Episodio 89, l’origine dei Longobardi (testo completo)

A Londra c’è una strada che, seppur meno famosa della sua versione Newyorchese, è considerata la Wall Street della City di Londra: la via tradizionalmente associata con la finanza. Grosso modo corrisponde all’antico decumano della Londinium romana ma il suo nome ha un legame più recente con l’Italia. La sua storia inizia nel XIII secolo, quando era Re d’Inghilterra Edoardo I Plantageneto – si proprio l’arcinemico di William Wallace, l’eroe degli scozzesi. Edoardo concesse i terreni lungo la strada a orafi e prestatori di denaro di origine italiana, ai tempi una specialità della penisola. Con il tempo, la via fu associata agli italiani e alle loro banche e naturalmente fu in questa strada che nacque il Royal Stock Exchange, la borsa di Londra. Sempre in questa strada ebbero sempre sede le principali banche del Regno Unito, dal medioevo fino agli anni 80’ del ventesimo secolo, prima che migrassero in gran parte verso il Canary Wharf.

Il nome della strada richiama l’identità dei suoi antichi occupanti: eppure la via non si chiama Italian Street ma ha un nome assai più rilevante e più diffuso nel medioevo. Lombard street, la via dei Lombardi: ma gli inglesi con questo nome non intendevano i Lombardi di oggi, gli abitanti della regione di Milano, ma in generale tutti gli italiani. Dovrebbe bastare questo dettaglio per spiegare la colossale importanza del popolo che ha dato il nome a Lombard Street, e alla Lombardia. Questo episodio segna una svolta nella storia del podcast: per la prima volta, davvero, ci occuperemo di questo popolo che darà il nome non solo alla più popolosa regione italiana, rompendo in modo indelebile l’ordinamento romano della penisola, ma che per secoli formerà lo scheletro di una nuova identità italiana: i Longobardi.


Paolo Diacono

La maggior parte di quello che sappiamo sui Longobardi si deve ad un solo storico, il già citato Paolo Diacono. Paolo visse nel crepuscolo del Regno dei Longobardi, nella seconda metà dell’ottavo secolo. Nato in Friuli, uno dei più importanti ducati del regno, era il discendente di uno dei primi longobardi che venne in Italia con Alboino. Uomo intelligente, ricevette una superba educazione a Pavia: Paolo scrive in un perfetto latino e aveva anche studiato il greco, una rarità ai tempi. Dopo la caduta del regno per opera di Carlomagno, si trasferì per alcuni anni alla corte del grande Re dei Franchi, dove fu partecipe e attore della rinascita culturale carolingia. Paolo era però si uno studioso, ma anche un uomo di profonda fede cattolica, tanto che per i suoi ultimi anni decise di ritirarsi nel monastero di Montecassino, dove morì nel 799. Paolo scrisse diverse opere, tra le quali anche molte poesie, ma è soprattutto noto per la sua “Storia dei Longobardi”, che scrisse nella pace dell’abbazia di Montecassino, tra il 787 e il 789. l’Historia Longobardorum, oltre che una preziosa cronaca degli avvenimenti tra sesto e ottavo secolo, è anche un testo in cui l’autore intendeva fissare l’identità, le origini e l’orgoglio del suo popolo, e questo dopo che il loro regno era stato già abbattuto dalla potenza imperiale dei Franchi. Si tratta quindi di una vera storia nazionale che copre sia le origini mitiche del popolo che la loro storia documentata in Italia. Una curiosità a proposito di Paolo Diacono è che il suo nome è in qualche modo legato ad una delle più importanti e durature invenzioni italiane: le note del pentagramma. Da uno degli inni di Paolo Diacono, infatti, Guido d’Arezzo prese, nell’XI secolo, le sillabe con cui fissò le note musicali: Ut (poi divenuto do) – Re – Mi – Fa – Sol – La – Si.

Al di là di questo, uno dei problemi più grandi dell’opera di Paolo è che non si tratta di un contemporaneo degli avvenimenti, soprattutto per gli anni più antichi: ho già accennato però che Paolo, per i primi decenni di storia in Italia, utilizzò una fonte considerata dagli storici abbastanza attendibile, il vescovo Secondo di Trento che scrisse una storia dei Longobardi, andata perduta. L’effetto è che spesso sappiamo di più, e possiamo fidarci di più, di Paolo Diacono nel sesto secolo che nel settimo.

Etnogenesi vs Migrazione

Prima di passare alla sua opera, vorrei inserire la storia delle origini di questo popolo germanico nel contesto del dibattito storiografico a riguardo delle storie mitiche tramandate dagli storici antichi, dibattito che è in corso ed è molto acceso. L’intera questione ruota attorno a quello che in tedesco è noto come il periodo del Völkerwanderung, della migrazione dei popoli. Gli storici ottocenteschi si immaginavano in particolare interi popoli in movimento, con caratteristiche etniche e “protonazionali” ben definite. Per ovvi motivi, erano tesi molto care agli storici tedeschi che ricostruivano in modo nazionalistico l’origine dei popoli germanici.

L’idea di interi popoli in movimento è oggi controversa, nel secondo dopoguerra si sono sviluppate scuole di pensiero storico che rigettano questa tesi: si tratta in particolare della cosiddetta scuola di Vienna, capitanata tra gli altri da uno storico che ho nominato spesso: Herwig Wolfram. In breve, la scuola di Vienna rigetta il nazionalismo della storiografia prebellica e formula il concetto di Etnogenesi. Nel prossimo episodio intervisterò Nicola Bergamo – autore di un ottimo libro sulla storia dei Longobardi – che ci illustrerà il suo attuale punto di vista a riguardo dei Longobardi: Bergamo ritiene che la genesi di questo gruppo sia avvenuta direttamente nel quinto secolo e che questo nuovo gruppo abbia semplicemente riciclato un’etichetta di un popolo antico e celebre. Questa è anche l’opinione di uno dei più grandi medievalisti italiani viventi, Gasparri. Se quindi sposiamo la tesi della scuola di Vienna, non ha alcun senso parlare delle migrazioni longobarde dalla Scandinavia alla Pannonia perché questo gruppo, in realtà, si è formato direttamente in Pannonia, nel V secolo.

Qui basti dire che il mio umilissimo parere è che non sono del tutto d’accordo con la scuola di Vienna e credo che ci sia una base di verità nel concetto di migrazione collettiva di gruppi di Germani, anche se credo che questa fosse assai meno definita di quanto volessero gli storici tedeschi dell’ottocento.  Mi ritrovo anche qui in quanto sostiene la scuola di Oxford – capitanata da Peter Heather e Bryan Ward-Perkins – che sostiene che un’identità possa essere mantenuta anche da un gruppo elitario, in questo caso gli uomini liberi delle società germaniche, che come sappiamo dall’episodio sui Franchi corrispondevano agli uomini in arme. La casta guerriera dei Germani era effettivamente mobile, come evidente dalla storia della tarda antichità, e poteva portarsi dietro un vasto seguito di servi e uomini semi-liberi alle loro dipendenze. Concordo però con Wolfram e gli altri viennesi nel sostenere che i gruppi di cosiddetti “Germani” erano in realtà molto variegati e tendevano ad aggregare persone non su base etnica, ma funzionale. Un forte guerriero era utile alla tribù, come lo erano interi gruppi di armati che si aggregavano al gruppo principale finendo di solito per adottarne l’identità, secondo i principi della etnogenesi. Intorno ad un nucleo portatore dell’originale identità del gruppo, potevano aggiungersi abitanti stanziali di territori conquistate o altri gruppi minori raccolti per strada. La memoria collettiva della tribù veniva mantenuta dall’élite guerriera e sono questi miti che entrano a far parte della storia orale poi fissata su carta dagli storici come Giordane per i Goti o Paolo Diacono per i Longobardi. Questo non vuol dire che queste leggende vadano prese per oro colato: ogni affermazione va provata, per quanto possibile, con l’ausilio dell’archeologia, ma credo che in queste storie ci sia un’eco lontano della verità, almeno come percepita dalla tribù. In questo episodio, proverò a sostenere una sintesi di quanto sostenuto sia dalla scuola viennese che da quella di Oxford, supportate dal lavoro indipendente degli archeologi.

Il mito

La storia dell’origine dei Longobardi  si perde nelle nebbie del mito. Paolo è un uomo colto ed è quindi consapevole di quanto poco attendibile fosse la tradizione orale del suo popolo: “cose degne di riso”, le chiama, o per una rara consapevolezza degna dei migliori storici antichi o per lo scorno del cattolico verso le leggende pagane.

Comunque sia, Paolo decide di tramandarle lo stesso, per come le apprese, cosa di cui gli siamo immensamente grati. I Longobardi avrebbe origini scandinave, non si sa se vera o per imitazione del più nobile dei popoli germanici, i Goti. In origine si sarebbero chiamati i Winnili ma, in un’epoca che si perde nella notte dei tempi, si sarebbero spostati verso sud, verso il basso corso dell’Elba, guidati dai fratelli guerrieri Ybor e Aio. Qui sarebbero entrati in guerra contro i Vandali, per evitare di diventare loro tributari. La madre dei due eroi, Gambara, sacerdotessa della dea Freia, nella tradizione orale chiese l’intercessione della sua dea per aiutare il suo popolo a vincere contro il nemico. Freia disse che le donne dei Winnili si sarebbero dovute schierare sul campo di battaglia assieme agli uomini, sciogliendo i capelli in modo da farli sembrare delle lunghe barbe. Il divino marito di Freia, il dio Wotan – che altri non è che Odino – alla vista di questi peculiari soldati avrebbe detto: “Chi sono quei lunghibarbi”. E Freia risposse “concedi dunque la vittoria, Wotan, a coloro a cui aveva appena fatto dono di un nuovo nome”. I Winnili trionfarono, e da quel giorno ebbero il nome con il quale sono entrati nella storia. 

Ovviamente si tratta di un mito, eppure ci dà parecchie informazioni: ci racconta delle contese per la terra e per le risorse che avvenivano tra i popoli germanici all’interno del barbaricum e dei quali abbiamo già parlato nell’episodio 14, che è dedicato proprio a questo periodo. Il mito suggerisce forse anche il passaggio dai culti della fertilità, simboleggiati da Freia, all’adorazione di un dio guerriero come Wotan / Odino. Un segno della progressiva trasformazione dei germani in una società più complessa e stratificata e allo stesso tempo più militaristica, con i guerrieri al vertice della società. Si tratta di un passaggio che è comune ad altri popoli germanici.

I longobardi sulla mappa

I Longobardi entrano nella storia romana intorno nel I secolo d.C., fanno parte della coalizione sconfitta da Tiberio e tornano in un’alleanza con funzione anti-romana pochi anni dopo, alleandosi con i Cheruschi di Hermann (Arminio) per annientare tre legioni a Teutoburgo. Sul finire del I secolo d.C. sono registrati da Tacito nella sua “Germania”: Tacito sostiene che vivono verso le foci del fiume Elba, nella moderna Germania settentrionale. Neil Christie, nel suo libro “The lombards” sostiene che esiste una cultura materiale, documentata archeologicamente, che è associabile ai Longobardi: si tratta di un complesso di cimiteri utilizzati fin dal VI secolo a.C. ma che, nel corso del I secolo a.C., vedono l’arrivo di nuove abitudini di sepoltura, accompagnate da armi. Una delle tesi è che si tratti di un nuovo popolo arrivato a mischiarsi con i precedenti abitanti, ma potrebbe semplicemente trattarsi di un’evoluzione in chiave militaristica dei precedenti occupanti, come abbiamo visto simboleggiata dal mito di Freia e Wotan.

Dopo Teutoburgo, i Longobardi si allearono con Marbod, il capo dei Marcomanni che non accettò di seguire Arminio e scelse di rimanere alleato di Roma. L’alleanza con i Marcomanni deve essere stata mantenuta per molto tempo, perché sappiamo che vari gruppi di Longobardi combatterono al fianco dei Marcomanni durante le guerre che li contrapposero a Marco Aurelio. Il seguente periodo, tra il finire del II secolo e l’inizio del III segna una forte discontinuità nel mondo germanico: vi rimando per i dettagli al mio libro “Per un pugno di barbari”. Qui basti dire che le guerre marcomanniche furono causate probabilmente dalla pressione sugli abitanti della Germani centrale, pressione che sarebbe provenuta da nord ad opera di un popolo che farà la storia della tarda antichità, i Goti.

Secondo la scuola di Vienna, dopo il II secolo d.C. si perde traccia dei Longobardi: non ci sono più fonti che ne parlano dopo il periodo della loro documentata presenza sull’Elba. Se siete invece più a favore della scuola di Oxford, sappiamo da Paolo Diacono che i nostri germani migrarono progressivamente verso sud-est, seguendo in generale il movimento di una buona parte dei popoli germanici. I Germani in movimento andarono ad inglobare le terre dell’Europa centro-orientale, popolate da autoctoni non di etnia germanica, soprattutto balti e – probabilmente – proto slavi.

I longobardi in Boemia?

Paolo Diacono menziona diverse tappe della migrazione del suo popolo, che non possiamo verificare archeologicamente, mentre nelle fonti romane il nome dei Longobardi scompare per quasi 300 anni, forse perché non entrarono più per molto tempo in diretto contatto con i Romani, forse perché, come sappiamo, il quadro delle coalizioni e delle confederazioni di popoli germanici è sempre in movimento.

Quello che è certo è che negli ultimi decenni sono state scavate in Boemia, un’area in direzione sud-est rispetto alla valle dell’Elba – una serie di siti archeologici che sembrano coerenti con la migrazione di un grande numero di persone – o quanto meno denotano l’influenza culturale di una popolazione simile a quella che viveva nella valle dell’Elba. Questa era l’area occupata nel II secolo dai Marcomanni. Se i Longobardi vissero in quest’area – corrispondente alla moderna Repubblica Ceca occidentale – sappiamo che nel quinto secolo furono assoggettati dagli Unni. Traccia dell’incontro con i Borg della steppa c’è anche nella storia di Paolo diacono, che ci narra come gli Unni uccisero il primo Re dei Longobardi, Agelmund. Paolo si affretta a dirci però che il suo popolo ebbe presto la rivincita, poco dopo. Ritengo assai più probabile che ci fu una sola battaglia contro gli Unni e sicuramente non fu a favore dei Longobardi.

Infatti, verso la metà del quinto secolo, i siti in Boemia si arricchiscono di oro e preziosi in quantità straordinaria rispetto al passato, un segno comune a tutte le popolazioni che facevano parte dell’Impero degli Unni, il grande aspiratore d’oro del mondo romano. I Borg infatti avevano l’abitudine di condividere con i popoli sottomessi parte dei proventi dei loro taglieggi.

I Longobardi della Boemia fecero probabilmente parte della grande confederazione che giunse a combattere i Romani e i Visigoti sui Campi Catalaunici, la vera Woodstock della tarda antichità. Di lì a pochi anni, però, Attila morì e il suo impero andò in pezzi. I Longobardi erano di nuovo liberi, ma dovettero guadagnarsi il loro posto al sole: nei seguenti decenni avrebbero conteso la supremazia sul mondo extra danubiano a una mezza dozzina di popoli.

Dopo gli Unni

I Longobardi tornano nella luce della storia romana sul finire del quinto secolo, dopo la caduta dell’Impero degli Unni e relativamente alle lotte tra le schegge impazzite dell’impero di Attila. Facciamo mente locale sui loro concorrenti più prossimi: sul corso del Danubio, scendendo progressivamente verso il mare, avevamo i Rugi che vivevano sul lato nord del Danubio, nei pressi del Norico ex romano: si tratta grosso modo della bassa Austria, la regione attorno a Vienna. Seguivano gli Eruli nell’area che da Vienna va verso Budapest. Gli Svevi occupavano la Pannonia meridionale, mentre il grande bacino pannonico era occupato principalmente dai Gepidi. La storia danubiana dei Longobardi, per molti versi, è la storia della progressiva sconfitta e incorporazione di tutti questi territori.

Come nei secoli precedenti, l’Impero – oramai uno solo, con sede a Costantinopoli – provava ad usare una rete di relazioni diplomatiche per tenere i vari gruppi in costante guerra tra loro – Divide et Impera – ma anche per utilizzarli con lo scopo di abbattere un nemico fattosi troppo potente. Abbiamo già raccontato come dalla macerie del dominio di Attila fossero emersi due grandi protagonisti: Odoacre e Teodorico, Costantinopoli provò a disinnescare entrambi, utilizzando i suoi alleati.

Nella tela di Nuova Roma finì impigliato il regno dei Rugi: come narrato nell’episodio 46, Zenone cercò di usare i Rugi del Norico in funzione anti-Odoacre ma questi mosse nel 487 a nord delle Alpi e ne devastò il regno, deportando in Italia molti cittadini Romani del Norico. I superstiti dei Rugi andarono ad ingrossare le fila di Teodorico, ma il vuoto di potere creatosi nel medio Danubio fu riempito dai Longobardi che occuparono l’ex regno dei Rugi, come detto praticamente la moderna bassa Austria. I Longobardi ingrossarono le loro fila incorporando molti dei Rugi e i Romani rimasti nella regione.

L’espansione longobarda verso Sud non passò inosservata al principale dei loro vicini, gli Eruli. Nel 508, mentre Teodorico combatteva contro i Franchi e poi i Visigoti in Gallia, si svolse una grande battaglia tra i Longobardi e gli Eruli. I Longobardi erano guidati dal loro re Tato, che apparteneva alla dinastia dei Lethingi, la quale governò i Longobardi per quasi un secolo. La battaglia si svolse in quello che Paolo Diacono chiama il Feld, l’area dell’ex Norico romano occupato dagli Eruli e che oggi è detto Marchfeld, cosa che mi ricorda molto il nome Rohirrim della pianura del Calenardhon, e sono sicuro che non è un caso!

Questa guerra ci viene raccontata non solo da Paolo Diacono, ma anche dal nostro vecchio amico Procopio, che ci informa che prima della battaglia, sopra i Longobardi si addensò una nube nera, mentre sopra gli Eruli splendeva il sole. Un presagio di vittoria per gli Eruli? Ma certo che no. Per i Longobardi il dio del tuono e della tempesta (il Thor della mitologia norrena) dimora tra le nubi tempestose, non certo nel sole splendente. Narra Paolo Diacono: “i Longobardi, completamente vittoriosi, si divisero l’ingente bottino. Tato prese il vessillo di Rodulf che essi chiamano “bandum” e l’elmo che era solito portare in guerra. E da quel tempo ogni valore degli Eruli cadde a tal punto ch’essi non ebbero più alcun Re”. Gli Eruli, sconfitti e senza patria, finirono per cercare casa come foederati nell’Impero Romano, come sempre accadeva agli sconfitti delle guerre danubiane. Qualche decennio dopo, saranno utilizzati da Narsete nelle sue spedizioni in giro per il Mediterraneo, per poi finire con il loro capo Sinduald in Veneto. Vi ricordate?

Insediamenti longobardi in Pannonia (triangoli e puntini neri)

Dopo la vittoria del Feld, i Longobardi poterono occupare quest’area: si trattava in realtà della prima volta che i Longobardi vivevano in un territorio che era stato romano e che era quindi ancora dotato di città e di grandi fortezze, come quella di Carnuntum o di Vindobona, la moderna Vienna. Indubbiamente molti Eruli, quelli che non tentarono la fortuna nell’Impero, furono inglobati dal gruppo longobardo che continuò quindi ad allargarsi per annessioni e fusioni, come una multinazionale moderna. I Longobardi divennero la principale potenza regionale del medio Danubio, tra le moderne Austria, Slovacchia e Ungheria, cosa che li mise nelle mire sia della diplomazia dei Franchi che di quella dei Romani.

I Longobardi, sin dalla caduta del regno degli Unni, erano stati governati da una dinastia: i suddetti Lethingi. Abbiamo visto come Re Tato avesse sconfitto gli Eruli. Nel 510 gli successe suo nipote Wacho, non proprio spontaneamente visto che Tato fu assassinato, o dovrei dire wacked? Quest’ultima è per appassionati dei Sopranos. Ildichis, figlio di Tato, provò a combattere contro Wacho ma dovette gettare la spugna e rifugiarsi presso i Gepidi: per decenni Wacho proverà a farsi ridare Ildichis, una delle tante ragioni di inimicizia tra questi due popoli.

Una volta consolidatosi sul trono, Wacho strinse una forte alleanza, militare e matrimoniale, con i Franchi dell’Austrasia: nel 531 promise sua figlia Wisigarda a Re Theodebert I, quello che invase l’Italia nel 539. Successivamente diede l’altra figlia Waldrada all’erede di Theodebert, Theodebald, il Re ragazzino a cui fecero appello i Goti nel 552, dopo la sconfitta dei Monti Lattari. Abbiamo già incontrato Waldrada: sarà lei a sposare Garibald dei Baiuvarii, dando vita a Teodolinda, la futura Galla Placidia dei Longobardi. 

Wacho però strinse anche un’alleanza con l’Impero, una cosa logica, visto che i Franchi erano a quel tempo alleati di Costantinopoli in funzione anti-ravennate. Nel 526, alla morte di Teodorico, Giustiniano cedette ai Longobardi città e fortezze della Pannonia meridionale: in realtà si trattava di territori sotto il controllo degli Svevi, alleati del regno d’Italia, ma Giustiniano era intenzionato a demolire il controllo di Ravenna sui Balcani, mentre Amalasunta aveva troppi rivali a corte per far fronte a questo problema. Giustiniano pensò bene di dare ai Longobardi un territorio che non era sotto il suo controllo ma sul quale aveva ancora un residuo di autorità legale fornitagli dall’essere l’unico imperatore dei Romani. I migliori sovrani concedono, quando possono, le terre degli altri.

L’espansione dei Longobardi verso la Pannonia e l’area compresa tra il fiume Sava e il Danubio è documentata archeologicamente: questa vasta area del bacino pannonico, corrispondente alla Slovenia e all’Ungheria occidentale, ha restituito un gran numero di sepolture longobarde e un importante deposito di ricchezze nell’anfiteatro di Aquincum – Budapest – è coerente con un’aggressione Longobarda nell’epoca. Parlo di aggressione perché l’area dovette essere conquistata a mano armata dai Longobardi, che ovviamente incorporarono buona parte degli Svevi sconfitti. Non abbiamo invece molte costruzioni longobarde nei decenni che questi vissero in Pannonia: la tesi è che i Longobardi riutilizzarono fortezze e abitazioni lasciate indietro dai Romani.

L’alleanza tra Impero e Longobardi resse alla prova dei fatti. Anni dopo, nel 537, il Re dei Goti – Witigis – provò a chiedere il loro aiuto nella lotta contro i Romani, invano: per Wacho, accettare la richiesta di Witigis avrebbe significato alienarsi il favore imperiale, senza contare che non dubito che il Re calcolò che le probabilità di successo di Witigis fossero piuttosto scarne. Inoltre l’intervento in Italia avrebbe reso necessario l’invio di ingenti truppe in aiuto degli Ostrogoti, truppe che a Wacho servivano altrove: perché i Longobardi erano oramai impegnati in una guerra fredda, presto guerreggiata, contro i loro acerrimi nemici: i Gepidi.

Wacho morì nel 540 e al suo posto fu eletto il figlio minorenne Waltar che ebbe come reggente il potente Audoin della famiglia dei Gausi, già uomo di fiducia di Wacho. Waltar morì dopo soli sette anni, non sappiamo se in modo spontaneo o spintaneo. Con lui si estinse la dinastia dei Lethingi che aveva dominato sui Longobardi per un secolo. Il lord protettore del reame, Audoin, fu eletto Re.

L’arrivo di Audoin segna una nuova evoluzione diplomatica, con i Longobardi che si avvicinarono ancora di più all’impero. A tal fine, Giustiniano inviò ad Audoin una principessa degli Amali, probabilmente catturata dopo la conquista di Ravenna, nel 540. Si trattava di Rodelinda, figlia di Amalaberga – la sorella di Teodorico che questi aveva dato in sposa a Hermanafrid, il defunto re dei Turingi. Hermanafrid era stato uno dei grandi alleati di Teodorico, forse vi ricorderete di come gli scrisse una lettera per organizzare il fronte anti-Clovis. Hermanafrid aveva perso il regno e la testa in seguito all’invasione franca del 531.

Vi dico tutto questo perché Audoin, con questo matrimonio, elevò il suo status e la sua posizione: prima era solo il neoeletto Re di una nuova casata, ora aveva in casa una delle ultime principesse della più importante famiglia reale dei Germani. Il legame faceva comodo anche ai Romani, che vedevano nei Longobardi una preziosa riserva di truppe e una potenza in ascesa in un’area cruciale. Il legame con Giustiniano si rivelò quanto mai importante quando i Longobardi entrarono in contrasto con i Gepidi.

Come abbiamo già visto, i Gepidi avevano costituito un regno nell’area del bacino pannonico, spingendo i loro territori anche a sud del Danubio, grazie all’occupazione di Sirmio: si trattava, come ci riporta Procopio, di aree cedute dall’impero ai Gepidi in qualità di Foederati, una politica malvista dalla classe senatoriale: ne parlano con parole dispregiative Procopio, Agazia e Menandro. Come visto nell’episodio 87, i Gepidi avevano aiutato i saccheggiatori Slavi dei Balcani e Giustiniano decise di far pesare il suo potere sulla bilancia dei rapporti diplomatici.

Le macchinazioni di Giustiniano e Audoin arrivarono a compimento nel 551, quando l’intervento a tenaglia di Longobardi e Impero portò la guerra ai Gepidi. Ho parlato di questa guerra nell’episodio 81, nel quadro della preparazione della spedizione di Narsete. I Romani erano guidati niente di meno che da Amalafrido, il fratello di Rodelinda, moglie del Re dei Longobardi.

La maggior parte dei Romani fu trattenuta in illirico da dei disordini locali ma Amalafrido riuscì a portare un soccorso sufficiente ai Longobardi da fare comunque la differenza. Nella successiva battaglia di Asfeld, l’esercito longobardo inflisse una disastrosa sconfitta ai Gepidi. Nello scontro si distinse un giovane di cui avremo ancora occasione di parlare. Si trattava del figlio di Audoin, Alboin, l’italiano Alboino. Questi, secondo Paolo Diacono, colpì con la spada Torismund, il figlio del re dei Gepidi: il principe dei Gepidi cadde da cavallo e morì sul colpo. Paolo Diacono ci racconta che, la sera dopo la vittoria, il re longobardo non volle far sedere Alboin al posto d’onore nel banchetto celebrativo perché non era ancora stato armato da un re straniero. Era infatti una pratica comune dei popoli germanici che i figli di nobile stirpe fossero cresciuti da altre nobili casate nel quadro di relazioni di accordo, alleanza o sottomissione.

Paolo sostiene che Alboin fosse nato dal matrimonio tra Audoin e l’Amala Radegunda, ma questo è certamente falso visto che al 552 il nostro Alboin sarebbe stato un bambino: più probabile che questa associazione tra la dinastia degli Amali e Alboin fu coltivata da Alboin stesso, per legare il suo futuro regno italiano al grande Re d’Italia, sempre il nostro Teodorico. E’ comunque interessante e significativo che ciò avvenne: vuol dire che l’ombra del grande Re dei Goti era ancora importante per una parte della popolazione italiana.

A questo punto della sua storia Paolo Diacono è arrivato sul finire del regno di Giustiniano. Lo introduce così: “in questo periodo Giustiniano augusto reggeva con prospera sorte l’Impero Romano. Egli compì vittoriosamente le guerre e rimase celebre per il suo contributo al diritto civile”. Paolo riferisce poi per sommi capi il regno di Giustiniano, ma sempre con informazioni estremamente corrette: parla delle guerre persiana, vandalica e gotica, della riforma del codice civile “Riordinò con mirabile concisione le leggi dei Romani, eccessivamente prolisse e con inutili discordanze”. Quasi sembra di sentire Dante che dice “Cesare fui e son Iustinïano, che, per voler del primo amor ch’i’ sento, d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano”.

Paolo, per inquadrare l’epoca, riferisce come in questo periodo Dionigi creò il calendario annus domini – vero – e di come si tratti anche dell’epoca in cui visse, nelle sue parole, “il beatissimo nostro padre Benedetto”. Insomma, per un monaco dell’ottavo secolo Paolo Diacono possiede una straordinaria precisione e cultura. E’ raro che fonti così tarde rispetto agli avvenimenti le riportino con accuratezza.

Come narrato nell’episodio 81, I Longobardi ricambiarono l’alleanza che Costantinopoli inviando un forte contingente di 5500 uomini a combattere in Italia nella guerra greco-gotica, al fianco di Narsete. Come sappiamo però, Narsete li rinviò in Pannonia appena possibile, sostiene Procopio perché si erano macchiati di delitti contro i locali. La partecipazione dei Longobardi alla fase decisiva della guerra greco-gotica è raccontata anche da Paolo Diacono che non fa alcuna menzione di violenze commesse dai suoi e dice soltanto: “I Longobardi, alleati dei romani, sconfissero e sterminarono i Goti. Poi, onorati e colmi di doni, fecero ritorno nelle loro terre. Per tutto il tempo in cui restarono stanziati in Pannonia, i Longobardi furono federati di Roma e li aiutarono contro i loro nemici”. La tradizione di Paolo è evidentemente la versione longobarda degli avvenimenti, visto che sappiamo che furono effettivamente coperti di doni e onorati da Narsete, anche se noi sappiamo che Narsete se ne sbarazzò il prima possibile. Non è neanche del tutto corretto dire che i Longobardi furono dei fedeli foederati di Roma perché, come vedremo, il nuovo Re dei Longobardi – Alboin – romperà l’alleanza con l’Impero e questo ben prima di invadere l’Italia.

Intorno al 560, morì Audoin e salì al trono Alboin: siamo negli ultimi anni di Giustiniano, quando questi cercò di mantenere la pace attraverso un complicatissimo gioco diplomatico. I Longobardi rimasero per alcuni anni legati al loro storico trattato. Uno dei primi passi di Aldoin fu di confermare l’alleanza matrimoniale con i Franchi, sposando la figlia del loro grande e vecchio Re, Chlothar. Le cose andarono diversamente con i Romani.

Per molto tempo, come abbiamo visto, i Romani avevano cercato l’alleanza dei Longobardi contro i Gepidi anche perché questi, collocati tra le attuali Serbia e Romania, erano più vicini e minacciosi, potendo più facilmente puntare verso Costantinopoli. La situazione era cambiata popo la battaglia di Asfeld: la potenza dei Gepidi si era ridimensionata e Nuova Roma pensò di schierarsi con questi in funzione anti-longobarda. Si tratta di una politica standard imperiale: sostieni sempre il più debole tra due popoli rivali. Inoltre, nel 562 Narsete aveva conquistato il Veneto e cacciato di lì i Franchi: oramai Impero e Longobardi erano davvero vicini di casa. I territori pannonici dei Longobardi confinavano ad Est con l’Italia imperiale di Narsete e a sud con la Dalmazia imperiale.

A questo si aggiunse l’arrivo sullo scenario di un nuovo popolo e di un nuovo imperatore. Come abbiamo visto negli scorsi due episodi, l’arrivo in Pannonia degli Avari sconvolse gli equilibri di potere. Allo stesso tempo, nel 565 salì sul trono Giustino II, un imperatore determinato a ristabilire quella che nella sua mente era la dignità dello stato romano, che non doveva piegarsi a pagare i suoi vicini per non attaccarlo. Rifiutandosi di pagarlo, Giustino si attrasse l’inimicizia di Baian, il Khagan degli Avari. Questo popolo, come abbiamo visto negli scorsi episodi, era giunto nelle steppe ucraine provenendo da est e ora era in cerca di un posto ideale per la loro civiltà nomade-pastorale: presto misero gli occhi sulla pianura pannonica occupata dai Gepidi.

La tensione tra Avari e Impero finì per aumentare la rivalità tra i due, fino a sfociare in guerra aperta. La relazione tra Impero e Longobardi peggiorò in parallelo: nel 566 i Longobardi attaccarono i Gepidi mentre il loro Re Cunimund era impegnato a combattere contro gli Slavi. I Longobardi assalirono l’area di Sirmio, sempre la chiave per il controllo dei Balcani e allora la capitale dei Gepidi. Cunimund, per assicurarsi il sostegno imperiale, promise a Giustino II di cedergli Sirmio in cambio del suo aiuto. L’esercito imperiale giunse a supporto di Cunimund: Alboin sapeva che da solo non ce l’avrebbe mai fatta contro l’alleanza tra Gepidi e Impero, né questa volta né mai. Si ritirò dunque, e lasciò Sirmio in mano dei Gepidi: Cunimund però, una volta passato il pericolo, si rifiutò di restituire l’antica capitale dell’Illirico all’Impero, meritandosi l’ira del suscettibile Giustino II.

La guerra del 566 convinse infine Alboin a stringere la fatale alleanza con gli Avari. Secondo quanto ci narra Menandro Protettore, dei messaggeri furono inviati a Baian, il Khagan degli Avari, cercandolo di convincere a dichiarare guerra ai Gepidi e, soprattutto, ai Romani. Baian, per essere convinto ad una guerra che aveva comunque intenzione di fare, impose però un duro accordo: i Longobardi avrebbero ceduto immediatamente agli Avari un decimo del loro bestiame e – in caso di vittoria contro i Gepidi – a loro sarebbero andate le loro terre pannoniche e tutto il bottino. Alboin, oramai isolato diplomaticamente, decise di accettare.

La rivoluzione diplomatica fu giocata anche a livello religioso: decenni prima Wacho, per stringere la sua alleanza con le potenze cattoliche dell’Impero e dei Franchi, aveva promesso di convertire i suoi al cristianesimo ortodosso romano. Wacho tenne fede alla sua parola, ma il cristianesimo attecchì solo molto lentamente presso i Longobardi, che rimasero in grandissima parte pagani.

Dopo la rottura con l’Impero, Alboin decise di convertire la sua cerchia di nobili all’arianesimo. Si trattava di una scelta in un certo senso bizzarra, visto che oramai nessun vicino importante dei Longobardi era cristiano ariano. L’unica spiegazione ragionevole, oltre che fare un dispetto a Giustino II, era che Alboin avesse già messo gli occhi sulla terra d’Italia, valutando la conversione all’arianesimo come un importante biglietto da visita nei confronti dei vertici militari gotici che ancora vivevano in Italia settentrionale. Alboin avrebbe potuto atteggiarsi, in caso di invasione, a salvatore della chiesa tradizionale dei Goti. Va detto, però, che il cristianesimo dei Longobardi si limitò per molto tempo ancora alle loro élite politiche e conservò, a lungo, elementi del paganesimo germanico.

L’anno seguente, il 567, i due alleati – Avari e Longobardi – attaccarono i Gepidi. I Romani, ancora irritati per la mancata restituzione di Sirmio, si rifiutarono questa volta di salvare la pellaccia di Cunimund che si trovò ad essere stretto in una manovra a tenaglia: i Longobardi che avanzavano da nord-ovest e gli Avari lo attaccavano da nord-est. Cunimund scelse che tra il martello avaro e l’incudine longobarda preferiva l’incudine, ma le sue truppe vennero comunque sbaragliate. Secondo Paolo Diacono, il Re venne ucciso da Alboin subendo, 15 anni dopo, la stessa sorte del fratello Torismund, morto nella battaglia di Asfeld: ovviamente si tratta solo di una leggenda. I Re muoiono di solito per mano di qualche anonimo soldato, non di altri Re.

Una volta sconfitti i Gepidi, Alboin fece quello che avevano fatto i suoi predecessori con tanti altri popoli: cercò di aggregarne il più possibile ai Longobardi. A tal fine, Alboin prese in sposa la figlia del re dei Gepidi, Rosamunda. La pratica di sposare la figlia del re ucciso non voleva essere un barbaro atto di violenza o crudeltà, ma serviva a legare i superstiti del popolo sconfitto ai loro vincitori. Secondo la storia riportata da Paolo Diacono, Alboin fece fare del teschio di Cunimund una coppa dalla quale bere, probabilmente un rito pagano germanico per assorbire l’energia vitale del Re sconfitto. Sentiremo ancora parlare di questa coppa, e di Rosamunda.

Nonostante che avessero fatto il grosso del lavoro, furono gli Avari a prendersi la parte del leone delle terre dei Gepidi. Erano gli accordi, ma per i Longobardi fu anche un’umiliazione. Alboin deve aver infine compreso che, nel nuovo mondo danubiano che si stava apparecchiando, prima o poi il suo popolo sarebbe finito sotto il tallone degli Avari, che sarebbero diventati gli Unni di quel secolo. In più, c’era la questione dei Romani, che erano ancora invitti: non c’era alcun dubbio, nella mente dell’alleanza Longobardo-Avara, che l’anno seguente – il 568 – avrebbe portato la guerra contro l’Impero.

Durante l’inverno, gli alleati pianificarono il da farsi: avevano due fronti contro i Romani: le Alpi verso l’Italia, la Sava e il Danubio verso i Balcani. Era evidente che i Longobardi si sarebbero dovuti occupare di un fronte, gli Avari dell’altro. Eppure credo che fu durante questi mesi che Alboin giunse infine a prendere la sua fatale decisione, quella che avrebbe cambiato la storia del nostro paese.

Le ragioni per migrare in Italia sono diverse, ma credo che per Alboin fosse oramai evidente che gli Avari erano destinati a dominare la Pannonia, tutta la Pannonia, compreso il territorio ora occupato dal suo popolo. Presto i suoi Longobardi, da alleati, sarebbero diventati sudditi. Ma un’alternativa c’era: sfruttare il caos della guerra tra Avari e Romani per colpire il territorio imperiale nel quale i suoi uomini erano andati a combattere con Narsete, sedici anni prima. Quella terra di fertili pianure, dolci colline baciate dal sole, ampie strade e grandi città che giaceva ad occidente.

Era anche un momento propizio: come forse ricorderete, nel 566 e nel 567 Narsete era stato impegnato a combattere il suo ex foederato Erulo, Sinduald, il Magister Militum a capo del sistema difensivo in Veneto. Sinduald era stato sconfitto, ma a prezzo di distruggere gli Eruli e quel sistema che aveva garantito la difesa dell’Italia settentrionale e, dettaglio cruciale, degli agevoli passi delle Alpi orientali. L’Italia, in sostanza, era ancora più vulnerabile del solito. In Pannonia ancora si raccontavano storie della magnifica spedizione contro Totila: di un paese con grandi città e ricche campagne, strade larghe e magnifici ponti. Un paese ancora ricco al cui confronto la devastata Pannonia ex romana sembrava ben poca cosa. E che dire dell’attuale situazione? Nulla difendeva oramai i Longobardi dai loro più potenti alleati, Alboin si sarebbe sentito molto più sicuro con le Alpi a fare da confine. La storia che riporta Paolo Diacono, e che è spesso ancora pedissequamente ripetuta nei libri di storia, è che fu Narsete a chiamare in Italia i Longobardi, per gelosia nei confronti di Giustino II che lo voleva sostituire. Per ora sospendo il giudizio su questa nota diatriba, conto di affrontarla nel prossimo episodio. Qui basti dire che Alboin aveva ottime ragioni per invadere l’Italia, anche senza invito.

Come vedete dunque, al termine di questa prima puntata a loro dedicata, i Longobardi non sono selvaggi barbari che, all’improvviso, sbucano dalla foreste della Selva nera per avventarsi sull’Italia, ma uno dei tanti popoli germanici che, a partire dalla fine del IV secolo e dopo la cruciale battaglia di Adrianopoli, segue un trend già consolidato: l’insediamento in area imperiale, la creazione di un’entità politica che diviene mano a mano più forte anche grazie alla sconfitta e all’asservimento di altre popolazioni. I Longobardi, inoltre, sono un popolo che da decenni se non secoli mantiene stretti rapporti con Costantinopoli, con fasi di alleanza alternate ad altre di ostilità.

L’origine “pannonica” dei Longobardi è stata provata nel 2020 con uno straordinario articolo scientifico di archeogenetica, che ha paragonato il genoma di un cimitero longobardo a Collegno con un altro a Szòlàd in Ungheria, dimostrando che erano molto simili.

Paolo Diacono e Menandro protettore ci riferiscono che, durante l’inverno del 567, Alboin offrì agli Avari un accordo: i Longobardi avrebbero invaso l’Italia, colpendo l’Impero nel suo ventre molle. Da Menandro sappiamo che in contemporanea gli Avari avrebbero attaccato l’Impero in Dalmazia e sul fronte danubiano: Giustino, di fronte a due crisi militari, avrebbe avuto problemi a far fronte ad entrambi. C’è di più: i Longobardi cedevano agli Avari tutte le loro terre della Pannonia, ma si riservavano il diritto di poter tornare a casa in caso di insuccesso in Italia. In questo caso, dubito che il Khagan li avrebbe riammessi se non come popolo soggetto, ma questa è la storia che ci è giunta. L’invasione dell’Italia risponde quindi a due necessità, per i Longobardi: mettersi in salvo dagli Avari, ma anche organizzare una concertata azione militare su più fronti, per impedire all’Impero di schiacciarli in Italia. C’è molta più strategia in tutto questo di quanto sembri a prima vista.

Alboin radunò tutti i suoi uomini e la sua variopinta coalizione di Longobardi, Eruli, Svevi, Rugi, ma anche svariati Avari e Bulgari delle steppe, oltre a probabilmente molti romani della pannonia. Non solo: inviò messaggeri in Sassonia e convinse un grande numero dei loro uomini a seguirlo nell’invasione dell’Italia: i Sassoni erano sempre stati in ottimi rapporti con i Longobardi e la penisola era oggetto di desiderio di molti. Leggiamo quindi Paolo Diacono: “dopo 42 anni passati in Pannonia, i Longobardi ne uscirono il giorno dopo quello santo di Pasqua che in quell’anno, secondo i calcoli, cadde il primo di Aprile, quando erano già trascorsi 568 anni dall’incarnazione del signore”.

L’imponente colonna che si mise in marcia era composta da soldati e da carri con donne, servi, vecchi, bambini e masserizie: inevitabilmente si muoveva lentamente. Impossibile sapere quanti fossero, ho letto di stime di 300.000 uomini ma, come discusso con Nicola Bergamo, è assai più probabile che fossero tra gli 80 e i 100 mila uomini, con un 20-25 mila guerrieri in tutto. Una forza notevole, paragonabile alla schiera dei Franchi che era entrata in Italia nel 553, al seguito di Leutharis e Butilinus.

Paolo descrive in modo lirico l’arrivo in Italia. Leggiamolo, perché il richiamo con il vecchio testamento e la terra promessa è innegabile. Fatemi leggere solo alcune parole in latino, perché sono molto belle, preciso che userò la pronuncia latina ecclesiastica che è quella che usava Paolo, non preoccupatevi! Segue traduzione italiana.: “Igitur cum rex Alboin cum omni suo exercitu vulgique promiscui multitudine ad extremos Italiae fines pervenisset, montem qui in eisdem locis prominet ascendit, indeque, prout conspicere potuit, partem Italiae contemplatus est. Qui mons propter hanc, ut fertur, causam ex eo tempore mons regis appelatus est” in italiano “Quando dunque Re Alboin giunse ai confini dell’Italia, con tutto il suo esercito e una moltitudine assortita di popolazioni, salì su un monte che si innalza in quei luoghi e di lì contemplò quella parte d’Italia fin dove potè spingere lo sguardo. Si tramanda che per questo motivo, da allora quel monte fu detto “del Re”.

E’ una scena emozionante, che credo avvenne davvero: vicino alla strada che da Lubiana va verso l’Italia, la via militare che avevano preso Massimino il Trace, Teodosio, Attila, Teodorico e mille altri invasori, sorge un monte detto Nanos, oggi in Slovenia, alto 1261 metri. Qui la strada si biforca, un ramo punta a Trieste, uno verso Gorizia e Cividale. Così commenta Antonio Zanella, uno dei traduttori di Paolo Diacono: “La leggenda diventa credibile perché da questo monte si gode una vista che è veramente ampia e suggestiva: i monti splendidi di prati verdi e di macchie di ogni essenza, la pianura rigogliosa. Quello di Alboino non fu soltanto un gesto tattico per individuare la via da percorrere, ma un atto psicologicamente indovinato per dare una carica morale ai suoi soldati e alleati, nel momento in cui si accingevano ad affrontare sacrifici e pericoli ancora sconosciuti”. La lunga marcia dei Longobardi, iniziata secoli prima dalle lontane terre della Scandinavia, era arrivata alla sua ultima, e più importante, tappa. 

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