Dietro allo scudo. Storia e controstoria dell’oplita greco

Introduzione — Di tombe etrusche e vasi corinzi

Fig. 1 – Il tumulo di Monte Aguzzo. Foto di Alfonso Mongiu e Lekke van Kampen (Museo dell’Agro Veientano, Formello)

Nel 1882, durante l’indagine archeologica di un tumulo funerario etrusco nei pressi di Formello (in provincia di Roma), fu rinvenuta una tomba degna del rango del proprietario del terreno, il principe di Farnese Mario Chigi, settimo del suo nome. La natura principesca della sepoltura si poteva e si può ancora oggi indovinare anche solo guardandola da lontano. Il “tumulo di Monte Aguzzo”, infatti, è alto ben 25 metri per 60 di diametro, e spicca nella campagna che circondava l’antica città etrusca di Veio, vera, grande rivale di Roma nei primi secoli della sua storia. Circondato da numerose altre sepolture d’importanza minore, il tumulo ricopriva una tomba a camera composta da tre ambienti, due dei quali già saccheggiati a più riprese al momento dello scavo. La camera centrale, tuttavia, era rimasta inviolata, e conteneva un ricco corredo di ceramiche. Tra i molti pezzi di origine locale vi era un vaso in frammenti che invece proveniva da lontano. Si tratta di un’olpē — cioè di una brocca per il vino — realizzata a Corinto, in Grecia, tra il 650 e il 640 a.C. Oggi si può ammirare, ricomposta, al Museo Etrusco di Villa Giulia, ed è nota a studiosi ed appassionati come Olpe Chigi, dal nome del suo secondo proprietario (il primo, vissuto molti secoli prima del settimo principe Farnese e sepolto a Monte Aguzzo, sembra si chiamasse Venel Pepunas).

Benché di dimensioni contenute (è alta circa 26 cm), l’Olpe era un oggetto di lusso — e non solo per la sua provenienza esotica. Interamente dipinta, costituisce infatti un capolavoro del cosiddetto stile protocorinzio, che si caratterizza per le sue bande sovrapposte dipinte a figure policrome su fondo ocra chiaro. Sull’Olpe Chigi, i particolari più fini delle figure sono incisi. Oggigiorno, tuttavia, non è tanto la raffinatezza della tecnica con cui sono rappresentate le figure a fare l’importanza di questo vaso, quanto il tema stesso della rappresentazione. Le pitture dell’Olpe Chigi costituiscono infatti una fonte preziosissima per la storia militare, in quanto rappresentano, forse per la prima volta, degli opliti, ossia quei soldati dallo scudo rotondo, lancia, elmo e corazza che per tutti noi — complice l’enorme successo di film come 300 — simboleggiano l’idea stessa della guerra nella Grecia antica.

Malgrado i tentativi del Leonida di Frank Miller e Zack Snyder di convincerci del contrario, però, questa non è affatto Sparta, o meglio: quella delle battaglie tra falangi di opliti scintillanti non è la Grecia, e se mai lo è stata si è trattato di un attimo. Infatti, più gli studiosi discutono di opliti, più i contorni della loro immagine “tradizionale” sembrano sfumare, e si finisce anzi per domandarsi se davvero noi lo sappiamo, cosa fosse un oplita, o se i greci stessi ne avessero in fondo l’idea definita che a lungo abbiamo loro attribuita.

Diamo un primo, sommario sguardo all’Olpe Chigi e vediamo meglio di cosa si tratta.

Fig. 2 – L’Olpe Chigi (Museo nazionale etrusco di Villa Giulia 22679). Foto di Sailko, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

L’oplita e il suo armamento

La fascia vicina al margine superiore dell’Olpe mostra due schiere contrapposte di guerrieri, ciascuno munito di elmo di bronzo e corazza. Sotto la corazza, alcuni soldati portano una corta tunica rossiccia, altri no. Sopra i cimieri delle prime due file contrapposte di opliti, le lance si avvicinano fino ad incrociarsi, e ciascun soldato regge col bracco sinistro un grande scudo rotondo dal fronte dipinto.

Fig. 3 – Olpe Chigi. Dettaglio della fascia superiore. Foto di ArchaiOptix, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Non abbiamo idea di come i Greci dell’epoca in cui visse il pittore dell’Olpe Chigi chiamassero questo tipo di fante corazzato. Un primo, molto diffuso mito da sfatare si fonda su una controversa affermazione di Diodoro Siculo: nel I sec. a.C., questi scriveva infatti che il nome dell’oplita (hoplitēs) deriverebbe da quello del suo scudo (hoplon). Ma in realtà allo scudo degli opliti ci si riferiva piuttosto con il termine aspis, laddove la parola hopla (che è il plurale di hoplon) indica più genericamente “le armi”.

L’oplita è dunque, molto semplicemente, un fante armato pesantemente. Come fosse armato, esattamente, è più difficile da determinare. In linea di massima (e sempre sulla base di fonti abbastanza tarde), si può tuttavia ricostruire che il corredo di questo soldato si componeva di un elmo di bronzo dalla foggia variabile (quello corinzio, con la caratteristica fessura “a T” per gli occhi e la protezione per il naso è non solo il più celebre, ma anche il più protettivo e pesante da portare), di una corazza bivalve, di una coppia di schinieri, di una spada corta (del tutto assente nel caso dei guerrieri dipinti sull’Olpe) e di una lunga lancia di frassino (circa 2 m). Poi c’era l’iconico scudo rotondo, che qualcuno chiama “scudo argivo”. Era uno scudo molto grande (ca. 90 cm di diametro), fatto di legno leggero per ridurne il peso, ma assai resistente. I bordi erano laminati in bronzo e i guerrieri lo reggevano facendo passare l’avambraccio sinistro in un supporto centrale (detto porpax) e, per poi afferrare l’impugnatura posta sul lato (antilabē). Sulla base della documentazione archeologica (cioè la comparsa di questi armamenti nei corredi funebri e nell’iconografia), gli storici situano la nascita dell’oplita in epoca arcaica (VIII-VI sec. a.C.), e più precisamente tra il 700 e il 650 a.C.

Questa sintesi, per quanto succinta, è sufficiente a sollevare due domande centrali. La prima: come combattevano dei guerrieri così armati? E la seconda: chi andava alla guerra con una simile panoplia?
Queste due domande bastano da sole a definire i margini della ricostruzione storica di un’epoca, e non solo dal punto di vista militare, ma anche da quello sociale e politico. Ed è anche per questo, forse, che nessuna delle due ammette una risposta univoca.

Duri a morire — Gli opliti e la falange nella teoria classica sull’oplitismo

Fig. 4 – L’oplita: armamento (illustrazione di Angus McBride), posizioni d’attacco (disegno di pubblico dominio tratto da Wikimedia Commons), esempi di schieramento a falange (tratto da Matthew 2012).

Il principale problema di chi studia la nascita e lo sviluppo della figura dell’oplita in Grecia deriva dal fatto che le fonti a disposizione risalgono a un’epoca impregnata di “oplitismo”. Spieghiamo meglio: in età classica (V-IV sec. a.C.), i valori politici e sociali che si erano evoluti nel tempo intorno all’oplita e a un certo modo di combattere venivano ormai percepiti come immutabili e in qualche modo “necessari”, e perciò proiettati retrospettivamente sul passato in maniera ideologica, quasi fossero sempre esistiti. Peggio ancora, gli autori classici come Erodoto, Tucidide e Senofonte indulgono volentieri nel denunciare una “crisi” di questi valori della guerra e nel rimpiangere i bei tempi andati di quando essi erano ancora saldi. È proprio sulla base di questi autori (e di questa ideologia), d’altro canto, che generazioni di studiosi hanno delineato quella che si può considerare la teoria classica sull’oplitismo. Ripercorriamola per sommi capi.

Prima di tutto, la battaglia. Nella visione classica, il nerbo di un esercito greco (che comprendeva anche fanti armati alla leggera, cavalieri, arcieri e frombolieri) era costituito dalla falange oplitica, cioè una schiera compatta di più file formate da molte decine, a volte centinaia di opliti (quante file esattamente dipendeva dalle decisioni prese di volta in volta dai comandanti: si va dalle otto alle cinquanta). Ciascun guerriero si trovava così a essere difeso, sulla destra, dal grande scudo che il vicino reggeva con il braccio sinistro. Al segnale convenuto, le due schiere contrapposte si lanciavano una contro l’altra — a volte di corsa, per quanto un’armatura pesante più di 20 kg debba aver grandemente limitato simili prodezze. Dopo il primo impatto, la prima fila di ciascun schieramento avrebbe tentato di sfondare quella dello schieramento avversario, sostenuta nello sforzo dalla spinta dei compagni delle file posteriori. Un momento di formidabile violenza. Solo una volta rotte le fila il combattimento si sarebbe frammentato in duelli individuali, fino alla sconfitta di una delle due parti.

A tale maniera di combattere corrispondevano valori precisi. Prima di tutto, il coraggio individuale di restare al proprio posto, per mantenere salda la linea di difesa e restare solidali al proprio vicino, permettendogli di difendere il suo fianco dietro il proprio scudo. Come si nota in un passo famoso dello storico Tucidide (ultimo quarto del V sec. a.C.),

ognuno, per timore, cerca di accostare quanto più possibile il suo lato non protetto allo scudo di chi è schierato alla sua destra, e ritiene che la cosa più sicura sia la completa chiusura degli spazi.

Tucidide, La Guerra del Peloponneso, V 71. Traduzione di L. Canfora (Roma-Bari 1992)

Se da un lato questo fenomeno causava la sistematica tendenza delle falangi a “slittare” verso destra, esso faceva anche sì che l’ala destra dello schieramento, in quanto più esposta, fosse considerata la più prestigiosa e facesse oggetto di aspre contese per l’onore (cfr. Erodoto, Storie, IX 26-27). Il ruolo centrale dell’onore nel quadro dell’ideologia oplitica si distingue anche, d’altronde, in quello riconosciuto ai vinti, contro i quali raramente ci si accaniva dopo una rotta e ai quali, di norma, si permetteva di onorare i propri morti in maniera dignitosa. Ma, al fianco di onore e coraggio, l’altro cardine dell’ideologia oplitica era l’attaccamento ai compagni. In versi a lungo famosi già all’epoca, per esempio, il poeta Tirteo esalta la figura del giovane oplita che, a fianco ai compagni delle prime file, si erge a difesa dei soldati più anziani delle file posteriori, a costo di morire (fr. 7, vv. 15-30).

Talvolta lo spirito di corpo tra compagni poteva approfondirsi fino a divenire un profondo legame affettivo. Causa o effetto dell’efficacia della falange oplitica, puntuali o diffusi che fossero (o fossero stati) nella realtà, questi affetti assunsero in determinati momenti una tale importanza simbolica da diventare quasi leggendari, come nel caso del famoso battaglione sacro dei Tebani, ossia il migliore reparto oplitico mai visto in Grecia, imbattuto per decenni e oggetto d’infinita ammirazione sino alla sua sconfitta da parte dei Macedoni sul campo di Cheronea (338 a.C.). Questo battaglione sarebbe stato interamente formato da coppie omosessuali, e proprio dai legami romantici tra i giovani guerrieri che lo componevano avrebbe tratto la sua forza.

Nemmeno gli storici più ortodossi ritengono simili aneddoti interamente credibili: la fonte principale a questo riguardo è il cap. 18 della Vita di Pelopida di Plutarco (I-II sec. d.C.), che faceva il biografo e non lo storico ed è il primo a indicare queste informazioni come riportate. Tuttavia, possiamo prenderne spunto per affrontare la seconda questione a cui abbiamo accennato prima: chi erano gli opliti quando non “facevano” gli opliti? Semplificando all’osso, la teoria classica, giunta a maturazione negli anni Sessanta del secolo scorso e da allora ripetutamente sfidata e risorta dalle sue ceneri, lega il complesso di valori dell’ideologia oplitica (la solidarietà e l’eguaglianza, soprattutto) ai sommovimenti politici che in molte città greche di epoca arcaica portarono alla caduta delle élites tradizionali e alla nascita di regimi che si possono considerare come espressioni di un corpo civico e politico più ampio, siano essi di natura tirannica (tramite un’alleanza tra una classe emergente in rivolta e un leader carismatico) o partecipativa. Il presupposto di questa idea è che, nelle città-stato greche, il diritto a partecipare ai processi di governo discendesse dal ruolo assunto da ciascuno della difesa della comunità, come suggerisce nientemeno che Aristotele in un celebre passo della Politica:

La prima costituzione dopo le monarchie in Grecia fu costituita da coloro che combattevano, quella iniziale dai cavalieri: la guerra infatti riponeva forza e superiorità nei cavalieri, perché la fanteria oplitica è inutile senza organizzazione tattica e presso gli antichi non esistevano le esperienze di tali cose e le regole tattiche, sicché la forza stava nella cavalleria. Ma con l’accrescersi delle città e con il rafforzarsi degli opliti, elementi più numerosi entrano a far parte del corpo civico.

Aristotele, Politica, IV 1297b. Traduzione di B. Guagliumi (Roma 2014)

In estrema sintesi: una precisa innovazione tecnica (l’invenzione dell’aspis a doppia impugnatura) avrebbe portato allo sviluppo e alla diffusione della falange oplitica e a una significativa diminuzione d’importanza della cavalleria. L’ascesa e le rivendicazioni della nuova “classe” oplitica nella società avrebbe poi causato i processi di crisi e riforma politica delle poleis.
Nel suo insieme, questo fenomeno di trasformazione militare e politica ha preso il nome di “riforma” o “rivoluzione” oplitica. Nel tentativo di calcolare a quale classe di censo potessero appartenere gli esponenti di questa nuova “classe media” sono stati versati fiumi d’inchiostro. In effetti è un’impresa scivolosissima, non foss’altro perché la stragrande maggioranza dei dati utilizzabili per fare una stima riguardano l’Atene di epoca classica. Limitiamoci quindi a dire che una panoplia completa era molto cara: stimando il salario giornaliero ad una dracma ateniese o poco più, è stato calcolato che un corredo completo costasse come minimo cento giornate di lavoro. Almeno nell’Atene democratica, a potersi permettere un simile esborso non doveva essere più del 20% dei cittadini politicamente attivi (variamente stimati, questi ultimi, tra le 60000 e le 30000 unità, a seconda del momento). Queste cifre collimano difficilmente con la teoria sociale esposta poc’anzi. Tuttavia, se da lato non bisogna immaginarsi che per andare in guerra come oplita fosse necessario disporre di tutta l’armatura (lo scudo e la lancia potevano bastare) o che questa non si potesse ereditare o prendere in prestito, bisogna ricordare dall’altro che i colpi di stato oligarchici avvenuti ad Atene negli anni 411 e 403 avevano precisamente lo scopo di restringere un corpo civico che alcuni ritenevano essersi allargato troppo, fino a includere i nullatenenti.
Un ginepraio, insomma, e una questione probabilmente destinata a restare aperta. Forse però possiamo permetterci di lasciarla tale, visto che proprio il fregio superiore dell’Olpe Chigi — nonostante per decenni sia stato ritenuto uno dei pilastri della ricostruzione storica fin qui descritta — si rivela la testimonianza più adatta a farsi venire dei dubbi sulla teoria classica dell’oplitismo.

Avete guardato bene? — Secondo giro guidato dell’Olpe Chigi

Fig. 5 – Olpe Chigi. Ingrandimento della fascia superiore. Immagine di dominio pubblico, Wikimedia Commons.

Prima di procedere oltre, è bene ricordare che quando guardiamo l’Olpe Chigi vediamo innanzitutto un’opera artistica. Il pittore che l’ha realizzata non era affatto tenuto a rappresentare fedelmente una battaglia del suo tempo, benché ne abbia preso certamente ispirazione. Se il vaso riveste una tale importanza storica, dunque, è perché questo tipo di scena è estremamente rara nell’arte greca: così rara, in effetti, che le pochissime altre testimonianze comparabili sono di norma interpretate alla luce dell’Olpe stessa (secondo Bettalli 2019, p. 50, sono state contate solo 17 attestazioni: le più rilevanti sono alcuni frammenti, grosso modo coevi, di pittura muraria provenienti dal tempio di Kalapodi). In questo senso, l’importanza del vaso dipende soprattutto dalla sua unicità, e tanto il suo ruolo nell’edificio della teoria classica dell’oplitismo quanto quello che può rivestire nei tentativi di mettere quest’ultima in discussione potrebbero essere ridimensionati qualora emergessero nuove testimonianze.

I fautori della riforma oplitica hanno a lungo considerato la scena di battaglia sull’Olpe Chigi come una delle prove principali dell’esistenza della falange oplitica già nel VII secolo a.C. Dopotutto, la scena mostra due schiere di guerrieri sul punto di scontrarsi, scudo contro scudo e lancia contro lancia.

Già, lancia contro lancia. Ma quante lance, esattamente? Basta contare il numero di teste visibili e poi il numero di punte di lancia per accorgersi che qualcosa non va. Guardando attentamente, infatti, si nota che — oltre a non avere la spada — ciascun guerriero non solo punta una lancia contro i nemici, ma con la mano sinistra, insieme allo scudo, ne regge anche una seconda. Queste lance “supplementari”, di fatto dei giavellotti, sono abbastanza rovinate, ma restano chiaramente visibili tra le gambe dei guerrieri e sopra i cimieri degli elmi (fig. 5). La presenza di armi da lancio nell’armamento dei guerrieri dipinti sull’Olpe spinge effettivamente a farsi delle domande sull’interpretazione che vede in questo fregio la prima rappresentazione di una falange (come è possibile, infatti, lanciare un giavellotto mentre si preme con tutte le proprie forze in avanti, con lance e scudi, tentando di infrangere le fila avversarie?). Una volta sollevato l’interrogativo, inoltre, si notano altri particolari che non tornano.

Basta spostare lo sguardo dallo scontro centrale per concentrarsi sull’intero fregio per rendersi conto che le squadre hanno l’aria piuttosto disarticolata. Lungi dal formare una falange di file compatte, alcuni guerrieri si affrettano per raggiungere i compagni; in fondo a sinistra, se ne vedono addirittura alcuni ancora intenti a vestire le armi! Benché ci sia chi ha proposto che il fregio rappresenti contemporaneamente momenti diversi della battaglia oplitica, bisogna riconoscere che la scena presenta dei tratti decisamente ambigui, tanto da far pensare che quelle che a tutta prima hanno potuto far pensare a file di uomini (tra l’altro nemmeno della stessa lunghezza) non siano in realtà che un modo schematico di rappresentare sulla piatta superficie di un vaso dei semplici gruppi di guerrieri contrapposti.

Fig. 6 – Guerrieri in movimento sull’Olpe Chigi. Foto di ArchaiOptix, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

L’ipotesi è tanto più interessante quanto più la si mette in relazione con i passi dell’Iliade che descrivono per l’appunto un’avanzata militare “a ondate”. Il periodo a cui si fanno ordinariamente risalire i poemi omerici nella forma che leggiamo è infatti molto più vicino a quello di attività del pittore dell’Olpe Chigi di quanto non lo siano le fonti letterarie di epoca classica. Vale la pena citare almeno uno per esteso:

Come quando sulla riva sonora del mare si scagliano fitte le onde sotto la spinta di Zefiro — dapprima si gonfiano al largo, poi s’infrangono a riva con vasti gemiti e sui promontori si alzano in volute, sputando la schiuma marina — così le schiere dei Greci, una dopo l’altra muovevano incessantemente a battaglia.

Iliade, IV 422-428. Traduzione di G. Paduano (Torino 2012)

E poi c’è l’auleta, ossia il giovane suonatore di flauto che vediamo tra i diversi gruppi di guerrieri sulla sinistra. Riguardo alla sua figura, il dibattito si è sostanzialmente incagliato su un passo della Guerra del Peloponneso in cui Tucidide descrive la battaglia di Mantinea. Eccolo:

Dopo ciò iniziò l’avvicinamento: gli Argivi e gli alleati procedevano con impeto e ardore, gli Spartani, invece, lentamente e accompagnati da molti flautisti sparsi, non per motivi religiosi, ma perché essi potessero avanzare uniformemente con passo cadenzato e l’intero schieramento non si scomponesse, cosa che i grandi eserciti fanno normalmente durante le manovre di avvicinamento.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, V 70

C’è ovviamente che si fonda su queste righe per fugare ogni dubbio sul fatto che il fregio superiore dell’Olpe Chigi rappresenti effettivamente lo scontro tra due falangi di opliti. Si vede addirittura l’auleta che ne cadenza il passo! Tucidide, tuttavia, sta dando conto di una battaglia svoltasi nel 418 a.C., cioè più di duecento anni successiva alla fabbricazione del vaso. Inoltre — fanno notare le voci critiche — lo storico ateniese è molto chiaro sul fatto che la marcia al suono dell’aulo è un’usanza particolare e tipica di Sparta. A meno di non supporre che il pittore dell’Olpe Chigi abbia scelto di rappresentare una falange di spartani e che l’usanza di marciare al suono dell’aulo fosse già molto antica al tempo di Tucidide (sulla base di una sola testimonianza non abbiamo infatti modo di pronunciarci a questo proposito), la figura del musicista potrebbe anche essere interpretata diversamente. Per esempio come un trombettiere che chiama i guerrieri a combattere simile a quelli a cui allude l’Iliade (XVIII 219-220; XXI 388). E qui converrà fermarsi, perché abbiamo raccolto sufficienti dati (e menzioni dell’Iliade), per circostanziare un’alternativa alla teoria della riforma oplitica.

La storia nel mito e il mito nella storiografia

La storia dei poemi omerici negli ultimi due secoli è quella di un racconto epico di dei ed eroi che ispira i poeti e i pittori, ma a cui non si attribuisce alcun valore come testimonianza storica; scoperta archeologica dopo scoperta archeologica e studio dopo studio, però, si comprende gradualmente che tale racconto conserva numerose informazioni di grande rilevanza per la ricostruzione storica delle prime epoche della storia della Grecia. Sono nascoste tra le pieghe degli esametri e c’è bisogno di grande rigore per identificarle e “ripulirle”, ma ci sono. Oggi nessuno ne dubita più. Data la loro maggiore vicinanza cronologica sia ai più antichi corredi oplitici rinvenuti dagli archeologi sia all’Olpe Chigi stessa, la possibilità di usare elementi tratti dall’Iliade per aiutarsi a leggere l’iconografia del vaso è molto interessante.

I risultati sono convincenti. Hans van Wees, in particolare, ha proposto un parallelo con le descrizioni di battaglia dell’Iliade, prendendo ad esempio quella del canto XIII (2000, p. 134 e ss.). La scena segue Idomeneo, uno dei capi degli Achei. Al suo entrare in battaglia seguito dai compagni, avviene uno scontro paragonabile a quello che si vede nel centro del fregio: i nemici troiani si chiamano a vicenda e inizia una «lotta distruttrice irta di lunghe lance affilate, che avevano in mano» (v. 332 e ss.). Si tratta chiaramente di sia di armi da affondo sia di armi da lancio: al verso 404, Idomeneo ne schiva una «nascondendosi sotto lo scudo rotondo». Più avanti, quando, preoccupato per la forza dei troiani, l’eroe chiama i rinforzi, «tutti, con un animo solo, gli si fanno attorno, appoggiando gli scudi alle spalle» (vv. 487-488). Sul fronte opposto, Enea fa altrettanto, e i troiani accorrono in suo aiuto in maniera assai simile a quanto fanno i guerrieri sui lati del fregio dell’Olpe Chigi. Manca, è vero, il suono del flauto o della tromba: tuttavia, come abbiamo visto, è citato altrove nel poema. Le altre (pochissime) attestazioni iconografiche di guerrieri simili a opliti (in particolare l’ariballo di Berlino [inv. 3773] e l’ariballo Macmillan [British Museum, London 1889.4–18.1], spesso attribuiti alla mano dello stesso pittore dell’Olpe Chigi) possono essere anch’esse riportate a paralleli omerici con risultati simili (van Wees 2000, p. 140 e ss.).

In tutti questi casi, siamo di fronte a dei guerrieri del tutto simili per armamento a quelli dell’Olpe Chigi, e che tuttavia non combattono in falange — contraddicendo così la tesi secondo cui le due cose, il tipo di armamento e la formazione serrata, vanno necessariamente insieme (in quanto un oplita “libero” sarebbe stato troppo pesante per non risultare impacciato). Perché mai, dunque, nonostante tutte le incoerenze che abbiamo notato, dovremmo ostinarci a vedere una falange anche sul vaso, se non per confermare per il VII secolo quanto apprendiamo dagli storici del V?

L’abbiamo detto: la maggior parte delle informazioni su cui gioco forza si è basata l’interpretazione storica degli opliti provengono dalle fonti letterarie di epoca classica come Tucidide e Senofonte. Ma questi autori risentono dell’ideologia oplitica che caratterizzava quel periodo della storia greca e ne riproiettano i valori all’indietro, appiattendo così il proprio passato sul presente. In questo senso, non sarebbe sbagliato affermare che le fonti classiche hanno creato un “mito” dell’oplitismo. La scarsità di testimonianze più antiche a disposizione degli storici moderni fa il resto: in mancanza di termini di confronto, ci si appoggia a quel che si ha, e si interpretano anzi le poche fonti arcaiche note (come l’Olpe Chigi) alla luce di ciò che si conosce. Ecco dunque gli opliti appena nati e già schierati in falangi sui vasi, eccoli addirittura – con un gesto quasi geometrico – innescare i processi di trasformazione politica che matureranno nella civiltà della polis. È un fenomeno tipico, e spesso inevitabile, della storiografia dei periodi per cui mancano le fonti: nel tentativo di comporre in un’interpretazione coerente un numero ridotto di testimonianze molto eterogenee e distanti tra loro, lo storico traccia i collegamenti come confini nel deserto, senza incontrare ostacoli o disporre di riferimenti per allontanarsi dalla linea retta. La mano del cartografo si vede molto più del paesaggio, e in mancanza di appigli si sorvola su considerazioni che in altre circostanze sarebbero ovvie. Per esempio: di norma l’arte della guerra è in perenne evoluzione. Evolvono le armi e le tecnologie, evolve la tattica. A quanto ammontano le probabilità che sia le armi dell’oplita sia la formazione a falange siano apparse dal nulla intorno al 650 a.C. per poi restare sostanzialmente congelate per trecento anni? La risposta l’abbiamo già trovata, un po’ ironicamente, andando a cercare nei poemi omerici gli elementi storici per disinnescare il mito dell’oplitismo che impregna le pagine degli autori di epoca classica. Ma se l’Iliade non bastasse (in fondo, stabilire con certezza quali informazioni si possano mettere in relazione con quale momento storico avendo a che fare con dei versi la cui trasmissione è rimasta per secoli esclusivamente orale non è affatto cosa da poco), possiamo integrarlo con questi versi del fr. 8 di Tirteo. Come abbiamo già detto, Tirteo visse nel VII secolo a.C., ed è stato a lungo considerato il primo cantore dei valori dell’oplitismo:

E voi, privi di armi, sotto lo scudo di un altro
rannicchiandovi, con grosse pietre uccidete i nemici
oppure lanciate contro di essi giavellotti levigati,
stando da presso a quanti sono armati di tutto punto.

Acquattarsi dietro lo scudo di un fante pesante per scoccare frecce è esattamente quel che fanno i famosi arcieri dell’Iliade, Teucro e Merione, ed esclude del tutto, va da sé, che il guerriero con lo scudo sia nel frattempo impegnato a formare una falange coi compagni.

Fermiamoci qui e proviamo a tirare le fila. Una volta depurata della sua dimensione ideologica, l’immagine della battaglia oplitica che tutti abbiamo in mente, quella del muro di scudi scintillanti al sole della Grecia, risulta grandemente ridimensionata. Quella Grecia è esistita, certo, ma per un lasso di tempo molto più breve di quanto non si immagini di solito: il V secolo maturo di Erodoto e Tucidide e i primi decenni del IV; già nelle pagine di Senofonte si percepisce quella nostalgia per i valori di una volta che fa suonare un campanello d’allarme. Prima di questa breve fase c’è invece lo sviluppo della falange, le cui fasi ci sfuggono in parte ma che non coincide affatto con la nascita dell’oplita. Il fante corazzato dallo scudo rotondo a doppia impugnatura è esistito prima della formazione a falange, ed è durato a lungo senza di essa. Era munito di armi d’affondo e di armi da lancio, e combatteva sia da solo sia in gruppi di dimensione variabile, che si formavano alla bisogna; talvolta, forniva protezione ad altri tipi di soldati armati più alla leggera.

L’organizzazione tattica che caratterizzava non solo i secoli VII e VI, ma anche l’inizio del V, insomma, era probabilmente molto più fluida di quanto si è a lungo asserito e di quel che, ancora di recente, ha voluto mostrarci il cinema. E in questa fluidità, anche il legame strettissimo tra l’avvento della falange oplitica e i mutamenti nei regimi di governo delle poleis greche in epoca arcaica va verosimilmente allentato e ricondotto a un quadro di trasformazione socio-economica più sfaccettato: i mutamenti avvennero, infatti, nonostante il costo elevato della panoplia oplitica, e anzi, si potrebbe quasi supporre che il ruolo della falange nelle battaglie sia divenuto via via più importante grazie al graduale arricchimento che proprio i nuovi regimi favorirono nelle fasce della popolazione che non facevano parte delle élites tradizionali.

Per la natura stessa delle fonti disponibili, il dibattito tra gli studiosi resta comunque aperto, e c’è da aspettarsi che in futuro il pendolo oscilli ancora in favore dell’una o dell’altra ricostruzione. E questo almeno fino a che, dalle profondità di un altro tumulo funerario finora sconosciuto, non emerga un altra brocca, vaso da unguento o coppa finemente decorata a cambiare le carte in tavola.


Bibliografia minima:

  • Bettalli M., Un mondo di ferro. La guerra nell’Antichità, Roma/Bari 2019, pp. 41-69.
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  • Hall J.M., A History of the Archaic Greek World: ca. 1200–479 BCE, 2a ed., Hoboken (NJ) 2014, pp. 165-188.
  • Hurwit J.M, «Reading the Chigi Vase», Hesperia 71/1, 2002, pp. 1-22.
  • Lorimer H.L., «The Hoplite Phalanx with Special Reference to the Poems of Archilochus and Tyrtaeus», ABSA 42, 1947, pp. 76-138.
  • Matthew Ch., A Storm of Spears. Understanding the Greek Hoplite at War, Barnsley 2012.
  • Salmon J., «Political hoplites?», JHS 97, 1977, pp. 84-101.
  • Snodgrass A. M., «The hoplite reform and history», JHS 85, 1965, pp. 110-122.
  • van Wees H., «The Development of the Hoplite Phalanx. Iconography and Reality in the seventh Century», in Id. (a cura di), War and Violence in ancient Greece, London/Swansea 2000, pp. 125–166.

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