Flavio Odoacre, Rex et Patricius – Ep. 46, testo completo

Quando studiai sui banchi di scuola la caduta dell’impero d’occidente mi ero sempre immaginato uno scenario più o meno apocalittico, una sorta di incrocio tra Mad Max e Ken il guerriero, solo nel passato e non nel futuro. Ovviamente per me l’inizio di questo periodo distruttivo era sempre il regno di Odoacre, e credo lo stesso sia per molti di voi. Ma è questa un’immagine aderente alla realtà? Proprio per approfondire questo argomento ho deciso in questo episodio di narrare un po’ meno eventi, battaglie e assassinii per andare a fondo sull’organizzazione dello stato romano ereditato da Odoacre. Ho cercato di rispondere nella mia testa a questa domanda: il periodo che va dal 480 al 488, il cuore del regno di Odoacre, è davvero la porta d’ingresso di quello che gli storici un tempo definivano i secoli bui? Scopriamolo assieme.

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Nello scorso episodio Odoacre ha deposto il giovane imperatore Romolo e poi causato la morte di un altro, Giulio Nepote, ponendo fine alla continuità costituzionale dell’impero romano d’occidente.

Abbiamo lasciato Odoacre in cima al suo alto seggio di Re dei foederati, plenipotenziario militare e auto-dichiarato padrone dell’Italia. La morte di Giulio Nepote nel 480 aveva rimosso la foglia di fico che aveva nascosto il suo potere dietro un paravento legale. Non c’era molto però che l’imperatore Zenone potesse fare a riguardo: aveva provato a convincere Odoacre a sottomettersi a Giulio Nepote, ma questi e il senato avevano rifiutato di riprendersi l’imperatore inviatogli da Nuova Roma. Zenone aveva avuto altro a cui pensare negli ultimi anni, tra continue congiure dei suoi parenti più prossimi e dei suoi amici più fidati. Non che i travagli di Zenone fossero terminati, presto Zenone avrà ancora meno tempo di occuparsi delle faccende italiane: l’imperatore isaurico passerà praticamente tutti gli anni tra il 482 e il 488 a combattere sia i suoi nemici interni che un paio di generali gotici con ambizioni di potere. E’ una storia complicata che ha bisogno di essere narrata in modo accurato e che si lega con un personaggio fondamentale della nostra storia: ho deciso quindi di narrarla in un episodio dedicato, il prossimo! Per ora è sufficiente dire che Zenone fu nell’impossibilità di intervenire in Italia per buona parte di questi anni 80’.

Rex et Patricius

Solidus di Zenone, l’imperatore Romano ai tempi di Odoacre. Si può leggere D(ominus) N(oster) ZENO PERF(ect) AUG(ustus). Sul verso “CONOB” è il marchio di fabbrica della zecca di Costantinopoli

Ma se Odoacre non aveva alcun ruolo formale e la foglia di fico a forma di Giulio Nepote era stata rimossa, quale era dunque il ruolo di Odoacre in Italia? Nelle iscrizioni sopravvissute questi si fa chiamare spesso Rex, ma non è un Re dei Goti o dei Vandali come potevano essere Euric e Genseric. Odoacre non è il re di un popolo, neanche un popolo variegato come quello dei Goti: non basa il suo potere su un chiaro gruppo etnico, i foederati provenendo infatti da una mezza dozzina di popolazioni germaniche.

La stessa carica di Rex è meno rivoluzionaria di quanto sembri: sotto la Repubblica e i primi secoli dell’impero il termine Rex era stato un tabù costituzionale per i Romani ma questo non era oramai più vero. Dopo decenni di contatti con i germani, per i contemporanei di Odoacre Rex era diventato semplicemente un sinonimo di Dominus o di Princeps e veniva utilizzato spesso da parte dei letterati del tempo, in modo intercambiabile con altri termini più tipici della tradizione romana. Forse qualche uomo di cultura ricordava ancora la valenza altamente negativa che aveva avuto il termine, eredità del passato repubblicano di Roma. D’altronde a parte questo titolo di per se nuovo, Odoacre continuò a datare gli atti ufficiali secondo il consolato romano, come da tradizione imperiale e a differenza degli altri Re Romano-barbarici. Odoacre continuò anche la tradizione di nominare un console per l’occidente, come era stato privilegio degli imperatori occidentali per secoli, mentre Costantinopoli nominava normalmente un altro console a comporre la tradizionale diarchia repubblicana.

Chi fu dunque Odoacre, fu un Re, un usurpatore, un ufficiale romano o un imperatore d’occidente senza questo titolo? In un certo senso fu ciascuna di queste cose. Il suo titolo ufficiale sarebbe stato Flavius Odoacer Rex et Patricius: Flavio era il termine utilizzato spesso come onorifico dai nobili barbari romanizzati, in quanto Flavi erano quasi tutti gli imperatori tardo antichi. Rex era il titolo ottenuto in quanto capo delle truppe dei foederati in Italia, Patricius era il suo ruolo costituzionale romano, mai veramente ufficializzato, ruolo che ricopriva in quanto successore di una lunga serie di Patrizi che avevano dominato l’occidente, da Stilicone a Ricimer. E forse questo è il modo migliore di comprendere Odoacre, ovvero di vederlo come l’ultimo erede in ordine di tempo di Ezio e Stilicone, senza però il fastidio di avere un imperatore vicino. Il “suo” imperatore era lontano, a Costantinopoli, questo gli dava un’indipendenza che Ezio e Stilicone non ebbero mai.

Gli altri Re

Il dominato di Odoacre fu rafforzato dalla morte in rapida successione della leadership dei principali regni romano-barbarici che si erano sostituiti al potere imperiale in occidente. Genseric era morto nel 477, il suo successore Huneric era più interessato a perseguitare i cattolici in Nordafrica che a far guerra ai Romani altrove. I primi anni 80’ videro inoltre un avvicendamento importante nella leadership dei due principali regni in Gallia: Childeric, il primo vero Re storico dei Merovingi, morì nel 481 e il suo corpo fu tumulato nella sua capitale, Tournai, in quello che oggi è il Belgio. Nel diciassettesimo secolo venne alla luce la sua tomba e fu ritrovato il suo anello e 300 bellissime api dorate che ne decoravano le vesti funebri: questi gioielli hanno una valenza storica ben al di là del loro valore, essendo il lascito di colui che si può ritenere a buona ragione il fondatore del regno dei Franchi, un regno che avrà un certo successo.

Copia dell’anello di Childeric, dopo che l’originale ritrovato in Belgio fu trafugato nell’ottocento

Nel 484 morì invece Euric, il re dei Visigoti che per venti anni aveva terrorizzato Sidonio Apollinare e tutti i Romani della Gallia, finendo per diventare il padrone di un regno che andava dalla Loira allo stretto di Gibilterra. A succedere a questi due Re furono i loro figli, destinati un giorno ad affrontarsi in un’epica battaglia che determinerà il corso della storia europea. Si trattava del franco Clovis – in Italia più conosciuto come Clodoveo – e di Alaric II, Re dei Visigoti di Tolosa, il primo e il più importante tra tutti i regni Romano-barbarici.

Ripresina

Situazione politica al 476: l’Impero Romano è ancora il più importante stato del mondo mediterraneo. Tre regni dominano l’occidente: il dominato di Odoacre, il regno dei Visigoti e quello dei Vandali. A nord i Franchi attendono il loro tempo di gloria, che verrà con Clovis.

Pertanto il nostro Odoacre ebbe il lusso di poter governare l’Italia in pace e nella relativa calma, mentre i suoi potenziali avversari consolidavano il loro potere o erano impegnati altrove. Gli storici non riportano alcun avvenimento di nota nei primi anni 80’ e questo è di per se una notizia, dopo la confusione degli ultimi venti anni. I decenni di crisi militare avevano infatti causato quella che definiremmo oggi una depressione economica: d’altronde il grande nemico dell’economia è l’instabilità: avere Vandali che saccheggiano il mediterraneo è un rischio aggiuntivo ai commerci, e quindi un costo che può rendere non economico l’import e l’export di beni un tempo trasportati in grandi quantità attraverso il mediterraneo. Inoltre i continui conflitti e le guerre civili portarono a distruzioni materiali ma soprattutto a trascurare la manutenzione di quelle infrastrutture che erano fondamentali ai grandi commerci dell’impero romano. Tutto questo aveva contribuito ad un progressivo declino dei destini economici dell’occidente: meno commerci voleva infatti dire anche abbandonare alcune produzioni e quindi rendere improduttivi dei terreni un tempo tassati. Questo aveva ridotto il gettito fiscale e aveva portato ad ulteriori tagli di quella che oggi chiameremmo la spesa pubblica, deprimendo ancora di più l’economia in una spirale negativa.

Ora però la pace era tornata nel mediterraneo occidentale: i Vandali di Huneric si erano dichiarati amici dell’impero e avevano cessato ogni azione militare, cosa che indubbiamente migliorò la situazione dei commerci mediterranei e la sicurezza delle comunità costiere italiane. Inoltre i paleoclimatologi hanno scoperto che il periodo che va dalla fine del quinto secolo  ai primi decenni del sesto fu un periodo di stabilizzazione e poi di miglioramento delle condizioni climatiche, con migliori rese per l’agricoltura. Di invasioni barbariche non ce n’era più l’ombra dai tempi di Attila, grazie all’implosione della macchina bellica unnica. Infine avrete notato che in tutto questo lungo periodo di avvitamento dell’occidente mancò un ingrediente che spesso accompagna le crisi degli stati: una pandemia. Nessuna epidemia importante è registrata per tutto il quinto secolo.

L’impressione che mi sono fatto è che in base a questi fattori il mondo mediterraneo avrebbe continuato la ripresa economica e demografica del quarto secolo, se non ci fossero stati gli elementi di instabilità istituzionali legati all’arrivo prima degli Unni e poi alla contesa per il potere imperiale. Appena la situazione politica si normalizzò l’Italia diede segni di stabilizzazione ed è lecito pensare che gli anni di Odoacre prima interruppero il declino dell’Italia e poi portarono ad una lenta e moderata ripresa che continuerà nei decenni successivi, pur nel quadro di un mondo scombussolato dagli eventi degli ultimi decenni.

Questa opportunità di ripresa sarebbe stata persa se l’Italia fosse stata ancora preda dei governi imperiali balneari. Ma in Italia non c’erano più governi balneari: Odoacre era in saldo controllo della penisola, rimuovendo l’incertezza politica che aveva depresso l’economia. Paradossalmente, la cosiddetta “caduta” dell’Impero Romano aveva fatto bene all’Italia: la rimozione del magnete costituito dal potere imperiale aveva attirato tante attenzioni indesiderate, troppe. Rimossa quella carica imperiale che tutti avevano ambito, la pace era tornata in occidente, presto tornerà anche un modicum di prosperità.

Lo stato romano non è caduto

Insegna del Prefetto del Pretorio dell’Illirico, dalla Notitia Dignitatum, il catalogo dei ruoli del tardo impero che ci è pervenuto in una copia medievale, con tanto di illustrazioni

Ma cosa ne era stato dello stato romano, quello stato che era rimasto in controllo della penisola nonostante le guerre e le invasioni? Nelle parole di Tommaso Indelli nel suo libro su Odoacre, quoto: “La deposizione di Romolo Augustolo e la proclamazione di Odoacre non determinarono alcuna frattura nell’organizzazione sociale, economica, politica e culturale dell’occidente romano e dell’Italia, gli elementi di continuità con il passato risultarono decisamente prevalenti sulle novità”.

Lo stato Romano era ancora lo stesso di quello riformato e rifondato da Diocleziano: quella che per i tempi era un’immensa macchina burocratica amministrava governava l’antica prefettura italiana, una delle quattro prefetture del mondo romano. La prefettura italiana non comprendeva un tempo solo la penisola ma anche l’africa, i territori tra le Alpi e il Danubio e metà della penisola balcanica, fino a Sirmio nella moderna Serbia. Odoacre governava più o meno tutti questi territori, meno l’Africa in mano ai Vandali e alcuni territori sul Danubio che erano sfuggiti al controllo dello stato Romano.

Al vertice dell’amministrazione civile della prefettura c’era la più importante carica civile dello stato tardo-imperiale: Il prefetto dell’Italia. Il prefetto gestiva l’intero apparato burocratico ed era equiparabile come poteri ad un primo ministro: emanava regolamenti, editti e decreti attuativi ma non aveva una vera potestà legislativa, proprio come un primo ministro moderno. Sovrintendeva alla riscossione delle tasse e al censimento ogni quindici anni, censimento volto a donare all’amministrazione i dati necessari ad una corretta imposizione fiscale. A differenza di un primo ministro era anche una sorta di corte costituzionale: al prefetto del pretorio si appellavano i cittadini privati o le città che non avevano avuto soddisfazione nei gradi di giudizio inferiore. Il prefetto del pretorio sovrintendeva anche agli uffici burocratici centrali (la militia palatina), oramai stabilmente basati a Ravenna come a Ravenna era basato lo stesso prefetto. Gli uffici erano divisi in un ramo civile e uno militare ed impiegavano un piccolo esercito di amministratori, detti notai. Il loro capo era il Primicerius, il primo tra i notai. Il prefetto infine aveva il potere di rimuovere dal loro incarico i magistrati cittadini e i governatori provinciali.

Insegna del Primicerius, dalla Notitia Dignitatum

Le amministrazioni locali

Italia Annonaria e Italia Suburbicaria: i due vicariati dell’Italia, mantenuti sotto Odoacre, sopravviveranno fino alla guerra greco-gotica e oltre.

La prefettura italiana era a sua volta divisa in vicariati, ovvero due entità geografiche. Il primo era l’Italia annonaria, ovvero l’Italia settentrionale più la moderna svizzera. Si chiamava annonaria perché tradizionalmente forniva l’annona all’esercito d’Italia, ovvero i rifornimenti in natura di cui aveva bisogno per operare. la capitale era Milano, l’antica capitale imperiale, dove risiedeva il vicario. Gli altri due vicariati erano quelli dell’Italia suburbicana, l’Italia centromeridionale, e dell’illirico: ho postato sul mio sito una mappa per comprendere queste divisioni amministrative. A sua volta i vicariati erano divisi in diverse province, con a capo un governatore che sovrintendeva all’amministrazione provinciale: un tempo Diocleziano aveva voluto escludere l’ordine senatoriale dalle cariche amministrative ma oramai tutti i governatori erano estratti dalla classe senatoriale, proprio come ai vecchi tempi. Le province erano però molto più piccole di un tempo: l’Italia un tempo non faceva parte della divisione provinciale ma da Diocleziano in poi era divisa in circa quindici provincie. Nel capoluogo di ogni provincia, ad esempio Aquileia per il Veneto o Siracusa per la Sicilia, si riuniva il conventus provinciae, ovvero l’assemblea provinciale di quelli che oggi chiameremmo i comuni, e che ai tempi si chiamavano municipia. L’assemblea era presieduta ovviamente dal governatore ed aveva compiti consultivi e di raccolta delle petizioni delle città che venivano sottoposte al Vicario, al Prefetto o perfino ad Odoacre. I governatori provinciali amministravano anche la giustizia a livello locale. I suddetti municipia avevano un loro piccolo senato cittadino di cui facevano parte i più importanti possidenti fondiari del circondario, i cosiddetti decuriones. Rimanevano in vita le magistrature cittadine che erano modellate su quelle antiche di Roma, con cariche annuali, anche se in sostanza appannaggio dei decuriones. I notabili locali erano inoltre incaricati di mantenere le infrastrutture cittadine e pareggiare con le loro tasche i proventi fiscali in caso di raccolta delle tasse inferiore a quanto atteso dal governo: non stupisce quindi che molti decuriones provarono ad abbandonare la carica, sfuggendo a questi pesanti obblighi e depauperando la classe dirigente locale. Ciò detto da numerosi ritrovamenti di epigrafi durante il regno di Odoacre si nota una piuttosto intensa opera di restauro di monumenti e infrastrutture dell’Italia romana, opere che erano andati deteriorandosi nei decenni di guerre civili e instabilità precedenti al regime di Odoacre. Non si costruì molto di nuovo: l’Italia aveva più opere pubbliche di quante potesse oramai mantenere, ma si cercò in tutti i modi di mantenere in vita le infrastrutture cittadine, spesso con successo, un altro segno di modesta ripresa.  

Le città stesse mostravano i segni del declino economico, con aree cittadine oramai abbandonate, ma nel complesso rimanevano vitali. Le città dell’Italia di Odoacre erano ancora le città romane, con i loro assi ortogonali, i grandi monumenti del vivere civile come le terme e gli acquedotti, i templi pagani spesso in rovina e le grandi basiliche e chiese paleocristiane. Rimase in attività anche il cursus publicus, il servizio postale imperiale, e tutta l’infrastruttura viaria romana anche se i fiumi iniziarono ad essere utilizzati più spesso per gli spostamenti. La pace ritrovata nel mediterraneo portò ad una certa ripresa dell’attività commerciale: l’Italia di Odoacre era ancora inserita nei traffici a lunga distanza del mondo romano, così diversi dall’economia alto-medioevale che sarà molto più localizzata. Le importazioni dal Nordafrica in particolare proseguirono senza sosta, mentre si mantennero in forma ridotta anche i rapporti economici con la penisola iberica, la Gallia e l’oriente.

Roma: sempre una metropoli

Iscrizione al Colosseo, celebra il restauro del monumento voluto da Odoacre. Si nota come lo stile è decisamente meno sofisticato di quello “classico”.

Nel quadro amministrativo dell’Italia di Odoacre un caso a parte, come sempre, era la città di Roma: tutta la città e il territorio circostante alle mura rispondevano ad un’autorità superiore: si trattava del prefetto dell’urbe, la più alta carica istituzionale della città. Molti credono che alla cosiddetta caduta dell’impero romano la città fosse passata sotto il controllo ufficioso del papato, ma siamo certo che così non fosse ai tempi di Odoacre e non lo sarà ancora a lungo. Basti pensare che nel 482 ci fu la prima vera successione al soglio di Pietro durante il dominato di Odoacre: alla morte di Papa Simplicio, Odoacre inviò in città il prefetto dell’Italia con un decreto che impediva da ora in poi di eleggere il pontefice senza l’approvazione e la presenza dell’imperatore o del suo rappresentante, in questo caso Basilio stesso. Questo decreto non fu contestato perché era prassi accettata che l’imperatore confermasse l’elezione del Papa e a nessuno ancora passava per la mente che il potere del Papa fosse superiore a quello di un importante funzionario imperiale. Il successore di Simplicio, Felice III, fu quindi eletto con la determinante influenza del governo di Ravenna.

Il Papa non era dunque la massima autorità dell’occidente, a dire la verità non era ancora neanche la massima autorità cittadina: a Roma come detto questo onore spettava ancora al prefetto cittadino che governava de facto la città in collaborazione con il Senato, composto ancora dalle più importanti famiglie dell’aristocrazia italiana. Il Senato, come più volte detto, aveva recuperato molto del suo antico potere, soprattutto ora che i governanti dell’Italia avevano sempre più bisogno del Senato come fonte della loro legittimità a governare: Odoacre ne rispetterà sempre i privilegi, una delle poche innovazioni da lui apportate allo stato romano tardoimperiale fu quella di istituire la carica del Caput Senatus, una sorta di leader dei senatori e la principale interfaccia tra Odoacre e l’augusto consesso. Ogni senatore aveva il privilegio di poter essere giudicato solo dal Prefetto e da una corte di loro pari, cinque senatori estratti a sorte: era questo un privilegio che i senatori avevano acquisito relativamente da poco, grazie all’ascesa del loro potere durante il quinto secolo.

Il Senato

Il Senato era formato da circa duemila membri, ovviamente non tutti uguali tra loro. I senatori erano divisi in classi di importanza che si riflettevano anche nei gradi dell’amministrazione burocratica: il grado più basso era quello dei clarissimi, poi c’era il grado degli spectabiles e infine quello degli inlustres, tutti termini che mi piace notare come siano ancora utilizzati dalla pomposa burocrazia italiana. I senatori non raggiungeva un grado superiore in base alla competizione politica, come sotto la Repubblica, o in base alla ricchezza, come sotto l’impero, ma in base all’importanza della carica burocratica che si era ricoperta durante la carriera. I prefetti avevano diritto ad esempio al grado più alto, quello degli illustri. Sostanzialmente la competizione politica che aveva animato il consesso ai tempi della Repubblica era rinata nel tardo impero come competizione burocratica, qualcosa che sarà familiare a chiunque sia stato costretto ad operare in un grande apparato della burocrazia pubblica o anche in una grande azienda multinazionale, come anche il sottoscritto.

Magister Officiorum, Notitia Dignitatum

La burocrazia centrale

Davano diritto al titolo di “illustre” anche le altre massime cariche della burocrazia imperiale, tutte risiedenti a Ravenna. La principale era il Magister Officiorum, il direttore degli uffici. Se il prefetto del pretorio era una sorta di primo ministro, il Magister Officiorum era una sorta di manager degli uffici che rispondeva direttamente al sovrano, un tempo l’imperatore e oramai il nostro facente funzioni Odoacre. La carica più simile oggi è forse quella del capo di gabinetto e chiunque abbia a che fare con la politica sa quanto sia potente questa posizione. Il Magister officiorum era a capo della guardia personale del sovrano, la schola palatina, ed era a capo dell’ufficio al quale giungevano le petizioni inviate al sovrano. Il gabinetto era poi diviso in vari scrinia, ovvero una sorta di ministeri, preposti a quella che definiremmo la politica estera, o agli archivi e alla corrispondenza. Riferivano al Magister Officiorum anche gli Agentes in Rebus, il servizio segreto dell’amministrazione imperiale, con il compito ufficiale di distribuire i messaggi di Ravenna in tutto il territorio sotto il suo controllo e con quello ufficioso di spiare i movimenti sia delle potenziali minacce esterne che delle sedizioni interne. Gli Agentes tenevano sott’occhio in particolare le alte cariche dell’amministrazione decentrata e i principali comandanti militari, oltre che ovviamente i movimenti dei popoli di confine.

Quaestor Sacri Palatii, Notitia Dignitatum

Un’altra carica fondamentale era il Comes Sacrarum Largitionem, ovvero il ministro delle finanze del tardo impero. Gestiva il tesoro e l’erario, oltre che le fabbriche pubbliche. Dal conte alle largizioni dipendeva un piccolo esercito di funzionari basati nelle provincie, preposti alle fabbriche imperiali che producevano beni soprattutto per l’esercito. Il Quaestor Sacrii Palatii, o il questore del sacro palazzo, faceva le funzioni di un guardasigilli, ovvero del ministro della giustizia imperiale, alto consulente giuridico del sovrano. Redigeva gli editti e presiedeva i processi che si svolgevano a corte. Infine l’ultima carica fondamentale della burocrazia statale era il Comes Rei Privatae, l’amministratore del patrimonio della corona da cui dipendevano funzionari locali distribuiti in tutto l’impero e che amministravano le enormi tenute del sovrano, spesso subaffittate a ricchi senatori che pagavano in moneta sonante il diritto di coltivare le terre imperiali, moneta sonante che finanziava direttamente le spese di Odoacre e della sua corte, separate dalle entrate dell’erario che invece finanziavano la macchina burocratica statale e l’esercito.

Tutte queste cariche di uomini letteralmente illustri formavano il sacro concistorio, il consiglio del principe che era ora alle dirette dipendenze di Odoacre. Il consiglio dibatteva le principali questioni della politica interna e internazionale e fungeva da vero e proprio consiglio dei ministri, me lo immagino un po’ come il concilio ristretto del trono di spade. Odoacre non aveva davvero un titolo specifico per presiederlo, ma in quanto Patrizio e Magister Militum aveva assunto su di se quello che un tempo era stato sostanzialmente il ruolo dei generalissimi dell’occidente, senza però il fastidio di avere un vicino di casa imperiale. Inoltre Odoacre non nominò più nessuno alla carica di Magister Militum, essendo lui stesso il comandante in capo dell’esercito d’Italia e servendosi di sottoposti con il grado di Dux. Odoacre risiedeva a Ravenna, nel palazzo imperiale che era stato di Onorio e di Valentiniano III.

Ravenna ai tempi di Odoacre

Lo Stato Romano è vivo!

Credo che questa breve disanima dello stato romano ai tempi di Odoacre serva a vari scopi: avrete capito che c’è un’enorme continuità istituzionale, legale e burocratica con l’Italia del quarto secolo, con l’Italia di Diocleziano, Costantino, Giuliano e Valentiniano. Lo stato che ereditò Odoacre era in sostanza sempre lo stato Romano, stato che con minime modifiche sopravviverà ancora ben dentro il sesto secolo. Ci sono cose dello stato romano che colpiscono, molti sono affascinati dal suo esercito professionale o dai suoi maestosi monumenti o perfino dalla modernità delle infrastrutture cittadine: più studio l’antico impero, soprattutto nella sua versione tardoantica, più mi affascina la sua burocrazia, complessa, sviluppata e organizzata ad un livello di efficienza che sarà inconcepibile nei futuri secoli. Non era una macchina perfetta, senza mezzi moderni era impossibile che lo fosse, e la corruzione era endemica ad ogni suo livello. Eppure si trattava di una macchina statale con un livello di controllo e gestione della vita dei suoi cittadini che sarà insorpassato per secoli, nel bene e nel male. Nella burocrazia, come in molti altri campi, nello stato Romano si intravedono i germi della modernità.

L’Henotikon e lo scisma acaciano

Mappa delle confessioni religiose nel quinto secolo: i Romani sono in larga parte ortodossi (o cattolico-ortodossi), i Germani sono Ariani, mentre in oriente sono presenti i Monofisiti (Siria e Egitto) e i Nestoriani (impero Persiano)

Sul fronte religioso Odoacre fu sempre molto rispettoso della maggioranza cattolica romana, è anzi possibile che a differenza di buona parte dei capi barbari fosse cattolico lui stesso, anche se non ne abbiamo la certezza. Nel 484 ci fu un evento che appartiene alla sfera religiosa ma le cui conseguenze saranno molto importanti per la nostra storia: si tratta infatti del primo scisma tra la chiesa d’oriente e quella d’occidente, uno scisma che durerà decenni e che ha la sua origine nel concilio di Calcedonia e in una nostra vecchia conoscenza, la disputa sulle nature di Cristo tra i calcedoniani, seguaci delle due nature umana e divina in Gesù, e i monofisiti, che credevano nell’unione tra la parte divina e quella umana di Gesù in una sola natura. Se avete bisogno di un ripasso leggete l’episodio 36 qui.

Per il Papa, il Patriarca occidentale, le questioni vitali erano due: come mantenere in vita l’organizzazione unitaria della chiesa occidentale, sconvolta dalla frammentazione in vari regni, e come convivere con i nuovi padroni barbari dell’occidente, in larghissima parte ariani. A tal fine era fondamentale mantenere la barra dell’ortodossia calcedoniana, in modo da rafforzare la chiesa romana vis-a-vis con i Re ariani, che rifiutavano in toto l’ortodossia romana della trinità. Di converso in occidente non c’era un numero importante di monofisiti. Lo stesso non poteva dirsi per Zenone e i patriarchi di Costantinopoli: per l’imperatore la diatriba tra monofisiti e calcedoniani era uno dei principali grattacapi del suo regno,

Ricorderete che suo cognato Basilisco aveva cercato di promuovere il monofisismo come sostanzialmente la posizione ufficiale della chiesa Romana, questa chiara posizione partigiana nei confronti di una popolazione divisa era stato uno degli ingredienti principali che avevano contribuito alla sua caduta, soprattutto grazie agli sforzi del patriarca di Costantinopoli, Acacio.

Eppure Acacio non era un cieco zelota, ma un fine politico, e riconobbe la necessità di trovare un accomodamento con i monofisiti: a lungo andare la divisione stava indebolendo la fabbrica unitaria dell’impero fondata sull’ideologia di un solo impero, un solo imperatore, un solo Dio. Era di identica opinione il sempre pratico imperatore Zenone e i due finirono per redigere un documento teologico che sarà la causa del primo scisma tra oriente e occidente, l’Henotikon.

L’Henotikon aveva l’obiettivo di superare il concilio di Calcedonia, eliminando dal credo qualunque riferimento alla natura di Gesù: si trattava di un atto con valore legale e universale per il mondo romano, i vescovi dovevano attenervisi pena la deposizione, come da tradizione sin dai tempi di Costantino e il concilio di Nicea. In contemporanea i vescovi monofisiti più moderati furono riammessi al patriarcato di Alessandria e Antiochia, i due grandi patriarcati dell’oriente oramai sempre più sotto l’influenza di Costantinopoli. Come nella sfera politica, Zenone aveva preferito l’unità e la stabilità dell’oriente rispetto alla più labile comunanza con la chiesa occidentale.

La ricezione dell’Henotikon in occidente

Felice III, Papa sotto Odoacre

La notizia dell’Henotikon piombò a Roma nel 483, mentre era stato appena eletto il nuovo Papa Felice III, proprio quel papa che aveva voluto Odoacre con il suo decreto. Felice era tra l’altro un nobile romano della potentissima gens Anicia, la stessa di Petronio Massimo e Olibrio. L’Italia, in quanto parte formale dell’impero Romano, avrebbe dovuto anch’essa adottare l’Henotikon.

Felice decise che andava preservata a tutti i costi l’eredità di Papa Leone il grande, l’uomo di chiesa al centro del concilio di Calcedonia. Felice scomunicò il nuovo patriarca di Alessandria, il monofisita Petros Mongos che era stato il principale alleato di Acacio e Zenone nel tentativo di curare lo scisma monofisita giungendo ad un compromesso. Il patriarca di Costantinopoli Acacio si sentì punto nella sua autorità sull’oriente e scomunicò lui stesso Felice: la conseguenza fu che per la prima volta i romani orientali e occidentali non furono più in comunione tra loro, ovvero non riconobbero più rispettivamente i sacramenti l’uno dell’altro. Era iniziato uno scisma che durerà decenni e che è detto Acaciano, dal patriarca di Costantinopoli Acacio, un trailer di film a venire.  

Odoacre credo non potette credere alla sua fortuna: il nostro patrizio deve essere stato consapevole che nel lungo periodo Zenone e l’oriente erano la principale minaccia al suo potere. In un futuro potenziale conflitto la situazione ideale sarebbe stata di avere la popolazione italiana unita attorno alla sua guida in opposizione degli orientali, e quale migliore causa di dissidio, quale migliore scusa per scavare un fossato tra Romani orientali e occidentali di una controversia religiosa? Una controversia che contrapponesse Roma a Costantinopoli, l’antico occidente ai parvenu di Nuova Roma, che si reputavano tanto superiori agli italiani grazie alle recenti fortune. Odoacre dunque sostenne intelligentemente Papa Felice nella sua lotta contro Costantinopoli, coltivando allo stesso tempo rapporti anche con le altre figure importanti dell’Italia cristiana, come ad esempio il vescovo di Pavia Epifanio, il nostro diplomatico di lungo corso. Insomma, gli anni di pace in Italia non furono frutto solo della fortuna di Odoacre, ma anche della sua capacità.

Odoacre passa all’offensiva

Una delle rare monete di Odoacre, la maggior parte erano coniate con l’effige dell’imperatore

Eppure la pace non era destinata a durare per sempre. Nel 487, all’improvviso, Odoacre mosse guerra ad uno dei vicini dell’Italia, i Rugi, una popolazione di ceppo germanico che aveva occupato il Norico Romano, la moderna Austria, e che avevano provato a lanciare raid in Italia.

Va detto che Odoacre aveva mantenuto ottimi rapporti con il leader di quello che rimaneva dei Romani del Norico: si trattava di San Severino, un monaco di nobile origine romana che aveva costruito una rete di monasteri e cenobi facenti capo al monastero di Flavianis di cui era Abate, garantendo la sopravvivenza di un’ombra di struttura amministrativa romana in questa terra di frontiera. La biografia di San Severino è una delle fonti principali per comprendere l’evoluzione del mondo ex-romano di frontiera, quello che a differenza dell’Italia di Odoacre visse una transizione più traumatica alla fine dell’impero d’occidente. Per il Norico si può dire che il medioevo era già iniziato.

Ad un certo punto Odoacre deve aver deciso che i Rugi avevano passato il limite: in quanto plenipotenziario dell’occidente mosse guerra al Re dei Rugi in una dura campagna militare, nella quale i germani vennero sconfitti e il loro re Feva portato in catene in Italia. Il Norico fu riannesso alla prefettura italiana e il regno di Odoacre raggiunse la sua massima estensione. L’anno seguente i Rugi si ribellarono ancora e l’esercito d’Italia intervenne in Norico al comando di Onulph, il fratello di Odoacre che aveva lasciato l’oriente per venire in Italia al servizio del fratello. Con una brutale e sanguinaria campagna che fece terra bruciata, i Rugi furono completamente sconfitti e in buona parte massacrati: chi sopravvisse si rifugiò presso i Goti nei Balcani, nutrendo un profondo odio nei confronti di Odoacre e degli italiani. Quello che non sapevano è che presto sarebbero venuti in Italia, a reclamare la loro vendetta.

Odoacre però comprese che non c’era modo di proteggere davvero il Norico, la sua Italia non aveva più le risorse per mantenere le vecchie frontiere danubiane e utilizzava in gran parte le Alpi e le loro fortificazioni come frontiera naturale: il Re diede l’ordine di evacuare gli ultimi cittadini romani del Norico e portarli in Italia, assieme alle spoglie del loro leader e santo, San Severino, ancora oggi il patrono dell’Austria e le cui spoglie, dopo molte vicissitudini, riposano oggi a Frattamaggiore, presso Napoli.

La reazione di Costantinopoli

La guerra contro i Rugi del 487-488 fu l’ultima goccia per Zenone: Odoacre aveva annesso l’Illirico, aveva ignorato i suoi desideri, aveva fomentato lo scisma acaciano, aveva forse persino sostenuto i suoi oppositori politici interni. Zenone decise infine che Odoacre andava rimosso, a tutti i costi. Ma Zenone si ritrovava anche con un bel problemino gotico alle sue porte, un Re con il quale danzava una pericola danza da oramai molti anni. Zenone ebbe quindi un’intuizione, un colpo di genio: l’idea di prendere due piccioni con una fava.

E fu così che Odoacre apprese che Teodorico, Re degli Ostrogoti, Magister Militum e console dell’impero Romano era in marcia con tutto il suo popolo alla volta dell’Italia. Teodorico aveva scommesso tutto sulla buona riuscita dell’impresa e Odoacre sapeva che non ci sarebbe stata via di ritorno: doveva ritenersi oramai in guerra contro Zenone e gli Ostrogoti.

Ma chi era questo Teodorico? Da dove veniva? Come era riuscito ad acquisire tanto potere da preoccupare Zenone? Chi era in definitiva, un Re degli Ostrogoti o un generale Romano-orientale, o era forse entrambe le cose?

Non possiamo rispondere a questi quesiti senza riavvolgere il nastro e ricollegarci con la storia dei nostri Ostrogoti, i Goti che non migrarono in Romania nel 376 ma rimasero sotto il giogo degli Unni. Doppiamo capire cosa accadde a questo popolo fondamentale per la storia d’Italia dopo la loro sconfitta nelle due terribili battaglie dei campi Catalaunici e del fiume Nedao. Ed è questo che faremo nella prossima puntata: narreremo la storia degli Ostrogoti dal 451 al 489 e scopriremo chi è davvero che marcia con il suo popolo contro Odoacre e alla conquista dell’Italia.

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Un pensiero riguardo “Flavio Odoacre, Rex et Patricius – Ep. 46, testo completo

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