Di: Bernard Bachrach
Ovvero: l’Impero carolingio come estensione della macchina militare romana

Nel panorama della storiografia militare sul primo Medioevo, Early Carolingian Warfare: Prelude to Empire di Bernard S. Bachrach occupa una posizione centrale sì – ma anche molto divisiva. La tesi di fondo dell’autore è netta: la straordinaria espansione territoriale sotto Pipino il Breve e Carlo Magno non fu il risultato di scorrerie disorganizzate guidate da élite a cavallo, bensì il prodotto di una complessa e sofisticata “macchina da guerra” statale, fortemente debitrice delle istituzioni e della logistica di stampo tardo-romano.
I meriti e i problemi
Cosa dicono le recensioni ufficiali? molti storici hanno lodato la capacità di Bachrach di mostrare come il successo carolingio poggiasse su una solida struttura politica, amministrativa e sociale. L’attenzione quasi ossessiva dell’autore per la logistica, l’addestramento della fanteria e la guerra d’assedio ha il merito di aver scardinato il vecchio “mito della cavalleria proto-feudale”, restituendoci un quadro razionale e iper-organizzato dell’ottavo secolo.
Nel far questo, però, Bachrach costruisce una fortissima continuità con l’esercito romano, che in più casi pare piuttosto stiracchiata (come quando afferma che i milites franchi usassero spade corte come i soldati romani). La sua principale pezza d’appoggio – Rabanus Maurus, autore del IX secolo di un’epitome di Vegezio – non pare una fonte così autenticamente riflettente l’esercito franco come Bachrach vorrebbe farci credere che sia.
E infatti della critica accademica (tra cui Guy Halsall) ha contestato a Bachrach il suo modus operandi: un approccio metodologico che tende a interpretare le fonti scritte in modo estremamente letterale, finendo talvolta per delineare un medioevo “parallelo” dove l’apparato burocratico romano sembra non essere mai tramontato, a scapito delle più fluide realtà archeologiche, documentali e le differenze regionali nel vasto mondo franco.
La “grande strategia”
La parte più controversa del libro l’ho però perfino lasciata fuori in generale dalle tre puntate “militari” del podcast: ovvero l’asserzione di Bachrach che i Carolingi abbiano avuto una secolare “grande strategia” volta alla ricostruzione dell’Impero merovingio, dissoltosi nel corso del VII secolo in tanti poteri regionali e particolari (come la Neustria, l’Austrasia, l’Alemannia, la Baviera, l’Aquitania e così via). Questa affermazione è molto controversa, ma secondo me non è poi così lontana dalla verità: vedo anche io un filo conduttore tra Pipino di Herstal, Carlo Martello, Pipino il Breve e Carlo Magno su questo punto.
Un saggio da leggere, e bilanciare con altre fonti
Questo libro è un saggio denso, monumentale e stimolante: porta una serie di prove e affermazioni che smontano spesso con efficacia dei preconcetti “feudali” antiquati della storiografia dell’Alto medioevo. Se a volte si spinge troppo oltre nelle sue affermazioni, non vuol dire che la ricerca non sia valida, molto spesso. Che si concordi o meno con le sue audaci conclusioni, resta una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere a fondo i meccanismi di potere e di mobilitazione delle risorse nell’Europa carolingia. Consigliabile di integrarlo con altre fonti, come da me fatto (comparando con Barbero, Halsall, Albertoni).
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