Episodio 21, speciale: domande sul quarto secolo – testo completo

Salute e Salve! Oggi episodio speciale, come promesso ho deciso di rispondere alle vostre domande! Ne ho raccolte molte, alcune le ho schedate per una futura prossima puntata, non temete! Cercherò di fare un episodio di questo tipo per ogni secolo di storia. Ritenetevi avvertiti!

Per ascoltare il podcast su Spotify cliccate in alto!

Ma passiamo ora alle vostre domande. La prima è di Giovanni Zagna, il direttore di “pagina politica”. Giovanni mi chiede: quando comincia a diffondersi nel mondo romano il sentimento di una decadenza, se mai questo accade? La storia che si studia a scuola insiste molto sulla massima espansione territoriale sotto Traiano e poi, di fatto, una lunga decadenza (lettura figlia di Gibbon forse). E anche l’età dell’oro della letteratura è senz’altro la prima età imperiale. Ma c’è un momento quando i romani stessi sentono che le cose non sono più quelle di prima? Come accolgono, ad esempio, lo spostamento della capitale da Roma?

Grazie Giovanni per la bella domanda! e sopratutto complimenti per il fantastico podcast! L’impero raggiunse il suo apice in estensione territoriale sotto Traiano: dopo l’abbandono della Mesopotamia da parte di Adriano la superficie dell’impero rimarrà più o meno costante. La visione di Gibbon, di un continuo declino dell’Impero Romano, è stata da tempo smentita dai ritrovamenti archeologici e dai dati disponibili dalla nuova archeologia sperimentale, che analizza la produzione industriale dell’Impero Romano tracciandone i residui nell’atmosfera o in altri posti individuabili, ad esempio i ghiacci della Groenlandia. La vera crisi dell’Impero Romano fu nel terzo secolo dopo cristo ma, grazie agli imperatori illirici, l’ultima parte del terzo secolo e praticamente l’intero quarto secolo furono anni di crescita economica, di relativa stabilità imperiale e di forte crescita anche della statura geopolitica dell’Impero. Oramai io credo che l’impero abbia raggiunto il suo apice in termini di potenza, anche se forse non di prosperità, proprio sotto Costantino, il quale riuscì a piegare ai suoi voleri praticamente tutti i popoli che vivevano sui confini dell’impero estendendone di molto la sfera d’influenza. 

I Romani nel 378 dopo cristo – una data che non scelgo a caso – non percepivano affatto l’impero come in decadenza, anche perché non lo era. Perfino dopo il 378, la terribile sconfitta di Adrianopoli e le devastazioni della guerra gotica, i Romani percepirono quei fatti come un “setback” temporaneo. Non avevano ovviamente il beneficio di sapere come andava a finire la storia, ma avrebbe anche potuto avere ragione: l’impero avrebbe potuto riprendersi da Adrianopoli. L’impero aveva avuto sconfitte peggiori o almeno paragonabili. Ammiano stesso le ricorda: Canne, Teutoburgo, Abritto. Nel terzo secolo dopo cristo c’erano stati momenti in cui l’impero era diviso in tre, alla fame, devastato dalle epidemie e dalle invasioni di barbari e persiani: nonostante tutto questo si era ripreso e con slancio. Ancora nel 406 dopo cristo, all’alba della più grande violazione di sempre della frontiera Renana, tutto sommato la situazione era sotto controllo e sembrava che l’Impero si stesse riprendendo. I Romani erano convinti del destino divinamente preordinato di Roma. Anche in tempi cristiani i Romani erano certi della missione civilizzatrice, universale imperiale di Roma: non aveva atteso il Cristo di avere un impero universale su terra per scendere sulla terra, morire e risorgere per lavare i peccati del mondo? Roma in questo quadro, grazie alla pace universale imposta sul mondo antico, aveva avuto il ruolo di incubatrice del messaggio cristiano. No, I Romani non riuscivano neanche a percepire la possibilità che Roma, come altre civiltà prima della loro, potesse cadere. 

E capiamoci anche su cosa sono i Romani: nel quarto secolo non sono più gli abitanti della penisola italica più qualche élite nelle province: sono Romani tutti, ma proprio tutti i cittadini dell’Impero: Marcellino era Greco, Libanio siriano, S. Agostino di origine berbere ma tutti e tre si consideravano romani fatti e finiti: il siriaco Ammiano arriva a considerare suo antenato Camillo, il generale che aveva sconfitto i Veii nel quarto secolo avanti cristo. Questo processo aveva portato perfino gli orgogliosi Greci, eredi di una civiltà antecedente a Roma, a finire per considerarsi Romani, abbandonando la loro identità di Greci. Si parla molto nei licei italiani dell’influenza greca su Roma (graecia capta ferum victorem coepit, nei versi di Orazia) ma si dovrebbe parlare di più di come i Greci e i macedoni, eredi di una civiltà illustre e millenaria, finirono per considerarsi “romani”. Ancora nel quindicesimo secolo dopo cristo quelli che noi chiamiamo Bizantini, tra loro, continuavano a chiamarsi Oi Romanoi, ovvero i Romani. 

Il centro di Costantinopoli

In questo senso lo spostamento della capitale non cambiò assolutamente nulla nella percezione della solidità di Roma: Roma era oramai l’intero impero, non c’era un posto dell’Impero più romano dell’altro. Le scuole di retorica della Gallia sfornavano latinisti migliori di quelle italiane. Spostare la capitale da Roma a “Nuova Roma” fu in un certo senso come spostare la capitale dell’Italia da Torino a Firenze e poi Roma: un evento certamente importante ma che non snaturava lo stato Romano. Per i Romani del quarto secolo quindi la fondazione di Costantinopoli non ebbe alcuna connotazione qualitativa anche se ebbe decisamente conseguenze importantissime per la storia mondiale. Anzi la costruzione ex novo di una nuova, splendida capitale fu probabilmente ragione di vanto per molti romani.

Il momento in cui i romani probabilmente capirono che davvero qualcosa era cambiato e che il destino e il futuro di Roma non erano più assicurati fu il 410 dopo cristo: il sacco di Roma. Eppure anche quello shock ebbe un impatto più morale che pratico, ma di questo parleremo nella narrazione del prossimo secolo!

Un ascoltatore italiano ma che vive in Messico – Denis – mi chiede cosa parlava i popoli dell’impero nel IV secolo. Il latino e il greco erano ancora dominanti o le protolingue europee stavano già spingendo dal basso con l’immissione dei barbari alle frontiere?

Mappa linguistica dell’Impero Romano nel sesto secolo: può essere utilizzata per le stesse località anche per il quarto secolo.

Denis, va fatta una distinzione tra le classi dirigenti e il popolo. Non c’è alcun dubbio che ancora nel quarto secolo – ma anche bel oltre – il latino e il Greco restarono le lingue dominanti per tutta la classe educata cittadina. Questo era dovuto sostanzialmente al peculiare meccanismo di reclutamento della classe dirigente tipica dell’Impero Romano: a differenza dei secoli successivi per qualunque carica pubblica era necessaria una solida educazione che si svolgeva quasi esclusivamente su un ristrettissimo gruppo di autori classici come Omero e Cicerone. Questo sistema permise una rimarchevole continuità della lingua scritta e ufficiale. Gli stessi barbari, una volta che entravano a far parte dell’impero, si affrettavano a inviare i loro rampolli nelle scuole imperiali, almeno fino a quando i barbari vollero integrarsi nel mondo romano, e questo è valido per tutto il quarto secolo. Il latino classico continuerà ad essere una lingua viva, seppur parlata solo dalle classi elevate, ancora molti anni dopo la caduta dell’Impero.

Altra cosa era il latino popolare, detto latino volgare o del volgo. Non sappiamo molto a riguardo del latino popolare, tranne che fosse una lingua decisamente più semplice e diretta del latino classico, tutte le moderne lingue romanze come l’Italiano derivano dal latino volgare, non da quello classico. Sappiamo che era certamente parlato con varianti regionali tra le varie regioni dell’impero, dovuto anche al sostrato linguistico preesistente, ma queste versioni erano mutualmente intellegibili come delle moderate forme dialettali. Il volgare rimarrà mutualmente intellegibile in tutte le regioni dell’occidente latino ben oltre la caduta dell’Impero Romano. Non solo: i linguisti hanno ricostruito che anche dopo la caduta dell’impero chi parlava il latino volgare continuò a poter comprendere il latino classico fino a circa il tardo settimo secolo. Da allora in poi, in un processo che era stato ovviamente progressivo, il latino classico – quasi immutabile nei suoi canoni letterari – diverrà incomprensibile a chi parlava il volgare, lingua che invece continuava ad evolvere. Il volgare stesso non evolse ancora nelle lingue romanze moderne per ancora molti anni: le lingue romanze sono chiaramente attestate solo nel decimo secolo dopo cristo anche se probabilmente si andarono differenziando anche prima.

Per concludere nel quarto secolo l’evoluzione linguistica che porterà alle lingue romanze non era ancora iniziata anche se evidentemente la lingua parlata dal popolino (il latino volgare) era abbastanza diverso dal latino letterario e offriva certamente alcune varianti regionali: non abbiamo però alcun segno che il processo di formazione delle lingue successori al latino fosse ancora iniziato né inizierà ancora per molti anni, anzi molti secoli. Va aggiunto che l’impero aveva moltissime altre lingue oltre il Latino e Il Greco, utilizzate localmente ma anche a livello regionale. Due di queste – il Copto e l’Aramaico – avevano in oriente uno status quasi paragonabile al Latino e il Greco e infatti ebbero la distinzione, a differenza delle lingue celtiche o del punico, di avere una traduzione autentica della Bibbia.  

Luca Pagani fa due domande. La prima è come si faceva, in quel tempo, a far circolare una notizia (o un comando) da un capo all’altro dell’impero? Esistevano dei messaggeri professionisti che percorrevano a cavallo le strade romane o che, via nave, attraversavano il Mediterraneo? Oltre che con i popoli confinanti, i Romani hanno avuto contatti diretti (senza intermediazione) con altre popolazioni lontane come quelle dell’Africa Sub-sahariana e quelle del remoto oriente?

Mappa delle principali rotte commerciali tra India e mondo Romano con i prodotti

Quanto alla prima domanda esisteva il cursus publicus, un sistema di posta imperiale con stazioni per il cambio cavallo e per riposare. Poteva essere usato solo dai messaggeri imperiali (per percorrere le distanze rapidamente) e dagli alti ufficiali dell’impero. Dai tempi di Costantino tra gli alti ufficiali c’erano anche i vescovi, cosa che la dice lunga sul ruolo di questi ultimi, sempre di più visti come funzionari imperiali, e sul ruolo che Costantino dava all’istituzione della Chiesa. La gerarchia ecclesiastica divenne con il tempo così importante che i vescovi più potenti arrivarono proprio a sostituirsi ai governatori, come il Papa di Alessandria – sì anche il patriarca di Alessandria si chiamava Papa – che sommò nella sua figura anche quella di governatore dell’Egitto.

Tornado al cursus publicus, questo era molto efficiente ed era in grado di portare notizie nel giro di pochi giorni o settimane dalle frontiere alle capitali imperiali: in casi di urgenza un messaggero poteva ricoprire fino a 150 km in un giorno. Questo non deve farci sottovalutare i limiti di gestione di un impero talmente immenso. Il governo, anche con questo mirabile sistema, poteva al massimo ricevere le informazioni davvero fondamentali, tutto il resto era lasciato agli amministratori locali, sia civili che militari.  

Tabula pentaugenaria: una mappa schematica del mondo romano utilizzata dal Cursus Publicus imperiale: segna tutte le strade principali, le stazioni di posta e cambio, le città dell’Impero.

Quanto alla seconda domanda, abbiamo notizie storiche di ambasciate di Cinesi a Roma e viceversa di cui siamo certi: un fatto curioso fu che un’ambasciata cinese diretta a Roma fu identificata dalle autorità Sasanidi che riuscirono a convincere i cinesi che Roma fosse ancora lontanissima e questi fecero dietrofront. In altri casi le ambasciate arrivarono ma non ne venne mai troppo: i Romani volevano probabilmente una mano contro i persiani / e un’alleanza tra l’impero dell’Aquila e il Regno di Mezzo avrebbe potuto mettere in seria difficoltà i Sasanidi, ma la distanza geografica impedì sempre qualunque alleanza o coordinamento. Quanto al subcontinente, a differenza della Cina l’India era una terra molto conosciuta, frequentata regolarmente da mercanti romani e perfino da missionari cristiani che vi fondarono una chiesa (nel sud dell’India) che esiste ancora oggi e che ha origine proprio nel quarto secolo. Mercanti provenienti dal mondo Romano avevano ben tracciato le rotte marittime fino almeno allo stretto di Malacca in Indonesia, che era conosciuto.

Spedizioni romane verso il Niger e l’Africa occidentale

Verso sud, oltre le terre controllate dai nomadi del moderno Sudan, c’era invece il regno dell’Etiopia, o Axum. Anche questo regno, un tempo semimitologico, nel quarto secolo era oramai ben conosciuto e intratteneva rapporti diplomatici con Roma, arrivando anche a convertirsi già nel quarto secolo al cristianesimo. Axum fu incorporato nel territorio del patriarcato di Alessandria e ne seguirà la storia religiosa: ancora oggi in Etiopia esiste una chiesa cristiana che non è arrivata nel continente con le navi degli Europei ma era già lì dal lontanissimo quarto secolo.

Verso sud i Romani conoscevano bene anche i vari regni della penisola arabica, nel primo secolo c’era stata perfino una spedizione di scarso successo per impadronirsi del moderno Yemen. Alcune delle tribù degli arabi erano anche alleate dei Romani, la principale era quella dei Gassanidi che erano arrivati ai confini dell’impero nel tardo terzo secolo. Gli arabi Gassanidi finiranno anche per convertirsi al cristianesimo e diventare un popolo chiave nella macchina bellica dell’Impero Romano d’oriente. Nella penisola arabica la situazione religiosa era molto fluida, con pagani, cristiani e altri culti monoteistici di ispirazione probabilmente ebraica.  Da questo brodo emergerà eventualmente una fede monoteistica autoctona.

L’africa sub-sahariana aveva rapporti più commerciali: sono sicuramente documentati i traffici tra questa regione e il mondo mediterraneo, soprattutto grazie all’intermediazione delle tribù berbere del deserto che vivevano sia dentro che fuori dai confini Romani. I Romani inviarono diverse spedizioni militari ed esplorative nell’Africa sub-sahariana, verso l’area del fiume Niger e il lago Chad: queste spedizioni sono attestate dalle fonti. Ai tempi di Nerone è possibile che una spedizione alla ricerca delle fonti del Nilo sia giunta fino alla regione del lago Vittoria. Comunque sia furono contatti diretti di natura episodica, il grosso dei contatti con l’africa subsahariana era mediata dalle tribù che vivevano nel deserto.

Il mondo conosciuto dagli antichi: notare come il mediterraneo è piuttosto accurato, il Nilo si spinge fino in Etiopia, conoscevano il Niger in Africa, e una buona idea dell’oceano indiano fino agli stretti di Malacca

Nicola Genna mi ha fatto invece molte domande, alcune delle quali credo che hanno avuto risposta nel podcast, in particolare relativamente alla burocrazia ed esercito tardo imperiale e sui servizi segreti, i cosiddetti Agentes in Rebus o Arcani. Proverò a rispondere ad altre domande però. Innanzitutto mi chiede dove possiamo trovare l’arte e l’architettura del IV secolo.

Mosaico della villa romana del Casale, a Piazza Armerina (Sicilia)

Nonostante la distanza in termini temporali con il quarto secolo questo è forse il primo secolo in cui abbiamo notevoli lasciti architettonici che non siano semplici rovine. Questo soprattutto nella fondamentale area dell’architettura sacra: la conversione dell’impero in un regno cristiano diede il là ad una colossale edificazione di nuovi luoghi di culto cristiani, spesso direttamente sopra gli antichi templi pagani. Fortunatamente il mondo non ha cambiato religione, almeno in Europa, quindi alcune di queste strutture ci sono giunte quasi inalterate.

Sul fronte dell’edilizia civile non resta moltissimo di rilevante: a Costantinopoli abbiamo l’acquedotto di Valente, l’obelisco di Teodosio e alcuni resti del magnifico foro sempre di Teodosio: molte delle strutture romane erano sopravvissute fino all’evo moderno, grazie alla continuità dell’Impero Bizantino, ma la maggior parte furono distrutte nei secoli seguenti. A Trier, un’altra grande capitale imperiale, abbiamo la sala palatina, ovvero la sala delle udienze degli imperatori occidentali, un luogo che consiglio a tutti e che fu percorso praticamente da tutti i protagonisti della nostra storia: Costantino, Giuliano, Valentiniano I, Graziano. È un monumento che può darci l’idea di come fossero gli altri palazzi imperiali di Milano, Sirmio, Nicomedia, Costantinopoli. A Trier ci sono anche importanti resti della basilica paleocristiana incorporati nella basilica medioevale. Consiglio decisamente una visita a Trier ma mi duole informarvi che i tempi d’oro di Trier, al 395, hanno i giorni contati.

Nell’altra grande capitale occidentale, Milano, abbiamo qualche povero resto del Circo e una delle torri delle mura. La principale architettura milanese sopravvissuta sono le chiese: San Lorenzo è una piccola Haghia Sophia, anche se la cupola è barocca: pochi milanesi sanno quanto la chiesa sia davvero antica! nella chiesa c’è anche la cappella di Sant’Aquilino, quasi certamente il mausoleo degli imperatori d’occidente. Sempre a Milano Sant’Ambrogio conserva alcuni resti dell’antica basilica ma ha soprattutto il Sacello di San Vittore in ciel d’oro, con il volto magnetico di Sant’Ambrogio che ci guarda 1600 anni dopo. A Roma, oltre ovviamente all’arco di Costantino e quel che resta della basilica di Massenzio, ci sono moltissime chiese che risalgono al quarto secolo e diverse che hanno più di una traccia dell’epoca: l’esempio forse più bello e autentico è Santa Costanza, in realtà costruita per essere il mausoleo di Costantina, la terribile figlia di Costantino. Di fronte al Laterano abbiamo ovviamente l’obelisco che Costanzo II fece trasportare a Roma, il più grande obelisco del mondo. S. Clemente, vicino al Colosseo, è una chiesa matrioska con sotto la chiesa medioevale i resti bene visibili della chiesa tardoromana del quarto secolo.

Basilica tardoimperiale di S. Lorenzo, a Milano

La seconda domanda di Nicola è cosa resta oggi del IV secolo? (modi di dire, religione, mentalità, aneddoti).

Ovviamente il quarto secolo ha un impatto formidabile sul nostro mondo, non fosse altro perché è in questo secolo che il mondo romano si converte definitivamente al cristianesimo: la religione Cristiana non è solo una religione monoteistica erede della tradizione ebraica ma una religione plasmata dal mondo Romano e quindi erede del mondo classico mediterraneo. Il concilio di Nicea e quello di Costantinopoli sono alla base della codificazione reale del cristianesimo e i grandi pensatori cristiani di questo secolo – da Gregorio di Nanziano ad Ambrogio, da Giovanni Crisostomo ad Atanasio – sono tra le pietre fondanti principali del pensiero cristiano. Il credo cristiano, le basi teologiche della religione, la codificazione delle feste come il Natale e la Pasqua: sono tutte cose che hanno origine in questo periodo. È in questo secolo che avviene la fusione tra la tradizione classica mediterranea e il monoteismo semitico orientale: da questa fusione nasce credo molta parte dell’identità delle moderne culture europee, sia orientali che occidentali.

Nel quarto secolo avviene poi un evento di importanza colossale per il mondo moderno: la fondazione di Costantinopoli, la Nuova Roma, crea una nuova, vera capitale dell’impero. Prima di allora gli imperatori avevano risieduto in altre città ma nessuno aveva mai messo in dubbio che Roma fosse il cuore civile, culturale, ideale e religioso dell’Impero. Con Nuova Roma si crea un nuovo centro non solo di potere ma di identificazione dei Romani. Il processo sarà lento e complesso ma alla fine dalle due capitali emergeranno due civiltà vicine ma diverse, ovvero l’occidente e l’oriente cristiano. In questa scelta di Costantino c’è la radice originale della moderna distanza, ad esempio, tra la Russia e l’Europa occidentale. È un discorso complesso che richiede una trattazione molto più dettagliata: avremo modo di parlarne a lungo in futuro, spero, quando vedremo l’evoluzione dell’Impero Romano orientale e la disintegrazione e ricostruzione dell’Europa occidentale attorno ad un nuovo modello e nuovi poteri.

Il quarto secolo è anche il periodo in cui l’Impero lascia davvero dietro di sé il suo passato di principato augusteo, un tempo in cui la monarchia aveva amato avvolgersi almeno formalmente nel passato repubblicano. Con Diocleziano e Costantino l’impero codifica una vera monarchia universale. Il monarca tardoimperiale, con poteri assoluti e uno status irraggiungibile dai comuni mortali, è il rappresentante di Dio, dell’Unico Dio, in terra. Praticamente tutta la filosofia alla base delle monarchie europee si basa sui meccanismi di potere e di legittimità a governare elaborati dai Dominus del tardo impero. È a questa autorità allo stesso tempo civile e religiosa che si rifaranno poi i Carolingi nel creare il loro Impero e dall’Europa Carolingia derivano praticamente tutte le monarchie europee occidentali. Anche l’Europa orientale elaborerà i suoi modelli di potere sull’autorità degli imperatori Romani, anche se quelli di Costantinopoli: gli Zar della Bulgaria prima, di Kiev poi e infine di Mosca saranno chiamati così, Czar, in onore dei Cesari e della loro grande città di pietra sul bordo del Bosforo.

Un’altra domanda di Nicola è: chi nasceva povero nell’Impero del IV secolo, a quali cariche ed onori poteva ambire?

Immagine della Notitia Dignitatum: militare nell’esercito e in uno dei suoi reggimenti era una delle poche vie teoricamente possibil per uomini di estrazione umile di salire ai vertici della società romana.

Il mondo romano era caratterizzato da una enorme, incolmabile iniquità sociale: non credo che sia comprensibile ai moderni. L’80% della popolazione libera, per non parlare degli schiavi, non aveva pressoché nulla e la loro vita era breve, brutale e senza alcun lume ad illuminarla se non il duro lavoro, in grandissima parte sui campi al servizio di un lontano padrone. Di converso poche centinaia di persone, al massimo alcune migliaia, erano proprietari di praticamente tutte le terre con alcun valore commerciale, in un mondo nel quale la quasi totalità del PIL era dato dall’Agricoltura. Le stesse famiglie monopolizzavano nel mondo romano praticamente tutto: cariche, cultura, ricchezze, potere. Il potere che accumulano su di loro a loro volta va ad alimentare la loro schiacciante ricchezza, visto che l’intero sistema amministrativo prevede il pagamento di regolari “bustarelle” per qualunque pratica, pagamenti che vanno in favore di ufficiali a loro volta scelti perché facenti parte della classe dirigente.

Nel quarto secolo a questa regola – che va tenuta bene a mente – c’erano solo due eccezioni importanti: l’esercito e la chiesa. L’esercito da sempre reclutò tra gli strati sociali più marginali del mondo romano: le popolazioni semi-barbariche di frontiera, i duri abitanti dei monti dell’Illirico e sempre più spesso immigrati tra le popolazioni germaniche e anche arabe di confine: per entrare nell’esercito bastavano due braccia forti, un cuore saldo e la determinazione a lascarsi dietro una vita di miseria nei campi. L’esercito del tardo impero fu anche molto più meritocratico di quello classico del principato o di quello Repubblicano: durante i secoli repubblicani e alto imperiali infatti tutte le cariche importanti erano appannaggio della solita classe di proprietari terrieri. Non così nel tardo impero: un uomo intelligente e di pochi mezzi e cultura poteva fare carriera nell’esercito di Diocleziano e Costantino. Gli stessi imperatori illirici avevano voluto così perché Claudio il Gotico, Aureliano, Diocleziano e Costantino provenivano da famiglie illiriche che un tempo erano state povere famiglie che avevano fatto carriera nell’esercito in base al loro merito: avevano visto i danni che potevano fare i patrizi romani al comando delle truppe. Con il tempo questo ascensore sociale – che non va comunque esagerato – finì anch’esso per incepparsi ma l’esercito continuerà per decenni, anche nel quinto secolo e oltre, a produrre uomini nuovi nei suoi ranghi.

Per quanto riguarda invece la chiesa questa fu abbastanza democratica nei primi secoli della sua storia, prevedendo tra l’altro l’elezione dei preti e soprattutto dei vescovi, anche i più importanti come i papi di Roma e Alessandria. Queste elezioni erano spesso violente e dominate da uomini potenti ma capitava piuttosto spesso che un uomo di talento riuscisse a scalare la gerarchia ecclesiastica. Nel quarto secolo abbiamo anche il fenomeno del monachesimo antico, spesso monopolizzato da uomini umili resi grandi dalla loro devozione e predisposizione alle più severe penitenze: un esempio è Simeone lo stilita, il figlio di un povero pastore che visse 37 anni in cima ad una colonna, esposto alle intemperie, divenendo una rock star dell’epoca. A mano a mano però che la chiesa andò istituzionalizzandosi divenne sempre di più un altro braccio della burocrazia imperiale: le posizioni importanti iniziarono ad essere monopolizzate dalla solita classe senatoriale. Eppure per qualche tempo non fu così e ancora nel quarto secolo anche i poveri poterono diventare qualcuno nella chiesa.

Alexandre dal brasile mi chiede invece il nome del pezzo che introduce e chiude ogni episodio di Storia d’Italia.

Caro Alexandre, credo che un brasiliano abbia sentito già questa musica grazie ad una telenovela (mi pare si chiamasse “terra nostra”) con la stessa colonna sonora. Si tratta di un celeberrimo pezzo dell’opera breve “Cavalleria Rusticana” di Mascagni- uno dei grandi musicisti italiani dell’Ottocento. Il pezzo è chiamato “intermezzo”, fa anche da colonna sonora del famoso film di Hollywood “Raging bull” o “Toro scatenato” in italiano. 

Magari ti chiederai Alexandre perché lo ho scelto: bè innanzitutto l’opera è ovviamente un simbolo dell’italia in Musica, forse il più importante. la preferisco alle canzonette che spesso si associano all’Italia, ho un’idea dell’Italia forse più seria e seriosa di molti. L’opera italiana ha avuto un impatto enorme sulla musica: ad esempio Alexandre ti magari interesserà sapere che quasi tutti gli inni nazionali dell’America latina sono inspirati all’opera italiana, incluso quello brasiliano. 

Un altro motivo della mia scelta è quella di avere un pezzo che trasmetta la profondità e la complessità della storia italiana: l’intermezzo di Mascagni ha tutta la gravitas, la malinconia, la sensibilità e il pathos che possono solo prodursi nell’animo in seguito ad una vita complessa, difficile, fatta di alti e bassi, di grandezza e di cadute. Lo stesso vale per la Storia d’Italia: perché la nostra storia non è una storia eroica: è la storia di un popolo che costruì un impero e che, dopo la sua caduta, ha avuto un percorso molto complesso, fatto di disunione e di guerre, di dominazioni straniere e di momenti bui. Però è anche una storia della grande creatività di un popolo che ha inventato la contabilità moderna e le banche, fondato le prime università, posato le basi della musica occidentale con le note del pentagramma, formulato in arte il rinascimento e poi il barocco, prodotto grandi opere dell’intelletto come i libri di Macchiavelli o le scoperte di Galileo. Gli italiani sono riusciti a creare tutto questo senza arrivare mai però a costruire una grande nazione moderna come la Francia, la Spagna o l’Inghilterra. Quando infine il paese sarà riunificato la sua storia sarà tutto fuorché di grandezza: l’Italia unitaria vivrà molto al di sotto delle aspettative di chi l’aveva unificata. 

Quindi volevo una musica che riempia lo spirito, che esalti l’ascoltatore ma che trasmetta anche la malinconia e la tristezza di un popolo a suo modo grande, un popolo che ha dato tanto alla civiltà mondiale ma che è forse destinato a non rivedere mai più i fasti di un tempo.

Eppure non voglio terminare così e vorrei aggiungere che un popolo che è riuscito a produrre note della profondità e della bellezza di Mascagni, bè forse quel popolo non ha solo un grande, complesso e tragico passato. Forse, mi piace sperare, ha anche un futuro.

Armati di quanto abbiamo appreso sul quarto secolo, nel prossimo episodio passeremo a parlare di Stilicone e Alarico, Onorio e Arcadio. Perché per me il quinto secolo, il secolo della crisi e dissoluzione dell’Impero d’occidente, inizia nel gennaio del 395, con la morte di Teodosio. Ma non sarà una costante e triste marcia verso un cupio dissolvi, no sarà una struggente battaglia per la sopravvivenza, fatta di alti e bassi, di vittorie e sconfitte. Alla fine, quando la polvere si sarà posata, emergerà un mondo nuovo, che scopriremo insieme. Vi chiedo di avere fiducia in me e di continuare a seguirmi mentre ci lasciamo dietro le spalle gli anni d’oro dell’Impero: la storia che abbiamo davanti non è meno interessante e appassionante. Forse è la mia passione per l’opera melodrammatica a parlare ma al piuttosto noioso periodo dei grandi imperatori romani del secondo secolo preferisco la tragica storia del quinto secolo, con i suoi grandi personaggi come Stilicone, Flavio Costanzo, Ezio, Alarico, Attila e Odoacre. A proposito di melodramma, vi lascio per una volta con l’intero pezzo di Mascagni, ascoltatelo tutto, anche solo per portare pace nella vostra anima. Alla prossima puntata.

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