Episodio 0: in principio era una Lupa

Perchè ho deciso di narrare la Storia d’Italia e una cavalcata spericolata attraverso tre secoli di Impero Romano, da Augusto a Diocleziano. Allacciate le cinture

Eccoci, è ora di iniziare davvero, mi sono messo in testa che avrei voglia di narrarvi la storia d’Italia. Perché la Storia d’Italia? Perché abbiano una storia lunga, complessa, a tratti drammatica e a tratti eroica.
Ma il problema è che è una storia lunga, complessa, drammatica e difficile da ricordare, raccontare o riassumere. Non sono uno storico, ma un sono un appasionato di Storia. Col questo podcast intendo avvicinare il più possibile la storia ad altri appassionati o a semplici curiosi, che vogliano capire il percorso che lega l’Italia postimperiale ai comuni, il rinascimento, le dominazioni straniere, il risorgimento e l’Italia moderna e contemporanea. Vorrei fosse un percorso per quanto possibile divertente, didattico senza essere didascalico.
L’ultima domanda è perché io: la risposta è semplice, ho cercato un podcast sulla storia d’Italia per poterlo ascoltare e sono rimasto stupito di non trovare nulla in italiano, mi pare una mancanza a cui porre rimedio e mi sono chiesto perché non tentarci. Vorrei dedicare questo podcast a tutti i connazionali che un giorno hanno sognato, anche per una volta sola, di vivere in un altro tempo. Per quanto mi riguarda, vorrei anch’io fermarmi un giorno ad un passaggio a livello e ritrovarmi a Frittole, nel quattrocento quasi cinquecento. A patto di avere il biglietto di ritorno, si intende!   

EPISODIO 0, in principio era una Lupa

Dove iniziare con la Storia d’Italia? Mi sono posto questa domanda molte volte. Potreste dire che la risposta è facile: dall’inizio! E certamente si potrebbe iniziare dell’Italia pre-romana, quando l’Italia ancora non si chiamava così, per poi passare attraverso gli epici secoli della storia Romana, una storia così grande e appassionante che nutre da secoli fiumi di inchiostro e chilometri di pellicole. Ma – e questa è una mia decisione in parte arbitraria, vorrei iniziare dove la storia di Roma si interrompe, o almeno pare lo faccia.
Vi potreste chiedere perché. Pare una scelta arbitraria, ma provo a difenderla. Roma è qualcosa di più grande dell’Italia. Roma è la storia di un civiltà che abbraccia l’intero mediterraneo. Ma c’è di più, oggi noi italiani non ci consideriamo “romani”, abbiamo smesso di farlo da secoli. Ci sentiamo, è vero, eredi dei Romani. Molti di noi sono anche abbastanza fieri degli illustri antenati ma siamo ben consapevoli che la nostra identità è diversa. Non siamo romani, siamo i loro successori. L’identità italiana è intimamente legata alla conquista romana, che ha forgiato per la prima volta tale identità. Una identità confermata poi nel sangue durante la guerra sociale del primo secolo avanti cristo, quando gli alleati italici di Roma si ribellarono per avere la cittadinanza romana. Ma dopo la caduta dell’Impero, ad un certo punto, abbiamo smesso di considerarci Romani. Vedremo di comprendere, nel corso di questa storia, come questo passaggio sia avvenuto. Non si tratta di spoiler dire che  – come la maggior parte dei grandi eventi storici  – si è trattato di un passaggio graduale, fluido e impercettibile ai contemporanei. Per certi versi il processo di costruzione di una nuova identità è culminato SOLO con il risorgimento. Forse è un processo tutt’ora in corso.

Quindi la nostra storia avrà inizio davvero con la Caduta dell’Impero Romano, la cui data – abbastanza arbitraria – è di solito considerata nei libri di storia essere il 476 dc.

Ma prima di parlare di Odoacre e di Romolo Augustolo occorre capire come sia arrivato l’Impero d’occidente al suo ultimo capitolo. Per farlo dovremo ripercorrere – in modo del tutto non esaustivo – i suoi ultimi secoli, con una particolare attenzione al periodo che va da Costantino alla caduta dell’impero. Questo sommario non ha assolutamente l’intenzione di essere completo, sarà una cavalcata veloce. Ma dobbiamo posare alcune basi indispensabili per il futuro della narrazione.
Innanzitutto dobbiamo capire l’unicità e diversità dell’Impero Romano. Nella storia ci sono moltissimi imperi, alcuni più vasti, altri più popolosi, altri perfino più duraturi di quello Romano. Eppure l’Impero Romano è unico nel suo genere e questo non solo perché a fondarlo sono stati i nostri antenati, di cui siamo oggettivamente fieri.
Per capire come il mondo Romano passi attraverso una transizione che porta a Carlo Magno, al feudalesimo e alla civiltà occidentale dobbiamo capire innanzitutto le caratteristiche uniche della civiltà Romana e del suo stato, sia nella sua versione Repubblicana che Imperiale.
Per capire queste caratteristiche facciamo un breve riassunto. Roma nella sua incarnazione Repubblicana è una Repubblica basata su un ordine costituzionale scritto e su delle consuetudini con potere costituzionale. Il potere è condiviso all’interno di una élite senatoriale in forte competizione interna. Ma per quanto potenti, i senatori non sono di gran lunga gli unici attori politici dello stato. Il potere del senato è bilanciato anche da diverse istituzioni con il compito di rappresentare il popolo, come i tribuni della Plebe e le Assemblee Popolari. La Repubblica è anche un Impero, nel senso che conquista e lega a se popoli prima della penisola, poi delle regioni limitrofe, infine dell’intero bacino mediterraneo. Una volta distrutto ogni nemico esterno La Repubblica entra in crisi – e so che sto davvero massacrando la storia Romana con la brevità con cui la riassumo.  La competizione tra fazioni e potenti signori della guerra si fa via via più intensa fino a trascinare Roma in mezzo secolo quasi ininterrotto di guerre civili.
Quando il polverone si dirada i Romani sono esausti: decenni di guerre li hanno convinti che sia necessario avere una guida forte al centro della loro costituzione. Augusto – eliminati in modo feroce i suoi avversari all’inizio della sua carriera politica – si erge a benevolo dittatore, a primus inter pares, primo cittadino della Repubblica. Si atteggia quasi a garante della costituzione Repubblicana, arrivando a dire di non averla modificata affatto. Il suo potere, sosterrà Augusto, sarà più basato sul suo personale carisma che alcuna modifica materiale della costituzione, e qui cito Augusto parafrasandolo un pò ”tutti sovrastai per la mia autorità personale, ma potere non ebbi più ampio di quelli delle magistrature a me affidate”. Augusto sostiene sostanzialmente di avere ricevuto il magistero di Pontefice o Console, come da costituzione Repubblica, ma di essere stato ascoltato un po’ più degli altri senatori in quanto persona dotata di notevole carisma e capacità personale.

Ora, come tante altre cose prodotte al tempo di Augusto questa è in gran parte propaganda, come quel bellissimo poema Epico di Virgilio. Augusto era certamente dotato di carisma e di capacità politiche indiscutibili ma aveva anche il vantaggio di comandare personalmente qualche dozzina di legioni, armate fino ai denti.

Ma ogni costituzione, che sia scritta o materiale, si appoggia anche sulle finzioni. I Romani credevano che i discendenti di Cesare fossero i loro comandanti, Dux, ma avevano ben chiaro che gli imperatori non erano tali in quanto figli dell’imperatore precedente, o almeno non solo. Gli Imperatori erano i capi dello stato Romano, sostanzialmente dei magistrati della Repubblica con poteri più ampi e non ristretti nel tempo come quello dei consoli. La sovranità, anche allora, spettava al popolo Romano, e questo è un punto chiave da comprendere. Il faraone è un dio in terra e sostanzialmente proprietario dell’intero Egitto con tutti i suoi abitanti. Il Re Sole – Luigi XIV – è il Re della Francia, per grazia divina, non certo Re dei Francesi. L’origine del diritto a governare del Faraone o di Luigi XIV è in Dio. La sovranità, per i re europei dell’assolutismo, è un’emanazione divina, non certo un ruolo affidato dal loro popolo. Anzi, non esiste neanche un popolo francese, o inglese. Esiste la Francia, l’Inghilterra, una entità geografica non un popolo, come direbbe Metternich.

Non è così a Roma, un impero che è così chiaramente erede di una Repubblica. Gli imperatori sono imperatori dei Romani, non della città di Roma. In questo sono più simili a Napoleone, imperatore dei francesi e lui stesso erede imperiale di una Repubblica che era discesa nell’anarchia. Ecco, se Napoleone avesse avuto successori e l’Impero Francese fosse durato un mezzo millennio invece di una decina di anni forse avremmo un esempio contemporaneo davvero assimilabile a quello dell’Impero Romano.

L’Impero Romano non era quindi uno stato monolitico al cui vertice c’era un imperatore con poteri assoluti. Era sostanzialmente un impero costituzionale, basato sulla cessione di una serie di libertà in cambio di maggiore sicurezza, il più antico degli scambi costituzionali. Si badi bene però che le libertà cedute erano soprattutto libertà di ricchi senatori a competere tra di loro per la guida dello stato, senatori che da allora non finirono quasi mai di lamentarsi della perdita del loro status. Ma per un cittadino comune le libertà principali ottenute dalla Repubblica rimasero: prima tra tutti l’uguaglianza di fronte alla legge codificata dalle dodici tavole e dall’immenso corpo del diritto romano. Questo regime, che durò da Augusto fino all’ultimo dei Severi, è chiamato oggi principato.

Il Principato era basato su alcune finzioni e alcuni propositi di base deboli: innanzitutto non c’era una chiara modalità per la successione del trono imperiale, proprio perché sostanzialmente ogni passaggio di consegne tra imperatori sottendeva una sorta di “elezione” in cui l’esercito, il senato e il popolo di Roma avevano il ruolo di confermare la transizione. Il Senato doveva farlo legalmente, conferendo i poteri costituzionali al nuovo imperatore. L’esercito lo faceva de facto, sostanzialmente acclamando l’imperatore. Il popolo aveva un ruolo più limitato e non codificato, ma sostanzialmente anche il “popolo” della città di Roma doveva acclamare il nuovo imperatore.

Questo sistema entra in crisi nel III secolo dopo cristo, quando diviene evidente che la fonte vera del potere e della legittimità degli imperatori è passata quasi completamente nelle mani dell’esercito: il Senato approva oramai solo formalmente gli imperatori e questi passano sempre meno tempo a Roma, a contatto con il suo irriverente populus, e sempre più con i loro eserciti.

Per capire come si arriverà a questo passaggio fondamentale vanno tenuti presenti due fattori: i batteri e gli imperi. L’impero viene innanzitutto colpito sul finire del secondo secolo da una terribile pandemia – la peste Antonina, probabilmente in realtà Vaiolo o Morbillo – che colpisce durante il regno di Marco Aurelio. L’impero è profondamente indebolito: diminuisce la popolazione, diminuiscono gli introiti, la peste porta via con se secoli di crescita economica dovuta alla pax romana. In contemporanea, e questo è l’altro duro colpo, l’impero è costretto anche a combattere lunghe guerre di confine, contro dei barbari ben più organizzati dei già temibili Germani del I secolo e contro un rinnovato impero Persiano. In questo quadro fosco si inserisce l’incapacità quasi criminale del figlio di Marco Aurelio, figlio che lui volle così tenacemente come suo successore. La dittatura di Commodo viene seguita dalla restaurazione della Repubblica grazie all’intervento dell’ex Gladiatore Quinto Massimo Meridio, che muore nel colosseo ridando la libertà a Roma.

Accidenti debbo essermi confuso! No, niente restaurazione della Repubblica. L’assassinio di Commodo nel 192 dopo cristo viene in realtà seguito da una guerra civile vinta alla fine da Settimio Severo. La cupa dittatura militare dei Severi, Settimio e i suoi orridi figli, anticipa la crisi del terzo secolo: ovvero la totale sudditanza del potere civile a quello militare dell’esercito. Quando, nel 235 dopo cristo, l’ultimo dei Severi, un giovane imperatore di nome Alessandro Severo – perde il rispetto dei suoi soldati questi lo assassinano e nominano uno dei loro – Massimiliano il Trace – a capo dell’impero.

Seguiranno 50 anni di caos, non a caso. Se il potere è legittimato solo dalla forza e dal desiderio delle legioni qualunque comandante può pensare di avere la legittimità a governare. Rivolte si succedono a ritmo incalzante mentre barbari e Persiani premono alle frontiere. I Goti infliggono ai Romani una sconfitta tremenda ad Abritto, uccidendo per la prima volta un imperatore sul campo di battaglia. I Persiani, a loro volta, prendono prigioniero un altro imperatore, Valeriano. I Persiani paiono perfino vicini alla conquista dell’intero oriente Romano. L’impero si frantuma in 3, con le legioni renane che si accollano il compito di proteggere le province galliche, britanniche e spagnole, il centro dell’impero sotto l’autorità sempre meno importante degli imperatori di Roma e l’oriente de facto gestito dal principe di Palmyra, Settimio Odenato.

Nel momento più buio dell’impero però questi viene salvato da un gruppo di ufficiali dell’Illirico, una provincia di frontiera da dove venivano i migliori soldati dell’Impero, corrispondente ai paesi dell’ex yugoslavia o balcani occidentali, se preferite. Gli imperatori illirici prendono il potere al nadir delle fortune Romane e riescono a portare l’impero verso un nuovo importante capitolo della sua lunga storia. Aureliano – restaurator orbis  – riunifica l’impero, sconfiggendo la Palmyra di Zenobia e riprendendosi le province occidentali secessioniste. Costruisce anche le mura che ancora cingolo la capitale italiana. Diocleziano, divenuto imperatore nel 284 a qualche anno di distanza da Aureliano, modifica in modo definitivo la natura dell’impero.

Questo periodo storico segna il passaggio dal principato, caratterizzato da Imperatori che si fingono dittatori costituzionali, al Dominato. Il Principe augusteo, almeno formalmente primo inter pares, è soppiantato dal Dominus: l’imperatore è ora signore e padrone dell’impero, una alta dignità monarchica irraggiungibile e incomprensibile. I Romani non sono più cittadini dell’impero ma sudditi dell’imperatore.

La dignità dell’ufficio imperiale viene elevata, in modo che sia difficile o perfino impossibile per un semplice generale pensarsi adeguato a vestire la porpora imperiale. L’autorità è accentrata, l’esercito modificato al punto che le classiche legioni dell’antichità sono irriconoscibili nel quarto secolo. La cavalleria acquista sempre più importanza a scapito della fanteria pesante delle legioni. Le legioni stesse – che permangono almeno nel nome – sono suddivise in unità più piccole da assemblare però in ampi eserciti da campo alla bisogna. Le frontiere vengono difese sempre più grazie ad una rete di fortini e castelli, molto diversi dagli accampamenti legionari classici e molto più simili ai castelli medioevali.

L’economia diviene molto più centralizzata e pianificata. Per risolvere complessi problemi economici lo stato si trova perfino costretto a demonetizzare l’economia romana, un primo passo verso l’economia alto medioevale. Lo stato non chiede più tasse in moneta ma in natura, segno della profonda crisi in cui era caduta tutta l’economia romana durante la crisi del terzo secolo. Diocleziano codifica anche le professioni, che divengono il larga parte ereditarie, legando sempre di più i contadini alla terra e iniziando quel processo che porterà alla servitudine. Diocleziano e la crisi del terzo secolo sono l’anticamera vera del medioevo, l’impero che esce dalla cinquantennio di caos militare è un impero profondamento modificato, indebolito dalla crisi ma salvato dagli imperatori illirici.

Diocleziano avrebbe voluto andare oltre e risolvere anche il grande, intrattabile problema della gestione delle successioni imperiali, sempre caotiche. Decise di dividere innanzitutto per la prima volta l’impero in occidente e oriente, con un “imperatore Augusto” a capo di ogni metà, affiancato da un collega con il titolo di “cesare”. Diocleziano però era chiaramente il più importante dei due augusti. A questo sistema diamo il nome di “Tetrarchia”, dai Tetrarchi, i 4 imperatori (2 augusti e due Cesari) del nuovo sistema imperiale.
Diocleziano prende un’altra decisione carica di conseguenze, decidendo di stabilirsi in oriente, a Nicea, un chiaro segno di un futuro prossimo a venire. Nella mente di Diocleziano i due augusti, dopo 20 anni in carica, si sarebbero dovuti dimettere per lasciare il posto ai loro Cesari che avrebbero nominato due nuovi colleghi di rango inferiore a loro volta.

Ahimè non funzionò: nel 305 Diocleziano (spontaneamente) e il suo collega Massimiano (spintaneamente) si dimisero, in quello che fu senza dubbio un atto politico unico nella millennaria storia imperiale. Ogni tanto cerco di immaginarmi la scena, due uomini potentissimi, uno dei quali il più autorevole imperatore dai tempi di Settimio Severo, forse di Marco Aurelio.

Eppure entrambi si dimisero, come dei Presidenti di una Repubblica moderna. Fosse riuscito a Diocleziano di stabilire un precedente duraturo parleremmo di lui oggi come del più grande imperatore Romano.

Ahimè, non era destino, e probabilmente non poteva essere altrimenti. Quello che seguì non fu una ordinata successione secondo il sistema rigido pensato da Diocleziano, tutt’altro. Ai romani toccò un altro periodo di confuse guerre civili alla fine delle quali ci sarà di nuovo un solo imperatore, e che imperatore. Il nostro Costantino il grande, che ci aspetterà in tutta la sua brillante grandezza e insopportabile arroganza la prossima settimana.


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