L’Optimum Climatico Romano

Tra le tante ragioni e fattori che si citano parlando dell’espansione e della prosperità dell’Impero Romano raramente si fa riferimento alle condizioni climatiche. Sebbene le ragioni politiche, militari ed economiche che hanno permesso ad una modesta comunità di pastori del centro Italia di diventare la più grande potenza del mondo conosciuto non vadano certo messe in secondo piano, è bene tenere in considerazione che anche la natura fece la sua parte. Lo storico Kyle Harper, nel suo libro Il Destino di Roma, ci racconta che per diversi secoli, dal II a.C. al II d.C., il clima della regione mediterranea fu più caldo e umido di quanto non fosse stato prima e di quanto non sia stato dopo, creando condizioni favorevoli allo sviluppo demografico ed economico, a partire dalla produzione agricola, che nel mondo premoderno era la principale fonte di ricchezza. I romani stessi l’avrebbero probabilmente chiamato favore divino, ma gli studiosi contemporanei hanno scelto un nome più tecnico per questo periodo della storia ambientale: l’Optimum Climatico Romano, o Periodo Caldo Romano.

Figura 1: Ricostruzione della temperatura media di superfice (SST) in diversi punti del Mar Mediterraneo, ottenuta grazie ai sedimenti di magnesio e calcio. Notare l’aumento medio durante gli anni dell’Optimum Climatico Romano.

Lo scienziato alessandrino Claudio Tolomeo, passato alla storia per il suo modello geocentrico dell’universo, riporta che la capitale dell’Egitto romano ricevesse giorni di pioggia durante tutti i mesi dell’anno, ad esclusione di agosto. Nel ventunesimo secolo, nella stessa regione, si misura appena un giorno di pioggia tra maggio e settembre. Simili osservazioni valgono per il resto del Nordafrica, a lungo considerato il granaio dell’Impero, grazie alla fertilità delle sue terre coltivabili. Oggi, nelle stesse aree da cui un tempo partivano le flotte romane cariche di grano in direzione di Roma o Costantinopoli, il deserto domina il paesaggio e gli stati di questo versante del Mediterraneo sono tra i maggiori importatori di cibo al mondo. Qualcosa è cambiato, e non solo a causa degli ultimi decenni di riscaldamento climatico antropogenico. Negli anni dell’Optimum Climatico Romano il mondo mediterraneo fu caratterizzato da un momento di umidità e di fertilità unico nella storia recente, con il solo precedente nel Periodo Umido Africano, duemila anni prima. In questa lontana epoca il deserto del Sahara, una delle regioni più inospitali del pianeta, era un’enorme savana, non dissimile da quelle che tuttora ricoprono ampie regioni del continente.

Un altro elemento di stabilità climatica fu garantito dalla mancanza di eruzioni vulcaniche di dimensioni tali da influire significativamente sul clima. Grazie ai moderni studi sui ghiacci della Groenlandia sappiamo che tra il periodo della Tarda Repubblica e gli anni Trenta del VI secolo d.C. non si registrarono periodi di raffreddamento post-eruttivo. Fu proprio nel 536, durante il regno di Giustiniano, che questa fortunata striscia si interruppe violentemente, con l’eruzione di un super vulcano che provocò il più violento periodo di raffreddamento degli ultimi due millenni.

Figura 2: L’effetto dell’eruzione del 536 sul clima dell’emisfero settentrionale.

Queste condizioni climatiche così favorevoli si tradussero in una serie di pratici risultati che furono notati anche dai contemporanei. Plinio il Vecchio annota come i faggi, solitamente piante di pianura, avessero iniziato a crescere anche in montagna. Le coltivazioni delle viti e degli olivi, estremamente incentivate dall’enorme consumo di vino e olio dell’Impero, si spostarono verso nord e verso altitudini maggiori: in Grecia, per esempio, gli uliveti raggiunsero i 500-600 metri sopra il livello del mare, molto sopra ogni successiva (e precedente) coltivazione.

Gli imponenti raccolti e il sistema di trasporto navale dell’Impero permisero lo sviluppo di città immense e densamente popolose rispetto agli standard antichi: Roma, secondo alcune stime, raggiunse e superò il milione di abitanti, mentre in altri centri sparsi per l’Oriente Romano vivevano centinaia di migliaia di persone. Questo sviluppo demografico senza precedenti culminò all’inizio del II secolo d.C., quando l’impero poteva contare attorno ai 75 milioni di abitanti, un quarto dell’intera umanità.

Figura 3: Mappa della distribuzione demografica nelle città all’inizio del II secolo d.C.

Lo sviluppo economico seguì quello demografico, in un mondo come quello antico dove la produttività non cresceva con la tecnologia. Più braccia per lavorare portarono ad un incremento della ricchezza generale, anche se di certo non in modo equo. L’aumento dei commerci marittimi contribuì a creare un mondo mediterraneo economicamente e culturalmente unito, a tal punto che alcuni studiosi sono arrivati a definire questo periodo come una globalizzazione locale. Questo fenomeno era reso possibile soprattutto dalle istituzioni dell’Impero, che favorivano ad uno spostamento di persone e idee a distanze elevatissime per il livello tecnologico dell’epoca.

La colossale economia dell’Impero, però, ebbe effetti negativi sull’ambiente. Non siamo di certo ai livelli di inquinamento di un’economia industriale, ma la macchina produttiva romana influenzò il clima attraverso la deforestazione. Il legno era una delle materie prime più necessarie nel mondo antico, utilizzata nell’edilizia, nella costruzione navale e come combustibile. Questa domanda sempre crescente, dovuta all’aumento della popolazione, portò ad un brutale disboscamento su vastissima scala che, secondo studi contemporanei, ridusse drasticamente l’apporto annuale di pioggia, contribuendo alla desertificazione del Nord Africa. Detto ciò, l’attività umana contribuì solo marginalmente al processo di naturale oscillazione climatica che mise fine all’Optimum Climatico Romano.

Il peggioramento del clima mediterraneo, dalla metà del II secolo in poi, ha certamente influito sulla stabilita economica e politica dell’Impero dei Romani: gli effetti climatici, combinati con le pandemie ricorrenti, come la peste Antonina e quella di Cipriano, misero a dura prova il tessuto sociale ed economico romano, contribuendo a far precipitare l’Impero nei turbolenti decenni della Crisi del Terzo Secolo.

Fonti:

The Fate of Rome: Climate, Disease and The End of an Empire, Kyle Harper.

Larsen, L. B., et al. (2008), New ice core evidence for a volcanic cause of the A.D. 536 dust veil, Geophys. Res. Lett.,  35, L04708, doi:10.1029/2007GL032450.

Pitts M, Versluys MJ, eds. Globalisation and the Roman World: World history, connectivity and material culture. In: Globalisation and the Roman World: World History, Connectivity and Material Culture. Cambridge University Press; 2014:i-ii.

Reale, Shukla (2000), Modelling the effect of vegetation on the Mediterranean Climate during the Classical Roman Period.

Figura 1: Margaritelli, G., Cacho, I., Català, A. et al. Persistent warm Mediterranean surface waters during the Roman period. Sci Rep 10, 10431 (2020). https://doi.org/10.1038/s41598-020-67281-2

Figura 2: https://www.newscientist.com/article/mg22129520-700-ad-536-the-year-that-winter-never-ended/

Figura 3: Hanson, John & Ortman, Scott & Bettencourt, Luís & Mazur, Liam. (2019). Urban form, infrastructure and spatial organisation in the Roman Empire. Antiquity. 93. 702-71


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5 pensieri riguardo “L’Optimum Climatico Romano

  1. Molto interessante, come sempre d’altronde. Il clima viene spesso invocato per spiegare molte fasi storiche (si pensi alle esplorazioni vichinghe nell’Atlantico settentrionale o all’inizio della “piccola era glaciale” in concomitanza con la crisi del Trecento, non sempre le correlazioni sono così dirette ma sicuramente aveva un impatto molto maggiore in economie agricole come quella antica. Avrei una curiosità da chiedere però: nell’articolo si cita il faggio come una pianta di pianura che Plinio avrebbe osservato crescere anche in montagna (e pertanto sarebbe un ulteriore prova del periodo mite in corso). Tuttavia chiunque conosca un minimo di ecologia forestale sa bene che il faggio è proprio una pianta montana, che caratterizza la fascia mesofila attorno situata ai 1000 m negli Appennini, e più in generale in Europa meridionale, quindi non proprio l’esempio ideale per descrivere un riscaldamento del clima. Peraltro nell’Historia naturalis Plinio la elenca proprio tra quelle piante, che seppur montane, discendono anche verso il piano (faggete collinari depresse e planiziali, oggi piuttosto rare, esistono tuttora come relitti post-glaciali e all’epoca, prima delle grandi trasformazioni antropiche moderne, erano sicuramente molto più numerose). Pertanto ti chiedo se per caso sapresti indicarmi la fonte di quell’affermazione, forse è stata fraintesa o decontestualizzata dall’autore?

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    1. Innanzitutto mi scuso per questo errore: non ho controllato l’informazione data da Harper nel suo libro Il Destino di Roma, che è stata la fonte principale di questo articolo. L’autore scrive cosi nel secondo capitolo: “Il naturalista Plinio il Vecchio si era accorto che i faggi, soliti crescere soltanto in pianura, erano diventati piante di montagna”. Ora, non so da dove lo storico prenda questa informazione e di certo avrei dovuto controllare prima, dato che una breve ricerca ha confermato quanto dicevi tu nel commento.

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