Italia settentrionale, prima metà del IV° secolo dopo Cristo. Nel cuore della notte, in un’area distante pochi chilometri dalle mura di una delle tante città della Pianura padana da secoli protette dalle legioni di Roma, un fiume umano di decine di migliaia di persone sfila in maniera ordinata, attraversando campagne spopolate e semiabbandonate. I cittadini romani della zona capiscono immediatamente che non si può trattare di gente del posto o delle regioni vicine: i tratti etnici particolari, con una sfumatura asiatica, i carriaggi, i cavalli, l’equipaggiamento militare, i vestiti delle donne e dei bambini, tutti gli elementi indicano chiaramente che questa moltitudine è una popolazione barbarica, proveniente al di fuori del limes, molto diversa dai Goti o dagli altri germani utilizzati come servitù nelle domus.
Invasori? La presenza costante delle truppe imperiali in armi intorno alle colonna in movimento permette di comprendere che è ancora troppo presto per pensare a un’invasione in forze di una popolazione ostile, che si vedrà da queste parti soltanto nei decenni successivi. Schiavi forse? Gli uomini adulti sono armati e camminano liberi, quindi anche questa possibilità è ben presto scartata. La sorpresa dei locali aumenta nei giorni successivi, quando questa fiumana di persone comincia a costruire accampamenti e a lavorare i terreni circostanti, abbandonati da decenni per mancanza di braccia. Con il passare dei mesi e degli anni i locali impareranno a proprie spese che è abbastanza imprudente avvicinarsi troppo alle zone abitate da queste genti, che pure capiscono il latino e ricevono visite regolari da parte degli ufficiali dell’esercito.
L’origine dei Sarmati
Ma chi sono queste genti misteriose?
Si tratta dei Sarmati, una delle popolazioni barbariche che nell’epoca tardo antica furono accolte nel territorio imperiale con un doppio compito: militare e produttivo, con l’obiettivo di rafforzare le difese di un’Italia sempre più pericolosamente esposta alle incursioni di popoli nemici e – al contempo – di aumentare la produzione agricola e ripopolare territori profondamente spopolati. Ma i Sarmati erano parecchio diversi dai classici popoli germanici con cui l’impero interagiva da secoli e che poi causeranno la caduta della sua parte occidentale. Come si può leggere nel libro “ Dalle steppe asiatiche al Limes danubiano: i Sarmati e Roma” di Alessandro Alberghina, generalmente con l’etnonimo Sarmati si intende dare la denominazione generale ai nomadi iranofoni delle steppe dell’Europa centrale sud orientale dal VI-V secolo AC fino al V secolo dopo Cristo. Insomma, i Sarmati non erano un classico popolo stanziale che viveva al di fuori del limes, ma erano un’organizzazione tribale, espressione di una società guerriera e nomade, fondata sull’uso del cavallo e la raffinata lavorazione dei metalli.
L’origine di questa popolazione è davvero lontana dalle nostre latitudini ed è stata localizzata dagli archeologici sovietici nell’area del Mar Caspio. Nei secoli successivi i Sarmati si spostarono lentamente ma inesorabilmente verso Occidente, entrando in contatto prima con i Greci e poi naturalmente con Roma, per trovare poi un approdo finale nelle pianure dell’attuale Ungheria, caratterizzate da condizioni non dissimili da quelle alla terra d’origine.

I rapporti tra Sarmati e Roma
I rapporti secolari con l’impero, a partire dal primo secolo DC, furono tutto sommato positivi, tanto che per lunghi tratti i Sarmati possono essere inquadrati come un popolo cliente dell’impero, legato da trattati e concessioni. Nel corso dei secoli non mancarono naturalmente periodiche incursioni e guerre, la prima delle quali fu l’invasione della Mesia del 6 DC. In seguito, come si può osservare nella Colonna traiana, una tribù sarmata, quella dei Rossolani, fu alleata dei Daci contro Roma nella nota Guerra dacica. Successivamente i Sarmati fecero parte di quella variegata alleanza di popolazioni barbare che minacciò direttamente l’Italia nel corso delle accesissime guerre Marcomanniche. Proprio la successiva sconfitta portò al primo insediamento di Sarmati in terra romana: come pegno della pace furono offerti all’impero 8000 cavalieri sarmati, 5500 dei quali vennero spediti da Marco Aurelio in Britannia, probabilmente a sorvegliare il limes locale. Nei secoli successivi, invece, i Sarmati patirono la crescente pressione delle altre popolazioni barbariche, tanto che nel 332 DC dovettero invocare l’aiuto di Roma contro i Goti, che avevano invaso parte del loro territorio. Due anni dopo l’imperatore Costantino accolse così nell’impero trecentomila Sarmati, distribuendoli in Italia, Tracia e Macedonia.
“Essi non trovarono altro porto di salvezza se non Costantino I, il quale sapendo bene come salvarli, li accolse tutti in territorio romano, e arruolò nei propri eserciti gli idonei, mentre agli altri distribuì terre coltivabili perché ne traessero sostentamento, in modo tale che essi dovettero ammettere che la loro sventura si era volta in bene ora che godevano della libertà romana invece che della brutalità barbarica” , scrive Eusebio nella Vita di Costantino.

I 15 gruppi della Notitia dignitatum
Proprio questo è il momento che abbiamo cercato di raccontare all’inizio dell’articolo, a cui seguì una storia che si protrasse per diversi decenni. Queste popolazioni di origine iraniche stanziate in Italia non furono infatti immediatamente assimilate dalla cultura latina dominante, ma mantennero probabilmente un qualche tipo di identità culturale per buona parte del V secolo, forse addirittura sino alla caduta dell’Impero romano d’occidente. In effetti la presenza dei Sarmatae gentiles in Italia è precisamente attestata da un documento ufficiale, la Notitia Dignitatum Occidentis redatto all’inizio del V secolo, quindi circa 70 anni dopo l’insediamento voluto da Costantino, che riferisce dello stanziamento di 15 colonie militari di Sarmati anche sul territorio italiano nei primi anni del V secolo. Due si trovavano in alcune regioni meridionali dell’Italia suburbicaria: Apulia et Calabria e Brutii et Lucania; tredici erano invece nell’Italia annonaria. Tra queste, due erano localizzate nel territorio di due centri urbani molto rilevanti per il loro valore come basi logistico-militari e nodi di comunicazione: Bologna e Verona. Gli altri undici gruppi, al contrario, erano prevalentemente concentrati nell’Italia nord-occidentale. Tracce di questi insediamenti sono ancora oggi avvertibili nella toponomastica: il piccolo comune piemontese di Salmour, Sarmeola di Rubano (Padova, un tempo nota come Sarmaticula), il Parco Sarmazza, sulle sponde del fiume Brenta, a Vigonovo (Venezia).
Gli studiosi hanno evidenziato come la distribuzione geografica degli insediamenti Sarmati in Italia fosse molto ampia, a testimonianza dello spopolamento di molte zone della penisola, anche se, soprattutto nell’Italia settentrionale, gli stanziamenti erano in stretta relazione con centri cittadini ancora vitali. Questo significa che ai Sarmati collocati nell’Italia nord-occidentale era affidato un importante ruolo nella difesa dei centri del potere imperiale nella Pianura Padana. La stima è che fossero presenti circa 6500 Sarmati a disposizione del l’esercito imperiale nell’Italia annonaria, un quantitativo che – sia nel IV° che nel V° secolo- era senz’altro in grado di pesare sugli equilibri militari della Penisola. Al seguito, ovviamente, c’erano donne, anziani e bambini, che facevano lievitare il numero di Sarmati presenti in questa area a oltre 30.000 unità.

Il funzionamento delle comunità sarmate
”.Sostanzialmente dunque, stando alle fonti, i Sarmati in Italia funzionavano come comunità relativamente autonome di barbari insediate all’interno dell’impero con l’obbligo di prestare servizio militare e coltivare la terra. I diversi gruppi erano sottoposti al governo di praefecti che però, secondo alcune interpretazioni, i romani nominavano tra i loro precedenti governanti; in altre parole, secondo questa tesi, le comunità sarmate erano quasi completamente autogestite. Inoltre, oltre al servizio militare, con tutta probabilità i guerrieri sarmati svolgevano anche una funzione di controllo e difesa diretta del distretto agricolo in cui si trovavano le terre a loro assegnate.
Questa funzione di diretto impegno militare era congeniale alla pericolosa esposizione dell’Italia del Nord alla minaccia di incursioni barbariche, soprattutto a partire dall’età di Stilicone e fino poi all’età di Ricimero (459-472 DC).
Ma quale fu la reazione della popolazione locale all’arrivo dei Sarmati? Difficile affermarlo con certezza, ma è immaginabile che lo stanziamento di intere comunità di cultura nomade in territorio italiano abbia provocato manifestazioni di resistenza e insicurezza, razzismo e qualche incidente. Ma il Governo imperiale non aveva nessun interesse a difendere l’omogeneità etnica della popolazione, un criterio che era sostanzialmente fuori dall’orizzonte culturale dell’impero, a maggior ragione in un momento storico in cui esercito e massime cariche imperiali erano spesso e volentieri appannaggio di persone di origine barbara.
Nel V° secolo, al momento della redazione della Notitia, probabilmente il carattere “etnico” delle comunità dei Sarmati si era forse un po’ attenuato, dal momento che nel corso del tempo ulteriori gruppi di popolazioni barbariche (Alani, Goti, Alamanni, Raifali) erano state fatte affluire in Italia e probabilmente erano in parte state aggregate- perlomeno da un punto di vista nominale – alle precedenti comunità sarmatiche.
La scomparsa dei Sarmati
.I Sarmati rimasti nel Danubio, già alla fine del IV° secolo, cessarono di esistere come popolazione autonoma e finirono con essere assorbiti nelle file delle altre alleanze barbariche interessate a entrare nell’Impero con la forza. Le fonti rendono invece probabile delineare la persistenza di comunità sarmate al servizio dell’imperatore in Italia ancora all’epoca di Ricimero (457-472). Difficile dire cosa successe in seguito, anche se tutto lascia pensare che tra l’età di Odoacre e quella dell’insediamento degli Ostrogoti di Teoderico, alla fine del V secolo, il modello delle comunità militari sarmate sia tramontato perlomeno da un punto di vista operativo, dal momento che non abbiamo più fonti a sostegno. Un certo radicamento territoriale dei discendenti di questa popolazione potrebbe però essere rimasto per lungo tempo, secondo quanto appunto ci racconta la toponomastica.
Bibliografia
- Alessandro Alberghina, “Dalle steppe asiatiche al Limes danubiano: i Sarmati e Roma”
- Elisa Possenti, Movimenti migratori in età tardo antica: riscontri archeologici negli insediamenti rurali della Venetia?
- Elisa Possenti, Presenze barbariche nel V secolo in Italia e regioni contermini
- Umberto Roberto, Presenza e integrazione dei barbari nell’Italia del V secolo: il caso dei Sarmatae gentiles
- Marco Cappelli, Podcast e sito Storia D’Italia
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