Episodio 28: la via dell’Africa (425-433) – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo posto fine alla carriera dell’inutile Onorio e dell’efficiente Flavio Costanzo. Il destino ha voluto che l’inutile sia sopravvissuto all’efficiente e che alla morte di Onorio si scatenasse una breve guerra civile che ha finalmente posto fine alla questione su chi fosse più potente tra la corte di Nuova Roma e quella di Ravenna. Costantinopoli ha imposto all’occidente il suo candidato con la forza delle armi: nessuno dubita più che Costantinopoli sia il vero cuore dell’Impero.

In questo episodio vedremo le conseguenze nefaste del monopolio della dinastia Valentiniano-teodosiana sul potere imperiale. Per mantenere la sua indipendenza e proteggere il diritto al trono del giovane figlio, Galla Placidia cercherà di mantenere un difficile equilibrio tra i potenti uomini dell’esercito, spesso mettendoli uno contro l’altro. La crisi dell’autorità di Ravenna darà l’opportunità ai popoli foederati imperiali di rialzare la testa e porterà il grande gruppo di barbari che è ancora illegalmente nell’impero, i Vandali, a mettere gli occhi e le mani su una terra rimasta al riparo dalle ambizioni dei barbari, la più importante di tutte.

In questo quadro confuso, dopo una serie di abili mosse nella mortale partita a scacchi della politica imperiale, un uomo riuscirà finalmente a conquistare il potere su tutto l’occidente: Flavio Ezio, forse l’ultimo grande soldato dell’occidente romano.

No, non quel Teodorico

Dittico di Onorio

Negli anni che vanno dalla morte di Onorio all’incoronazione di Valentiniano III a Roma, vale a dire tra il 423 e il 425, tutti i poteri alternativi e complementari a Ravenna ne approfittarono per espandere la loro sfera di influenza. A nord i Franchi erano sempre i più importanti alleati dell’Impero Romano nel quadrante Renano ma la latitanza di Ravenna gli aveva permesso di mettere le mani su tutte le province di confine della Gallia del Nord, occupando le importanti città romane di Colonia e Magonza, le moderne Koln e Mainz. Nel corso dell’Alto Danubio era nato un altro regno, quello dei Burgundi, comprendente l’alto corso del Reno e avente come capitale Worms.  

A sud, a Tolosa, un giovane Re era succeduto a Wallia, re dei Visigoti. Il suo è un nome importante, Theoderic, ma non quel Teodorico. Questo è Theoderic I, re dei Visigoti di Tolosa: ne approfitto per spiegare che Teodorico è la versione italiana del latino Teodericus che a sua volta è una latinizzazione del goto Thiudereiks; Thiudereiks in Goto vuol dire sostanzialmente “signore della tribù”. I Reiks nell’antica Gothia erano dei semplici nobili a capo di una “thiude”, una tribù o un popolo, ma con il tempo la parola Reiks prese a significare Re, grazie all’assonanza con il latino Rex.

Theoderic era un figlio illegittimo di Alaric il grande e grazie a questa genealogia portentosa nessuno dubitò il suo diritto a governare i Visigoti. Appena vide che il potere di Ravenna si stava indebolendo, dopo la morte di Costanzo e Onorio, Theoderic guidò i suoi Goti in ribellione e li marciò verso Arles, la capitale della Gallia romana, che nel 425 era ancora sotto assedio.

La Pannonia, la grande pianura ungherese attraversata dal Danubio e che aveva come capitale Aquincum, la moderna Budapest, era stata abbandonata dai Romani. Alcuni anni prima infatti gli Unni si erano trasferiti nel grande bacino pannonico e avevano occupato queste fertili pianure ideali per sfamare le greggi e le mandrie di cavalli che formavano la base della loro civiltà nomade.

Più a sud, in Spagna, gli Svevi avevano oramai creato un vero Regno indipendente nel nordovest della penisola. Più a sud, nella moderna Andalusia, i Vandali di Gunderic si erano oramai stabiliti nella regione e controllavano il grosso della moderna Spagna, dopo che il tentativo di Castino e Bonifacio di sconfiggerli era terminato nel disastro. Negli anni successivi i Romani sarebbero probabilmente tornati alla carica se la guerra civile tra Giovanni e Costantinopoli non lo avesse impedito.

Insomma, una situazione molto difficile alla quale Ravenna doveva in qualche modo mettere mano: Galla Placidia però non poteva permettersi di avere un solo generale a capo degli eserciti romani, o questi si sarebbe trasformato in un nuovo Stilicone condannando la sua reggenza all’impotenza. Decise quindi di dividere i principali onori militari: Ezio, con i suoi Unni, ebbe il titolo di Magister Militum per Gallias e il compito di sistemare la situazione in quel quadrante, Costanzo Felice – un generale del più famoso Flavio Costanzo – fu fatto Magister Militum Utriusquae Militiae e comandante in capo dell’esercito d’Italia. A Bonifacio, un sostenitore di lungo corso di Galla, restò il dominio dell’Africa. Questi tre uomini saranno i protagonisti del dramma dei prossimi anni.

I Franchi cercano e trovano casa

Il primo a muoversi fu Ezio che nel 425 lasciò l’Italia per levare l’assedio di Arles: nonostante 40 anni nell’Impero Romano i Goti a quanto pare non erano migliorati negli assedi oppure, come credo, non avevano nessuna intenzione di prendere Arles. Le loro gite verso la capitale della Gallia Romana diverranno una routine nel quinto secolo, una routine che il famoso storico dei Goti Wolfram interpreta come una sorta di negoziazione armata del loro contributo alla sicurezza dell’impero.

Sta di fatto che all’arrivo di Ezio i Visigoti si ritirarono da Arles ed Ezio li lasciò andare, il loro tempo sarebbe venuto. Invece il generale delle Gallie decise che era arrivato il momento di mettere al loro posto i Franchi e condusse nel 427 una campagna per rimettergli in testa che era vero si che oramai vivevano su entrambe le sponde del Reno ma Roma era sempre la potenza di fronte alla quale dovevano piegare il ginocchio e della quale rimanevano un popolo cliente e federato.

L’esercito di Ezio raggiunse i Franchi in una località chiamata Vicus Helena, nella regione dell’Artois. Sidonio Apollinare, un importante nobile della Gallia che conosceremo a cavallo della caduta dell’impero d’occidente, ci racconta che i Franchi erano in festa: “un matrimonio risuonava da una collina vicina, con danze barbariche e una bionda donna che andava in moglie ad un biondo marito”. In questa scena idilliaca irruppero gli Unni-Romani di Ezio che iniziarono un vero massacro. Il Re dei Franchi, Chlodio, dovette arrendersi e accettare da parte di Ezio di venire spostato con tutto il suo popolo in una piccola area corrispondente al Belgio occidentale, con capitale Tournai. Mi immagino l’austero Ezio guardare negli occhi il re dei Franchi e dire:” sia chiaro che dovete a me la vita e la vostra fortuna: verrà un giorno in cui avrò bisogno del vostro favore, quel giorno dovrete rispondere a me, e a me solo”.

Questa battaglia può sembrare un evento minore, ma fu una grande vittoria per i Romani con conseguenze storiche importante. Questi Franchi infatti, i Franchi Salii, un giorno costruiranno il più grande regno medioevale: alcuni storici ritengono che fu questa sconfitta a fare emergere la nuova dinastia che un giorno regnerà su Tournai e poi su mezza Europa: i Merovingi.

La minaccia fantasma

Dittico di Felice

Mentre Ezio sistemava i Franchi il suo superiore e rivale Felice otteneva una importante vittoria contro gli Unni della Pannonia, costringendoli a ritirarsi oltre Danubio nella parte della pianura che un giorno si chiamerà ungherese fuori dai confini imperiali. Ma mentre i due soldati dell’impero mietevano successi una minaccia ben peggiore pendeva sopra i Romani, senza che lo sapessero.

In Iberia Gunderic, re dei Vandali e degli Alani, spinse i suoi a conquistare le più importanti città romane della Spagna meridionale che ancora gli resistevano: vale a dire Siviglia e Cartagena: Cartagena era l’antica Nova Carthago, la città fondata dai Cartaginesi e che Scipione l’Africano aveva conquistato durante la seconda guerra punica. Con la conquista di Cartagena Gunderic mise le mani sulla flotta commerciale di questa regione dell’impero. Grazie alla sua nuova flotta Gunderic decise di darsi alle razzie via nave, in particolare verso le Baleari. Questa era una nuova evoluzione tra i popoli germanici che avevano invaso l’impero ed era anche l’inizio di una storia d’amore tra i Vandali e il mare che è un unicum del tardo impero.

Gunderic non poté godersi il trionfo a lungo: poco dopo aver conquistato Siviglia morì, gli storici cristiani essendo convinti che questo fu dovuto al suo ingiusto trattamento dei cattolici, a quanto dicono perseguitati da Gunderic. Questi li avrebbe tormentati perché, dettaglio importante, i Vandali si erano convertiti anche loro al credo Ariano che spopolava tra i Germani grazie all’opera di un nostro vecchio amico, Ulfila.

A succedere a Gunderic fu Gaiseric, meglio conosciuto nelle lingue germaniche con il nome di Genseric. Il suo nome in italiano riecheggia ancora di puro terrore: Genserico. Genserico, nel pantheon dei terrori barbuti che non tormentavano di incubi i piccoli romani ha un ruolo d’onore e rimarrà in giro a lungo, sopravvivendo perfino all’Impero Romano e morendo solo nel 477, un anno dopo l’Impero d’occidente: facciamone quindi la conoscenza. Genseric era nato nel barbaricum, sulle sponde del lago Balaton, e attraversò la frontiera del Reno con il suo popolo, da bambino, nel 406. Alla morte del fratello nel 428, una volta ereditato il trono, Genseric decise di mettersi subito all’opera per risolvere il problema che attanagliava la leadership vandala da quando avevano attraversato il Reno: trovare una casa stabile per il loro popolo.

Infatti i Vandali si erano presi la Spagna con la forza, senza negoziare alcun accordo con le autorità romane, a differenza dei Visigoti. Pertanto restavano il nemico pubblico numero uno e l’esperienza diceva a Genseric che al primo segno di ripresa da parte dell’autorità imperiale loro sarebbero stati il primo obiettivo. Genseric allora ideò un piano quanto meno ambizioso e per portarlo a compimento iniziò un censimento dei suoi, che a detta degli storici romani fu di circa 80 mila persone, vale a dire all’incirca 20 mila combattenti. Una forza quasi paragonabile a quella dei Visigoti.

Con i numeri in tasca Genseric si accinse a pianificare una invasione spettacolare le cui conseguenze, a mio avviso, non sono nient’altro che la caduta dell’Impero Romano d’occidente: vale a dire l’invasione dell’Africa.

Il gioiello più prezioso della corona

Anfiteatro a El Djem, in Tunisia

Diverse volte Alaric aveva avuto il progetto di invadere l’Africa e questo per molte ragioni. L’Africa non era una regione dell’impero come le altre, era il vero motore economico dell’Impero. Cerchiamo di capire perché.

Prima di tutto va compreso che l’immensa area del Maghreb, dai tempi della conquista seguita alla terza guerra punica, era una delle regioni più tranquille dell’impero, necessitando solo poche migliaia di soldati da campo imperiali, contro gli immensi eserciti che erano a difesa della Gallia e dell’Italia, le altre due regioni fondamentali dell’occidente.

A questa tranquillità si contrapponeva un’attività economica molto florida: sin dal primo secolo avanti cristo coloni romani dall’Italia e cittadini locali romanizzati avevano messo su un immenso sistema di piantagioni. Queste erano a base di grano e cereali nelle aree più fertili, altri prodotti mediterranei come frutta e verdura nelle aree intermedie mentre le aree più aride al confine del deserto erano coltivate a uliveto e palmeto. A seguito della conquista di Cartagine dopo la terza guerra punica l’Africa era finita in proprietà, in grandissima parte, dell’aristocrazia terriera italiana. Ovvero la classe senatoriale, che dai proventi delle piantagioni africane derivava gran parte delle proprie entrate. Le loro terre erano gestite da manager locali che impiegavano una vasta manodopera in condizioni semi-servili, ai limiti della sussistenza. Molti di questi coloni semiliberi coltivavano anche le grandi terre del patrimonio pubblico imperiale, subaffittate alla classe senatoriale in cambio di una percentuale della produzione. La misera popolazione nordafricana lavorava i campi e pregava i suoi vescovi eretici donatisti, una setta nordafricana che esisteva dai tempi del terzo secolo dopo cristo e che aveva messo dure e profonde radici in Nordafrica.

Rovine di Volubilis, in Marocco

A fare da contraltare a questo panorama di sfruttamento agricolo, a suo modo terribile, c’erano le grandi città africane come Cartagine, Utica, Ippona e Leptis Magna. Queste erano dei grandi centri della cultura greco-romana e delle città chiave per il pensiero cristiano, Agostino era solo il più illustre figlio di una lunga serie di grandi intellettuali africani. Cartagine era una delle più importanti metropoli dell’Impero, di gran lunga la seconda città più grande dell’occidente: era dotata di teatro, odeon, anfiteatro e un circo con una capienza di 70.000 persone. Altri grandi edifici pubblici come la sede del Comes Africae adornavano la metropoli africana ma ovviamente il cuore pulsante della città era sul mare, come era sempre stato: Cartagine era dotata di un immenso porto da cui partivano regolarmente e costantemente le navi onerarie Romane che portavano il grano a Ostia, e di lì a Roma. La produzione nordafricana di grano era infatti decisamente in surplus rispetto alle necessità della popolazione africana, cosa rara nel mondo Romano: solo l’Egitto poteva considerarsi in una situazione similare.

Rovine della Cartagine romana

Per organizzare la gestione di questo flusso di grano, che non doveva mai interrompersi pena la fame a Roma e in Italia, lo stato romano aveva creato una gilda di armatori che aveva il monopolio sul traffico e che aveva una serie imponente di agevolazioni fiscali. In cambio lo stato chiedeva una sola cosa: che la gilda armasse le navi sulle quali doveva essere trasportato il grano pubblico destinato a Roma. Beninteso i membri della gilda avrebbero potuto anche trasportare altri prodotti sulle navi da vendere privatamente esentasse, fatta salva ovviamente la quota destinata al trasporto pubblico.

Questo meccanismo creò una fortissima distorsione del mercato: il costo del trasporto dei prodotti privati dal Nordafrica all’Italia era praticamente zero, visto che tutto il costo era pagato dalla parte “pubblica”. Annullando il costo di trasporto diventava economico produrre in africa anche produzioni che sarebbero state altrimenti fuori mercato, rovinando l’agricoltura italiana ma rendendo quella africana ricchissima, visto che le piantagioni africane erano gestite con modalità industriali e molto efficienti. E qui fatemi fare una chiosa da economista: ricordatevi sempre che quando il governo di turno propone degli incentivi, delle sovvenzioni, un intervento diretto nell’economia ci sono sempre delle conseguenze e è raro che i governi sappiano davvero valutare tutte le variabili in questione. Questo non vuol dire che ogni incentivo sia sbagliato, solo che è utile pensare anche ai suoi effetti secondari.

Mosaico di Ulisse, museo del Bardo, Tunisi

Riassumendo, l’africa esportava di tutto e ovviamente queste produzioni erano comunque tassate – se non nella transazione – almeno alla produzione, creando un notevole flusso di oro per le casse dello stato. Come abbiamo detto lo stato non doveva spendere molto nella difesa del Nordafrica, quindi questa regione chiave era l’unica ad avere un residuo fiscale molto positivo: grandi introiti dalle tasse, poche spese. Insomma, il Nordafrica era la Lombardia dell’Impero Romano, e prima che mi saltiate alla giugulare con questo intendo che la Lombardia ha oggi un dimostrato residuo fiscale positivo pari a circa 54 miliardi, ovvero la differenza tra quanto contribuisce allo stato centrale e quanto riceve in spesa pubblica. Immaginate ora se una potenza straniera invadesse e conquistasse la Lombardia: per lo stato italiano sarebbe un disastro, perché – semplificando – il suo deficit aumenterebbe banalmente di 54 miliardi, una cifra enorme.

Ora credo vi sia più chiaro perché Stilicone, Flavio Costanzo, perfino Prisco Attalo avessero difeso con i denti la presa di Roma sul Maghreb: senza il residuo fiscale di Cartagine, spero apprezziate l’ironia della cosa, la grande macchina statale dell’Impero Romano non poteva funzionare. Didone si sarebbe rivoltata nella tomba.

La via dell’Africa

Circo di Cartagine, il più grande in occidente dopo il Circo Massimo

Genseric preparò il grande balzo del suo popolo con estrema attenzione: Peter Heather, il grande storico del tardo impero, ha dimostrato che il suo obiettivo iniziale fu probabilmente la Tingitana, ovvero il Marocco settentrionale, un’area lontanissima da Cartagine tanto che dipendeva politicamente dalla Spagna. La tingitana era mal difesa e aveva il vantaggio di essere a pochi chilometri dalla costa Andalusa, controllata dai Vandali.

Prima che Cartagine potesse essere informata i Vandali, tutti gli ottanta mila della tribù, erano in Nordafrica: era il maggio del 429. Genseric li guidò in una lunga marcia verso il cuore dell’Africa Romana, attraverso la moderna Algeria per giungere fino al cuore dell’Africa Romana: le tre province della Numidia, della Bizacena e dell’Africa Proconsolare, la provincia di Cartagine. Qui l’orda dei Vandali si scontrò con le truppe comitatensi di Bonifacio che ebbero la peggio. Sconfitto il Comes Africae si rifugiò nella città numidica di Ippona, la stessa dove era vescovo l’ormai anziano Agostino. Mentre Genseric assediava ad Ippona Bonifacio e quello che restava del suo esercito i suoi si sparpagliarono nelle ricche campagne africane, saccheggiando a volontà e iniziando a meritarsi la loro nomea: i Vandali fecero al Nordafrica, in sostanza, quello che i Goti avevano fatto ai Balcani.

Una grande villa romana, mosaico del bardo, a Cartagine.

I Vandali svuotarono le case dei ricchi, torturarono i Romani per sapere dove nascondevano il loro oro, a volte in quanto Ariani si abbandonarono a violenze contro il clero cattolico. Ma la vera questione era che assediando Ippona e il Comes Africae, Genseric aveva puntato il coltello alla giugulare dell’impero d’occidente: i Vandali avevano messo a rischio la più importante regione per l’economia dell’Impero. E mentre questo accadeva cosa facevano i governanti dell’Impero? E perché Bonifacio aveva fallito in modo così spettacolare contro i Vandali? La ragione è che i Romani erano impegnati, come al solito, a combattersi tra loro.

Roma discute, Sagunto è espugnata 

Basilica di S. Giovanni evangelista, fatta costruire da Galla Placidia a Ravenna

Galla Placidia era acutamente consapevole che non doveva permettere a nessuno dei suoi tre Magister Militum di assurgere al ruolo che aveva occupato Flavio Costanzo, a costo di perdere il potere che aveva raggranellato con gli anni. A tal fine cercò di giocare ogni uomo potente contro l’altro: i contorni del gioco politico non sono chiari perché ahimè sono poche le nostre fonti per questo periodo. Per quello che possiamo capire nel 427, un paio di anni prima della traversata dei Vandali, il generale Felice e Galla Placidia si erano decisi a muovere guerra a Bonifacio, per rimuoverlo. Galla aveva richiamato Bonifacio a Ravenna e questi aveva deciso di restare nel suo semi-autonomo regno africano, forse su incitazione di Ezio. Felice aveva risposto inviando una spedizione in Africa per combattere Bonifacio: i due eserciti si erano scontrati in una serie di battaglie proprio mentre i Vandali si installavano per la prima volta in Africa, tanto che molti hanno pensato e scritto che fossero venuti su istigazione di Bonifacio, accusa infamante per quest’ultimo e che gli storici moderni tendono a minimizzare o escludere del tutto. Sta di fatto che Bonifacio aveva sconfitto la spedizione di Ravenna e alla fine si era persino riconciliato con il governo centrale, ma indebolito si era dimostrato incapace di fermare Genseric e la sua coalizione barbara ed era finito assediato a Ippona.

Mentre Bonifacio era assediato ci si sarebbe potuto aspettare una missione militare per aiutare il Comes Africae a difendere il più importante gioiello della corona imperiale, ma a Ravenna la lotta di potere continuava: Galla Placidia aveva compreso che c’era probabilmente Ezio dietro il rifiuto di Bonifacio di venire a Ravenna e aveva inviato il suo superiore Felice – patrizio e generalissimo dell’occidente – a rimettere l’arrogante amico degli Unni al suo posto, forse era prevista una congiura per assassinarlo durante un abboccamento. Ezio però venne a sapere da un informatore delle macchinazioni di Galla Placidia: gli uomini come Ezio hanno sempre degli informatori ovunque. Non sappiamo esattamente cosa accadde, solo che invece di essere rimesso al suo posto Ezio finì lui stesso per imprigionare Felice e sua moglie Padusia, ordinandone l’esecuzione. Galla Placidia a questo punto si ritrovava con un generale ribelle in Gallia e un generale forse a lei fedele in Africa, ma sotto assedio. Galla non poteva inviare l’esercito d’Italia in Africa ad aiutare Bonifacio perché questo avrebbe invitato Ezio ad attraversare le alpi e prendere il potere a Ravenna. Ecco perché nessun aiuto giunse in Africa nel momento più difficile.

I due Magister Militum in guerra

Roveine di Ippona, sullo sfondo la chiesa costruita nell’800′ e dedicata a S.Agostino

Mentre Bonifacio era sotto assedio a Ippona il suo vescovo – sant’Agostino – fu provato dalle privazioni dell’assedio e morì a 75 anni. Era diventato il più celebre e rispettato intellettuale cristiano della sua epoca, forse di sempre, e lo aveva fatto rimanendo in gran parte confinato nella sua relativamente piccola città africana. Lì aveva concepito la possibilità della caduta dell’Impero, qualcosa di inconcepibile per i contemporanei, e l’assedio della sua amata città fu probabilmente per lui l’ultimo segno che davvero il mondo dei Romani si stava apprestando alla fine. Leggenda vuole che perfino Genseric diede ordine ai suoi, quando finalmente Ippona cadde, di rispettare la biblioteca e lo studio del grande vescovo.

Ippona rimase sotto assedio fino al luglio del 431 quando, privo di qualunque supporto dal governo centrale, Bonifacio si arrese e consegnò la città ai Vandali, che ne fecero la loro prima capitale. Ritiratosi a Cartagine finalmente accolse qui l’arrivo di rinforzi dal governo imperiale: solo che non venivano da Ravenna ma da Costantinopoli. Nuova Roma aveva osservato con crescente preoccupazione il deteriorarsi della situazione in Africa e, nonostante che questo si trovasse in occidente, aveva inviato una spedizione al comando di Aspar, il figlio del plenipotenziario militare Ardabur. Aspar e Bonifacio decisero di tornare al confronto militare con i Vandali ma anche le loro forze riunite furono sconfitte da Genseric: a quanto pare in seguito alla battaglia uno dei principali comandanti di Aspar, un certo Marciano, fu catturato e poi rilasciato. Marciano, come vedremo, farà carriera un giorno.

Per i Romani la guerra in Africa andava in sostanza di male in peggio ma proprio in quel momento giunse un messaggio da Galla Placidia: Bonifacio era promosso a Magister Militum Praesentalis e Patrizio ed era richiamato in Italia, sua maestà aveva bisogno di un generale fidato in modo da mantenere sotto controllo l’altro Magister Militum, Ezio.

Bonifacio decise di accettare la promozione e lasciò irrisolta la guerra in Africa, anzi salpò con una buona parte dei suoi – in particolare i Visigoti di sua moglie Pelagia, una nobile Gotica il cui seguito era una sorta di guardia del corpo personale di Bonifacio, la prima attestazione sicura dei “bucellarii”, guardie del corpo dei magnati della tarda antichità che anticipano i cavalieri medievali al servizio del “signore”.

Ezio ovviamente non prese bene la cosa: negli anni che vanno dal 428 al 430 aveva sconfitto i Bagaudi della Rezia e ristabilito il controllo imperiale sulla frontiera Danubiana, a due passi dall’Italia. Spagna, Gallia, Rezia e Norico ubbidivano solo a lui ed Ezio si sentiva già di meritarsi il grado di generalissimo dell’occidente. Ecco invece che Galla lo aveva scavalcato per favorire Bonifacio.

Ezio si decise che era giunto il tempo di prendersi quello che era suo con la forza: in poco tempo raccolse le truppe dell’esercito di Gallia, le truppe foederate a lui fedeli composte da Goti, Franchi e altre tribù germaniche e andò incontro al suo destino. Per la prima volta nella storia dell’impero si combatteva una guerra civile per stabilire chi fosse lo shogun d’occidente e non per il trono imperiale, segno questo dei tempi: il vero potere oramai non era più quello dell’imperatore.

I due figli di Mundzuk

La guerra civile fu decisa a pochi chilometri da Ravenna, nei pressi di Rimini. Immagino che tutti voi che mi ascoltate vi aspettiate di vedere Ezio, l’uomo che dominerà l’impero per quasi venti anni, trionfare sul corpo del suo acerrimo nemico. Invece no, l’ascesa inarrestabile del nostro Magister Militum fu fermata ed Ezio perse la battaglia: Ezio fu costretto a scappare dall’Italia e rifugiarsi nell’unico luogo al confine dell’Impero Romano dove era sicuro di poter essere accolto senza essere consegnato alle autorità di Ravenna.

Bonifacio non poté godersi il suo successo: durante la battaglia era stato ferito e spirò pochi giorni dopo, lasciando nuovamente un buco nella governance imperiale. Suo genero Sebastiano fu elevato al rango di Magister Militum.

Ezio, credo che lo abbiate capito, era nel frattempo fuggito presso i suoi amici Unni. Gli Unni nella maggior parte della nostra storia sono stati un popolo privo di un capo supremo dell’intera confederazione ma la loro evoluzione in senso imperiale era già in corso: a capo del popolo degli Unni c’era infatti un certo Rua che all’inizio aveva condiviso il regno con suo fratello Octar. Questi era morto e ora Rua regnava da solo sugli Unni della Pannonia. Rua non aveva figli ma aveva come eredi due nipoti da parte di suo fratello Mundzuk: i rampolli avevano due nomi che il mondo imparerà a temere: Bleda e Attila. Si, quell’Attila.

Il ritorno di Ezio

Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

Rua accolse con tutti gli onori Ezio: i due probabilmente si conoscevano e si rispettavano ma erano anche partner politici, non solo amici. I due strinsero un patto, se Rua avesse aiutato Ezio a recuperare il potere e poi lo avesse sostenuto nelle sue future inevitabili guerre per rimettere ordine al caos dell’Impero Ezio avrebbe fatto in modo di cedere agli Unni la devastata Pannonia Romana, da poco riconquistata da Felice e di scarso valore strategico per i Romani ma molto importante per nutrire i cavalli alla base della potenza della nazione Unnica.

Così all’inizio del 433 Ezio tornò di nuovo in Italia, alla testa di un’armata di Unni: l’esercito d’Italia, che si era già stufato di Sebastiano, non vide alcuna ragione per dar battaglia. I magnati fecero capire a Sebastiano che era arrivato il tempo di togliersi di torno. Galla Placidia, rassegnatasi all’inevitabile, decise di incontrare il generale. Ovviamente non sappiamo cosa si dissero i due. Ma ho pensato di ricostruire un immaginario discorso:

“Augusta Galla Placidia, che piacere incontrarsi di nuovo. Siete sempre bellissima, come otto anni fa, quando tornaste da Costantinopoli”

“Anche quella volta, mi sembra di ricordare, avevi avuto l’ardire di portare in Italia un’armata di selvaggi Unni”

“Un popolo incompreso: sono selvaggi ma anche fedeli alla parola data. Sono dei formidabili alleati, sarebbero dei nemici terribili”

“Non è interesse dell’Augusto Valentiniano averli come nemici, né avere come nemico te, Flavio Ezio. Costantinopoli è dello stesso parere”

“Augusta, non mi sfugge la vostra menzione di Costantinopoli. So bene cosa mi accadrebbe se torcessi un solo capello della vostra augusta chioma, per non parlare di quella di vostro figlio. State tranquilla, il mio interesse è solo quello di servire l’Imperatore”

“Certo, e in cambio dei vostri servigi immagino chiediate umilmente la carica di Magister Militum e Patrizio”

“Umilmente è la parola giusta”

“Non c’è nulla di umile in voi, Ezio. Ma la corte si trova malauguratamente a corto di generali capaci, anche perché vi siete assicurato che così fosse”

“Mi sopravvalutate altezza, credo che abbiate fatto tutto da sola”

“E sia, siete nominato Patrizio dell’impero d’occidente. Voglia nostro signore Gesù che sia la decisione giusta”

“Augusta, francamente quello che importa non è se sia giusta o meno, quando oramai è l’unica decisione che vi resta”

E così, nel 433, Ezio prese in mano il potere supremo di Ravenna e quasi a formalizzare il suo potere prese in moglie Pelagia, la bella vedova gotica di Bonifacio. Negli ultimi anni di caos i Bagaudi erano riemersi in Gallia settentrionale, la Spagna aveva smesso di inviare le tasse a Ravenna, il Nordafrica era disceso nell’inferno della guerra contro i Vandali. Burgundi, Goti e Franchi si agitavano per rosicchiare ancora del territorio romano.

Nel prossimo episodio vedremo come Ezio affronterà uno ad uno i suoi nemici: il nuovo generalissimo dimostrerà di avere un’intelligenza fuori dal comune, una spregiudicatezza senza pietà, una furbizia degna di una vecchia volpe della politica. Ma potrà anche contare sull’aiuto della più potente forza militare dell’epoca, gli Unni di Rua. Dagli Unni i nemici dell’impero potevano aspettarsi fuoco e sangue, ma fino a quando gli Unni si accontenteranno di fare le comparse sulla grande scena politico-militare dell’Impero?

Grazie mille per l’ascolto, e grazie infinite a mia moglie che ha prestato la sua voce per rappresentare l’Augusta Galla Placidia. Se il podcast vi interessa vi pregherei di donare un minuto del vostro tempo a lasciare una recensione, aiuta moltissimo il podcast! Come sempre mi trovate anche sul sito italiastoria.com, su Facebook alla pagina “storia d’Italia”, su Twitter e su Instagram. Alla prossima puntata!

2 pensieri riguardo “Episodio 28: la via dell’Africa (425-433) – testo completo

  1. Episodio Bellissimo e completo . Rende avvincente lo svolgersi degli eventi facendo richiami molto pertinenti e chiarificatore . L’autore si dimostra padrone dell’argomento . Mi è piaciuto molto.

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    1. Grazie Ignazio, se vuoi sul mio sito trovi anche gli episodi precedenti (in forma testuale). E se ti piacciono i podcast, ovviamente questa è semplicemente la trascrizione del podcast, puoi trovare tutti gli altri episodi (fino a Teodorico per ora) nel sito.

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