La battaglia sulla collina

Un racconto di Dario Landi


Ricevo e pubblico un racconto scritto da un ascoltatore e sostenitore del Mugello, che è rimasto stregato da questa battaglia “perduta”, combattuta nel 542 e di cui ho parlato nell’episodio 77, dedicato a Totila. Dario ha deciso di scriverci un breve racconto che rievoca questa storia. Buona lettura!


“Spingete più forte” gridò Elia. Gli altri grugnirono spiaccicandosi contro il fieno. Piccoli steli dorati s’incollavano al sudore, pizzicando caviglie, braccia, collo.
“Dai smettetela scemi” gridò spaventato Michele da sopra la balla di fieno. Quelli sotto risero.
“Smettila” urlò ancora Michele piagnucolando.
“No – sbottò Elia – così impari, Anita è la mia fidanzata”.
“Le ho solo offerto un gelato” si difese Michele. Elia, però, s’infuriò ancora di più. Raccolse una frasca da terra e prese a frustare le gambe del rivale. Mentre cercava di schivare i colpi, Michele alzò per un attimo lo sguardo alla croce di legno che si stagliava sul crinale brullo. Gli scappò una preghiera, ma nessuno rispose. Anzi, proprio in quel momento la balla di fieno si mise in moto, iniziando a rotolare giù per il pendio della collina. Michele si dimenò, cercando di mantenere l’equilibrio mentre la rotoballa accelerava giù per la discesa. Il mondo attorno sfocò fino a divenire solo una serie di graffi colorati ai bordi della vista. Chiuse gli occhi e contrasse i muscoli, pronto all’impatto. Sarebbe morto, o, peggio,
avrebbe battuto la testa e sarebbe rimasto scemo per il resto della vita.
“Oh, però, bada come sta sù” gridò Elia.
In effetti le gambe di Michele mulinavano impazzite. Avevano capito che il resto del corpo non avrebbe collaborato e che quindi, se volevano salvarsi, dovevano farlo da sole. D’altronde a mulinare erano abituate. Correre giù per il corso per andare a chiamare la mamma per il pranzo, scappare dal cane che faceva da guardia ai peschi del vecchio Ghinea, fuggire da Elia e la sua banda di bulli, correre verso la classe di Anita per arrivare prima di chiunque altro.
Quella volta, purtroppo, s’erano andate ad arrampicare su quella balla di fieno, chiudendosi in una trappola. D’altronde erano gambe, mica un cervello. Eppure non eran ancora caduto. Aprì gli occhi. La fine del campo di fieno, delimitata dal torrente, si avvicinava.
Si decise a saltar giù. Troppo tardi. La rotoballa s’impennò, sbatté nel fusto d’un cipresso e si ribaltò nel fosso. E Michele con lei.

La collina

Quando riaprì gli occhi gli parve che il mondo ruotasse attorno a lui, come tempera disciolta nell’acqua.
Guardò meglio, e s’accorse che erano solo le spirali di fieno nella rotoballa. S’era rovesciata su un fianco e s’era incastrata fra un cipresso e un masso della sponda. Lui era rimasto sotto, talmente vicino che la punta del naso sfiorava i rametti gialli facendogli il solletico. Sentiva insetti zampettargli sulla schiena, mischiando il loro pizzicare a quello dell’erba. C’era, però, qualcos’altro che lo pungeva sui lombi, e che lo costringeva a inarcare la schiena per non sentire dolore. Allungò una mano per capire cosa fosse, e fu come se qualcosa l’avesse morso. Sentì i polpastrelli farsi scivolosi. Chiuse gli occhi per il dolore e si portò la mano alle labbra. Il sapore del sangue agli invase la bocca. Sentì dei passi, delle voci.
“Oh, ma dov’è finito?”
“Sarà incastrato sotto la balla di fieno”
“Oddio e se è morto?”. Qualcuno cominciò a balbettare e battere i denti, e Michele sentì dei passi veloci che si allontanavano.
“Ma guarda sto’ scemo”. Era la voce di Elia, e anche lui aveva paura. Tremante, si chinò in ginocchio sul bordo del fosso e guardò sotto la balla di fieno. Di Michele nessuna traccia.
Michele si girò su un fianco e cercò di strisciare fuori. L’erba che si spappolava sotto il suo corpo emanava un odore acre. Il sangue dalla ferita gli colava nei calzoni, appiccicando pelle e tela.
“Elia, ragazzi” chiamò. Le voci ammutolirono.
“Elia” ripeté. Le voci ripresero, ma questa volta più piano. Michele si rese conto che, in lontananza, sentiva altri rumori. Battere di metallo, mugghiare di animali. Sulla collina stava passando un pastore. Una delle voci si avvicinò e, dopo qualche attimo, lentamente, la balla di fieno si sollevò. Si trovò faccia a faccia con un volto molto strano. Una faccia bruna, con una barbona crespa e appuntita. Dove una persona normale avrebbe avuto un cappello, e sarebbe stato comunque strano, visto il caldo, quell’uomo aveva un cono di metallo che gli copriva la fronte, guance e mento. Michele gli scorse lo sguardo sul petto, e rimase abbagliato. I raggi del sole, infatti, si riflettevano su una corazza di metallo.
Michele si agitò cercando di allontanarsi, fuggendo sull’altra sponda del fosso, ma l’uomo lo afferrò per un braccio e lo trasse a sé. Quando lo ebbe a portata lo prese sotto le ascelle e lo tirò fuori. Michele si dimenò, scalciò, ma la stretta era di ferro. Aveva la vista offuscata dalle lacrime, e solo con l’udito capì che c’erano altri. Sentì nitrire dei cavalli, e voci concitate. Lontano ancora grida e sbattere di ferro. L’uomo lo distese faccia a terra, e prese a frugargli attorno alla ferita. Michele guizzò su a quattro zampe e cercò di scappare, ma quello lo afferrò per una caviglia e lo trascinò di nuovo indietro. Una mano gli si posò sul collo. Lo schiacciava, ma al tempo stesso lo accarezzava e, a poco a poco, Michele si calmò. Lo colpì freddo d’acqua sulla schiena, e poi una sensazione bruciante fra i lembi della ferita, come quando
aveva mangiato un peperoncino e gli era bruciata la bocca. Sentì altro tessuto appiccicarsi alla pelle bagnata e, infine, una voce dire

“Ecco, era una ferita da niente, più spaventosa che altro”
“Se l’è fatta cadendo su questa lancia spezzata” disse un altro. Michele si voltò in quella direzione. Alto, pelle olivastra e capelli riccioluti, un uomo era in ginocchio sul bordo del torrente, e reggeva fra le mani un bastone spezzato, a una delle cui estremità era fissata una punta di ferro. Anche lui era rivestito di ferro, aveva una spada che gli sbatteva sul fianco e un elmo reclinato nell’erba accanto a sé. Michele si tirò a sedere, e si appoggiò con la schiena contro un albero. La solidità del tronco lo fece sentire più sicuro. Si guardò attorno. Nella piccola radura c’erano almeno dieci uomini, tutti bardati, e altrettanti cavalli. Gli uomini stavano acquattati, nascosti dietro le felci, e scrutavano ansiosi verso la collina. Quello che lo aveva tirato fuori dal fosso gli si mise davanti e gli sorrise.
“Vieni da una delle fattorie qua attorno?” gli chiese. Michele annuì.
“Da Scarperia” disse.
“Dev’essere un posto qui vicino” disse quello che aveva trovata la lancia mentre scagliava il moncherino dell’arma di nuovo nell’acqua.
“Saresti dovuto rimanere chiuso in casa – disse quello che lo aveva curato – oggi qui c’è la guerra.”
Michele sentì un gemito alla sua destra. Si voltò e vide, poggiato come lui al tronco di un albero, un uomo col braccio ferito. Lo teneva stretto al corpo, e si contorceva dal dolore. Quello che lo aveva curato si alzò e andò a occuparsi di lui.
Michele lo osservò mentre gli stracciava il tessuto della manica, rivelando, poco sotto la spalla, una ferita
che arrivava fin quasi al gomito. Si voltò dall’altra parte, e quella scena per lui divenne solo il mormorio
soffuso del guaritore che cercava di tranquillizzare il ferito. D’improvviso nessuno si curava più di lui.
Avrebbe dovuto approfittarne per scappare, ma si sentiva attratto da quella scena. Si avvicinò al gruppo principale degli uomini. A terra, reclinato fa l’erba, lo colpì uno squarcio d’azzurro. Un drappo, agganciato a un’asta di legno che terminava con un punzone di bronzo rilucente. Al centro del drappo si dipanava la figura, bianca, di un serpente, o un drago. Guardando meglio, però, si accorse che anche l’asta della bandiera era sporca di sangue. Alzò lo sguardo sul gruppo di uomini. Stavano tutti attorno a un individuo più anziano, che aveva i capelli grigi intrisi di polvere e rigagnoli di sudore che gli colavano sulle guance, inerpicandosi fra i riccioli della barba spumosa. Respirava ansimando, col petto che faticava a sollevare la corazza. Gli uomini attorno a lui puntavano le dita verso la collina. Michele li seguì
con lo sguardo e vide che, in realtà, molti uomini vi si muovevano sopra, alcuni stagliandosi a dorso di
cavallo altri a piedi, ma tutti con frenesia e allarme. Ci fu uno squillo di tromba, che si spense, però,
strozzato. Michele non aveva idea di cosa stesse accadendo, ma di sicuro di lì a poco sarebbe arrivata la
polizia.

Scarperia, nel Mugello. A poca distanza dai luoghi in questione e “patria” di Michele.


“I nostri sono in fuga ovunque, comandante” disse uno degli uomini rivolgendosi a quello più anziano.
“Arriveranno i rinforzi, Bessas e Cipriano devono essere ormai vicini” replicò l’uomo. Il ferito emise un suono più forte, e tutti si voltarono verso di lui. Il guaritore gli sussurrò qualcosa, ma quello scosse la testa. Teneva gli occhi chiusi.Il guaritore si voltò e parlò a nome suo.
“Dice che non verranno, che rimarranno a valle. Lui li ha visti, sono fermi ai piedi delle colline e non si muovono”. L’uomo con concluse la frase con un inchino appena accennato. Il comandante si tirò in piedi, sfoderò la spada e prese a colpire furente il tronco di un albero. Schegge di legno schizzarono tutt’attorno, mentre gli altri cercavano di placare quello scatto d’ira che, però, si concluse solo dopo che l’uomo ebbe calciato un elmo poggiato a terra.
“Credono che siate morto, signore” disse un altro degli uomini. Il vecchio comandante, si tirò la barba
tanto da strapparne dei ciuffi.
“E ci sperano! – gridò – lo so che quei due ci sperano”. Passò un attimo di silenzio.
“Qualcuno deve andare da loro, dirgli che siete ancora vivo – disse il guaritore – allora dovranno venire ad aiutarvi” aveva una voce spigolosa, che al temine di parole melodiose induriva all’improvviso come acqua che congeli.
“Esatto – si fece avanti un altro – dobbiamo richiamare gli uomini. Il panico li ha colti, ma saranno ancora disposti a combattere quando sapranno che siete vivo”.
Il vecchio si voltò di nuovo verso la collina, poggiando il palmo della umano su un albero e protendendosi a scrutare in avanti.
“Bessas e Cipriano sono due sciocchi – disse – se restano dove sono la cavalleria dei Goti li travolgerà. Devono muoversi, venire avanti”.
Michele era rimasto ad ascoltarli senza capire niente di quello che dicevano, ma aveva approfittato della loro scarsa attenzione per mettersi a frugare fra le loro cose. C’era un cumulo di grandi dischi di legno dipinti di colori sgargianti. Azzurro, bianco, rosso, giallo. Tentò di sollevarne uno, ma era troppo pesante, e tutto quello che riuscì a fare fu ribaltarlo. Scoprì che sul retro erano agganciati strani, lunghi, oggetti dalla punta acuminata. Fece per prenderne uno quando vide un’ ombra stagliarsi sopra di lui. Il frastuono aveva richiamata l’attenzione degli adulti. Michele sollevò lo sguardo appena in tempo per evitare il ceffone che lo stava per colpire.
“Uno di voi – stava intanto dicendo il comandante – prenda questa fibbia e la porti a Cipriano. La riconoscerà, sa che è mia. Ditegli che sono vivo, e che devono venire ad aiutarci”. Si strappò dalla spalla una spilla d’oro raffigurante un leone eretto sulle zampe. Giovanni distese il braccio, e offrì la spilla ai suoi soldati. Nessuno si mosse, e il metallo rimase a luccicare nei riflessi verdastri del sole.
“Nessuno di noi riuscirebbe a valicare le linee dei Goti, signore, e se trovassero il vostro sigillo,potreb bero veramente dirvi morto. Sarebbe la fine” disse uno dei soldati.
Michele intanto, era sgattaiolato via da quello che cercava di acchiapparlo. Avrebbe potuto alzarsi e correre via, ma si stava divertendo, per cui, una volta giuro sul lato opposto del cumulo si tirò in piedi e fronteggiò l’uomo che lo stava inseguendo, sfoderando anche un sorriso di sfida. L’uomo però balzò in avanti con una velocità sorprendente per uno rivestito di ferro e lo afferrò per le spalle. Lo sollevò di peso, e questa volta Michele non cercò neanche di liberarsi. Il soldato lo trascinò di nuovo al centro della radura.
“Se nessuno vuole andrò io, ma quando tutto sarà finito vi farò frustare” stava ringhiando il comandante, a cui la mancanza della fibbia aveva fatto calare il vestito lungo, rivelando i fianchi bruniti dal sole e scalfiti dalle cicatrici.
“Vado io” disse Michele appena rimise i piedi per terra. Il vecchio comandante lo guardò accigliato, accorgendosi solo in quel momento della sua presenza.
“Vai a casa, via di qui” gli gridò.
“Ma il ragazzo conosce questa terra, signore – intervenne il guaritore – e può passare inosservato, i Goti non si cureranno di lui”.
“Questo marmocchio scapperà con la mia spilla per rivenderla al mercato” sputò il comandante.
“Oggi non c’è il mercato, signore” intervenne Michele. Qualcuno rise, ma durò poco.
“E poi chi se la compra una spilla così. Cioè è bella ma sarà di stagno”. Un lampo attraversò gli occhi del comandante. Michele fece un passo indietro, una prima che qualunque cosa potesse accadere fu di nuovo il guaritore a parlare.
“Certo, di stagno, certo. Ma il suo valore non è nel metallo, ma in quello che rappresenta. E poi se farai quello che ti chiedo ci sarà una ricompensa per te” disse l’uomo. Alle sue parole s’agganciarono subito quelle del comandante.
“Certo – disse – una ricompensa. Ti darò delle monete d’oro per i tuoi servigi. Abbastanza per sfamare la tua famiglia per anni”.
“Grazie signore – disse Michele – mamma è da sola e lo stipendio non basta mai Cos’è che devo fare?” chiese. Il comandante si chinò per guardarlo negli occhi.
“Prendi la spilla – disse – e corri in quella direzione – indicò giù dalla collina, lungo il senso della corrente – là troverai molti uomini accampati, soldati come noi. Chiedi di parlare con Cipriano e mostragli questa spilla. Dì che Giovanni è ancora vivo, e che devono assolutamente venire in nostro aiuto, attaccare” . Si guardarono per qualche secondo in silenzio.
“Hai capito?” disse Giovanni.
“Giovanni il fratello del falegname?” chiese Michele. Il comandante sollevò lo sguardo, cercando una spiegazione di quanto detto dal ragazzo fra i suoi sottoposti. Nessuno, però, gliene offrì.
“No, non sono colui che dici – riprese allora rivolto al ragazzo – ma ti prego fidati di me. Fai quel che ti chiedo e avrai la tua ricompensa”. Michele diede di spalle.
“Va bene” disse. Sentì una mano posarglisi sulla spalla.
“Cristo sia con te” disse Giovanni, e la stessa frase mormorarono a tutti gli altri.
“Ti accompagnerò io fino al termine del bosco” disse il guaritore. Si preoccupò di controllare il ferito, e poi si incamminarono lungo il torrente.
“Il mio nome è Alexios” disse l’uomo voltandosi e sorridendo.
“Ciao Alessio – rispose il ragazzo – io mi chiamo Michele”. L’uomo annuì lento e poi riprese a camminare.


Scrutando fra gli alberi Michele vide sagome di cavalieri stagliarsi sul profilo della collina. Lo sbattere dei loro zoccoli giungeva ovattato dell’erba, e sulle loro spalle sobbalzavano lunghe chiome. Uno di loro sollevò il braccio con cui reggeva la spada e scagliò un urlo ferino contro il cielo. Gli altri subito lo imitarono. Alexios si bloccò, e gli fece cenno di fare silenzio, ma il suo tozzo dito sussultava, e anche gli occhi tremolavano come acqua spazzata dal vento. I cavalieri si avvicinarono al galoppo. Giunti presso gli alberi deviarono, superando il punto in cui s’erano acquattati Michele e Alexios. Metri dopo smontarono e s’infilarono fra le piante. Anche loro avevano grandi scudi, ed elmi, ma non indossavano armature. Solo una cintura di cuoio, a cui era agganciata la spada, teneva loro fermi i vestiti. Erano in quattro.
Guidarono i cavalli per le briglie fino al torrente e li fecero abbeverare. Le bestie bevvero a lungo, e due si azzuffarono. I loro manti erano lucenti di sudore. Uno dei guerrieri estrasse qualcosa da una borsa legata alla sella, le diede un morso, la passò agli altri. Risero. Uno di loro si chinò sull’acqua, a monte dei cavalli, vi immerse le mani, se le portò al volto. Quando sollevò di nuovo la testa il suo sguardo incrociò quello di Michele. Alexios si voltò lento, e vide il pericolo negli occhi del bambino. Il cavaliere si stava avvicinando lentamente, acquattato fra le fronde. Aveva estratta la spada, e la teneva stesa davanti a sé.
I suoi commilitoni erano ammutoliti, e lo osservavano attenti. Alexios si tolse lo scudo della schiena e ne staccò uno dei dardi, soppesandolo sul palmo della mano. Guardò Michele e gliene porse uno.
“Lancialo sugli altri, quelli vicini ai cavalli” gli sussurrò. Il cavaliere era ormai distante pochi metri. Dietro di lui i cavalli avevan drizzato i musi, e agitavano le code. L’unica ignara di tutto era l’acqua del torrente, che continuava a gorgogliare fra le pietre. Alexios scattò in piedi mentre già faceva roteare il braccio all’indietro. Un secondo dopo il dardo scattava fischiando. Seguì un urlo di dolore, e il guerriero crollò al suolo mentre dal collo gli sgorgava una fontana di sangue. Il nitrire dei cavalli scoppiò come un fulmine.
Due degli altri guerrieri afferrarono le lance e corsero avanti, mentre il terzo si affannava attorno alle bestie.
“Lancia!” gridò il guaritore mentre faceva di nuovo roteare il braccio. Un altro dardo fischiò in aria. Seguì uno schiocco metallico, e uno dei due guerrieri s’arrestò di colpo, barcollando e portandosi le mani al volto. Il compagno rallentò un attimo, dando così il tempo a Michele di scagliare anche lui il suo colpo.
Imitò il gesto del guaritore, cercando di mirare verso i cavalli. Il dardo sfrondò alcuni rami sopra le loro teste e poi ricadde. All’ ultimo momento, però, il guerriero si accorse del pericolo, e rotolò sotto il ventre di uno degli animali.
Il guerriero ancora in piedi si schiantò su Alexios, rovesciandolo a terra. Il guaritore rimase schiacciato sotto il suo stesso scudo, sputando con un rantolo tutta l’aria che aveva nei polmoni. L’avversario cercava di soffocarlo sotto il suo peso, mentre il guaritore, all’opposto, tentava di spingerlo via. Lo scontrò andò avanti per alcuni attimi. Poi, piano, piano, il goto iniziò a prendere il sopravvento. Il legno dello scudo scricchiolava, e il guerriero biondo aveva una mano stretta sul collo del guaritore, mentre con l’altra cercava di sollevare la spada. Alexios, con le ultime forze, lo afferrò per i capelli e gli torse il collo. Nel poco tempo guadagnato liberò il braccio sinistro da sotto lo scudo e cercò di afferrare l’ultimo
dardo, rotolato poco più in là. Le sue dita, però, sfioravano soltanto l’arma. Il nemico grugniva cercando di liberarsi. Nell’aria strisciava l’odore pungente del sudore e dell’ erba schiacciata.
Alexios fece scattare gli occhi strabuzzanti su Michele. Cercò di parlare, ma il peso del guerriero sul petto non gli lasciava fiato. La sua mano si tese come un fascio di funi snudando i tendini del dorso. Michele si avvicinò, incerto, e diede una piccola spinta al dardo. Le dita del guaritore vi scattarono sopra. Uno spruzzo rosso macchiò l’erba, e raggiunse anche le mani di Michele. Il ragazzo sollevò lo sguardo e vide il pugno del guaritore conficcare il dardo per la seconda volta nel collo del nemico. Il goto si afflosciò e cadde di fianco con un tonfo sordo. Michele fuggì all’indietro scalciando come una formica caduta sulla schiena. Alexios si tirò in ginocchio sostenendosi sullo scudo mentre boccheggiava bramando aria. Si voltò e guardò Michele. Alzò il braccio e indicò davanti a sè.
“I cavalli – ansimò – vai”. Un attimo dopo un altro guerriero gli si scagliò addosso, e il guaritore deviò solo all’ultimo il colpo di lancia.
“Vai” grugnì ancora, dopo che con un colpo di scudo ebbe spinto indietro il nemico guadagnandosi il tempo di estrarre la spada prima che tornasse alla carica. A quattro zampe Michele si avvicinò al nugolo di bestie. Il primo guerriero che li aveva attaccati era riverso con la testa nel torrente. Michele si alzò in piedi e corse. Il cavalli tiravano le corde che li aggiogavano e scalciavano alzando spruzzi di terra. Si guardò attorno, incerto sul da farsi. Vide l’uomo che aveva cercato di placare i cavalli nascosto fra i cespugli. Si guardarono un attimo, e quello fece per avvicinarsi. Un colpo secco richiamò però l’attenzione del ragazzo. La corda che teneva uno dei cavalli s’era spezzata, liberando l’animale, che
prese a girare su se stesso indeciso se fuggire o restare.
Michele balzò in avanti e si aggrappò alla sella. L’animale scalciò, tenendo a distanza il guerriero, e poi partì al galoppo. Sfondò la coltre di alberi che li separava dai campi. Le frasche lo colpirono alle gambe e alla braccia come una scudisciate. Il suo vagito di dolore si perse nel vento di quella folle corsa. Michele si schiacciò sul collo dell’animale, affondando il naso fra i peli ispidi che gli punsero la faccia e nell’odore di stalla e fieno. Che lo portasse lontano, dietro di lui c’era una follia alla quale né col sogno né con la realtà poteva trovare una ragione. Chiuse gli occhi.
Dopo un tempo che non seppe contare il cavallo prima rallentò e poi si fermò. Michele stette ancora un pò con gli occhi chiusi, steso sul dorso di pelo grigio poi si tirò su e si guardò attorno. La collina era alle sue spalle, ma davanti a lui se ne alzava un’ altra, fatta di innumerevoli uomini, ognuno vestito come quelli che aveva lasciato nel bosco. Ferro sul petto, la testa chiusa in un elmo e un canneto di lance che additava il cielo terso. Ogni Tanto, da una delle punte s’alzava, come una testa stanca, un drappo colorato. Azzurri, rossi, bianchi, in ognuno era intessuta una figura nascosta fra le pieghe. Michele sbatté gli occhi, sperando che sparissero, ma ogni volta erano di nuovo lì. Cercò di girare il cavallo e andarsene,
ma l’animale, adesso, non voleva saperne di muoversi. Ne sentiva il ventre alzarsi e abbassarsi frenetico.
Anche lui era stanco. Si voltò indietro. Per tutta la valle e sui pendii delle colline si muovevano, come formiche scappate dalla tana, figure minuscole. Sembravano non avere una direzione, e si spostavano a caso. Alcune però, erano veloci, stavano a cavallo, mentre altre erano lente, e quando quelle veloci raggiungevano quelle lente queste cadevano, e non si rialzavano più. Michele cercò di spronare ancora il cavallo, ma ora, oltre alla ritrosia dell’animale c’era un’altra forza che lo bloccava. Un uomo aveva afferrate le briglie Altri due stavano qualche passo lontano, entrambi su un lato, e gli puntavano le lance all’altezza del costato. Michele sentì il petto scaldarglisi, braccia e gambe scosse dai brividi e la guance inondarsi di lacrime bollenti. Nell’oscurità offuscata che lo avvolse sentì mani forti stringerlo ai fianchi e
tirarlo giù dalla sella.
“Si sarà perso – sentì dire – i goti avranno saccheggiato la sua fattoria e lui sarà riuscito a scappare”. Ora, come al collo del cavallo Michele stava aggrappato a quello dell’uomo che l’aveva tirato giù. Non sapeva chi fosse, ma l’odore della pelle cotta dal sole lo rassicurava.
“Arrivano gli uomini di Giovanni – gridò qualcuno – ma sono in rotta, fuggono, i Goti fra poco saranno qui”. Seguì un trambusto, grida disordinate, scalpiccio di passi e clangore di ferro. Michele s’aggrappò ancora più forte, e strinse le palpebre come un frutto da cui spremi gli ultimi succhi.
“Ecco – disse l’uomo – poggiamolo qui”. Michele sentì che lo adagiavano a terra, su una coperta, forse, e comunque c’erano dei sassi che gli premevano sulla schiena. Non aprì gli occhi. Se li teneva chiusi, certamente presto tutta quella gente sarebbe andata via, sarebbe tutto finito. Sentì che gli versavano acqua sulle labbra. Aprì la bocca e bevve. Prima che le braccia dell’uomo lo abbandonassero del tutto, gli si aggrappò a una manica. L’uomo dapprima cercò di liberarsi ma poi, di fronte all’insistenza del ragazzo, si lasciò trascinare giù.
“Giovanni” disse Michele. Non ci fu risposta, e allora Michele s’infilò la mano in tasca e ne estrasse la spilla. Sentì il peso del metallo sollevarsi dalla sua mano sudata, e poi fu afferrato per il bavero, e di nuovo sollevare da terra.
“Chi ti ha dato questa spilla?”
“Giovanni” ripeté Michele, e questa volta accompagnò le parole indicando in direzione della collina. Lo afferrarono per un braccio, lo rimisero in piedi e lo trascinarono attraverso quella massa di uomini ognuno indaffarato in un’attività che non lo facesse pensare all’imminente arrivo del nemico. Chi affilava la spada, uno ingrassava la corda dell’arco, chi, a occhi socchiusi, mormorava una preghiera e chi, ancora, cercava il destinatario di un messaggio impossibile da trovare.
Si fermarono di fronte a un capannello di uomini.
“Se rimaniamo qui ci investiranno – gridava qualcuno – le armate di Giovanni sono in rotta e lui è morto”
“Proprio per questo non faremo niente – lo interruppe un’ altra voce, roca e consunta – staremo qui, e ci difenderemo”
“Ma signor comandante” provò a insistere il primo nonno.
“Basta – intervenne una terza voce – Cipriano ha ragione – non attaccheremo. Non faremo la fine di Giovanni. Ci difenderemo qui e”
“Signori comandanti” intervenne allora il soldato che portava Michele. Tutti si voltarono verso di loro. Michele sentì cadere su di sé il peso degli sguardi, come se, tutti insieme, quegli uomini si fossero tolti armature, elmi, spade e glieli avessero gettati addosso. Il sole era a picco, ma lui aveva freddo, e la feritagli doleva.
“Signori comandanti – disse ancora il soldato – io credo che Giovanni non sia morto”. Si scatenò unavalanga di esclamazioni e domande, ma tutto s’acquietò quando il soldato aprì mostrò sigillo in forma di leone.
“Lo aveva questo ragazzo – disse additando Michele – arrivato poco fa su un cavallo dei goti”
Uno degli uomini che aveva parlato poco prima gli si piazzò davanti. Era avvolto in un mantello bianco, e aveva zigomi sporgenti e occhi neri sopra una mascella in perenne tensione.
“Hai spogliato un cadavere” ringhiò l’uomo, e sollevò la mano pronto a schiaffeggiarlo.
“No! Non è vero – si difese Michele – lui è vivo”. Il colpo non arrivò. Si allungò anzi l’ombra di un’ altra
figura. Un uomo più anziano, con capelli grigi striati di bianco. Alto e con una cicatrice appena accennata
sotto l’occhio destro, poggiò una mano sulla spalla del commilitone. Si guardarono per un attimo.
“È vero quel che dici ragazzo? Parla, svelto”. Michele annuì, asciugandosi le lacrime.
L’uomo che lo aveva aggredito, allora, lo afferrò per le spalle.
“Dov’è?” gli chiese.
Michele, allora, si buttò a sedere sul prato e, senza prendere fiato raccontò tutto quello che gli era successo, cosa gli aveva ordinato di fare l’uomo chiamato Giovanni, lo scontro con i guerrieri ai margini del torrente. E già mentre raccontava ordini come frecce fendevano i ranghi. La massa d’uomini si destò come una bestia infreddolita, e quando i ranghi furono serrati s’alzò un canto, terreo come se le colline stesse mormorassero.
Quando le strofe terminarono vi un attimo sospeso, poi migliaia di voci gridarono all’unisono.
“Il Signore sia con noi, il Signore sia con noi, il Signore sia con noi!”.
Michele continuava a parlare e il racconto tracimava nella realtà del suo mondo dove il babbo non c’era più, e mamma lavorava troppo e nessuno gli voleva bene, forse solo Anita, o almeno così sperava, qualcuno lo sollevò da terra e, risalendo la corrente d’uomini che si mettevano in marcia, lo portò vicino ad alcuni alberi. Li lo poggiò a terra e lo coprì col suo mantello. Quando anche lui s’incamminò anche alla battaglia Michele già dormiva.

L’esercito romano nel VI secolo


Lo svegliò il freddo. Aprì gli occhi e vide che era calata la sera. Spirava una brezza fresca, che lo intirizziva correndogli sulla pelle. Si alzò scostando la coperta rossa. Tutto, attorno era silente. Michele scandagliò la valle, ma non vide traccia degli eserciti, dei cavalieri. Si tastò la schiena. Il tocco gli causò dolore. La ferita c’era, nascosta sotto uno strato di garza ormai fradicio di sangue. Gli bruciava, ma non troppo, e riusciva a camminare. D’altronde, per tornare a casa altro non poteva fare.
Tornò al ruscello. Anche lì, nessun segno. Spariti i corpi dei morti, le tracce dei cavalli e quelle degli uomini. Cosa ne era stato di Alexios? Aveva sopraffatto anche l’ultimo nemico o era stato sconfitto? E cosa significava sconfitto? Poco oltre, nonostante il freddo, si tuffò nel torrente. Ricordava esattamente qual era il punto dove l’uomo aveva gettato la punta di lancia. Frugò fra la sabbia e i ciottoli del fondo.
L’acqua era fresca e piacevole e gli pizzicava le gambe. Una giovane trota gli guizzò fra le dita, ma, per quanto cercasse, non riuscì a trovare la lancia. Si tuffò di nuovo nella pozza d’acqua e lì rimase sospeso, sul pelo dell’acqua.

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