Creare l’appartenenza in un mondo ibrido
L’episodio 208 di Storia d’Italia è tornato sul dibattito, mai chiuso e forse mai chiudibile, su chi siano gli Italiani, e più in generale sui concetti di identità e appartenenza. Tale dibattito è, per ovvie ragioni, particolarmente sentito nelle zone di confine, e in particolare in quelle annesse molto di recente, dopo la Prima Guerra Mondiale, al Regno d’Italia.
Questo breve articolo vuole fare riflettere sul senso di identità, e su come questo concetto possa essere piegato e plasmato dalle necessità politiche, partendo dal caso del Trentino. E di come, alla bisogna, anche i morti possano fare comodo. Per citare Clint Eastwood in “Per un pugno di dollari”:
Vedi, i morti possono essere molto utili, a me personalmente hanno risolto situazioni difficili più di una volta. Primo, perché non parlano. Secondo, perché aggiustati bene possono sembrare vivi.
I Trentini tra Austria e Italia nella Prima Guerra Mondiale
Una necessaria premessa: il Trentino e il Sudtirolo\Alto-Adige non sono, e soprattutto non erano al tempo della Prima Guerra Mondiale, la stessa cosa. Molti, complice l’unione delle Province di Trento e Bolzano in una stessa Regione, tendono a sovrapporre i due territori (“Sono stato in vacanza in Trentino!” – “Ah bello, dove?” – “In Val Pusteria, da dove viene Sinner”), ma si tratta di realtà ben diverse.
Dovendo fare una necessaria, brevissima sintesi, il Sudtirolo\Alto Adige è tradizionalmente un territorio di lingua tedesca, culturalmente legato all’attuale Tirolo austriaco – la popolazione di lingua italiana inizia a crescere esponenzialmente solo dopo l’annessione al Regno d’Italia, nell’ambito della politica di italianizzazione dei territori neo acquisiti.
Il Trentino, al contrario, è culturalmente da sempre una zona italofona. In entrambe le province, inoltre, è presente (anche qui, praticamente da sempre) una grande comunità di lingua ladina, con radici linguistiche comuni ai Friulani e agli Svizzeri romanci.
Politicamente, invece, tra le due province c’è una maggiore affinità: dopo la caduta del Regno Longobardo (ma qui lascio la parola al podcast), entrambi i territori sono sempre rimasti nell’orbita dell’Impero Germanico e poi Austro Ungarico, salvo la fascia più meridionale del Trentino che, per alcuni secoli, è stata parte della Serenissima.
Allo scoppio del primo conflitto mondiale, che per l’Italia era una sorta di Quarta Guerra di Indipendenza, i Trentini si trovano quindi realmente al confine, e non solo geograficamente.
Dal lato amministrativo e politico, una lunga storia di appartenenza all’Impero che sta a Nord delle Alpi. Molti principi vescovi di Trento arrivavano dalla Mitteleuropa, e, fino al 1918, all’interno dell’Impero Austro-Ungarico il Trentino era parte del Land “Tirol”, al pari degli attuali Sudtirolo e Tirolo Austriaco.
Sotto il profilo culturale una situazione già più sfumata: i contatti con il mondo tedesco erano ovviamente intensi e continui, ma la lingua che si parlava comunemente in Trentino era italiano (o un dialetto italiano) o ladino.
A questo aggiungiamo che le idee nazionaliste ottocentesche, e le relative tensioni, si erano diffuse anche in Tirolo, portando alla nascita sia delle associazioni irredentiste filo italiane in Trentino che delle loro controparti filo austriache nel Tirolo germanofono.
Ma quindi, alla fine, quale era l’identità dei Trentini nel 1914? Impossibile dare una risposta in un articolo di poche pagine. E probabilmente, impossibile tout-court, senza aprire un ginepraio di considerazioni sociologiche, culturali, di riflessioni sulla differenza tra identità personale e identità collettiva, di mille conferme e smentite.
Ai fini di questa trattazione, è però interessante guardare al numero di Trentini coinvolti negli avvenimenti bellici. Gli irredentisti trentini che si arruolano per combattere con l’Esercito Italiano furono poco meno di mille, esattamente 902 [1]. Di contro, al pari dei milioni di altri europei mobilitati sotto le rispettive bandiere, circa 60.000 Trentini partirono per il fronte, da cittadini dell’Impero Austro – Ungarico.Tra loro, circa 11.400 caddero in combattimento ([1] e [2]).
E una volta caduti, iniziarono a fare rumore, forse più che che da vivi.
Loquaci defunti

Nella Smorfia napoletana, il numero 48 è “il morto che parla”. Non è ben chiaro quanti, tra i governanti europei, fossero esperti in divinazione partenopea, ma è certo che dopo il quarantotto (per usare un eufemismo) causato dal massacro 1914-1918, ci fu la corsa di tutti i Paesi coinvolti a far parlare i propri morti – usandoli come farebbe un ventriloquo, secondo una narrazione ben determinata e mettendogli in bocca parole che non sappiamo se avrebbero condiviso.
Per i vincitori, i caduti erano l’espressione più fulgida dello spirito guerriero e indomito che aveva respinto i barbari nel buio delle loro tane. Per i perdenti, erano un richiamo a mantenersi saldi e uniti anche nel momento di massimo sconforto, pronti a far ripartire il Paese. “Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta”.
Quale che fosse il fine del messaggio da trasmettere, al termine del conflitto in tutta Europa si cominciarono a costruire ossari, monumenti, memoriali per celebrare i propri caduti. L’ Italia non è da meno. Oltre agli ossari monumentali (Redipuglia, il Grappa, la Tomba del Milite ignoto…), praticamente in ogni Comune del Regno viene edificata qualche forma di opera pubblica commemorativa dei caduti. Grandi o piccoli, sotto forma di parchi o statue, ancora oggi i monumenti ai caduti della Prima Guerra (spesso “integrati” con il ricordo dei caduti della Seconda e della Resistenza) sono una presenza costante in tutta la Penisola. Per l’Italia, inoltre, la memoria della vittoria assumeva un importante valore di collante unitario: era la prima guerra, combattuta contro avversari considerati “di pari livello” (cioè altre potenze europee), vinta dal Regno dal momento della fondazione (1861) e la mobilitazione di massa era stata effettivamente un (tragico) modo per mettere letteralmente fianco a fianco milioni di Italiani, che prima non si erano mai incontrati.


Questo valeva per gli Italiani oriundi, cioè che al 24 maggio 1915 erano già cittadini del Regno d’Italia e avevano combattuto sotto le insegne dei Savoia, e i loro famigliari. Per gli Italiani nuovi invece, che fino al 1918 erano stati cittadini dell’Impero Austro Ungarico, era invece tutta un’altra storia.
Con la divisa di un altro colore

La domanda su come ricordare i caduti originari dei territori appena annessi si pone immediatamente all’attenzione delle autorità italiane.Viste le dimensioni del massacro, era impensabile (da un punto di vista morale, ma anche politico) negare del tutto le forme di pietà e cordoglio verso i caduti in guerra, sia a livello di privato lutto famigliare, ma anche di elaborazione del lutto stesso da parte delle comunità.
Parimenti, però, risultava chiaro che seppure i morti avevano tutti lo stesso identico umore, la divisa di un altro colore era un potenziale pericolosissimo elemento di divisione, in un momento in cui tutto il Paese aveva ancor più bisogno di unità, per ripartire dopo la guerra e integrare i nuovi territori.
I caduti per l’Italia erano Eroi, su questo non c’era dubbio. Ma quelli austro-ungarici, seppur etnicamente italiani? Certo, avevano fatto il loro dovere, il loro onore era intatto. Però, avevano combattuto per il Nemico. Non era pensabile ricordare nello stesso modo chi aveva donato la vita per il Regno, e chi era dall’altra parte. Inoltre, la fedeltà dei nuovi Italiani a Roma era ancora tutta da dimostrare, qualunque pubblica forma di lode e celebrazione avrebbe potuto creare dei martiri, pronti a essere utilizzati da eventuali movimenti separatisti o insurrezionali.
No, tutti gli Italiani dovevano unirsi nel sentimento nazionale: chi aveva avuto dei cari morti per l’Italia, doveva lenire il dolore sapendo che il loro sacrificio era stato un atto sacro, a maggior gloria della Patria. Gli altri, dovevano essere grati di essere stati liberati e al più, nel piangere i loro congiunti, ricordare bene che anche loro erano stati in fondo vittime inconsapevoli della perniciosa volontà dominatrice del Nemico, bicefalo e grifagno.
A livello pratico, le autorità giunsero in breve alla più classica delle soluzioni italiane: insabbiare.
Per quanto riguarda il Trentino, una circolare ai Sindaci del maggio 1922, richiamandone una precedente del 1920 [3], ricorda che i monumenti ai caduti non possono essere inaugurati senza esplicita approvazione della specifica Commissione. Notare che qui, forse per indorare la pillola, non c’è ancora un riferimento chiaro a motivazioni politiche: la circolare è emanata dall’Ufficio Belle Arti, e la motivazione ufficiale è la tutela dell’estetica dei paesi, per non destare le critiche e – peggio – i sarcasmi dei forestieri.
Vuole mai che salti la stagione turistica per un monumento malfatto, signora mia!

Una circolare della Regia Questura di Trento del 1923, di nuovo indirizzata ai Sindaci, interviene invece in maniera molto più diretta, spiegando chiaramente cosa si possa fare e cosa no, e perché. Nello specifico, la circolare scrive che:
[…]
2. Ai morti combattenti sotto bandiera austriaca, basta un pietoso ricordo nei camposanti, senza cerimonie solenni o pompe come prescrive la circolare Prefettizia 18 gennaio p.p. N. 1041 Gab.
3. I caduti per causa nazionale italiana devono essere invece ricordati con ben distinto e separato monumento che ne esalti le memorie. Questi monumenti dovrebbero essere eretti sulle pubbliche piazze ed inaugurati con solennità.
4. I monumenti o ricordi dei morti combattenti sotto bandiera austriaca che si intendessero erigere in località meridionali della Provincia (circondari di Trento, Tione, Borgo, Riva, Rovereto, Cles, Cavalese) o in altra della Venezia Tridentina a popolazione prevalentemente italiana o ladina devono ispirarsi ad elevati e decisi sentimenti di italianità e le epigrafi relative dovrebbero, generalmente, ricordare il pensiero Leopardiano :
“…Oh misero colui che in guerra è spento,
non per li patrii lidi e per la pia
consorte e i figli cari,
ma da nemici altrui, per altra gente
e non può dir morendo:
alma terra natia,
la vita che mi desti ecco ti rendo.”
[…]
Massì, aggiungiamoci anche una bella citazione letteraria, che fa fine e non impegna.


Archivio Comune di Cavedine
Per essere sicuri di avere il pieno controllo della narrazione degli eventi appena passati e dirigere quindi la riplasmazione dell’identità dei nuovi Italiani, le autorità sono bene attente a gestire anche le informazioni che potrebbero finire all’estero. Alla fine delle ostilità, l’amministrazione della nuova Austria aveva cercato almeno di raccogliere e commemorare i soldati caduti nel nome dell’ormai disciolto Impero, scrivendo direttamente ai Comuni che, ora, erano passati sotto il controllo italiano. In seguito a queste richieste, una circolare mandata dall’ufficio politico distrettuale di Trento vietava categoricamente ai Comuni qualunque forma di corrispondenza con autorità estere, chiedendo inoltre conto di eventuali comunicazioni già avvenute.


Foto Walter Cattoni. Archivio Comune di Cavedine
Di fronte a queste chiara politica di limitazione (o forse dovremmo dire repressione) della memoria pubblica dei caduti con la divisa sbagliata, i Comuni cercano di trovare delle soluzioni che permettano di rimanere negli stretti paletti imposti. Alcuni esempi, presi dalla valle di Cavedine (Trentino meridionale, tra Trento e Riva del Garda):
- a Cavedine viene eretto un monumento funebre nell’area del santuario della Madonna di Lourdes (quindi su terreno della Chiesa, non pubblico), monumento che consiste comunque solo nella statua di una donna piangente e un angelo, senza indicazione di nomi e tantomeno dei reparti di appartenenza
- a Stravino, dovendo acquistare un nuova campana per la chiesa (quella originale era stata requisita e fusa per ricavare bronzo per le armi), i nomi dei caduti vengono incisi sulla nuova campana. Chiaro il messaggio religioso, le anime sono più vicine a Dio, e anche il risultato politico: nessuno può leggere i nomi, se non salendo dentro al campanile.
Come ricordavano le Belle Arti, non vogliamo mica che questi bizzarri monumenti in pubblica piazza diano adito al sarcasmo di un forestiero di passaggio, no?


Foto Walter Cattoni.
Una soluzione particolarmente ingegnosa fu escogitata dal Comune di Pinzolo, in val Rendena (Trentino occidentale, vicino a Madonna di Campiglio). Alla soluzione italiana dell’insabbiare, si rispose con una soluzione parimenti tipica della Penisola: il cavillo & la postilla.
Il ricordo col disclaimer
Il monumento ai caduti di Pinzolo fu inaugurato nel 1926. A prima vista può sembrare un classico monumento ai caduti: un tempietto in pietra dell’Adamello, gruppo montano sovrastante Pinzolo dove correva la prima linea, con l’elenco dei caduti. Ma, alla luce di quanto sopra e guardando i dettagli, si scoprono delle caratteristiche interessanti.

Il monumento è vicino alla chiesa cimiteriale (San Vigilio, con il meraviglioso affresco della Danza Macabra) ma al di fuori del cimitero, in bella vista ed evidente. E poi riporta, appunto, l’elenco dei caduti, dei caduti per l’Austria-Ungheria, quelli con la divisa sbagliata.
Dobbiamo quindi dedurne che a Pinzolo sfidarono di petto le direttive della Questura? Non proprio, e qui compare l’italico cavillo. Questa è l’epigrafe che compare sui quattro lati della cornice del tempietto:
1914-1918
A pietosa ricordanza
Dei morti della Guerra Mondiale
Costretti a pugnare per l’oppressore
Ecco il cavillo e la postilla che salvano tutto! Faccio il monumento ai caduti, lo rendo ben visibile, chiarisco anche che quei pinzolesi sono caduti con la divisa sbagliata, ma specifico che furono costretti a farlo per l’oppressore. Tutto perfettamente a norma: d’altronde, la stessa circolare della Questura citava “All’Italia” di Leopardi e quanto fosse detestabile morire per conto di altra gente. Il disclaimer non fa che ribadire il contenuto della circolare, chi mai potrà obiettare qualcosa?

A onor del vero, non possiamo dire se gli ideatori e finanziatori del monumento usarono l’escamotage della postilla per aggirare le norme vigenti, o se realmente pensassero che i loro congiunti fossero morti per un oppressore, in attesa della liberazione da parte dell’Italia. Men che meno possiamo dire cosa pensassero in cuor loro i soldati veri e propri. Probabilmente furono solo spinti dal senso del dovere vigente all’epoca ad agire nello stesso modo di milioni di loro coetanei in tutta Europa, indossando la divisa del loro Stato e andando a sparare a quelli con la divisa diversa.
Quello che interessa qui è sottolineare come, nel periodo post bellico, fu considerato necessario riplasmare le identità locali per allinearle al nuovo assetto politico, e questo fu tanto più vero nelle zone di confine, che sono aree meticce e ibride per definizione, dove è difficile definire nettamente “chi sono io, a chi appartengo”.
La macchina propagandistico – comunicativa non si avvalse solo di grandi operazioni (i nuovi programmi scolastici, le adunate, le cerimonie in pompa magna ecc.) ma anche di tanti piccoli tasselli che permeavano però la vita di tutti i giorni. Come, ad esempio, un monumento che serviva a ricordare a ciascuno il figlio, il fratello, il marito o l’amico morto lontano da casa, solo pochi anni prima.
Questo vale il Trentino, ma è estendibile a tutta l’Europa post bellica, e probabilmente a quello che è sempre accaduto alla fine di ogni conflitto, quando bisogna pacificare; meglio dare una narrazione semplice, coerente e autogiustificante, il dubbio è nemico giurato della quiete.
Negli ultimi anni, in particolare in occasione del centenario della Grande Guerra, diversi studi hanno riaperto la discussione sulla guerra, su cause, conseguenze e anche sui concetti di nazione e identità che sono deflagrati nel conflitto. A Pinzolo si è deciso di aggiungere una seconda postilla, nella forma di una targa ai piedi del monumento, sullo stesso lato di quella del 1926, a farne da contraltare e necessario complemento.

Ricorrendo il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, la comunità di Pinzolo onora i suoi concittadini, qui ricordati, che con fedeltà e abnegazione estrema difesero la loro patria, l’Impero d’Austria – Ungheria. Requiescant in pace.
Fonti
[1] A. Quercioli, Censimento degli archivi dei volontari irredenti nella Prima Guerra Mondiale 1915-1918, Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, 2010, Censimento degli archivi dei volontari irredenti trentini nella Prima guerra mondiale
[2] Trentino Grande Guerra, Trentino Grande Guerra – Il Trentino e la Prima guerra mondiale
[3] Walter Cattoni, Cavedine e la Grande Guerra
