Episodio 20, il soffio della Bora (388-395) – testo completo

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Nello scorso episodio abbiamo ripercorso i primi anni della carriera del nostro vescovo di Milano preferito, Sant’Ambrogio, una figura che domina per grandezza e autorità l’ultimo scorcio di quarto secolo. Ovviamente Ambrogio non è la sola figura politica rilevante del suo tempo, l’altro grande è Teodosio, primo del suo nome, Augusto d’oriente e padrone del mondo Romano. In questo episodio i due paladini della fede nicena finiranno però per scontrarsi: Chiesa e Impero si ritroveranno in disaccordo. Non sarà certo l’ultima volta.

Teodosio-Ambrogio, primo round

Mosaico di Ambrogio nella cappella di S.Vittore in ciel d’oro

Il primo atto delle controversie che metteranno di fronte Teodosio e il suo vescovo Ambrogio si avrà già nel 388: una folla di estremisti cristiani aveva distrutto la sinagoga di una città della Mesopotamia Romana. L’Imperatore, in quanto suprema autorità civile, aveva confermato il giudizio del giudice locale: chi aveva perpetrato l’atto avrebbe dovuto pagare il costo della ricostruzione e rimborsare i danni causati agli Ebrei. Quell’anno, dopo la vittoria sulla Sava, Teodosio viveva a Milano e il vescovo Ambrogio ebbe modo di fargli sapere, per iscritto, cosa pensava del fatto.

Una sinagoga, scrisse Ambrogio, è “un rifugio degli infedeli, una casa dell’empietà, un ricettacolo di follia che Dio stesso ha condannato”. Come potrebbe Teodosio ordinare ai cristiani di ricostruire qualcosa che aveva meritato di essere distrutto? Si chiese poi “Quale è di maggiore importanza: la disciplina della legge o la giusta causa della fede?” poi continua nella sua invettiva prendendo su di sé la responsabilità del fatto, ovviamente in modo ideale “Dichiaro che ho appiccato io il fuoco alla sinagoga, o almeno che ho ordinato di farlo a quelli che l’hanno fatto, affinché non ci potesse essere un posto dove Cristo è negato”. Quando la sua lettera non fece l’effetto sperato Ambrogio rimproverò l’imperatore dal pulpito, in sua presenza, e minacciò di sospendergli i sacramenti se non avesse rescisso l’ordinanza. Teodosio cedette e gli Ebrei non furono rimborsati e la Sinagoga non fu ricostruita: la caccia all’Ebreo – una specialità dell’Europa cristiana medioevale – poteva dichiararsi aperta.

Teodosio-Ambrogio, second round. Knockout

Rubens: Ambrogio impedisce a Teodosio l’ingresso in chiesa

Ambrogio aveva vinto il primo round, arrivando a criticare con veemenza Teodosio, dal pulpito e in sua presenza. Questo fu nulla però in confronto ai fatti di Thessalonika. Nell’aprile del 390, Butheric, un Magister Militum gotico al comando dell’Illirico e di stanza a Thessalonika aveva fatto arrestare un famoso auriga: nel tardo impero le corse del circo erano lo spettacolo preferito e la popolazione era organizzata in veri e propri gruppi di hooligans che assumeranno con il tempo una rilevanza politica. Incitata dagli hooligans la popolazione si ribellò e fece a pezzi Butheric con buona parte dei soldati romani della sua scorta, romani per modo di dire visto che erano probabilmente goti anche loro. Teodosio da anni cercava di mantenere il difficile equilibrio tra Romani e Goti e non poteva far passare impunito questo attacco alla sua sovranità e alla sua politica. Ordinò una rappresaglia immediata: Teodosio inviò dei reparti militari dell’esercito a Thessalonika con l’ordine di far capire a tutti cosa succedeva quando uno dei generali dell’esercito veniva assassinato. I soldati, entrati in città, agirono come se avessero catturato una città ostile: attaccarono la folla assembrata nel circo e massacrato diverse migliaia di abitanti, senza pietà.

Quando venne a sapere dei fatti di Thessalonika, Ambrogio fu inorridito da questo massacro indiscriminato e in nome della chiesa chiamò Teodosio a pentirsi. Inizialmente Teodosio rifiutò e di conseguenza Ambrogio, primo uomo di chiesa in tutta la storia, scomunicò l’Imperatore, rifiutandogli la comunione. Non dobbiamo sottovalutare questo evento: abbiamo visto come perfino i Papi e i grandi Patriarchi ubbidivano agli ordini degli imperatori e nessuno, nessuno fino ad allora si era mai sognato di affrontare così direttamene l’autorità e l’augusto potere di un imperatore Romano nel pieno dei suoi poteri. Teodosio rimase per un po’ lontano dalla chiesa, ma era in cuor suo era un credente convinto: la sua profonda fede ortodossa gli rendeva insostenibile questa situazione: era in ballo il destino della sua anima. Con riluttanza accettò i termini di riconciliazione di Ambrogio, che includevano la promulgazione di una legge che richiedesse un ritardo di 30 giorni prima che venisse applicata qualsiasi condanna a morte. Di fronte a un’affollata congregazione Teodosio si tolse le vesti imperiali e chiese perdono per i suoi peccati. Ambrogio, in un atto quasi certamente teatrale, rifiutò inizialmente di offrirlo. Solo dopo ripetute richieste, durante un servizio in chiesa il giorno di Natale, Ambrogio diede a Teodosio il sacramento.

Ambrogio è senza dubbio il primo uomo di chiesa nella storia che riuscì a sfidare e vincere una contesa contro la suprema autorità terrena: Ambrogio era riuscito a trionfare su un imperatore Romano nel pieno delle sue forze, all’apice del suo potere, il più potente dai tempi di Costantino. Ci era riuscito con il semplice aiuto del suo carisma, del suo indubbio coraggio e della sua fede. La contesa tra Teodosio e Ambrogio è talmente importante che qualcuno ha proposto di iniziare il medioevo proprio qui, nel giorno di Natale del 390: Il giorno in cui la chiesa scoprì di potersi ergere al di sopra di qualunque autorità terrena. Ambrogio ebbe sicuramente coraggio ma anche la fortuna di avere di fronte un imperatore che aveva genuinamente a cuore la sua salvezza eterna: Valentiniano I e credo anche Costantino avrebbero probabilmente tagliato la testa al vescovo insolente, ma Teodosio non era Valentiniano e quindi lui e Ambrogio stabilirono il precedente fondamentale che qualunque Papa di innumerevoli secoli a venire utilizzerà per provare a piegare il volere dei sovrani.

Stesso quadro di cui sopra, ma realizzato da Van Dyck. Io lo preferisco!

Ambrogio fa perseguitare i pagani, la distruzione del Serapeum

Ambrogio, una volta acquisito ancora più influenza e potere presso l’imperatore volse la sua attenzione verso il residuo nemico nella fede: i pagani. Teodosio nei suoi primi anni era stato relativamente tollerante nei confronti dei pagani, essendo concentrato a combattere gli eretici cristiani, come abbiamo visto nello scorso episodio. Nel 391 Ambrogio convinse Teodosio ad attuare una vigorosa politica antipagana, soprattutto in oriente, dove la sua autorità era massima. Con gli editti di Teodosio questi proibì i sacrifici e perfino la visita dei templi. In Alessandria ci fu un risvolto violento: i pagani si ribellarono alla trasformazione in chiesa del tempio di Bacco da parte del vescovo della città, Teofilo. Non fu questo un caso singolo: testimonianze archeologiche dimostrano che intorno a questi anni moltissimi Mitrei del dio Sole, ad esempio, furono incorporati nelle cripte di nuove chiese: la sistematicità di queste azioni testimonia che fu un movimento autorizzato se non perfino organizzato dallo stato.

Ricostruzione del Serapeum

Sta di fatto che i pagani attaccarono i cristiani ma questi si vendicarono: la situazione divenne così tesa che i pagani che si erano macchiati di sangue dovettero fuggire e asserragliarsi nel tempio di Serapis, qui furono assediati dai monaci e dai manifestanti cristiani. Il tempio di Serapis era il principale tempio pagano della città, da tutti considerato come una delle meraviglie del mondo tardo antico. Il tempio non era solo un edificio religioso ma era anche la sede di un importante centro di studio e apprendimento. Ospitava inoltre quello che rimaneva dell’accademia di Alessandria, il principale ricettacolo di conoscenze dell’antichità. La questione fu portata all’attenzione dell’imperatore che a suo modo fu clemente: perdonò i pagani ma chiese che il tempio di Serapis fosse evacuato immediatamente e lasciato in possesso ai cristiani della città: l’effetto fu inevitabile, la folla di cristiani entrò nel tempio e si mise allegramente all’opera per devastarlo, trasformandolo poi in chiesa. Probabilmente la maggior parte dei libri che vi erano custoditi furono bruciati, distruggendo l’ultimo lascito della grande biblioteca di Alessandria. Questa vicenda è raccontata nel film “Agorà”: come ogni film è innanzitutto un veicolo di intrattenimento e non ha l’obiettivo di essere un documento storico, eppure è uno dei rari film ambientato in questa epoca: le vicende sono trattate con sensibilità e delicatezza e mi sento di consigliarne la visione per comprendere meglio questo delicato passaggio del mondo tardoantico. 

La grande colonna del Serapeum, uno dei pochi resti dell’edificio. Notare la dimensione delle persone a destra

Chi fu davvero Ambrogio?

Ambrogio, lo avrete compreso, è per me una figura controversa: una volta conosciuto il suo antisemitismo e la sua generale intolleranza religiosa immagino che sia facile per molti condannare almeno mentalmente la figura di Ambrogio. Non vorrei dare un’impressione sbagliata. Il mio compito è di raccontare la storia, come è e come la vedo, e questo si estende senza eccezione anche alle grandi figure religiose. Sant’Ambrogio è una personalità del cristianesimo, un intellettuale di incredibile importanza, rilevanza, erudizione e sensibilità. Ambrogio fu anche un uomo molto coraggioso che sfidò più volte l’autorità imperiale per quello che per lui era indubbiamente la verità rivelata da Cristo: l’unità nell’ortodossia cattolica della Chiesa e la sua suprema autorità in materia di coscienza. Ambrogio però era anche un politico e un uomo del quarto secolo. Le sue parole e le sue azioni sono a mio avviso il segno del tempo: Ambrogio era il figlio di una delle grandi famiglie senatoriali Romane, abituate da secoli a praticare la politica ai massimi livelli. Ambrogio fu solo il primo a scoprire di poterlo fare anche dal soglio vescovile, non solo nelle sale della burocrazia o nelle fila dell’esercito.

Anche la sua fede, rigidamente dogmatica, è il segno del suo tempo. Nella società romana era in corso da secoli una marcia verso il monoteismo, una tipologia di fede che lascia poco spazio ai culti alternativi: la marcia non inizia con il Cristianesimo, già il culto di Sol Invictus e il Neoplatonismo avevano preparato il terreno ideologico nel quale agiranno i grandi intellettuali cristiani degli ultimi anni dell’Impero. Il movimento cristiano, in quanto religione monoteistica, non poteva accettare né religioni alternative né eresie al suo interno: era convinzione di tutti i cristiani che se esisteva un solo Dio doveva esistere una sola chiesa e un solo modo per adorarlo: tutti gli altri erano in errore. Era compito di ogni uomo di fede ma anche dell’autorità temporale di mostrare la retta via a chi si fosse smarrito, in modo da salvare il suo bene più prezioso, la sua anima.

Il triste destino dell’imperatore Valentiniano II

Valentiniano II

Mentre Teodosio governava l’impero da Milano, Valentiniano II si stabilì a Vienne, nei dintorni di Lione. Già il fatto che non scelse la più naturale Treviri mi fa pensare che la guerra civile avesse indebolito la frontiera Renana e fosse già non troppo sicuro stabilirsi così vicini al Reno. Quando finalmente Teodosio tornò in oriente, nel 391, Valentiniano poteva dire in teoria di regnare su tutto l’occidente. Ma come fu per tutta la sua vita il suo potere era solo teorico. Il vero potere dietro al trono era Arbogast, il generale franco-romano che era uno dei fedelissimi di Teodosio: questi lo aveva nominato Magister Militum Praesentalis e de facto tutore di Valentiniano II. l’autorità di Arbogast si estendeva su tutte le province occidentali, pur sotto la teorica autorità del legittimo imperatore. Nel 391 Valentiniano II era già stato isolato a Vienne, il suo status era sostanzialmente ridotto a quello di un privato cittadino e il controllo degli eserciti occidentali ora apparteneva a mercenari franchi fedeli ad Arbogast. Valentiniano tentò, per la prima volta nella sua vita, di far valere la sua autorità di imperatore legittimo: non era più un infante e l’impero era suo di diritto. Per tutta risposta Arbogast gli riservò il trattamento che io definirei “a la Tywin Lannister”: ovvero gli fece capire in modo chiarissimo dove risiedeva davvero il potere. Arbogast arrivò perfino ad uccidere, alla presenza dell’imperatore, il suo consigliere Harmonius.  A questo punto Valentiniano II riconobbe fino a che punto fosse sotto il tallone di Arbogast: Valentiniano II iniziò a mandare messaggi segreti sia a Teodosio I che ad Ambrogio implorandoli di venire in suo aiuto: si spinse anche a chiedere ad Ambrogio il battesimo nel timore che la sua morte potesse arrivare prima del previsto per mano di Arbogast.

Finalmente Valentiniano si decise ad utilizzare l’autorità che gli conferiva la legge: convocò il suo Magister Militum in una udienza ufficiale nel suo palazzo a Vienne e lì, vestito di tutti i paramenti imperiali, consegnò una lettera al suo generale in cui lo congedava formalmente dal suo servizio. “È stato l’Augusto Teodosio a darmi il mio incarico, solo lui può revocarlo” gli rispose Arbogast, poi fece a pezzi la lettera, ne buttò a terra i pezzi, fece dietrofront e uscì dalla sala. Gli ultimi rimasugli dell’autorità di Valentiniano erano a pezzi. Poco tempo dopo il giovane imperatore fu trovato impiccato nella sua stanza, in un apparente suicidio che non convincerebbe nessuna giuria moderna. Valentiniano II era stato proclamato augusto alla morte del padre omonimo, quando aveva solo quattro anni. Era il 15 maggio del 392 e il giovane augusto aveva 21 anni. Il corpo del giovane principe fu trasportato a Milano, qui Ambrogio enunciò l’orazione funebre e il suo corpo fu interrato in un sarcofago di porpora, di fianco a suo fratello Graziano, probabilmente nella chiesa di San Lorenzo, nella cappella di Sant’Aquilino che esiste ancora oggi.

Basilica di S. Lorenzo, a Milano. A sinistra la cappella di S. Aquilino, probabile mausoleo di Graziano e Valentiniano II

Valentiniano II fu ovviamente un imperatore che non esercitò mai il vero potere imperiale: in questo fu il precursore del quinto secolo, l’ultimo secolo dell’impero d’occidente: gli imperatori diverranno delle figure di facciata dietro i quali si nasconderanno i loro potenti generali, sia di origine barbare che romani: il tempo degli imperatori-soldato illirici era definitivamente tramontato.

Arbogast sceglie un nuovo imperatore per l’occidente

Arbogast tentò di convincere Teodosio che si era davvero trattato di un suicidio ma ricevette da questi un minaccioso trattamento del silenzio. Tre mesi dopo la morte di Valentiniano Arbogast si rassegnò quindi ad elevare un nuovo imperatore-fantoccio dietro il quale nascondere il suo potere. Selezionò un membro della classe senatoriale Romana: un uomo noto per essere un uomo di lettere e un burocrate. Insomma, quanto di più possibile lontano dal soldato. Eugenio, questo il suo nome, non fu però un mero fantoccio nelle mani di Arbogast e nel suo breve regno sembrò avere una intelligenza politica e una iniziativa personale. Lo dimostra la sua politica religiosa che doveva però comunque essere approvata da Arbogast, nonché da molte delle truppe occidentali, formate in gran numero da Franchi e Alemanni pagani. Molti storici si sono chiesti quale fosse la vera fede di Eugenio e ovviamente la risposta può conoscerla solo la sua coscienza: esternamente si professava cristiano ma questa era una cosa comune anche per tanti segreti pagani sul finire del quarto secolo, quando era diventato pericoloso essere apertamente pagani. Sta di fatto che Eugenio e i collaboratori che aveva scelto come amministratori dell’impero ribaltarono molte delle leggi filo-cristiane di Graziano e Teodosio, o forse dovremmo dire di Ambrogio. L’altare della Vittoria, il grande simbolo del paganesimo, fu reinstallato nella Curia romana. Alcuni templi e culti ricevettero di nuovo i fondi imperiali, come quello antichissimo delle Vestali.

Ambrogio, di fronte all’avanzata dei pagani, abbandonò Milano prima che Eugenio e Arbogast vi giungessero. Si rifugiò da Teodosio: il sovrano cristiano ovviamente non aveva alcuna alternativa, era di nuovo la guerra. Per combatterla inviò immediatamente dei messaggeri ai suoi fedeli foederati Goti in Tracia: l’imperatore richiedeva il loro servigio, lui che era stato per più di dieci anni il loro benefattore e protettore. Ma vi chiederete: cosa era accaduto ai Goti in questi anni?

L’ascesa di un principe dei Goti

I Goti avevano rispettato l’accordo con Teodosio – più o meno – e avevano già combattuto per lui nella guerra contro Magno Massimo: già allora alcuni di loro avevano disertato gli ordini dei capi gotici e si erano rifugiati in una area paludosa vicino Thessalonika, rifiutandosi di combattere. A capo dei renitenti c’era un giovane comandante Goto, un certo Alaric: Alaric ci è presentato dagli scrittori tardo-antichi come della stirpe reale dei Goti Tervingi. I Tervingi però non avevano Re: da questo e da altri dettagli il più degli storici ritiene che Alaric fosse imparentato con Athanaric, la cui famiglia aveva governato i Tervingi per almeno tre generazioni. Alaric, come vedremo, aveva una alta opinione di sé e dell’importanza del suo nome. Alaric sostenne la ribellione fino al ritorno di Teodosio da Milano e si fece raggiungere anche da altre tribù d’oltre Danubio: Teodosio marciò con il suo esercito per affrontarlo ma fu pesantemente sconfitto e riuscì a malapena a fuggire: l’anno seguente il nuovo Magister Militum di Teodosio riuscì a circondare i Goti di Alaric che si arresero e tornarono nelle loro terre in Moesia. L’impero, circondato da nemici, non poteva permettersi di massacrare i “suoi” barbari più romanizzati e questi ebbero salva la vita. Avremo modo di riparlare di Alaric, non temete, così come del Magister Militum che lo aveva sconfitto.

Anche prima di questa guerra la relazione tra Goti e Romani era comunque sempre stata tesa: i Romani si dimostravano sempre piuttosto intolleranti verso questo popolo che non era mai stato sconfitto e che viveva in mezzo a loro: un comandante romano, in seguito a fatti poco chiari, aveva fatto massacrare i Goti presenti come guarnigione nella sua città sul mar Nero e Teodosio, sempre attento a mantenere buone relazioni con i germani, lo aveva fatto punire, attirandosi gli strali della corrente sempre più xenofobica della società romana, incluso il nostro storico Zosimo (o per meglio dire la sua fonte contemporanea agli eventi: Eunapio). Paradossalmente la politica religiosa di Teodosio aveva scavato un fossato incolmabile tra Romani e Goti: l’implacabile ortodossia di Teodosio aveva imposto sempre di più ai Romani d’oriente di convertirsi al cattolicesimo Niceno ma Teodosio non fece alcuno sforzo di convertire i Goti che, dentro l’Impero Romano, aderivano oramai in massa al cristianesimo ariano di Ulfila. Teodosio non fece alcuno sforzo proprio perché anche lui, in fondo, non li considerava romani né desiderava che lo diventassero: i romani dovevano essere cattolici, i Goti credessero pure quello che volevano, non era affar suo.

I Goti Tervingi per il resto avevano rispettato gli accordi: avevano evitato di nominare un capo supremo del loro popolo, una delle clausole del trattato. Quando arrivò la richiesta di aiuto militare contro Arbogast ed Eugenio, benché si trattasse di una guerra nella quale i Goti non avevano alcun interesse, la gran parte di loro si armò e per l’ultima volta marciò al fianco del loro benefattore. Uno dei loro comandanti era proprio lui, Alaric, che questa volta decise di combattere con i suoi e per Teodosio.

Teodosio si prepara alla guerra

Teodosio però non rispose ad Arbogast ed Eugenio solo sul fronte militare, ma anche politico: per mettere in contrasto la sua politica con il filo-paganesimo degli occidentali emanò nuovi decreti filo-cristiani. Ad esempio furono vietate le Olimpiadi, una tradizione più che millenaria, e fu scatenata una vera ondata di distruzione di templi in tutto l’impero d’oriente, in modo ancor più sistematico che nel 390. Abbiamo un’enorme mole di testimonianze sia scritte che archeologiche che testimoniano la fine del mondo antico: i misteri eleusini, il tempio di Delphi, i rimanenti templi in Egitto e in Siria: tutti furono saccheggiati, desecrati e bruciati: un innumerevole numero di opere d’arte antiche furono distrutte in questi anni. Molti idoli e statue furono sotterrati in tutta fretta per essere protette e gli archeologi le hanno ritrovate lì: nessuno più è tornato a riprenderle. Indubbiamente ci furono atti di violenza anche contro le persone, non solo le cose. La guerra tra Teodosio ed Eugenio divenne una sorta di guerra per la sopravvivenza del paganesimo, paganesimo che in occidente era ancora maggioritario nella popolazione imperiale, soprattutto fuori dai principali centri urbani.

Il secondo atto politico di Teodosio fu di elevare suo figlio Onorio alla dignità imperiale, con l’obiettivo di farne l’augusto d’occidente. Teodosio aveva già elevato il suo primogenito Arcadio, che sarebbe rimasto in oriente. Arcadio era un sedicenne e anche già da allora un evidente inetto quindi le leve del potere reale furono date da Teodosio ad un burocrate di sua fiducia, il prefetto del pretorio Rufino. Onorio era un imperatore ancora più improbabile, avendo appena nove anni. Come suo più fidato generale Teodosio aveva il figlio di un ufficiale di cavalleria Vandalo, un certo Stilicone. Stilicone era uno dei più fidati collaboratori di Teodosio ed era stato a capo dell’ambasceria in Persia che nel 383 aveva negoziato la pace con l’Iran, poi era stato il Magister Militum che aveva sconfitto Alaric. Il goto Alaric, Stilicone il generale, Onorio l’improbabile augusto: il cast dei prossimi decenni di storia romana marciò sotto le bandiere di Teodosio verso l’occidente e la guerra.

La bora soffia nella vallata del Frigidus

la via militare che Da Aquileia portava ai balcani: al centro, la probabile loaclità dove si svolse la battaglia del Frigido

La grande armata di Teodosio percorse la solita strada militare che collegava i Balcani con Milano e che passava attraverso l’Illirico e poi i passi alpini al confine tra Slovenia e il Friuli-Venezia-Giulia. Come d’abitudine non abbiamo cifre esatte ma si trattava sicuramente di un esercito imponente: probabilmente circa 30 mila regolari romani – molti di loro Goti – più almeno 20 mila foederati tra Goti, la maggior parte, Alani e truppe dei regni clienti caucasici come l’Armenia e l’Iberia. I foederati furono messi sotto il comando del Goto Gainas, di relativamente umili natali ma che si era arruolato nell’esercito regolare diventandone uno dei suoi più stimati generali. Alaric si sentì defraudato nel suo ruolo di leader dei Goti: nonostante fosse poco più che ventenne lui era della stirpe dei Balthi, erede di Athanaric ed era costretto a marciare agli ordini di un pezzente. Certo la sua ribellione di quattro anni prima avrà probabilmente convinto Teodosio a non fidarsi di Alaric ma Il risentimento del nobile Goto per questa decisione avrà conseguenze importanti.

La situazione del 394 mi ricorda quella del 324, 70 anni prima: nella guerra tra Licinio e Costantino romani e barbari insieme avevano marciato l’uno contro l’altro per decidere il destino del mondo. Oggi come allora l’intero oriente romano era in marcia contro l’occidente ma questa volta le conseguenze della guerra civile saranno assai più funeste di allora. Gli occidentali non erano stati a guardare ed avevano radunato un esercito di simili proporzioni, composto dal Comitatus d’occidente, che non aveva ancora vissuto nessuna Adrianopoli, oltre ad ausiliari e foederati Franchi e Alemanni.

Arbogast, che aveva partecipato alla precedente spedizione contro Magno Massimo, decise non fare il suo errore e di concentrare il suo esercito nella difesa dell’Italia: sapeva benissimo dove i Teodosiani sarebbero emersi dalle montagne e lì, nella terra tra la fortezza di Aquileia e le Alpi, decise di posizionare il suo esercito. L’esercito orientale dovette infatti attraversare lo stretto passo di Hubl in Slovenia e all’uscita dal passo Arbogast era ad attenderli. Era il 5 settembre del 394 in quello che passò alla storia con il primo giorno della battaglia del fiume Frigidus: l’avanguardia di Teodosio fu capace di resistere a mala pena per consentire al resto dell’enorme esercito di raggiungerli. Gli uomini dell’avanguardia subirono perdite pesantissime, a quanto ci dicono i nostri storici dieci mila uomini, ovvero metà dei loro effettivi, anche se questa è probabilmente una esagerazione. E chi c’era all’avanguardia? Ma ovviamente i Goti foederati di Alaric! Le perdite furono così ingenti per una tribù che faceva della sua forza militare l’unica leva per mantenere il loro status speciale dentro l’impero che ai Goti parve che Teodosio li avesse sacrificati con il dichiarato obiettivo di decimarli: fu questa anche l’opinione dello storico cristiano Orosio che scrisse “la loro perdita fu un guadagno per lo stato romano e la loro sconfitta una vittoria”. Comunque sia i Goti, in un ultimo atto di fedeltà, non disertarono la causa dell’Imperatore d’oriente.

Teodosio riuscì a raggruppare quel che rimaneva della sua invincibile armata e quella notte fu certamente una notte di paura per il nostro imperatore, che si ritirò in preghiera: il Dio dei Cristiani certamente non avrebbe mai concesso ad una armata cristiana di essere sconfitta da miscredenti come Arbogast ed Eugenio. Teodosio era un profondo credente e penso che confidasse davvero nell’aiuto divino: non rimarrà deluso.

Il primo aiuto, abbastanza convenzionale, venne in realtà dagli uomini. o fu anche quella provvidenza? Arbogast pensava d’avere così tanto in pugno Teodosio che ebbe paura che questi si desse alla fuga con il suo esercito, quindi mandò un distaccamento ad occupare il passo e tagliare la ritirata di Teodosio. Il comandante del distaccamento sapeva riconoscere un’opportunità e mandò messaggeri a Teodosio, chiedendogli cosa gli offriva per disertare Arbogast. Non dubito che fu lautamente ricompensato: sta di fatto che lui e i suoi uomini passarono dalla parte di Teodosio.

L’indomani, rinsaldati dall’inaspettato aiuto dei disertori, gli uomini di Teodosio attaccarono il Comitatus e i foederati occidentali, nel secondo giorno della battaglia del Frigido: è qui che tutti i nostri cronisti riportano strani fenomeni naturali a supporto di Teodosio. Che lo facciano i cristiani è normale, si tratterebbe ovviamente della volontà divina, ma come mai anche Zosimo riporta una storia simile? È difficile dire cosa accadde davvero o se accadde del tutto, eppure i dettagli combaciano con quello che sappiamo della natura dei luoghi, quindi non occorre scomodare Dio per spiegare l’accaduto.

Come molti sanno nei dintorni di Trieste spira la Bora: un vento che può raggiungere la forza di un piccolo uragano. Un vento che a Orosio ovviamente parve divino cominciò a spirare da oriente a occidente, dritto verso e sulle linee di Arbogast ed Eugenio. I loro soldati ebbero gli occhi accecati dalla polvere mentre le frecce e armi da getto non avevano nessuna efficacia, ricadendo sulle truppe che le avevano lanciate. Poi dal turbine della polvere emersero i soldati di Teodosio: armi in pugno e, apparentemente, al comando degli elementi che combattevano al loro fianco. I soldati che solo ore prima credevano di aver vinto la battaglia ebbero un tuffo al cuore mentre i loro commilitoni cadevano intorno a loro. Qualcuno cedette e si diede alla fuga e prima che ognuno potesse rendersene conto l’esercito d’occidente era in rotta: due giorni di duri combattimenti e la ferocia dei Goti, ancora in lutto per le perdite del giorno precedente, trasformarono la battaglia in una carneficina degna di Adrianopoli.

Una battaglia più importante di Adrianopoli

Le diocesi dell’Impero ai tempi di Teodosio, a loro volta raccolte poi in 4 prefetture (Gallia, Italia, Illirico, Oriente)

Adrianopoli è una battaglia assai più nota di quella del Frigido, eppure credo che quest’ultima sia ancora più importante e per una serie di motivi, alcuni evidenti da subito e altri che lo diventarono con il tempo. Il Frigido è innanzitutto l’ultima sconfitta del paganesimo: dopo una così chiara e divinamente ordinata vittoria non poteva esserci più alcun dubbio, almeno per i seguaci di Cristo. Il Dio dei Cristiani era il vero, unico Dio.

Questa battaglia ha anche una fondamentale rilevanza militare: l’esercito d’oriente era già in gran parte composto da Goti dopo le perdite di Adrianopoli. Ora quello d’occidente aveva subito due sconfitte nel giro di pochi anni e non a causa dei barbari ma di due guerre civili: quella di Magno Massimo prima e poi quella di Arbogast, entrambe di natura prettamente politica ma anche, credo, di reazione pagana alla politica religiosa di Ambrogio e Teodosio. Dopo il Frigido anche l’esercito d’occidente andrà ricomposto faticosamente ma non avrà, come vedremo, decenni di pace per potersi riprendere.

Infine il Frigido fu un disastro per l’Impero anche dal punto di vista politico: come spero di aver fatto notare più volte le guerre civile erano il vero cancro che nuoceva continuamente alla stabilità e forza dell’impero. In tempi più felici queste erano crisi momentanee da cui poi l’impero si riprendeva, spesso alla guida di un nuovo forte leader come Diocleziano, Costantino o anche Giuliano. Oggi, in una situazione che stava per diventare assai più fragile e con una invitta tribù che legava molta della sua fedeltà al nome di Teodosio e di nessun altro, l’impero avrebbe avuto bisogno di un lungo regno da parte di quest’ultimo, in modo da permettere a Teodosio di rimettere in piedi la forza dell’Impero e preparare i suoi giovani figli, Onorio e Arcadio, a succedergli. D’altronde Teodosio non era così anziano, aveva cinquantaquattro anni ed era ora imperatore di tutto il mondo Romano, l’ultimo a potersi fregiare di questo titolo. Con un po’ di fortuna Teodosio avrebbe potuto preparare l’impero a reggere alla tempesta che stava per scatenarsi ai suoi confini. Invece, 5 mesi dopo, l’imponderabile accadde.

Teodosio lascia l’Impero in mano a due figli inetti, e ai loro protettori

Le 4 prefetture dell’Impero al tempo di Teodosio: due andranno ad Onorio (Italia e Gallia) e due ad Arcadio (Illirico e Oriente)

Teodosio, dopo la battaglia del Frigido, fece di nuovo un ingresso trionfale a Milano e iniziò un secondo repulisti della corte occidentale, oltre a darsi da fare per revocare ogni editto pro-pagano di Eugenio. L’altare della vittoria fu rimosso per l’ultima volta dalla sala del senato e da questo momento in poi scompare dalla storia: è probabile che finì in mille pezzi. Teodosio iniziò anche la politica che aveva inaugurato in oriente, quella di completo dissolvimento di ogni rimasuglio di eredità pagana. Le vergini vestali, una tradizione religiosa antica come Roma, furono dissolte e il sacro fuoco da loro custodito fu spento. Serena, la nipote di Teodosio, entrò nel tempio delle Vestali e si mise al collo gli ornamenti della Dea Rhea Silvia. I pagani, inorriditi, si attesero da quel momento in poi che qualcosa di terribile accadesse alla loro città, ora che questa aveva girato le spalle ai numi protettori che ne avevano guidato l’ascesa e poi protetto l’impero: considerando quel che accadde di lì a poco è difficile dargli completamente torto.

Eppure, nel momento del trionfo Teodosio si ammalò. Di lì a poco, il 17 gennaio del 395, dopo aver retto per l’ultima volta unitariamente l’Impero Romano per 5 mesi, Teodosio morì: l’impero, invece di avere 10, 15 anni di stabile guida si ritrovò con due giovanissimi augusti di indole imbelle, viziata e in apparenza privi di ogni talento. Entrambi avrebbero avuto bisogno della tutela di uomini forti e di lì a poco si scatenò la gara a chi avrebbe controllato ognuno di loro. È molto incerto cosa accadde sul punto di morte, come spesso accade in questi casi: sembra che Teodosio abbia mormorato a Stilicone, il generale che era diventato suo parente sposandone la nipote Serena, di proteggere suo figlio Onorio, o i suoi figli. O forse non mormorò nulla, parleremo delle conseguenze politiche della successione a Teodosio nel prossimo episodio.

Come giudicare Teodosio, detto il grande dai cristiani e odiato per ovvie ragioni dai pagani come Zosimo o Eunapio? Non so se si meriti l’appellativo di grande, qualunque cosa questo voglia dire. Sta di fatto che la storia dell’occidente deve molto a Teodosio e su molti livelli. Fu Teodosio a trovare la pace con i Goti ammettendoli legalmente nell’impero in quanto nazione, una decisione che fu a lungo termine funesta per l’impero ma che era diventata inevitabile in seguito alle numerose sconfitte: comunque sia Teodosio riuscì sempre a gestire i suoi Goti, convincendoli per ben due volte a combattere per lui. A lungo andare però la sua decisione di non tentare neanche di integrare i Goti, di non provare neanche a convertirli al cattolicesimo che tanto gli stava a cuore furono elementi che portarono questo popolo a rimanere separato in casa dei Romani: non credo si possa attribuire a Teodosio il sacco di Roma, ma neanche ha le mani completamente pulite.

Di maggiore impatto negativo sulla stabilità dell’impero lo ebbero le due guerre civili che combatté ma anche in questo caso non so quali colpe addossare davvero a Teodosio: i legittimi imperatori erano stati assassinati in entrambi i casi e in quanto imperatore che si sforzava in tutti i modi di dimostrarsi legittimo – arrivando ad imparentarsi con la dinastia Valentiniana – Teodosio non aveva forse alternative: lasciare il regicidio senza colpe avrebbe invitato il suo di regicidio.

Di imensa importanza sulla storia occidentale e mondiale fu la sua politica religiosa: invertendo il trend pro-ariano in oriente fece trionfare l’ortodossia cattolica trinitaria in quelle terre per poi passare a reprimere come mai prima di allora il paganesimo. La sua vittoria sui filopagani occidentali fu l’ultimo chiodo nella bara dell’esercito pagano che aveva portato al potere Giuliano: è questo anche in occidente il punto di non ritorno del paganesimo.

Infine Teodosio è fondamentale perché finì per inchinarsi al volere del suo vescovo Ambrogio: Teodosio avrebbe potuto far arrestare e bandire il vescovo, come faranno i sovrani orientali di qui a pochi anni con Giovani Crisostomo a Costantinopoli. Ne aveva il potere e l’autorità. Eppure non lo fece non perché Ambrogio avesse dietro di sé chissà quale potere terreno al di là di qualche centinaio di guardie personali armate. Lo fece perché la sua coscienza di sovrano profondamente religioso gli chiedeva di farlo per la sua salvezza nel mondo al di là: le fiamme della dannazione erano più pericolose di qualunque arma. Il precedente era stato creato: presto per la dottrina della Chiesa i sovrani temporali potranno e dovranno inchinarsi all’autorità suprema della Chiesa Cattolica Apostolica e del suo rappresentante in terra, l’erede di San Pietro Apostolo.  

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