepto agli ingranaggi del potere, un politico nato. Quasi tutti gli storici sono convinti che sia stato lui a dare l’idea allo zio: perché spendere l’oro per Teocrito? Perché invece non usare il denaro per comprare la fedeltà delle fazioni del circo a nome e per conto di zio Giustino?

Una nuova dinastia

Ricostruzione dell’aula senatoriale di Costantinopoli

In contemporanea qualcuno portò il nome di Giustino all’attenzione dei senatori, sempre rinchiusi nell’equivalente costantinopolitano della cappella sistina e incapaci di nominare un Papa. E fu così che l’outsider all’improvviso sembrò un candidato di compromesso per tutte le fazioni senatoriali: Giustino era un convinto ortodosso e piaceva ai calcedoniani, non aveva figli e quindi non avrebbe probabilmente costituito una dinastia, aveva 65 anni e quindi era così anziano che avrebbe regnato poco. Sicuramente tutti pensarono di poterlo manovrare una volta elevato al trono: d’altronde come avrebbe potuto districarsi nella politica costantinopolitana un ignorante soldato? E così ad emergere dal palazzo vestito di porpora non fu uno dei candidati della vigilia, ma la sorpresa Giustino, acclamato dai verdi e dai blu, comprati ed oliati da suo nipote con l’oro di Amanzio. D’altronde si sa, chi entra nella cappella sistina da Papa, ne esce da cardinale, e viceversa.

Pochi giorni dopo le teste di Amanzio e Teocrito furono staccate dal corpo dei proprietari: perdere una successione al trono voleva dire questo, pagare il prezzo più alto. Giustino entrò nel palazzo e con lui il suo capace, ambizioso nipote. Il nome natale di quest’ultimo era Pietro Sabbazio, un povero figlio di contadini, come suo zio Giustino, d’altronde. Eppure, alla storia è passato con un altro nome, che acquisì una volta che lo zio Giustino lo chiamò a Costantinopoli e lo adottò ufficialmente nella sua famiglia. Da allora Pietro Sabbazio scelse di cambiare il suo nome e si fece chiamare con un nome più augusto, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano.

Dittico del consolato di Giustiniano

Il Papa persiano, e il trionfo del papato

A Roma dal 514 era diventato Papa il successore del controverso Simmaco, l’uomo che aveva scatenato lo scisma laurenziano. Su probabile indicazione di Teodorico era stato eletto Papa un certo Hormisdas o in italiano Ormisda. Un nome piuttosto inconsueto, anche ai tempi, e di chiara origine persiana: molti storici ritengono che fosse un discendente di Hormizd, il fratello dell’imperatore persiano Shapur II. Hormizd combatté con Giuliano l’Apostata in Mesopotamia nella sfortunata campagna contro il fratello. La famiglia di Hormisdas era comunque da molto tempo stabilita a Frosinone, facendo parte dell’aristocrazia locale.

A questo punto si instaurò tra Teodorico, Hormisdas e Giustino una negoziazione complessa che si svolgeva su vari piani: l’obiettivo principale di Teodorico era assicurarsi la successione al trono, un trono che era sempre pericolosamente legato al riconoscimento di Costantinopoli. Teodorico aveva bisogno che suo genero ed erede Eutaric fosse accettato ufficialmente da Costantinopoli. Dal canto suo, Hormisdas voleva la risoluzione dello scisma acaciano in favore di Roma: ovvero l’annullamento dell’Henotikon di Zenone e la sottomissione dei patriarcati orientali al concilio di Calcedonia, il concilio di Papa Leone. È più difficile comprendere cosa volesse davvero Costantinopoli: Giustino e Giustiniano erano dei ferventi calcedoniani, buttare alle ortiche l’Henotikon per loro non era un sacrificio. È anche evidente che entrambi, essendo nati nei Balcani latinofoni, vedessero nel patriarca di Roma una figura venerabile con la quale l’Impero di Roma doveva essere in comunione. Eppure, sono certo che almeno Giustiniano lavorasse sul lungo periodo: occorreva inserire un grimaldello tra Teodorico e i suoi sudditi italiani, in modo da ricordargli la loro antica fedeltà all’Imperatore. Lo scisma acaciano impediva questo riavvicinamento e andava sanato, a tutti i costi.

Dopo lunghe negoziazioni si giunse finalmente all’accordo e lo scisma acaciano fu infine risolto con una cerimonia in pompa magna Il 28 marzo del 519, Giovedì Santo, nella cattedrale di Costantinopoli. Per concedere il suo avvallo alla riconciliazione tra le due chiese, Teodorico ottenne che Eutaric fosse nominato console per il 519, simbolicamente assieme al nuovo imperatore Giustino. Non solo: Giustino adottò Eutaric con l’adozione-in-arme, l’adozione germanica che non prevedeva un formale ingresso nella famiglia imperiale ma che era comunque un onore e un chiaro riconoscimento del diritto di Eutaric a succedere a Teodorico.

Sul fronte religioso l’Henotikon fu abolito, la memoria di Acacio, Zenone e Anastasio fu dannata e i loro nomi rimossi dalla lista dei grandi dell’impero e della chiesa che venivano declamati annualmente in chiesa. C’è di più: la stragrande maggioranza dei vescovi orientali accettò e sottoscrisse la cosiddetta formula di Ormisda, una dichiarazione sulla supremazia di Roma che era una novità assoluta nel rapporto tra i patriarcati e le chiese dell’Impero Romano. Ecco il testo del suo incipit: “Prima condizione per la salvezza è quella di custodire la norma della retta fede e non deviare in alcun modo da quanto è stato stabilito dai Padri. E non si può trascurare l’espressione del signore nostro Gesù Cristo, che dice: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Questa affermazione è provata dai fatti, perché nella sede apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata pura.”

Immagino che non sfugga a nessuno l’importanza di queste parole e di questo evento: Roma, nel suo testardo rifiuto di accettare l’Henotikon, aveva alla fine trionfato sui patriarcati orientali ed era riuscita vincitrice dal braccio di ferro con la volontà imperiale. Certo, il papato aveva potuto resistere al volere imperiale perché oramai fuori dalla portata della sua longa manus e perché i suoi referenti politici a Ravenna – prima Odoacre e poi Teodorico – avevano avuto un forte incentivo politico a mantenere lo scisma con Costantinopoli. Nonostante questi fattori moderanti, si trattava comunque di una vittoria storica, perché affermava per la prima volta in modo così chiaro la superiorità della sede apostolica romana su tutti gli altri patriarcati imperiali. La chiesa di Roma continuerà ad utilizzare la formula di Ormisda come prova della sua supremazia, è ancora citata nel concilio Vaticano I. Sarebbe facile immaginare a questo punto una progressiva ascesa del papato verso il ruolo di potere che avrà nel cuore del Medioevo: una linea retta di ascesa. Eppure, i successori di Ormisda scopriranno sulla loro pelle quanto poco valesse il loro nuovo, effimero potere di fronte all’immensità del potere imperiale romano, in una serie di umiliazioni e di disastri per l’autorità papale: il papato è ora ufficialmente in ascesa, ma il percorso sarà lungo e tormentato.

La morte dell’erede

Eutaric si recò a Roma per celebrare nella massima pompa il suo consolato: furono indetti dei grandi giochi del circo: si svolsero al Colosseo lussuosi combattimenti contro belve. O giochi furono di una magnificenza che i contemporanei non avevano mai visto prima: infatti per l’occasione il Re dei Vandali Thrasamund inviò in regalo un gran numero di belve africane, quasi a simboleggiare il rinnovato accordo tra Ravenna e Cartagine, dopo le incomprensioni dovute al supporto che i Vandali avevano dato al Re esule dei Visigoti, Gesalec. Oramai però tutto era dimenticato: i Vandali erano entrati decisamente nell’orbita del regno di Teodorico e inviavano in Italia doni e tributi. Tutto questo quando solo pochi anni prima, ai tempi di Odoacre, erano stati loro a ricevere tributi dall’Italia.

L’anno seguente fu nominato console in oriente una vecchia conoscenza, il nostro Vitaliano. Il difensore dell’ortodossia calcedoniana era stato sconfitto da Anastasio e si era rifugiato nelle montagne, ma era stato richiamato a Costantinopoli da Giustino, in modo da allargare la base di consenso del suo regime: il generale aveva infatti molti sostenitori nella capitale. Vitaliano era stato promosso a Magister Militum Praesentalis, il massimo grado della gerarchia militare romana, essendo uno dei comandanti dei due eserciti alla presenza dell’imperatore, ovvero acquartierati nei pressi di Costantinopoli. Ma non è tutto: Papa Ormisda apprezzava molto Vitaliano e si riferiva a lui, nelle sue missive, come se si trattasse di un co-imperatore con Giustino. La stella di Vitaliano era talmente in ascesa che molti iniziarono a credere che sarebbe stato presto nominato come erede del già anziano Giustino. L’imperatore di converso aveva cospicuamente evitato di offrire qualsiasi onore ufficiale a suo nipote Giustiniano: certo, il brillante ragazzo a cui probabilmente doveva un bel pezzo della sua corona era l’eminenza grigia del potere costantinopolitano, con suoi uomini piazzati ovunque e un chiaro controllo della politica estera del regime, eppure gli onori e i gradi hanno un valore in sé, e Giustiniano non poteva vantarne alcuno. Tutto questo era destinato a cambiare.

Nel giugno del 520, Vitaliano tornava al palazzo imperiale dopo aver assistito a dei giochi nell’ippodromo in onore del suo consolato, era in compagnia di due dei suoi più fidati ufficiali. Vitaliano attraversò uno dei cortili dell’immenso complesso palatino, che occupava buona parte dello spazio tra l’Ippodromo e il Bosforo e qui fu aggredito da degli uomini armati: nel giro di pochi minuti tutti e tre erano sanguinanti sul selciato, morti o morenti.

Ovviamente non possiamo sapere con certezza chi fu il mandante di questo illustre omicidio, eppure considerando il movente e l’effetto del crimine la giuria degli storici è unanime: fu Giustiniano ad organizzare l’agguato. Non credo che Giustino fosse della partita, anzi credo che l’imperatore si sia improvvisamente accorto che il compassato, pio, stakanovista e asociale nipote aveva una vena di fredda spietatezza, con la quale anche lui avrebbe fatto meglio a fare i conti. Giustiniano fu nominato Magister Militum al posto di Vitaliano e poi console per l’anno seguente, il 521, anno nel quale Giustiniano decise che avrebbe dimostrato alla capitale che non sapeva ancora quanto magnificenti potessero essere dei giochi consolari: i giochi andarono al di là di ogni descrizione, mentre Giustiniano iniziava a mettere a frutto i sacchi di oro lasciati da Anastasio: ben 4.000 libbre d’oro furono spese in distribuzioni gratuite e festività. Visto che la fazione di Vitaliano era in decisa discesa tornarono ascendenti i seguaci di Anastasio: Giustino reinstallò nel ruolo di Magister Militum per l’oriente, di base ad Antiochia, il nipote di Anastasio, Ipazio, con il compito di tenere sotto controllo i rapporti con i Persiani.

Una nuova politica estera

http://www.metmuseum.org/art/collection/search/322973

Piatto persiano sassanide, conservato al MET

Da questo momento in poi Giustiniano fu messo a capo della diplomazia del regime Costantinopolitano, qui iniziò una muscolare politica estera che sposava gli interessi politici di Costantinopoli con il ruolo di difensore della fede cristiana arrogatosi da Nuova Roma. Ad esempio, nel lontano Yemen ci fu nel 523 una successione che portò al trono un Re che si era convertito all’ebraismo e che decise di perseguitare i locali cristiani e di spostare l’allineamento politico del regno yemenita verso una alleanza con i Persiani. I tanti cristiani che vivevano però in Arabia chiesero aiuto all’Impero romano: dei messaggeri furono inviati da Giustiniano al Negus dell’Etiopia, che inviò un forte esercito dall’Etiopia allo Yemen, abbattendo il reame e costringendo il Re yemenita ad un poetico suicidio, cavalcando con il suo cavallo dentro il mar Rosso. Gli etiopi si stabilirono quindi in Yemen, annettendolo al loro regno: questa mossa politica in terre lontane portò l’Impero ad avere un nuovo accesso commerciale all’oceano Indiano e a presidiare lo stretto di Aden con un forte alleato. Credo che non vi sfugga inoltre l’importanza di registrare tumulti tra religioni monoteistiche nella lontana Arabia, qualcosa sta bollendo nella pentola arabica.

La politica estera di Giustiniano si fece più aggressiva non solo nel mar Rosso, ma anche verso altri regni di confine con i Persiani. I rapporti con questi ultimi erano stati a lungo pacifici, la frontiera era bloccata da più di un secolo e la situazione finora aveva soddisfatto entrambe le superpotenze tardoantiche. Eppure, il rapporto con i Persiani che stavano per scaldarsi di nuovo. Il Re della Lazica, oggi nella moderna Georgia, fu invitato da Giustiniano e Giustino a Nuova Roma, per ricevere il battesimo e convertirsi al cristianesimo. Come sempre per Costantinopoli, non è possibile separare la politica dalla religione: la conversione della Lazica era un modo per portare questo regno nell’orbita romana, sottraendolo a quella dei Persiani. Con queste mosse iniziali, Giustino e Giustiniano iniziarono il processo di progressiva revisione della détente con i Persiani. Si era lentamente messa in moto la macchina della guerra, anzi delle guerre, quelle guerre mirabilmente narrate da Procopio di Cesarea. Di fronte abbiamo un’epopea, un vero turbine di spade che costituisce uno dei periodi storici meglio conosciuti della storia romana.

Prima però di gettarci a capofitto negli ultimi, cupi anni del regno di Teodorico vorrei fare il punto sulla ricerca storica su questa figura straordinaria della storia d’Italia che, come vi sarete accorti, è visto oramai dalla storiografia in modo assai diverso da come è stato descritto e tramandato per secoli. Ho volutamente dedicato molti episodi alla parte del suo regno che viene sempre messo in ombra dai suoi ultimi anni, proprio per ridargli l’importanza che era stata dimenticata nel tempo.

Nel prossimo episodio torneremo quindi a parlare con il mio amico storico e divulgatore Giuseppe Concilio, con il quale ho registrato una intervista a proposito di Teodorico. Ripercorreremo il suo regno in quello che penso sarà un viaggio interessante in uno dei periodi più incompresi della storia italiana, spero vi piaccia!

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