Sardegna: come avvenne realmente il distacco da Costantinopoli

 ~ Gianluigi Torchiani ~ Sardegna: come avvenne realmente il distacco da Costantinopoli”

Ma quanto sono stati distratti i bizantini che, da un certo momento in poi, si sono dimenticati di possedere un territorio che controllavano da secoli, tanto che i suoi abitanti hanno dovuto cominciare a governarsi da sé? Forse avete visto anche voi questo meme a carattere storico che periodicamente si riaffaccia sui social. Il territorio in questione è, naturalmente, la Sardegna, una regione storicamente controllata prima da Roma e poi da Costantinopoli, a cui Storia Italia ha dedicato la puntata 156, focalizzata sulle vicende dell’Isola nell’Alto Medioevo. In questo articolo cercheremo di aggiungere qualche altro dettaglio rispetto all’episodio, in particolare per spiegare le ragioni alla base del distacco dall’Impero e la successiva nascita di una organizzazione politica estremamente peculiare, quella dei giudicati.

Per chi non lo sapesse, i giudicati sono quell’ordinamento autonomo che si diedero le quattro partes della Sardegna (Cagliari, Torres, Arborea e Gallura) dopo la dominazione bizantina. Ma la fine di questa dominazione ha davvero qualche corrispondenza con i meme e le tesi che circolano in Rete, cioè l’Impero Romano si è davvero dimenticato di possedere la Sardegna? In realtà, come vedremo nelle righe successive, le cose sono molto più complesse di quello che racconta la vulgata sui social, influenzata da un bel mucchio di pregiudizi sul funzionamento e sulle sfide affrontate dalla parte orientale dell’impero e dall’oggettiva penuria di fonti scritte su quegli anni.

La Sardegna nell’epoca bizantina

Innanzitutto, è meglio partire da un po’ di contesto storico. La Sardegna, dopo la fine dell’era nuragica, finì nell’orbita prima fenicia e poi cartaginese, per poi essere assorbita da Roma già dopo la prima guerra punica. La lunga dominazione romana si interruppe nel 456, per effetto dell’invasione del popolo germanico dei Vandali che, dopo aver preso possesso dell’attuale Tunisia, si impadronirono anche dell’Isola.  La Sardegna tornò romana nel 534, in seguito all’abbattimento del regno vandalico prodotto dalla spedizione di Belisario, all’epoca dell’espansione dell’impero d’Oriente voluta da Giustiniano.

Iniziò quindi in questo periodo la lunga dominazione bizantina dell’Isola, che da quello che permettono di ricostruire le (scarne) fonti restò sfiorata marginalmente dalle guerre gotiche per poi rimanere estranea ai conflitti con i longobardi del VI° secolo. Come nota di colore possiamo segnalare che nel 594 Papa Gregorio Magno, a oltre due secoli dall’Editto di Tessalonica, in una lettera inviata al capo dei barbaricini Ospitone, si lamentava ancora della persistenza del paganesimo nell’Isola. Probabilmente il pontefice non si limitò soltanto ai rimbrotti, tanto che ancora oggi possiamo trovare circa 280 nuraghi dedicati o consacrati a santi cristiani, una svolta che lo storico Massimo Pittau attribuisce proprio a quel periodo.

Il primo vero scossone per la dominazione romana in Sardegna è datato 698, con la conquista di Cartagine da parte degli arabi. Una conquista particolarmente pesante per l’Isola, legatissima da rapporti politici (in particolare per la comune appartenenza all’Esarcato d’Africa), economici e culturali con quell’area, che la allontanò dai contatti con Costantinopoli e la sottopose anche al rischio costante di incursione arabe. Quel che è certo è che proprio in questi anni convulsi, per la precisione nel 722, il re Longobardo Liutprando riuscì a portare a Pavia le spoglie di uno dei padri della Chiesa, Sant’Agostino, sino a quel momento conservate nella città di Cagliari (dove restarono come consolazione tre sue vesti), probabilmente facendo leva sul pericolo che le sacre reliquie cadessero nelle mani degli infedeli e/o promettendo la non ingerenza longobarda sullo status quo sardo.

Un allontanamento progressivo

 Le cose per la dominazione romana della Sardegna peggiorarono ulteriormente con la progressiva conquista araba della Sicilia, avvenuta nel corso del IX secolo, che rese ancora più complicato il contatto con la corte di Costantinopoli. Secondo alcuni studiosi già in questo secolo di allentamento dei rapporti inizierebbero a porsi le basi per la nascita dei giudicati, mentre altre tesi sono più moderate in tal senso. Come ci hanno infatti raccontato il Professor Alessandro Soddu e la Professoressa Pinuccia Simbula dell’Università degli studi di Sassari, autori tra l’altro del recente saggio “Paesaggi insediativi, economici e sociali nella Sardegna basso-medievale, occorre una certa prudenza cronologica dal momento che – nella profonda carenza di fonti scritte – è possibile rintracciare alcuni elementi che indicano un certo persistere delle relazioni dell’Impero d’Oriente con la Sardegna.

In particolare sino all’anno mille appaiono ancora vitali i rapporti con le realtà bizantine del basso Tirreno (Napoli, Gaeta e Amalfi): basti pensare che una delle località turistiche più note del Sud Sardegna, Capo Malfatano, deve con tutta probabilità il suo nome all’essere un punto di approdo con i mercanti della città di Amalfi, la quale a sua volta aveva stretti e documentati legami commerciali con Costantinopoli. In Sardegna, inoltre perdurò per secoli la presenza di ordini monostici di cultura e di lingua ellenica, come peraltro attestato dalla diffusione di documenti in lingua sarda redatti con caratteri greci, datati addirittura dodicesimo secolo (ne ha parlato Diego Serra nel già citato episodio 156 di Storia d’Italia).

Una tesi rafforzata anche dal Libro delle cerimonie dell’imperatore Costantino VII  Porfirogenito (intorno al 915) che, quando fa menzione della forma di ordinazione di una serie di ufficiali al governo di alcune regioni periferiche – i duchi di Venezia  e di Napoli, i principi di Capua e di Salerno, gli arconti di Amalfi e di Gaeta – fa esplicitamente il nome anche dell’Arconte di Sardegna. Un titolo che all’epoca probabilmente aveva un valore non meramente formale, vista anche la ripresa di vigore dell’impero d’Oriente.  In ogni caso è chiaro che, in una fase storica in cui anche buona parte dei domini bizantini nella Penisola si ritagliarono un loro grado di autonomia (emblematici i casi di Roma e Venezia), anche nella più lontana Sardegna i potentati locali devono essere riusciti perlomeno a fare altrettanto, pur continuando a disputarsi i titoli del legittimo governo romano, quali quelli di praeses (detto anche iudex provincia, con funzioni civili) e di dux (con funzioni in origine militari).

La stessa successiva nascita dei giudicati, che secondo Soddu e Simbula deve essere posticipata al XI° secolo, da un punto di vista culturale presuppone l’adesione a un modello di potere – quello imperiale – replicato su scala regionale. Non a caso molti storici hanno rilevato che i Giudicati appaiono, nei secoli centrali del medioevo, come dei “fossili” del mondo romano-barbarico.

Tuttavia, al contempo l’era giudicale (divenuti sicuramente quattro a partire dal 1073, come attesta una lettera inviata da Gregorio VII ai giudici sardi) segnò un mutamento rilevante, anche sul piano del lessico del potere, rispetto al periodo alto-medievale. Se, infatti, l’uso di termini quali “giudice” e “arconte” è legato al mondo romano-bizantino, il fatto stesso che alla guida della provincia Sardiniae subentrino quattro nuovi soggetti che fanno un uso consapevole dell’attributo regio (iudices sive reges si intitolano e come tali sono riconosciuti dai propri interlocutori esterni) indica effettivamente l’inizio di una nuova epoca. Alla maniera degli altri sovrani europei, il re-giudice (che si ritiene tale per grazia divina) tende ad associare al trono il proprio primogenito che in seguito gli subentrerà.

Il mutamento è poi evidente anche da un punto di vista sociale: l’avvento dei giudicati segnò per la Sardegna una vera e propria rinascita dell’urbanesimo e delle fonti scritte (ad esempio redatte da notai) a testimonianza di una società più ricca economicamente e culturalmente, nonché maggiormente integrata nel circuito europeo grazie agli stretti rapporti con Repubbliche marinare come Pisa e Genova.

Al di là delle peculiari caratteristiche dell’era giudicale, è evidente dunque che non si può parlare di smemoratezza per la fine della dominazione romana in Sardegna, quanto piuttosto di ripiegamento: “Come accade, in ogni epoca, ai grandi imperi in crisi o decadenza, quello bizantino deve prendere atto nell’XI° secolo dei grandi cambiamenti e pericoli che, da oriente (turchi) e occidente (normanni), ne mettevano in discussione persino l’esistenza. E ha dovuto pragmaticamente fare delle scelte e delle rinunce territoriali, forse già durante il periodo delle incursioni saracene (IX-X secolo). D’altra parte, nell’XI° secolo, la conquista dello spazio mediterraneo, e in particolare tirrenico, da parte di Pisa, Genova e l’affermazione del dominium pontificio sull’Occidente cristiano hanno contribuito ad allontanare la Sardegna dall’orbita politica bizantina. Un distacco “dolce” e quasi inevitabile”, concludono i due docenti.

 In definitiva è possibile delineare un progressivo distacco dall’Arcontato (territorio governato dall’arconte, che aveva ormai racchiuso le funzioni di dux e iudex) di Sardegna di parti del proprio  dominio che, a cavallo dell’anno Mille, si resero indipendenti da esso e sovrane; questo processo fu probabilmente favorito e accentuato  dalla breve invasione di una porzione ignota dell’Isola da parte del condottiero arabo Mujāhid Al-‘Amirī nel 1015/1016, poi sconfitto in una battaglia navale proprio da una provvisoria coalizione delle repubbliche marinare di Pisa e Genova. Che nei decenni successivi avranno un ruolo fondamentale nelle politiche giudicali.

Bibliografia

  • Dizionario del Medioevo, di Alessandro Barbero e Chiara Frugoni
  • IL TEMPO DEI VANDALI E DEI BIZANTINI, La Sardegna dal V al X secolo d.C, a cura di Sabrina Cisci, Rossana Martorelli e Giovanni Serreli
  • La Sardegna dei Giudici, di Gian Giacomo Ortu
  • La Sardegna nuragica, di Massimo Pittau
  • “Paesaggi insediativi, economici e sociali nella Sardegna basso-medievale”, Alessandro Soddu e Pinuccia Simbula
  • Intervista dell’autore al Professor Alessandro Soddu e alla Professoressa Pinuccia Simbula, Università degli studi di Sassari
  • Storia d’Italia, episodio 156

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