Fiumi, Santi e propaganda

Fiumi che combattono

Il Piave mormorava
Calmo e placido al passaggio
Dei primi fanti il ventiquattro maggio:
L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera

La Leggenda del Piave (o Canzone del Piave) è uno degli esempi più esemplificativi di narrazione distorta di fatti storici a fini propagandistici. 

La canzone nasce nella Prima Guerra Mondiale in un contesto molto specifico: dopo la disastrosa battaglia di Caporetto, a ottobre 1917, l’Esercito Italiano si era attestato lungo la linea del fiume Piave, che fino a quel momento era stato solo uno dei tanti fiumi che attraversano il Veneto. A metà giugno 1918, un’ultima offensiva dell’ormai logoro esercito austro-ungarico prova a sfondare anche questa linea, venendo però respinta durante la battaglia del Solstizio. Da lì a qualche mese, l’esercito italiano passerà alla controffensiva finale di Vittorio Veneto.

Per i Comandi e l’apparato propagandistico italiani diventa importantissimo sfruttare comunicativamente la battaglia del Solstizio, per risollevare il morale del Paese e far dimenticare Caporetto. E cosa meglio di una canzone – peraltro dalla melodia molto orecchiabile? Trattandosi di un mezzo di propaganda, non stupisce che il testo travisi gli avvenimenti, mescolando astutamente fatti reali con “libere interpretazioni”. 


Questo fin dalla prima strofa. È indubbio che il 24 maggio [1915!] “L’esercito marciava/Per raggiunger la frontiera”…ma la frontiera non era sul Piave, bensì sull’Isonzo, oltre 100 km più a est! Inoltre, l’obiettivo dei marcianti, il 24 maggio, non era certamente far contro il nemico una barriera, cioè difendere i confini italiani, quanto piuttosto invadere i territori dell’Impero.

Il testo continua così, mescolando scene reali (i profughi che, insieme alle truppe in ritirata, affollano i ponti sul Piave) a descrizioni grottesche del nemico, rapace e pronto a sfogare tutte le sue brame sulle terre italiane, per sfamarsi e tripudiare come allora. 

D’altro canto, è però vero che al momento della battaglia del Solstizio, l’esercito italiano stia difendendo quello che è territorio nazionale –  da poco più di 50 anni (dalla fine della Terza Guerra d’Indipendenza, nel 1866). Quindi, da un punto di vista poetico, non risulta poi così scandaloso immaginare che, in quel frangente, lo stesso Spirito del fiume Piave decida di rigonfiar le sponde per combattere insieme ai fanti italiani, ruggendo “Indietro, va’, straniero!

Se il Piave è, probabilmente, il “fiume combattente” più famoso d’Italia, attraverso l’iconografia si scopre almeno un altro caso analogo. Anche qui, un fiume scaccia lo straniero, e la storia ci viene narrata mescolando abilmente ciò che è successo, e ciò che si vorrebbe fosse successo. 

Il fiume è il Ticino, il luogo è la Pavia del 1514. E, tanto per confondere le acque (appunto), si narra una storia di quasi 800 anni prima.

Pavia e il Ticino nel 1500 – la linea del fuoco

Nella prima metà del Cinquecento la penisola italiana è piagata dalle Guerre d’Italia, una serie continua di conflitti che vedono come avversari principali il Regno di Francia, la Spagna e il Sacro Romano Impero, appoggiati (con alleanze molto variabili) dai vari Stati italiani. 

Il Ticino è uno dei fronti principali del conflitto, perché una buona parte del suo corso costituisce il confine occidentale del Ducato di Milano, il cui controllo è aspramente conteso tra Francia e Impero.

Pavia, per la sua posizione, è da secoli uno dei punti chiave del Ticino, forse IL punto chiave, visto che controlla uno dei maggiori ponti che attraversano il fiume e si trova a poca distanza dalla confluenza del Ticino stesso con l’altro grande fiume italiano, il Po. Non a caso, Pavia è una delle città regie del Regno Ostrogoto, diventa capitale del Regno Longobardo e, anche dopo la conquista carolingia, rimane sede del Regno d’Italia. 

È pertanto praticamente inevitabile che Pavia si trovi a più riprese coinvolta negli eventi bellici delle guerre d’Italia. La più famosa, tra le battaglie combattute a Pavia, è certamente quella del 1525, importantissima sia da un punto di vista politico, che sociale e militare. La cavalleria francese, composta da nobili, viene pesantemente sconfitta dai lanzichenecchi tedeschi e dagli archibugieri spagnoli, provenienti da ceti popolari ma con addestramento e armamenti molto più moderni; lo stesso re francese Francesco I viene fatto prigioniero.

Già nel 1512, però, Pavia era stata teatro di un importante scontro tra Francesi, da un lato, e Impero, Repubblica di Venezia e Confederazione Svizzera dall’altro – giusto per dare l’idea di quanto fossero complicate e mutevoli le alleanze.

I Francesi erano stati sconfitti, e avevano successivamente dovuto abbandonare l’occupazione del Ducato di Milano, tornato agli Sforza, a cui Pavia apparteneva. La situazione comunque rimane molto tesa, i Francesi occuperanno nuovamente il Ducato nel 1515.

Giusto un anno prima, nel 1514, a Pavia si decide di riaffrescare una parte della chiesa di San Teodoro di Pavia, uno dei tre patroni della città, che fu vescovo nella seconda metà dell’VIII secolo.

Perché, in un momento di continue, pesanti e costose guerre, spendere risorse per rinnovare il racconto della vita di un sant’uomo, certo, ma morto quasi ottocento anni prima? Perché Teodoro fu vescovo in un momento in cui alle porte di Pavia c’erano i bis-bis-bis nonni dei Francesi: i Franchi.

Quando gli influencer erano i Santi

I Santi sono forse le figure che più caratterizzano il cristianesimo cattolico e ortodosso rispetto ad altre religioni. Figure di “uomini santi”, o comunque degni di venerazione, sono presenti in tutte le confessioni; la particolarità dei Santi cristiani è però quella di non essere considerati solamente degli esempi da imitare (cioè, ante litteram, i nostri influencer), ma dei veri e propri ponti tra i fedeli e Dio, capaci di influenzare direttamente la vita dei fedeli, con atti miracolosi compiuti sia da vivi che dopo la morte. Di qui il noto e diffusissimo culto dei Santi, che prende le forme più svariate: le agiografie (cioè i racconti delle vite dei Santi), la venerazione e il commercio delle reliquie, l’elezione dei Santi a patroni di luoghi, città e professioni. 

L’enorme importanza del culto dei Santi ha come logica conseguenza anche risvolti politici…di nuovo, esattamente come gli influencer. Oltre all’afflusso di fedeli (e quindi di traffici e soldi) generato da un luogo di culto o da una reliquia particolarmente prestigiosi, il richiamo a un Santo è anche una forte leva per rivendicare peso e legittimità politica per una città o una casata.

Il caso di Pavia è emblematico. Pavia, come visto poco sopra, è una città che dal Medioevo in avanti può vantare un grande retaggio politico, in quanto (ex) capitale ostrogota e longobarda, e un’invidiabile posizione geopolitica e commerciale. Si trova però spesso in competizione con una metropoli molto vicina, Milano, la quale prova anche a far valere anche la preminenza religiosa, nella gerarchia ecclesiastica, dell’arcivescovo milanese rispetto ai vescovi pavesi. 

In questo continuo tentativo di Pavia di mantenere la propria indipendenza rispetto a Milano, è inevitabile che anche i Santi e le loro vicende entrino nel gioco. Ed esattamente come con la canzone del Piave, se gli eventi storici, così come accaduti, non tornano con il programma politico cittadino, se ne fornisce una versione…diversa.

Pavia, da questo punto di vista, schiera in campo un tridente di Santi patroni di tutto rispetto. 

Innanzitutto Sant’Agostino, santo romano le cui spoglie furono portate a Pavia dal re longobardo Liutprando in persona, e che riposa in San Pietro in Ciel d’Oro proprio con Liutprando e un altro santo, Boezio, romano di epoca ostrogota, quasi a voler racchiudere in una chiesa tutte le tre fasi di Pavia dall’età romana all’Alto Medioevo.

Poi San Siro, la cui agiografia viene utilizzata per retrodatare la fondazione della Chiesa pavese, fino a sostenere che fu Milano ad essere evangelizzata dai vescovi pavesi, e non il contrario. 

Da ultimo il nostro Teodoro. Della sua vita si hanno notizie leggermente discordanti. Eletto vescovo di Pavia nel 740, a un certo punto fu esiliato, a causa di motivi non noti, per poi tornare alla sua cattedra in città durante gli ultimi anni del regno longobardo. Secondo alcune fonti, morì nel 769, quindi non fece tempo a vedere la caduta di Pavia. Secondo altre, invece (tra cui la Cronaca di Novalesa), era ancora vescovo durante l’assedio posto da Carlo Magno nel 773-774.

Le cronache pavesi più tarde rielaborano ulteriormente la narrazione. Teodoro è dato sicuramente vivente al momento dell’assedio, e trasformato nell’eroe e guida della resistenza cittadina allo straniero. In questa versione dei fatti, il vescovo-santo avrebbe acquisito tali e tanti meriti, che la città non sarebbe potuta cadere finché fosse rimasto in vita. L’assedio sarebbe durato ben nove anni, durante i quali Teodoro avrebbe compiuto una lunga serie di miracoli, e solo alla sua morte Carlo Magno avrebbe finalmente vinto la tenace resistenza pavese.

Torniamo al 1514: la città è stata appena occupata e poi liberata dai Francesi. Per ora sono stati scacciati, ma stanno in agguato a leccarsi le ferite poco oltre il Ticino, pronti a tornare con tutta la loro boriosa cavalleria. 

La città freme, serve una guida salda e integerrima. Un fuoriclasse, che abbia già dato filo da torcere al più grande dei re di Francia. Qualcuno capace di fare, letteralmente, i miracoli sul campo. 

Un Santo.

Teodoro.

Si vide il Ticino rigonfiar le sponde

Le Storie di San Teodoro – fonte: vedi [1]

Le vita e le vicende di San Teodoro ci vengono narrate in dodici riquadri da un anonimo pittore di scuola lombarda nella chiesa dedicata al Santo stesso.

Le prime scene rimarcano fortemente il ruolo di Pavia come capitale di un regno, quello longobardo: Teodoro è scelto da re Desiderio, sotto consiglio di un angelo, come futuro vescovo, ed eletto alla carica in presenza del re e del popolo tutto. Si reca poi a Roma, per ricevere anche la consacrazione papale. Lungo il viaggio compie diversi miracoli: guarisce i malati, converte gli infedeli (un ebreo a cui ha riattaccato la mano), aiuta una donna a passare il Ticino in piena.

Dall’ottavo riquadro comincia la narrazione dell’assedio.

Teodoro, tornato a Pavia, respinge una prima volta i Franchi, entrati in città grazie al tradimento della figlia di Desiderio [a].

Poi, sulle mura, continua a guidare la difesa: come direbbe Gandalf, you shall not pass!

Un uomo solo al comando, il suo nome è Teodoro! – foto dell’Autore

Carlo, infastidito dalla tenace resistenza, manda direttamente sotto le mura suo nipote, che prova a uccidere Teodoro con una freccia. Ma Teodoro non è mica Achille: è un Santo! La freccia viene miracolosamente rispedita al mittente, che viene colpito e muore.

Il Grande Carlo è pertanto costretto a riconoscere la supremazia di Teodoro, e si reca in lacrime a chiedere grazia. Teodoro, che oltre a essere Santo è uomo di grande fair-play, accetta le scuse e resuscita lo sfortunato nipote del re. 

Lo spirito sportivo di Teodoro non è però ricambiato dai Franchi che, nonostante il miracolo ricevuto, continuano l’assedio. 

A questo punto, anche Teodoro perde la proverbiale pazienza dei Santi. Si rivolge al Ticino e

Si vide il Piave Ticino rigonfiar le sponde
E come i fanti Longobardi combattevan le onde…
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave Ticino comandò:
“Indietro, va’, straniero!”

Si vide il Ticino rigonfiar le sponde – foto dell’Autore

Poi la Storia fa il suo corso, Teodoro muore e Pavia deve piegarsi alla smisurata forza militare di Carlo. Ma il messaggio è chiaro: Pavia non molla, e chiunque provi a conquistarla dovrà vedersela anche con la forza del Ticino. Di lì a pochi anni, nel 1525, Francesi e mercenari svizzeri se ne renderanno conto. Ma questa è un’altra storia [b].

Note

[a] Questo episodio è narrato anche nella Cronaca di Novalesa, che in questo punto non sembra onestamente molto affidabile, e prende dei toni da soap-opera. Secondo la Cronaca, l’anonima “figlia di Desiderio”, bramosa di sposare Carlo, invia dalle mura tramite una balista un messaggio al campo franco, offrendosi di aprire le porte di Pavia e consegnare tutto il tesoro paterno, se Carlo l’avesse presa in moglie. Carlo risponde con un messaggio di ardente passione, e si accorda con la figlia perché i Franchi possano entrare la notte stessa in città. Il piano ha inizialmente successo, ma il tradimento viene immediatamente punito: la ragazza, colma di eccitazione, corre incontro ai soldati franchi, che a causa del buio non la vedono, e la uccidono calpestandola con i cavalli.

[b] La battaglia di Pavia del 1525 è mirabilmente narrata nei sette grandissimi e meravigliosi arazzi fiamminghi custoditi nel museo di Capodimonte a Napoli, recentemente restaurati al loro splendore.

Fonti

[1] https://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/PV300-00017/


[2] Majocchi, Pietro – Agiografia e potere: culto dei santi e rivendicazioni politiche a Pavia nel medioevo (secoli VI-XV), su Academia.edu

[3] Cronaca di Novalesa, libro terzo – a cura di Gian Carlo Alessio, Giulio Einaudi Editore, 1982


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