di Walter e Francesco Cattoni
I 500 anni di una rivolta
Quest’anno ricorrono i cinquecento anni della fine della grande guerra contadina che sconvolse la Germania meridionale nel biennio 1524-1525. Lo studio e la memoria di questo conflitto sono ben radicati in Germania, a causa del livello di violenza raggiunto e per gli effetti religiosi, sociali e politici che ebbe sulla società tedesca.
È forse meno noto che la guerra toccò anche parte dell’Italia, estendendosi anche ai territori dell’Impero a sud delle Alpi, fino al Principato Vescovile di Trento. In Trentino, in particolare, il conflitto è noto con il nome di guerra “rustica”, proprio perché vide lo scontro delle milizie vescovili contro quelle contadine, che arrivarono ad assediare Trento.
In questo articolo viene brevemente descritto lo sviluppo della rivolta contadina nel Comune di Cavedine e nella Valle dei Laghi, a sud ovest di Trento.
Prologo: omnia sunt communia
La Germania di inizio Cinquecento è attraversata da forti tensioni tra le diverse componenti della società, che per necessaria brevità possono essere sintetizzate come segue.

L’Alto Clero cerca di mantenere la tradizionale posizione di privilegio della Chiesa romana, attirandosi per contrasto accuse sempre più forti di corruzione e simonia.
I grandi Principi e la nascente borghesia urbana, seppur con obiettivi diversi, mirano invece ad instaurare nuovi rapporti di forza, riducendo da un lato l’ingerenza di Papa e Imperatore, e dall’altro contrastando i piccoli e storici potentati locali, come la nobiltà locale e le famiglie patrizie cittadine.
Alla base della piramide sociale, i contadini si impoveriscono, vedendo inoltre ridursi sempre di più i propri spazi di autonomia e libertà, e avvicinandosi a una condizione servile. La tassazione si fa più pesante, e al contempo, risorse storicamente di utilizzo condiviso (boschi, pascoli etc.) sono progressivamente incamerate nei beni privati di nobiltà e clero.
In questo contesto, riesce ad affermarsi la predicazione di Martin Lutero. Con la pubblicazione delle sue 95 tesi nel 1517, Lutero fornisce la base ideologica e teologica alle forze, in primis i Principi, che vogliono ridurre il peso della Chiesa e, conseguentemente, anche della figura dell’Imperatore.
Il messaggio teologico di Lutero è focalizzato principalmente contro l’immoralità e la corruzione degli apparati ecclesiastici, senza toccare sostanzialmente nobilità e Principi, i quali gli forniscono invece il necessario appoggio politico (la vita di Lutero viene letteralmente salvata da un finto rapimento orchestrato dal principe Frederick III di Sassonia).
In parallelo al diffondersi delle idee luterane si sviluppa però un movimento di riformatori più radicali, che predicano cambiamenti molto più strutturali della società nel suo complesso, per avvicinarla allo spirito dei Vangeli e al volere di Dio.
Tra queste figure emerge in particolare quella di Thomas Müntzer, che ha una visione “proto-comunista” della società, sintetizzabile nel motto (tratto dagli Atti degli Apostoli) “omnia sunt communia – tutto deve essere in comune”. Questa ala più radicale della riforma fornisce il sostrato ideologico e religioso che, unito alle preesistenti rivendicazioni economiche e politiche dei contadini, dà origine alla guerra.
La guerra in Germania
La prima grande la sollevazione è quella dei contadini di Stühling nella Selva Nera, nel giugno 1524.
Inizialmente i contadini ottengono diversi successi militari locali, sia perché nobili e città vengono colti di sorpresa, sia perché una parte della popolazione meno ricca della città (proletari, piccoli artigiani e commercianti) fa causa comune con i contadini. Nell’aprile del 1525 la rivolta è ampiamente diffusa nel sud della Germania. Chiese, castelli e monasteri vengono saccheggiati (quasi 1000, nel biennio 1524/1525), città sono messe sotto assedio e conquistate, con numerose vittime.
A questo punto però iniziano a manifestarsi le debolezze degli eserciti contadini. Le varie bande non hanno un unico comando o una strategia unificata, ma agiscono autonomamente.Inoltre, superata la sorpresa iniziale, emerge chiaramente l’enorme disparità di equipaggiamento e addestramento delle truppe e dei mercenari a servizio di nobili e città.
Anche da un punto di vista ideologico, i contadini perdono molto supporto. Lutero, in particolare, tenta inizialmente di svolgere un ruolo di mediatore; in seguito, spaventato dagli “eccessi” dei contadini e per non perdere la protezione dei Principi, prende una netta posizione contro i contadini rivoltosi, incitando a “sterminare quella marmaglia che rifiuta obbedienza all’autorità preposta e voluta da Dio”.
I contadini provano a unirsi sotto la figura carismatica di Thomas Müntzer, che guida un esercito di contadini in battaglia presso il villaggio di Frankenhausen, il 15 maggio del 1525. La superiorità dei mercenari dei Principi è però schiacciante, i contadini vengono massacrati e messi in fuga, e lo stesso Müntzer è catturato e giustiziato.
Nel settembre 1525 la guerra è sostanzialmente conclusa, con una stima complessiva delle vittime tra i contadini, fra uccisi e giustiziati, di più di 75.000 persone, pari a quasi il 3% della popolazione delle aree coinvolte alla rivolta.
La guerra contadina in Tirolo
Anche se il centro della guerra rimane in Germania, le sue propaggini arrivano anche nei territori più a sud dell’Impero, al di qua delle Alpi.
Le dinamiche iniziali sono le analoghe a quelle tedesche. Dal passo del Brennero giungono predicatori riformati radicali, che fungono da miccia per innescare le rivolte contadine locali. L’insurrezione assume però caratteristiche diverse tra il Tirolo di lingua tedesca (attuale Alto Adige – Südtirol) e quello di lingua italiana (attuale Trentino).
In Sudtirolo, già nel maggio del 1525, viene eletto un capo unico della rivolta, Michael Gaismair, già segretario del Principe Vescovo di Bressanone, che riesce a strutturare l’organizzazione della rivolta e l’utilizzo del denaro requisito con le prime confische e le razzie a danno dei nobili locali.
L’Arciduca d’Austria, insieme ai Principi Vescovi di Bressanone e Trento, convoca i capi dei rivoltosi del Tirolo tedesco e italiano a una Dieta generale a Innsbruck, nel giugno del 1525, con il solo scopo di guadagnare tempo e raccogliere rinforzi. Giunte le truppe di rinforzo dell’Arciduca e dei Principi Vescovi, riprendono subito le ostilità , terminando con la sconfitta della rivolta nell’ottobre dello stesso anno.
Gaismair troverà rifugio nelle terre della Serenissima (sarà assassinato da dei sicari dell’Arciduca sette anni dopo), mentre i capi dei rivoltosi che non riescono a seguirlo vengono giustiziati.
In Trentino la rivolta non coinvolge tutte le valli, ma principalmente la città di Trento e le valli di Non, di Sole, la Valle dei Laghi, la Val Lagarina e la Valsugana. Inoltre, non viene nominato un capo unico ma, come già in Germania, i diversi gruppi di rivoltosi agiscono in modo autonomo senza un programma d’azione condiviso.
I primi moti avvengono nel maggio del 1525, quando in Trentino giunge notizia delle rivolte in Sudtirolo. Il Principe Vescovo di Trento, Bernardo Clesio, decide di lasciare la città con i principali notabili, per rifugiarsi nella munita rocca di Riva del Garda. In città avvengono dei saccheggi, ad opera di cittadini e di contadini che approfittano della fuga delle autorità, ma la situazione torna sotto controllo dopo pochi giorni, con l’arrivo di milizie fresche mandate dal Vescovo, che rientra poco dopo a Trento.
Nelle valli le rivolte scoppiano in contemporanea ai disordini a Trento, e non cessano col rientro del Principe Vescovo nel capoluogo. Dopo il fallimento dei colloqui-farsa di Innsbruck, diversi gruppi di ribelli decidono di provare ad attaccare direttamente Trento.
La rivolta a Cavedine e nella Valle dei Laghi
Cavedine è un Comune situato in un piccola valle pensile inclusa nella più ampia Valle dei Laghi, che mette in collegamento la città di Trento con la cittadina di Riva sul lago di Garda.

Alla notizia delle rivolte scoppiate in Sudtirolo, anche gli abitanti di Cavedine si riuniscono più volte in assemblea per decidere il da farsi. Non tutti sono dell’idea di ribellarsi al Principe Vescovo, ma nell’ultima assemblea, tenutasi a fine agosto 1525, prevale il partito degli “interventisti”, capeggiato da esponenti della piccola nobiltà e borghesia locale, in particolare Odorico Flordalive, Giovanni Galetto, Bernardo Zeni e un tal Spiritello. Come capo militare viene eletto un altro nobile, Vigilio Tiomale, che era per giunta funzionario vescovile, in quanto responsabile del piccolo castello del Dosso del Pievano, posto poco fuori dal paese a difesa della strada della valle.
La presenza di personaggi appartenenti alle classi agiate, alla guida dei gruppi di ribelli, non è inusuale durante il conflitto, nemmeno in Germania. Questo dimostra che, sulla base delle rivendicazioni dei contadini, si innestarono le ambizioni di fasce diverse della popolazione, che cercavano di sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
Il 27 agosto i ribelli si radunano su un colle sopra Cavedine (da allora chiamato “Dos Tirol”) alla presenza del sindaco Lorenzo Travaglia, e iniziano la marcia lungo la valle, con l’intenzione di assediare Trento, insieme a contingenti provenienti dalle altre valli ribelli. Nell’attraversare i paesi della valle, Tiomale e i suoi cercano di arruolare altre forze, ricorrendo anche a metodi spicci e intimidatori. Non tutti i paesi della valle, comunque, aderiscono alla rivolta: ad esempio, gli abitanti di Vezzano promettono inizialmente a Tiomale di unirsi ai ribelli, ma poi non si presentano al punto di incontro.

A sera, i circa 400 uomini raccolti a Cavedine e nel resto della Valle dei Laghi, montano il campo al paese di Terlago, posto a pochi chilometri a ovest di Trento.
Nello stesso momento, colonne di contadini stanno convergendo su Trento dalle altre valli del Trentino.
Il piano di battaglia, in teoria, è ben concepito, e prevede che la città sia attaccata contemporaneamente da tre lati: a est attaccheranno i contadini provenienti dalla Valsugana, Piné e Val Lagarina, forti di circa 4.000 armati. Da nord arriveranno i circa 3.000 uomini dalle valli Non e Sole. Il piccolo contingente della Valle dei Laghi attaccherà da ovest.

La mancanza di un comandante unico per le diverse bande rende però più lenti e difficili il coordinamento delle forze e l’esecuzione del piano sul campo.
I contadini, inoltre, scontano un addestramento e un armamento (costituito principalmente da attrezzi agricoli e armi di fortuna) nettamente inferiori rispetto alle truppe vescovili, che li attendono trincerate dietro le mura di Trento.
l 29 agosto iniziano le azioni contro la città. L’acquedotto che rifornisce Trento, fatto in semplici tubi in legno, viene tagliato, e si devia il canale principale di alimentazione dei mulini cittadini.
In contemporanea, gli uomini di Cavedine e del resto della Valle dei Laghi attraversano lo stretto passaggio del torrente Vela, noto come il “Buco di Vela”, e occupano Piedicastello, il sobborgo immediatamente a ovest di Trento, fuori dalle mura.
I vescovili però non lasciano l’iniziativa completamente ai ribelli. Il contingente proveniente dalle valli di Non e Sole viene messo fuori gioco con un’operazione di intelligence. Uomini del Vescovo spargono la voce che forti unità di fanteria imperiali, di stanza in Lombardia, siano pronte a piombare sulle valli di Non e Sole attraverso il passo del Tonale. I contadini, spaventati, decidono di fare dietrofront per difendere le loro case, privando così l’armata dei rivoltosi di quasi metà delle forze.
A questo punto la guarnigione cittadina effettua delle rapide sortite, scompaginando rapidamente i contadini su tutti i fronti, mettendoli in fuga. La ritirata non si conclude in una disfatta solo perché i soldati all’inseguimento interpretano un colpo di cannone, esploso dal castello cittadino, come un segnale di una rivolta in città, e quindi rientrano precipitosamente nelle mura.
A sera i contadini provano a raggrupparsi, per mantenere la città sotto assedio. La mancanza di organizzazione e addestramento si fa però sentire, e dopo soli tre giorni di scontri e scaramucce con i vescovili, il 1° settembre, decidono tornare alle loro valli.
La rivolta in Trentino si spegne quindi piuttosto rapidamente, senza le grandi azioni e violenze viste in Germania. Questo non preclude tuttavia una reazione molto decisa da parte del Vescovo.
Già il 4 settembre i capi dei ribelli presentano al Principe Vescovo una “lunga supplica”, con la quale umilmente si raccomandano alla clemenza ed alla misericordia del loro signore. Immediatamente reparti di soldati vescovili vengono inviati nelle valli con il compito di disarmare i contadini, costringerli al giuramento di fedeltà e arrestare le figure più preminenti tra i ribelli.

Tra gli ultimi mesi del 1525 e fin all’inizio del 1527, a Trento e nei principali centri delle valli che si erano ribellate si tengono i processi. I paesi che si sono uniti alla rivolta devono pagare una forte ammenda, a cui si aggiungono le pene comminate ai singoli, ritenuti maggiormente responsabili, che possono arrivare alla mutilazione e alla pena di morte.

Come spesso accade, chi può permettersi di comprare il perdono del Vescovo o chi è di nobili natali, riesce in qualche maniera ad avere la pena alleviata.
Per quanto riguarda Cavedine, l’unico condannato a morte è il sindaco Travaglia.
Tiomale, capo militare, perde i beni e viene esiliato, ma ha salva la vita.
Galetto, Flordalive, Zeni e Spiritello, animatori della rivolta, perdono i beni e sono esiliati per otto anni.
I contadini comuni unitisi alla ribellione ricevono invece pene per lo più pecuniarie.
A beneficiare della fallita rivolta sono i paesi rimasti fedeli al Vescovo. Vezzano ad esempio, che come detto aveva solo finto di unirsi alla ribellione, ottiene lo status di “borgo” e diventa un Comune autonomo, dotato di proprio stemma e della facoltà di eleggere liberamente il sindaco e gli altri funzionari.
La guerra, ancorché di breve durata, e la successiva campagna repressiva segnano fortemente la società trentina; nei decenni successivi, non ci saranno ulteriori tentativi di contestare l’autorità del Principe Vescovo.
Bibliografia
- Mariano Bosetti, La guerra rustica e la Valle dei Laghi, rivista Retrospettive, gennaio 2020
- Diomira Grazioli, La guerra rustica, rivista Retrospettive, maggio 2007
- Fabrizio Leonardelli, Cadine, Uomo e ambiente nella storia, Gruppo “La Regola”, Cadine 1968
- Silvano Maccabelli, La guerra rustica in Valle dei Laghi, rivista Judicaria
- Gian Paolo Marchi, Testi cinquecenteschi sulla ribellione politica, Fiorini, Verona 1978
- Giovambattista di Sardagna, La guerra rustica nel Trentino (1525), La grafica anastatica, Mori 1985
Altre letture consigliate
- Luther Blisset, Q, Einaudi, 1999 [romanzo ambientato durante la rivolta contadina e le guerra di religione in Germania]
