Le “elezioni” degli imperatori raccontate da Ammiano Marcellino

Da sempre i passaggi di potere sono un momento delicato, che porta con sé enormi tensioni. Lo abbiamo visto da poco con le elezioni statunitensi, che pure seguono un processo consolidato e che poggia su solide basi. Nel tardo impero romano non c’era nulla di simile a una costituzione o a una legge elettorale, tuttavia doveva esistere qualcosa, un “fattore X” che come il voto popolare, l’investitura divina o la discendenza in linea diretta da Isildur conferisse la legittimità per governare.
Indizi su questo “qualcosa” sono presenti nelle storie Ammiano Marcellino, in cui il “vecchio soldato greco” racconta vividamente diversi passaggi di potere. Esaminandoli, lo storico può provare a trarne alcune ipotesi sulla sostanza di cui è fatto il potere.
In una fredda sera d’inverno a Parigi, un uomo viene issato sugli scudi dai soldati acclamanti, mentre si poggia in capo un monile d’oro. Nel caldo torrido del sole orientale una figura alta e rivestita di porpora sfila in mezzo a un enorme esercito tra acclamazioni e pianti. All’ombra delle mura di Nicea, un uomo leva il braccio e silenzia una folla di armati, poi comincia il suo discorso. Alla frontiera della Gallia, un giovane di 8 anni si presenta con il padre innanzi alle truppe festanti. In Pannonia, un bambino di 4 anni viene portato in processione nel mezzo dell’accampamento militare. Ovunque risuona lo stesso grido: “Augusto!”.
Cos’è che ha elevato questi uomini alla più alta carica dell’impero? Ad essere quasi dei per i loro uomini, e gli unici che dalla Britannia ai deserti siriani potevano dire quello che pensavano davvero?

Iniziamo da Giuliano. “The luckiest man alive”, che per due volte pensò di trovarsi di fronte alla morte e al disastro, e invece entrambe le volte fu innalzato ai vertici dell’impero. Nella prima occasione, Giuliano era ancora soltanto il cugino nerd dell’imperatore quando Costanzo II, che ne aveva appena fatto uccidere il fratello, lo convocò. Quello che Giuliano non sapeva è che si era già tenuta una riunione dei consiglieri più intimi dell’imperatore e poi del concistorium (paragonabile forse al nostro consiglio dei ministri), dove era stato deciso di nominarlo Cesare. Presentatosi quindi terrorizzato di fronte all’imperatore e alle truppe, ascoltò incredulo Costanzo rivolgersi a quest’ultime ammettendo di avere bisogno di un collega di suppari potestate (di quasi uguale autorità, Amm. Marc. XV 12) per proteggere l’impero e proponendo proprio Giuliano per tale compito. Probabilmente ancora più incredulo, vide le truppe acclamarlo, approvando la proposta dell’imperatore.
Passati alcuni anni, dopo che Giuliano aveva dimostrato le sue doti di comandante e amministratore in Gallia, forse per timore Costanzo gli chiese di inviargli in Siria una parte delle sue truppe. I reggimenti che avrebbero dovuto affrontare tutta quella strada si ribellarono e, circondata la residenza di Giuliano, lo acclamarono imperatore. Ammiano racconta che a questo punto Giuliano, già alzato sugli scudi dei soldati, avrebbe tentato di rifiutare, sostenendo di non possedere un diadema e rifiutando di indossare i gioielli della moglie o quelli di un cavallo, finché un ufficiale spazientito non si tolse una collana e gliela porse. Grazie all’acclamazione del suo esercito divenne quindi almeno di nome l’uomo più potente del mondo. Per esserlo di fatto gli ci sarebbero voluti ancora una guerra civile e l’enorme colpo di fortuna della morte improvvisa di suo cugino.
Quando nel bel mezzo delle steppe iraniche la fortuna di Giuliano finì sulla punta di una lancia, l’esercito romano si ritrovò sotto attacco, in territorio nemico e senza guida. Nec fuit post haec lamentis aut fletibus locus (Dopo di ciò non ci fu tempo per i lamenti e i pianti, Amm. Marc. XXV 5, 1), i vertici militari si riunirono quindi per deciderne il successore. Si delinearono due parti avverse: i sopravvissuti cristiani della corte di Costanzo da una parte, e uomini pagani di provenienza gallica che erano stati più vicini a Giuliano dall’altra. Chiaramente nessuna delle due parti era in netta maggioranza, altrimenti avrebbe facilmente imposto il suo candidato. Mentre cercavano un compromesso, una non meglio delineata terza fazione fece prevalere il proprio uomo, Gioviano, comandante dei protectores domestici. Egli si rivestì del diadema e della porpora e passò in rassegna i soldati, una parte dei quali lo scambiò speranzosa per Giuliano. Dopo aver fatto il lavoro sporco di arrivare a una pace “necessariam sed turpissimam” (Amm. Marc. XXV 7) con i Parti, Gioviano morì in circostanze misteriose; del resto probabilmente era stato accettato come imperatore in quanto privo di una vera rilevanza politica.

A Nicea si riunirono quindi nuovamente le più importanti cariche militari, questa volta coadiuvate da quelle civili, mentre l’esercito riunito attendeva la loro proposta. Questo concilio di Elrond designò come portatore dell’anello Valentiniano, comandante della seconda schola Scutariorum, che in quelle circostanze si trovava ad Ancyra. Mentre Valentiniano giungeva a Nicea fu proibito a chiunque di presentarsi davanti ai soldati, pena la morte. Quando però finalmente Valentiniano apparve di fronte all’esercito e fu acclamato, i soldati stessi, prima che potesse tenere il consueto discorso, pretesero che venisse eletto un secondo imperatore. In questa occasione si vide la stoffa del nuovo augusto, che riprese il controllo dell’assemblea e rimarcò il suo diritto di scegliere il suo collega. Dopo alcuni giorni di discussioni con il suo consiglio, e nonostante alcuni pareri contrari come “Si tuos amas (…) imperator optime, habes fratrem; si rem publicam, quaere quem vestias” (Se ami i tuoi, ottimo imperatore, hai tuo fratello; se lo stato, cerca chi rivestire della porpora, Amm. Marc. XXVI 4), Valentiniano scelse comunque suo fratello Valente come collega in Oriente, e lo nominò augusto d’Oriente in uno sconosciuto sobborgo, consegnandogli porpora e diadema.

Passati tre anni, Valentiniano si trovava in Gallia quando venne colpito da un grave malore. Durante la convalescenza fu convocata una riunione segreta da dei non meglio precisati Galli, nel tentativo di prevenire il vuoto di potere che sarebbe seguito alla morte dell’imperatore, data anche la lontananza di Valente, impegnato in una campagna contro i Goti. Valentiniano però si riprese e, resosi conto di quello che aveva rischiato, decise di investire del titolo di augusto il figlio Graziano, di solo 8 anni. Condotto Graziano nell’accampamento, dopo aver adeguatamente preparato i soldati, e portato su una tribuna con il padre, circondati dagli alti funzionari, Valentiniano si rivolse all’assemblea presentando il figlio e promettendo che avrebbe ricevuto un’educazione militare per difendere l’impero. L’esercito confermò la decisione, acclamando il giovane augusto.
Infine, dopo più di 11 anni di regno, Valentiniano morì durante un colloquio con gli ambasciatori dei Quadi, a detta di Ammiano per l’enorme rabbia che aveva contro di essi. La presenza in quel tempo di ben due augusti ancora in vita legittimamente nominati dallo stesso Valentiniano e a lui strettamente legati, il fratello Valente e il figlio Graziano, farebbe pensare che non ci fosse bisogno di un’ulteriore elezione imperiale. Tuttavia le circostanze di incertezza, come la dubbia fedeltà delle coorti galliche e la vicinanza di Quadi e Sarmati non del tutto pacificati, permisero ai quadri dirigenti presenti di organizzare e pilotare un’ulteriore nomina imperiale. Essi decisero di andare a prendere il giovanissimo figlio di Valentiniano, un bambino di soli 4 anni, per proclamarlo imperatore. Approvato dalle truppe e anche dal fratello Graziano, forse proprio per la tenera età che gli impediva di esercitare il potere, Valentiniano II venne così elevato alla porpora, ultimo della dinastia valentinianea e degli imperatori raccontatici da Ammiano Marcellino.

In tutti questi brani, dalla narrazione dello storico antiocheno emergono degli elementi ricorrenti che conferiscono legittimità all’imperatore: la designazione dell’aspirante augusto da parte delle massime cariche civili e militari o direttamente dall’augusto in carica; il consenso dell’esercito riunito in assemblea espresso con l’acclamazione; il ricevere e indossare le vesti imperiali e il diadema.
Giuliano, Valente e Graziano sono designati da un altro augusto. Gioviano, Valentiniano e Valentiniano II vengono scelti da assemblee di notabili. Tutti loro vengono acclamati dalle truppe e ricevono i simboli della dignità imperiale. Se le decisioni delle alte cariche producono un candidato al trono, è però solo il volere dell’esercito che può confermarlo augusto. Se in alcuni casi i soldati vengono predisposti precedentemente, in altri agiscono prepotentemente di loro spontanea volontà. Spesso si temono colpi di testa e tumulti da parte loro e almeno nel caso di Giuliano sono i principali responsabili, se non gli unici, della sua elevazione alla porpora.
Un fattore di grande importanza sono inoltre le circostanze di emergenza (rerum necessitate) che solitamente seguono la morte improvvisa di un imperatore e possono portare a elezioni affrettate e insolite come quelle di Gioviano e Valentiniano II. Anche l’elevazione di Giuliano a cesare e di Graziano ad augusto seguono momenti critici: la difficile situazione ai confini sia orientali che occidentali in un caso, e la malattia di Valentiniano nell’altro.
In ultima istanza, emerge come la successione alla carica di imperatore non sia legata a un principio dinastico, come sarà per l’Europa medievale, ma invece ricordi per i procedimenti le elezioni alle cariche di età repubblicana. Nei 24 anni raccontati dallo storico antiocheno si avvicendano sette imperatori di tre famiglie diverse e solo uno di essi, Valentiniano, riesce a passare ai suoi figli la porpora. Tuttavia, anche la sua dinastia si estinguerà con loro.
Autore: Nicolò Tassinari
Fonti:
- Le Storie di Ammiano Marcellino a cura di Antonio Selem, Unione tipografico-editrice Torinese, 1965
- Julian the Apostate, Letter to the Athenians (1913) Works, vol. 2, pp.245-291
- P. Cerami, Imperator legitime declaratus, Augustus nuncupatur more sollemni, (Amm. Marc., Res gestae 30.10.5), AUPA 61 (2018), pp. 35-76
- V. Neri, Ammiano Marcellino e l’elezione di valentiniano, RSA 15 (1985) pp.153-182
- V. Neri, La dialettica politica fra l’imperatore e la sua corte nelle Res gestaedi Ammiano Marcellino, Koinonia n.40 (2016), pp. 107-130
- A. Selem, L’atteggiamento storiografico di Ammiano nei confronti di Giuliano dalla proclamazione di Parigi alla morte di Costanzo, Athenaeum XLIX (1971), pp.96-97
- M. Raimondi, Valentiniano e la scelta dell’Occidente, Alessandria 2001
- A. Solari, La Elezione di Gioviano, Klio VIII (1933), pp.330-331
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