Il ritorno del Re (484-493) – Episodio 48, testo completo

Nello scorso episodio abbiamo vissuto l’incredibile epopea degli Ostrogoti e del loro principe e poi Re, Thiudereiks, che è diventato via via il nostro amato Teodorico, una personalità che definirà un’intera epoca. Abbiamo lasciato Teodorico al suo trionfo consolare del 484, quando una illustre carriera nell’Impero dei Romani pareva aprirglisi di fronte.

In questo episodio scopriremo cosa convincerà Teodorico ad abbandonare i sogni di una vita a Costantinopoli e intraprendere l’epico viaggio che porterà nel nostro paese, in Italia. Lo metteremo poi di fronte all’invitto esercito d’Italia, l’esercito che non ha mai perso il controllo della penisola in decenni di guerre in occidente.

Roma ha avuto sette Re all’inizio della sua storia: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullio Ostilio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. Dai tempi della cacciata del superbo nessuno,  neanche Odoacre, si è davvero fregiato del titolo di Re riferito alla popolazione autoctona romana, Odoacre essendo meramente il Re dei suoi foederati germanici. Eppure in questo episodio due Re si daranno battaglia per il dominio su Roma e l’Italia.

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L’esilio di Teodorico

Alla fine del suo consolato nel 484, Teodorico restò a Costantinopoli nella sua qualità di supremo comandante delle armate di Nuova Roma. Il problema principale per Zenone, quell’anno, era la rivolta che era scoppiata già nel 482 in Isauria, comandata da Illo e dalla terribile suocera di Zenone, Verina. Un esercito composto da Ostrogoti e dalle truppe regolari romane sbarcò in Bitinia e mosse contro l’Isauria, al comando di Teodorico. Non è chiaro cosa accadde in seguito, ma pare che Zenone decise che non si poteva fidare del suo generale e Re e che avere un esercito ostrogotico al di là del Bosforo fosse un pericoloso precedente. Teodorico fu richiamato a Costantinopoli, ma per ingraziarsi il suo generalissimo Zenone lo ricoprì di onori, dedicandogli un ingresso trionfale in città e l’erezione di una statua equestre in suo nome, in modo da blandire il suo orgoglio ferito. Un altro generale continuerà la guerra contro Illo, finendo per sconfiggere i ribelli e assediarli nella più impregnabile fortezza dell’Isauria: i ribelli si arrenderanno solo nel 488, l’anno nel quale inizierà l’avventura italiana di Teodorico.

Mappa dell’Asia minore: l’Isauria era una regione montuosa tra la Pamfilia e la Licaonia. I suoi abitanti erano spesso detiti al brigantaggio e – sebbene cittadini Romani – erano considerati come semi-barbari dai Costantinopolitani

Non sappiamo cosa avvenne negli anni seguenti, ma evidentemente Teodorico ebbe frustrate le sue ambizioni oppure una congiura fu ordita per rimuoverlo e assassinarlo, forse con dietro proprio Zenone: forse l’imperatore pensò di fare a Teodorico quello che il suo predecessore Leone aveva fatto ad Aspar. Qualunque cosa accadde, la congiura fallì e Teodorico riuscì a rifugiarsi presso il suo popolo in Moesia. Qui sollevò nuovamente lo stendardo della rivolta contro Zenone e marciò gli Ostrogoti contro l’imperatore e Costantinopoli, proprio mentre la città era priva del grosso dell’esercito regolare, impegnato in Isauria. No, Zenone nel suo regno non ebbe quasi mai un minuto di pace e tranquillità.

Teodorico assedia Costantinopoli

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Costantinopoli

Nel 487 Teodorico arrivò fino alle porte della città, tagliò gli acquedotti e devastò i suburbi della capitale nella quale aveva sognato un futuro politico: sapeva di compromettere le sue ambizioni politiche presso i Romani, ma quale alternativa aveva oramai? Nel frattempo Zenone si alleò con un popolo che aveva da poco fatto l’ingresso nella storia: si trattava dei Bulgari, una popolazione di ceppo turco che era venuta dalle steppe che un tempo avevano vomitato la minaccia unnica. Si ho detto turco: i Bulgari moderni sono una popolazione slavica, ma questi sono la fusione tra l’elemento slavo che vivrà un giorno in Bulgaria e i loro padroni di stirpe e lingua turca, alla fine i due popoli finiranno per fondersi, prendendo il nome dei nomadi turchi ma la lingua dei loro sottoposti slavi. Ma tutto questo è ben al di là della nostra storia.

I Bulgari attraversarono il Danubio e attaccarono gli Ostrogoti, ma Teodorico riuscì a sconfiggerli e ricacciarli oltre Danubio. A questo punto tornò ad assediare Costantinopoli: si trattava di un atto più che altro dimostrativo, visto che attaccare le mura teodosiane era un suicidio – Teodorico lo sapeva bene – e nessun assedio di Costantinopoli poteva dirsi tale senza un blocco navale. Si trattava piuttosto della solita tecnica negoziale gotica volta a spremere il massimo delle concessioni dall’imperatore.

Odoacre schiaccia i Rugi

Moneta di Odoacre

Nel 488, mentre era “aperte le virgolette” assediato “chiuse le virgolette”, Zenone ricevette notizie dall’occidente: i Rugi erano stati distrutti. Zenone aveva incitato i Rugi ad attaccare l’Italia in modo da offrire un modicum di pressione su Odoacre ed impedirgli di intervenire in oriente in supporto dei ribelli dell’Isauria o di Teodorico: Zenone era abituato ad avere multipli nemici e a giocare su una complicatissima scacchiera tridimensionale in modo da sopravvivere a tutte le minacce che lo circondavano.

Odoacre però, come sappiamo dall’episodio 46, non rimase con le mani in mano e in due devastanti campagne militari riuscì ad annichilire il regno dei Rugi, uccidendo il loro Re e costringendo i sopravvissuti a fuggire verso i Balcani. Oltre al danno la beffa: i Rugi finirono per unirsi a Teodorico e rafforzarne ancora di più il loro numero. Zenone a questo punto iniziò a temere che Odoacre muovesse davvero contro il ventre molle dei Balcani: se avesse attaccato in questo momento avrebbe potuto anche avere successo, ora che i Balcani erano privi di difesa a causa della guerra contro gli Ostrogoti. E non era un’ipotesi teoretica: Odoacre aveva già annesso la Dalmazia, il Norico e la Pannonia e distrutto il regno dei Rugi.

Due piccioni con una fava

Zenone in più aveva la necessità di ristabilire il controllo sui Balcani, controllo che aveva in sostanza perso negli ultimi decenni di guerre contro un Teodorico o l’altro: l’unico modo di farlo era di liberare le penisola dai Goti. Infine c’era la questione del ruolo di Teodorico a Costantinopoli: era chiaro a Zenone che l’unico modo di accomodare l’Amalo sarebbe stato di dargli un ruolo di plenipotenziario militare, come erano stati i generalissimi dell’occidente. Ma Zenone non voleva fare la fine di Onorio e Valentiniano III e non voleva che lo stato romano orientale seguisse il destino dell’occidente.

Di converso, Teodorico aveva sognato una carriera a Costantinopoli e ci era arrivato più volte vicino ma decenni di lotta contro Nuova Roma l’avevano convinto che non c’era modo di piegare il governo romano: gli imperatori erano al sicuro dietro le impregnabili mura teodosiane e il grosso del loro regno giaceva fuori portata dai Goti, attraverso gli stretti dell’ellesponto, in quell’Asia che era irraggiungibile per i Goti senza una flotta. Teodorico poteva anche devastare i Balcani, ma questo non avrebbe mai portato Roma ad arrendersi al suo volere e a lungo andare il tempo era dalla parte di Zenone: fino a quando i suoi ostrogoti avrebbero accettato le privazioni della guerra senza ribellarsi contro di lui? Ogni anno che passava senza un accordo con l’Impero cresceva il rischio per Teodorico: se voleva mantenere il suo regno e allo stesso tempo voleva una casa per il suo popolo, questa andava oramai cercata altrove.

Non è certo chi suggerì di prendere i famosi due piccioni con un fava: alcune fonti sostengono che fu un’idea di Zenone, in particolare Procopio e l’anonimo valesiano, mentre Giordane e Malchus sostengono che fu un’idea di Teodorico. In definitiva non importa davvero, visto che come ho spiegato gli interessi di entrambi i sovrani convergevano. Eppure credo che fu proprio Teodorico ad offrirsi per la missione, visto che è in linea con altre proposte simili che aveva fatto in passato. La differenza è che questa volta Zenone era interessato ad ascoltare. Mi sono immaginato il discorso di Teodorico, basandomi strettamente sulle fonti a disposizione:

“Maestà, la danza attorno alla sistemazione da dare al mio popolo continua oramai da decenni. I Goti sono un popolo fiero, e non accetteranno mai la servitù. I Romani sono un popolo forte ed orgoglioso, e non potranno mai condividere il loro impero. Tu hai però altri nemici, giusto al di là dell’orizzonte: un usurpatore siede sul trono dell’occidente, non si fa chiamare imperatore ma non tiene in alcun conto la suprema autorità dell’imperatore dei Romani. Concedi a me il comando della missione per detronizzarlo, se periremo nel tentativo non ne verrà danno al vostro impero. Se vinceremo, governeremo l’Italia per vostro conto e seguendo le vostre leggi, fino al giorno in cui l’imperatore dei Romani vorrà tornare a regnare in Italia”.

Quest’ultimo concetto, che Teodorico avrebbe governato l’Italia per conto di Zenone fino al suo arrivo nella penisola è attestata dalle fonti: l’anonimo valesiano ci riferisce che Teodorico avrebbe “preregnato” nell’originale latino del testo, in attesa dell’avvento del “regno” di Zenone. Zenone non aveva concesso il regno d’Italia a Teodorico, ma l’opportunità di diventarne il governatore per conto dell’Impero, vedremo come le vicende prenderanno una piega diversa. Comunque sia, era una ottima offerta per Zenone: si liberava di Teodorico e dei suoi Goti  inviarli a detronizzare il suo nemico Odoacre. Chiunque avesse trionfato tra i due sarebbe stato indebolito, mentre Zenone avrebbe potuto riprendere il controllo dei Balcani e iniziare a sanare le ferite del lungo scontro con gli Ostrogoti.

Zenone accettò e confermò il grado militare romano di Teodorico: Il dado era tratto.

Il viaggio verso l’Italia

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Situazione politica al 476: negli anni intercorsi fino al 488, Odoacre aveva annesso il dominio di Giulio Nepote (la Dalmazia) e distrutto il regno dei Rugi nel Norico (moderna Austria). Gli Ostrogoti avevano di converso largamente abbandonato il loro “regno” in Pannonia e ora migravano al seguito di Teodorico in Italia. I Gepidi (nella mappa in Dacia) avevano acquisito anche molti dei territori evacuati dagli Ostrogoti

I Goti attesero il raccolto del 488 per mettersi in marcia alla volta dell’Italia. Quello che dovete immaginarvi non è semplicemente una banda piuttosto numerosa di barbari in marcia, ma un intero popolo. Gli Ostrogoti viaggiavano in carri che contenevano tutti i loro beni: ho letto varie stime, ma parliamo di almeno cinquemila carri se non molti di più. Assieme ai carri viaggiavano molti uomini a cavallo, guerrieri appiedati, schiavi e servitori. Questa moltitudine non poteva che utilizzare una delle principali strade romane, le uniche capaci di muovere tale massa di uomini in modo relativamente agevole. Anche così si sarebbe trattato di una processione lunga decine di chilometri, un intero mondo in movimento.

L’altro luogo comune da sfatare è che si trattasse di un popolo etnicamente definito: gli Ostrogoti erano prima di tutto un gruppo di guerrieri di varia estrazione sociale e culturale. I moderni antropologi e archeologi rifiutano perfino il termine di popolo, perché sappiamo bene che spesso bastava essere parte di un gruppo di guerrieri per diventare un Goto, o un Vandalo, o un Franco. La stretta appartenenza etnica non era fondamentale: basti pensare che tra i seguaci di Teodorico c’erano anche diversi romani e certamente i Rugi sopravvissuti a Odoacre.

Gli Ostrogoti si spostarono lentamente per tutto il 488 attraverso i Balcani, utilizzando la grande strada militare che un tempo aveva collegato Costantinopoli con Sirmio, Aquileia e Milano. Una strada che un esercito romano d’antan avrebbe percorso in poche settimane ma che prese mesi all’immensa migrazione di tale massa di persone. Nell’inverno di quell’anno gli Ostrogoti giunsero finalmente a Sirmio, uscendo definitivamente dai confini dell’Impero Romano d’Oriente: a quanto pare Teodorico aveva promesso a Zenone di non saccheggiare o stabilirsi su terre imperiali, pena l’invalidità del loro trattato, ora gli Ostrogoti erano liberi da questo vincolo: erano infatti entrati nella terra che era stata loro per decenni dopo la battaglia del Nedao e che però da un quindicennio era parte del dominio dei loro cugini e rivali, i Gepidi.

La guerra con i Gepidi

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Regno dei Gepidi alla sua massima estensione

Ora, tutta questa grande migrazione non era certo un segreto e Odoacre deve esserne venuto a conoscenza piuttosto presto: Odoacre decise di affrontare il suo nemico in terra italiana ma credo che strinse un accordo con i Gepidi per iniziare ad indebolire Teodorico, o forse fermarlo del tutto. Oppure i Gepidi vollero impedire agli Ostrogoti di attraversare quelle che erano diventate le loro terre. Qualunque fosse il motivo, i Gepidi si accamparono sulla Vuka, un affluente del Danubio, nella moderna Croazia orientale. Se gli Ostrogoti avessero voluto continuare nel loro esodo verso la terra promessa avrebbero dovuto vendicare la bruciante sconfitta infertagli dai Gepidi alla battaglia del Nedao (più informazioni nell’episodio 47).

Secondo Ennodio fu Teodorico a prendere in mano la situazione, spronando i suoi con l’esempio e il coraggio. Ennodio, il nostro vescovo di Pavia che ho già citato, ci ha lasciato un ritratto indimenticabile di Teodorico nel suo “panegirico al clementissimo re Teodorico”. Indimenticabile e introvabile, visto che ho dovuto utilizzare il mirabile supporto di un ascoltatore per andare a disseppellire l’unica pubblicazione a riguardo in una biblioteca a Roma, grazie Paolo Tazzioli! Sei un mito.

Ecco il discorso che Ennodio mette in bocca al Re dei Goti:

“Chiunque sia alla ricerca di un passaggio attraverso le linee nemiche segua me! Il coraggio non ha bisogno di un grande numero di guerrieri, pochi debbono accollarsi il peso della guerra affinché tutti beneficino dei frutti della vittoria. Andate, sollevate il mio stendardo! Fate si che sia visibile a tutti! Fate sapere al nemico chi è che lo attacca e da che mano verrà annientato. Chiunque mi affronterà sul campo di battaglia conoscerà solo l’onore di una morte valorosa!”

Ennodio era un poeta di corte e l’iperbole era il mestiere del compositore di un panegirico, ma è accertato da più fonti che Teodorico conduceva personalmente i suoi in battaglia, nessuno mai dubitò del suo coraggio. Quel giorno, mentre i Gepidi resistevano con forza all’attraversamento del fiume da parte degli Ostrogoti, fu l’attacco comandato da Teodorico a mandare in frantumi le linee Gepide. Gli Ostrogoti ebbero la loro vendetta e il Re dei Gepidi, Traustila, cadde in battaglia. La via per l’Italia era aperta.  

Una battaglia dell’Isonzo di tanto tempo fa

Mappa da me realizzata con i movimenti della guerra tra Odoacre e Teodorico. Teodorico in rosso, Odoacre in verde, i Visigoti in arancione

Dopo la battaglia sulla Vuka, l’exercitum gothorum concentrò le sue forze a Emona, la moderna Lubiana. Di lì mosse lungo la via militare che decine di eserciti romani avevano utilizzato nei secoli in direzione o provenienti dall’Italia: la via Gemina, che attraverso l’agevole passo sui monti carnici conduceva ad Aquileia. Era la stessa strada che Alaric e Teodosio avevano utilizzato ai tempi della terribile battaglia del fiume frigido, nel 394, quasi esattamente un secolo fa. Come ai tempi Eugenio e Arbogast, Odoacre decise di affrontare il nemico all’uscita dal passo, ma non proprio nello stesso posto. Odoacre portò il suo invitto esercito d’Italia al fiume Isonzo, proprio dove 1500 anni dopo italiani e austriaci si affronteranno in dodici, terribili battaglie durante la Prima guerra mondiale. L’esercito d’Italia era considerato dai contemporanei il più efficiente dell’epoca: ben armato, formato da una fanteria pesante organizzata e disciplinata e formata da veterani delle battaglie degli ultimi venti anni, che aveva regolarmente vinto. Inoltre l’esercito d’Italia aveva occupato una posizione di grande valore strategico. All’uscita dei passi alpini si apre infatti una stretta pianura, tagliata in due dal fiume Isonzo, in quell’area che sarà bagnata 1400 anni dopo dal sangue di centinaia di migliaia di italiani e austro-ungarici nelle interminabili battaglie della Prima guerra mondiale. Qui la via Gemina superava il fiume con un ardito ponte costruito secoli prima. Odoacre aveva posizionato la sua fanteria a guardia del ponte e dei guadi e aveva avuto tutto il tempo per fortificare il passaggio del fiume: il calcolo di Odoacre era che i Goti avrebbero pagato un enorme tributo di sangue se avessero provato a sfondare.

Il trentenne Teodorico avrebbe ora dovuto affrontare la sua sfida più grande, il sessantenne Odoacre, la vecchia volpe d’Italia. Le vettovaglie per i Goti scarseggiavano, le grandi ricchezze della terra promessa italiana giacevano dietro le forze dell’esercito d’Italia. Teodorico deve essersi fermato a contemplare quella terra dell’abbondanza, cercando in sé la determinazione di ferro necessaria alla conquista: il nemico della sua gente, il figlio di Edeko, era l’ostacolo che si frapponeva tra lui e l’ingresso trionfale a Ravenna, a Roma, e nel cuore di quel mondo Romano che aveva ardentemente desiderato, seppur nella sua versione sul Bosforo, e che gli era sempre sfuggito. Diede il segnale per la battaglia.

Era il 28 agosto del 489 e le forze dei Goti attraversarono il fiume e si scontrarono con l’esercito di Odoacre, la battaglia fu dura ma Teodorico di nuovo riuscì a rovesciarne le sorti con una ardita sortita attraverso il fiume al comando della superiore cavalleria gotica. Odoacre non era Valente e non volle che questa battaglia si trasformasse in una Adrianopoli: temendo di essere circondato, diede l’ordine di ritirarsi, ordine che fu eseguito in modo impeccabile dall’esercito d’Italia. Odoacre non era riuscito ad impedire al suo nemico di entrare nella penisola ma non era ancora sconfitto e contava di dare più seria battaglia altrove: pertanto ritirò i suoi attraverso il Veneto, mentre i Goti lo seguivano verso Milano. Sull’Adige il padrone dell’Italia posizionò i suoi in una replica della battaglia dell’Isonzo. Era ancora sostanzialmente invitto e determinato a sconfiggere il suo avversario. Siamo nel settembre del 489.

Ricostruzione del ponte romano sull’Isonzo

La battaglia di Verona

Ennodio ci racconta qui una scena che non posso non citare, perché è alta poesia ed è probabilmente una testimonianza del grande affetto che c’era tra Teodorico e colei che lo aveva messo al mondo. Si tratta del saluto di un figlio che va in battaglia: “Madre, tu sai di aver dato i natali ad un vero uomo. Oggi è il giorno in cui la battaglia proverà anche a tutti gli altri il valore di tuo figlio. Con le armi debbo dimostrare che il valore dei nostri antenati non avrà termine con me. Di fronte a me vedo l’esempio di mio padre, che mai fu dominato dalla fortuna in battaglia, che sempre vinse le sue guerre grazie alla forza della sua virtù e del suo coraggio”. Poi Ennodio passa a descrivere il Re che si veste per la battaglia con i suoi vestiti migliori, pronto a comandare i suoi.

Ho già detto come Ennodio esalti Teodorico per ovvie ragioni, si tratta del suo padrone, ma è anche vero che un panegirico può esaltare la realtà, ma non distorcerla del tutto, pena trasformare l’oggetto del panegirico in un soggetto da barzellette. Teodorico era davvero coraggioso, era alto e forte, spietato in guerra durante la sua gioventù. Negli anni a venire la sua esistenza sarà assai più pacifica ma dirà sempre che, avendo conosciuto personalmente i danni che porta la guerra, occorre essere prudenti nel ricercarla e attenti nell’evitarla.

Verona Romana
L’arena utilizzata come fortezza

Ma questo non era quel giorno: questo giorno Teodorico rese fiera sua madre che lo guardava dagli accampamenti gotici: l’exercitum gothorum affrontò l’esercito d’Italia. Fanti contro fanti, cavalieri conto cavalieri. La fanteria gotica, su una delle ali, non resse all’urto del nemico e iniziò a ritirarsi senz’ordine: gli uomini di Odoacre si gettarono contro i carri degli Ostrogoti, sia per saccheggiarli sai per costringere i Goti delle altre ali a ritirarsi per difendere i carri e i loro cari. Ma lì, a difesa del suo popolo e pronto all’imboscata, c’era il nerbo della cavalleria di Teodorico e il Re stesso. Quando l’esercito d’Italia irruppe tra i carri la cavalleria colpì all’improvviso come un colpo di martello. I fanti di Odoacre furono volti in fuga, poi la cavalleria gotica si infranse sul lato esposto del centro dell’esercito di Odoacre. L’armata che aveva difeso l’Italia per tutto il terribile quinto secolo, l’armata che mai era stata sconfitta da un invasore, fu volta in fuga. Mentre gli uomini cadevano sugli uomini. Odoacre raccolse quanti poté tra i suoi e fuggì lontano, alla volta di Ravenna.

Il tradimento di Tufa

Il trionfo della battaglia di Verona aprì le porte del nord Italia a Teodorico, che giunse a Milano senza ulteriori ostacoli e qui ricevette la resa della città e della sua forte guarnigione, comandata da uno dei Comes più importanti di Odoacre, un certo Tufa. Questi non solo si arrese, ma passò con i suoi in armi dalla parte di Teodorico. Teodorico decise di occupare pacificamente Milano e passò immediatamente all’attacco sul fronte delle public relations nei confronti della popolazione locale. Dichiarò a tutti gli italiani che giungeva in Italia con l’autorizzazione del loro legittimo imperatore, Zenone: il suo obiettivo non era di conquistare la penisola con le armi come un condottiero barbaro ma di porre fine alla illegale dittatura di Odoacre. Me lo immagino fare affiggere un proclama, cosa che non sarà molto lontana dalla realtà, visto che questi furono i termini della macchina della propaganda di Teodorico: “Romani, cittadini dell’Italia: il mio nome è Flavio Teodorico, cinque anni fa console onorario, patrizio e magister militum dell’Impero Romano, comandante dell’esercito dei foederati ostrogoti. Giungiamo in Italia per liberarla dal giogo dell’oppressione del tiranno Odoacre e chiediamo il contributo di tutti i cittadini. Per grazia di Dio, saremo presto vittoriosi e la legge di Roma tornerà a splendere sull’Italia e l’Impero occidentale”.

Il Re degli Ostrogoti decise di inviare Tufa e i suoi a Ravenna, assieme ad alcune truppe d’élite dei Goti. Teodorico voleva probabilmente spingere i sostenitori di Odoacre a seguire l’esempio di Tufa: vedete, sembrava dire, c’è posto per voi nella nuova Italia, se vorrete arrendervi”. D’altronde Teodorico era consapevole che Ravenna non poteva essere presa da un esercito di terra e non poteva essere assediata senza una flotta che lui non aveva, era questa la sua occasione di porre fine rapidamente alla guerra. Fu il suo primo errore in terra d’Italia.

Tufa, una volta giunto nei pressi di Ravenna, cambiò di nuovo casacca a favore di Odoacre: è possibile che i due avessero organizzato l’intera messinscena, consapevoli che non c’era tempo di ritirare la guarnigione di Milano prima dell’arrivo di Teodorico. Sta di fatto che i Goti al seguito di Tufa furono massacrati, il numero dei seguaci di Odoacre fu aumentato dalla guarnigione di Tufa e Odoacre poté passare di nuovo all’offensiva: l’esercito d’Italia uscì da Ravenna e Teodorico, indebolito dalla perdita dei suoi uomini, fu costretto a rinchiudersi con la sua gente nella fortezza di Pavia. La guerra non sarebbe terminata in questo 489, il peggio per l’Italia era appena iniziato.

Teodorico sotto assedio a Pavia

Pavia romana

Durante l’inverno Odoacre mosse fulmineamente verso Cremona e poi assediò e conquistò Milano, concedendo ai suoi di saccheggiare la città che lo aveva tradito. Era un atto permesso dalla legge di guerra del tempo: Milano andava punita dal punto di vista di Odoacre per aver tradito il suo governo. Ma fu un errore di comunicazione, visto che la popolazione italiana notò immediatamente la differenza di comportamento tra i due Re.

A questo punto Odoacre mosse verso Pavia e mise sotto assedio Teodorico. Avere le due principali forze militari della penisola bloccate in un solo posto fu un invito per i nemici ad invadere. Gundobad decise di inviare in Italia i suoi Burgundi, si tratta proprio la nostra vecchia conoscenza dei tempi del sacco di Roma, il Gundobad che era stato Patrizio dell’Impero Romano e aveva elevato Glicerio al trono salvo poi tornarsene dai suoi Burgundi. I Burgundi saccheggiarono il nordovest italiano e fecero migliaia di prigionieri tra la popolazione italiana. Negli anni a venire a riscattarli sarà il nostro Eufemio, il diplomatico tuttofare vescovo di Pavia, grazie all’oro e alla generosità di Teodorico. A sud i Vandali colsero l’occasione di invadere la Sicilia ma furono respinti dal locale Conte di Odoacre, che non aveva quindi del tutto sguarnito le difese della penisola per combattere Teodorico.

Odoacre decise che non c’era più nessun beneficio a mantenere l’illusione di non essere il formale padrone d’Italia. Mentre il suo esercito teneva sotto assedio Teodorico, viaggiò a Roma e fece nominare suo figlio Thela al rango di Cesare: Thela, a differenza di Odoacre, era cresciuto in Italia e poteva forse passare per un Romano. Credo che in questo atto possiamo vedere quello che sarebbe stato il futuro dell’Italia se Odoacre avesse vinto la guerra: Thela un giorno sarebbe diventato Augusto dell’occidente e forse non avremmo mai parlato del 476 come della vera caduta dell’Impero Romano, ma di una sorta di interregno tra Romolo Augustolo e Thela.

Intervengono i Visigoti di Alaric II

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Sigillo di Alaric II

Ma non era destino: Teodorico aveva degli amici potenti, l’altro grande popolo dei Goti, quei Goti di Romania che da Tolosa dominavano la Gallia e l’Iberia. Teodorico inviò un messaggero a Tolosa presso Re Alaric II, implorando aiuto. Alaric II decise di venire in soccorso degli Ostrogoti, in quello che fu il primo esempio di solidarietà tra i due popoli dai tempi della fuga verso il Danubio. Credo si tratti di un evento spesso ignorato da chi studia questo periodo, e del tutto non scontato: senza l’imprevisto aiuto dei Visigoti credo sia probabile che Teodorico avrebbe perso la guerra.

Sta di fatto che un possente esercito dei Visigoti entrò in Italia nell’estate del 490 e Odoacre fu costretto ad abbandonare l’assedio di Pavia per paura di essere preso tra due fuochi. L’esercito d’Italia si ritirò fino all’Adda, all’altezza di Pizzighettone. Qui nell’agosto del 490 si combatté la terza e ultima grande battaglia della campagna d’Italia e Odoacre fu inevitabilmente sconfitto dall’esercito riunito dei due popoli gotici. Odoacre abbandonò ogni sogno di vincere la guerra su campo aperto, e tornò a rinchiudersi a Ravenna, sperando in un nuovo miracolo. Decise però di non lasciare del tutto campo libero in nord Italia ai Goti e inviò Tufa con i suoi nella valle dell’Adige, una vallata facilmente difendibile anche da un esercito inferiore di numero agli avversari. Il loro compito era di minacciare in continuazione la retroguardia gotica.

Pizzighettone oggi

L’assedio di Ravenna

Teodorico passò quindi ad assediare Ravenna e a presidio di Pavia lasciò delle nostre vecchie conoscenze, i Rugi superstiti del massacro e della sconfitta da parte di Odoacre. I Rugi però detestavano gli italiani e nei loro confronti si comportarono da vero esercito di occupazione, a differenza della propaganda teodoriciana, vessando i locali, saccheggiando, stuprando e perfino sottoponendo molti di loro alla schiavitù. Tutto questo era cattiva pubblicità per Teodorico. La situazione giunse al punto che nel 491 il Re degli Ostrogoti fu costretto ad abbandonare il suo assedio di Ravenna per marciare su Pavia e riportare i Rugi a più miti consigli, questi però si allontanarono immediatamente e decisero di passare dalla parte di Odoacre, raggiungendo le forze di Tufa nella valle dell’Adige: è infatti possibile che Tufa e il Re dei Rugi, Frederic, fossero imparentati. La convivenza in una stretta valle tra due eserciti che si erano combattuti con il coltello tra i denti non andò però nel migliore dei modi, i due finirono per litigare e si affrontarono perfino in battaglia, uccidendosi l’un l’altro.

Mentre Teodorico era via, Odoacre provò nel luglio del 491 una ultima sortita con l’obiettivo di spezzare l’assedio di Ravenna: i suoi attraversarono di nascosto la laguna. Sotto la copertura di una pineta vicino Ravenna i Goti riuscirono a respingere il nemico. Alla fine dell’anno Teodorico era tornato a Ravenna, ma l’assedio continuò futilmente: senza una flotta, infatti, gli Ostrogoti non potevano impedire a Odoacre e ai Ravennati di rifornirsi attraverso il libero accesso al mare. La fortezza di Ravenna si dimostrava impregnabile come sempre.

Teodorico non era tipo da rinunciare facilmente: durante l’inverno del 491/492 fece allestire a Rimini una flotta con l’aiuto di maestranze romane, la prima flotta che gli Ostrogoti avessero mai realizzato nella loro storia. Finalmente le navi furono varate il 29 agosto del 492 e furono poste all’imboccatura dei porti di Ravenna, bloccando l’accesso al mare. Ravenna poteva contare ancora sul pescato della laguna, ma oramai la situazione per Odoacre si era fatta disperata.

Passarono altri lunghi mesi di un assedio che durava da tre anni: nel febbraio del 493 il vescovo di Ravenna, Giovanni, riuscì a negoziare un trattato tra i due belligeranti. Teodorico e Odoacre avrebbero retto assieme il regno d’Italia da coreggenti e Ravenna avrebbe aperto le porte all’esercito di Teodorico. Con questo atto il Re degli Ostrogoti ruppe il foedus che aveva stretto con Zenone e che non prevedeva alcuna co-reggenza, ma Zenone era morto nel 491 e Teodorico non aveva avuto nessuna conferma dell’accordo da parte del suo successore, Anastasio. Quanto a Odoacre, non credo si aspettasse davvero nulla di buono dall’accordo, o forse ingannò sé stesso nel credere che Teodorico l’avrebbe rispettato. Era vecchio, era stanco, aveva combattuto con ogni fibra del suo corpo e aveva perso.

The Rains of Castamere*

Teodorico fece il suo ingresso a Ravenna il 5 marzo del 493, accolto solennemente dal clero Ravennate e dal vescovo Giovanni, a quei tempi il prelato più importante d’Italia dopo il vescovo di Roma. Pochi giorni dopo avvenne la scena che ho già narrato nella mia chiacchierata con Fabrizio Mele (perdonatemi lo spoiler). Ad un banchetto nel palazzo imperiale di Ravenna, presieduto dai due Re, Teodorico estrasse la spada e di sua mano trafisse Odoacre, figlio di Edeko, nemico giurato degli Amali. Al suo segnale, si scatenò una scena degna delle nozze di sangue del trono di spade: i Goti saltarono all’unisono all’attacco dei seguaci di Odoacre, che furono tutti massacrati. Morì Onulph, il fratello di Odoacre, mentre sua moglie fu catturata e poi fatta morire d’inedia. Il figlio Thela era stato dato in ostaggio a Teodorico e fu risparmiato e inviato dai Visigoti, ma quando tentò di tornare in Italia fu messo a morte. Come con Rechitach, Teodorico aveva una vena di spietatezza dietro l’immagine del re giusto e compassionevole.

Attorno all’uccisione di Odoacre ci sono varie leggende: una sostiene che Teodorico disse, al momento di colpire Odoacre: “faccio a te quello che tu hai fatto ai miei”, forse riferendosi a suo padre Edeko, forse al suo trattamento della casa regnante dei Rugi che doveva essere imparentata con gli Amali. Dopo aver colpito a morte il vecchio padrone dell’Italia avrebbe detto “quest’uomo non ha un solo osso nel suo corpo” considerandolo indegno di qualunque pietà.

*riferimento ad un certo episodio de “il trono di spade” che nessuno potrà mai dimenticare

Un degno sovrano

È così che dobbiamo ricordare Odoacre? O dobbiamo ricordarlo semplicemente come il distruttore dell’Impero Romano, come i libri di storia ci hanno insegnato in generazioni di lezioni superficiali? Il grande storico Gibbon non era un amante del tardo impero, eppure ebbe questo da dire di Odoacre: “Il Re d’Italia non fu indegno del suo alto ufficio al quale il suo valore e la fortuna lo avevano elevato”. Mi pare un giudizio che nel complesso mi sento di sottoscrivere: Odoacre governò l’Italia per diciassette anni, quattordici dei quali furono di pace, una pace che era sfuggita alle generazioni precedenti. Se Teodorico poté ereditare praticamente intatte le strutture, la burocrazia, l’organizzazione dell’Impero Romano d’Occidente si deve anche a questo ufficiale militare di fortuna che seppe scrutare dove andava il destino del suo tempo, comprendendo che l’Italia aveva bisogno di una guida forte ma non più di un imperatore, una carica che attirava solo attenzioni inopportune.

Odoacre ebbe il grande limite di non riuscire mai a trasformare il suo dominio in una posizione costituzionalmente accettata e accettabile da tutto il mondo romano, il suo desiderio di non irritare la corte di Costantinopoli fu alla fine frustrato dalle macchinazioni del sempre abile Zenone, che riuscì ad imbrigliare la forza distruttiva dell’esercito dei Goti e inviarla come un missile teleguidato alla distruzione di quello che oramai percepiva come un rivale. Ciò nonostante, Odoacre dimostrò di essere un generale capace ma soprattutto “un uomo di considerevole intelligenza politica”, nelle parole dello storico Giunta. Alla fine fu vinto da un uomo che in capacità politiche e militari gli era quanto meno pari se non superiore, ma questo va a vanto di Odoacre, perché Teodorico si dimostrerà essere un gigante della sua epoca.

Zadok the priest!

(consiglio vivamente di ascoltare l’ultima parte del podcast in basso per sapere il motivo di questo titolo: c’è della grande musica. Verso il minuto 45:30)

Ma torniamo al nostro Flavio Teodorico, nel suo palazzo di Ravenna insanguinato dal corpo di Odoacre. Il Re degli Ostrogoti aveva inviato nel 491 messaggeri al nuovo imperatore dei Romani, Anastasio, chiedendo di confermare il foedus con Zenone e nominarlo Re d’Italia per conto dell’Imperatore dei Romani. Forse Teodorico sognava perfino di essere fatto imperatore d’occidente. Anastasio non disconobbe l’operato di Teodorico, ma si rifiutò di nominarlo ufficialmente Re della penisola o dargli qualunque altro grado nella gerarchia romana che istituzionalizzasse il suo dominio sull’Italia. Nel 491 Odoacre non era stato ancora sconfitto e Teodorico decise di attendere.

Dopo la conquista di Ravenna e il massacro dei seguaci di Odoacre, Teodorico ruppe però gli indugi. In una cerimonia che ricorda le acclamazioni degli imperatori Romani: in una sala del palazzo si riunirono i senatori, i notabili e il clero romano, assieme alle armi del nuovo esercito d’Italia, l’exercitum Gothorum. Assieme acclamarono Theodericus Rex, un Re non solo dei Goti: Teodorico sarebbe stato il Re degli Ostrogoti e degli Italiani, il primo vero Re l’Italia. Mi piace fantasticare e immaginarmi l’incoronazione come quella di Aragorn nell’omonimo libro e film della trilogia del Signore degli Anelli.

Un Re era tornato a governare su Roma, a mille e due anni dalla cacciata di Tarquinio il superbo. Teodorico aveva dimostrato di essere coraggioso in battaglia, magnanimo quando occorreva ma anche spietato quando voleva. Mi immagino i suoi nuovi sudditi romani trattenere il respiro: Cosa dovevano attendersi dal futuro? Avrebbe rimediato il nuovo Re ai disastri inflitti dalla guerra in Italia settentrionale? Avrebbe continuato la moderata ripresa che si era avuta sotto Odoacre?  Avrebbe il governo di Nuova Roma accettato la forzatura di Teodorico, o ci sarebbe stata nuovamente la guerra tra le due parti della Res Publica Romana? Che ne sarebbe stato della loro penisola, della loro civiltà, delle loro città, delle loro proprietà? In definitiva, si sarebbe il nuovo Re dimostrato degno di un Augusto o sarebbe stato un pari di Tarquinio il superbo? Il futuro era incerto ma senza che i Romani dell’Italia potessero saperlo si era aperto un nuovo capitolo della loro storia. Ed è qui che ci fermeremo nella narrazione del quinto secolo, facendolo terminare un po’ prima della sua durata formale. È tempo di guardare indietro, cercare di capire cosa è davvero successo dai tempi della morte di Teodosio fino all’elevazione al trono di Teodorico, è tempo di rispondere alle vostre domande e poi di prepararci alla narrazione del sesto secolo, che non sarà meno denso di avvenimenti del quinto.

Grazie!

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