Ultimo giro di valzer(472-476) – Ep 43, testo completo

Nello scorso episodio l’Italia Romana si è consumata in una guerra civile tra il Patrizio Ricimer e l’imperatore Antemio, guerra civile terminata nel disastro dell’assedio e poi del sacco di Roma del 472. Durante il saccheggio della città Antemio ha perso la vita, mentre Ricimer è morto appena un mese dopo, senza potersi godere i frutti della sua insaziabile sete di potere.

In questo episodio i Romani dovranno cercare di rimettere assieme i pezzi impazziti del governo dell’Italia: Costantinopoli, Tolosa, Cartagine, Ravenna, Roma proveranno in tutti i modi a influenzare la situazione politica in Italia che però continuerà a sfuggire ad ogni tentativo di controllo. Siamo infatti arrivati all’ultimo giro del walzer, la musica continua a turbinare in una giravolta di nomi e di persone impegnate ad afferrare un potere evanescente, questo poco prima che le luci si spengano definitivamente in occidente sull’impero di Cesare Ottaviano Augusto.

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Dopo che ebbe sotterrato Ricimer, l’uomo che aveva dominato la politica imperiale dal 456 al 472, il nuovo imperatore Olibrio passò in rivista le rovine del suo impero. Costantinopoli ovviamente si rifiutava di riconoscerlo, considerandolo un usurpatore del legittimo imperatore Antemio. Sull’altro lato del mare adriatico Giulio Nepote si schierò come d’abitudine con l’oriente. Oltre le alpi l’autorità degli imperatori di Roma era svanita o in procinto di farlo. Genseric aveva approfittato del caos per occupare la Sicilia, mentre teneva già in mano le altre grandi isole del mediterraneo. L’imperatore d’occidente era oramai il sindaco dell’Italia peninsulare.

Magister Militum

Tremissis (terzo di solido) dell’imperatore Olibrio

L’unico potere che puntellava il trono era oramai quello dei Burgundi e del loro capo militare, il nipote di Ricimer, Gundobad. Olibrio si trovò costretto a far buon viso al cattivo gioco e ovviamente nominò Gundobad al posto di Magister Militum e Patrizio. Gundobad in sostanza successe a Ricimer, Ezio, Flavio Costanzo e Stilicone nella vera carica che ancora contava qualcosa nell’occidente. È possibile che nello spoiler system di alcuni posti importanti nell’amministrazione fu nominato Comes Domesticorum – o comandante delle guardie imperiali – un certo Glicerio, di cui faremo presto migliore conoscenza. A questo punto della nostra storia i Domestici, l’unità comandata da Glicerio, erano probabilmente l’ultima forza militare propriamente regolare e romana dell’esercito, tutto il resto essendo formato da foederati arruolati alla bisogna tra i popoli sconfitti delle eterne lotte danubiane, oltre che ovviamente dall’esercito dei Burgundi di Gundobad.

Olibrio, l’uomo che rappresentava la continuità dinastica dell’occidente con la defunta dinastia teodosiano-valentiniana, non ebbe però il tempo di prendere molte altre decisioni: nell’autunno di questo terribile 472 Olibrio morì, avendo regnato appena sei terribili mesi di guerra civile e devastazioni. Sua moglie Placidia e sua figlia Anicia Giuliana erano rimaste a Costantinopoli: la storia degli ultimi discendenti diretti dell’antica dinastia, da oggi in poi, sarà legata alla città sul Bosforo. L’anno precedente Genseric aveva lasciato che l’altra figlia di Valentiniano III – Eudocia – partisse da Cartagine per un pellegrinaggio in terra santa, dove era morta appena arrivata, probabilmente a causa di una malattia cronica che le era già stata diagnosticata. Il vecchio Genseric, alla fine, aveva avuto pietà della principessa dei Romani che aveva rapito nel sacco di Roma e le aveva concesso di morire in terra romana: e così termina per noi la storia delle figlie di Valentiniano III.

Glicerio il terzultimo

Leone I

Dopo aver seppellito Olibrio, Il Senato, stanco e rassegnato, affidò al nuovo generalissimo il compito di scegliere un nuovo imperatore dell’occidente. Durante l’inverno del 472, Gundobad cercò di intavolare trattative con Leone a Costantinopoli ma non ne risultò nulla. Onde evitare che l’Italia restasse ancora a lungo senza la copertura legale di un imperatore legittimo, Gundobad decise di elevare al trono il suddetto Glicerio, il comandante dell’ultima unità militare regolare dell’esercito romano. A quanto pare Glicerio fu tutto meno che entusiasta di diventare imperatore, consapevole che oramai si trattasse di una occupazione con scarso potere e altamente nociva alla salute dell’occupante, soprattutto in assenza del bollino blu di Costantinopoli.

Ma Gundobad insistette, e così fece il senato, e alla fine riuscirono a persuadere Glicerio che fu acclamato imperatore il 3 Marzo del 473, a Ravenna, in tempo per la nuova stagione militare. La scelta di Ravenna è significativa: Roma si era dimostrata ancora una volta una capitale indifendibile, credo inoltre che la scelta fu presa anche per essere più vicini al principale teatro di guerra.

I Visigoti all’attacco

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Il 473 infatti fu l’anno in cui Euric lanciò le più ardite missioni militari della sua carriera fino a questo punto: un esercito dei Visigoti – comandati da un generale romano – ebbero per la prima volta l’ardire di attraversare le Alpi per attaccare l’Italia, questo mentre Euric in persona comandò il grosso dell’esercito attraverso il Rodano e verso quel che restava della Gallia romana: la Provenza con le sue grandi città, i suoi porti e i suoi proventi fiscali.

L’attacco all’Italia non deve essere stato molto più di un diversivo: sta di fatto che l’esercito d’Italia riuscì a sconfiggere gli invasori, dimostrando di essere ancora una forza capace di mordere. Di converso Euric raggiunse nel 473 l’obiettivo che era stato il sogno di generazioni di Re dei Visigoti: Ricimer e Gundobad avevano spogliato la Gallia meridionale delle truppe che l’avevano difesa a lungo, per concentrare le loro forze a combattere la guerra civile. Euric ebbe quindi vita facile a conquistare tutto quello che restava della Gallia romana: dopo una mezza dozzina di assedi, per la prima volta cadde Arles, seguita poi da Marsiglia. La perdita di questi porti mediterranei, e dei loro introiti, fu un ulteriore colpo alla sempre declinante salute finanziaria dell’impero. Tutta la Gallia era oramai nelle mani dei barbari. Tutta? No! Una piccola regione popolata da irriducibili gallo-romani resiste ora e sempre agli invasori, e senza bisogno di pozioni magiche.

Asterix e Obelix

Situazione in Gallia al 475: solo l’Auvergne e la provenza restano romane

Si trattava dell’antica patria degli Arverni, il popolo che aveva prodotto cinquecento anni prima Vercingetorix, il grande avversario di Giulio Cesare, una città che oggi conosciamo come Clermont-Ferrand. L’Auvergne – la regione degli Arverni – era testardamente decisa a restare Romana, come cinquecento anni prima era stata testardamente decisa a non diventarlo. A comandare la resistenza dei gallo-romani erano due vecchie conoscenze: il nostro poeta-vescovo Sidonio Apollinare ed Ecdicio, il figlio dell’ex imperatore dei Galli, Avito. La città resisteva, mentre Ecdicio comandava truppe che operavano una costante guerriglia contro le forze soverchianti dei Visigoti.

La morte di un Leone

Ariadne, Augusta a Costantinopoli

Glicerio comprese a questo punto che l’unica speranza di resistere ai Visigoti era – sorpresa! – l’aiuto dell’imperatore d’oriente, l’oramai anziano Leone. Durante l’inverno del 473 messaggeri furono indubbiamente inviati a Costantinopoli ma ancora una volta gli eventi si misero di mezzo: nel gennaio del 474 Leone, l’imperatore che aveva regnato sull’oriente per 17 anni, morì di dissenteria.

Leone I è a mio avviso, per certi versi, il primo imperatore bizantino, o più propriamente Romano-orientale: dopo la sua fondazione, Costantinopoli era stata governata per secoli da due dinastie, quella Costantiniana e quella Valentiniana, che erano indubbiamente romane e universali, estendentesi su entrambe le parti dell’impero dei Romani. Leone fu invece una creazione esclusivamente orientale, il primo imperatore della storia ad essere incoronato dall’autorità della chiesa. Nonostante questo Leone resta un imperatore ecumenico romano, impegnato come fu nell’ultimamente futile tentativo di mantenere in vita l’impero in occidente. L’eliminazione di Aspar dimostra anche la sua capacità di barcamenarsi in politica e in affari militari: l’impero che lasciò al suo successore, di cui parleremo presto, nonostante la sconfitta di capo Bon fu un impero che stava lentamente riprendendosi dalla grave crisi infittagli dalle sconfitte contro gli Unni. Mentre l’occidente piombava nella crisi più nera, l’oriente era in relativa ascesa e credo che parte del merito sia da ascrivere a questo imperatore scelto in quanto nullità ma che dimostrò di poter governare ben al di sopra delle aspettative di chi lo aveva messo sul suo alto seggio.

A Costantinopoli la morte di Leone causò ovviamente una crisi dinastica: Leone non aveva figli maschi, la figlia maggiore Ariadne aveva sposato però Zenone, il comandante degli Isaurici dal nome impronunciabile che tanto aveva contribuito alla caduta di Aspar. I due avevano avuto un figlioletto, l’unico nipote maschio di Leone, che fu nominato imperatore alla tenera età di sette anni. Zenone fu nominato poco dopo co-imperatore, in modo da evitare una lunghissima reggenza, con l’accordo e l’appoggio delle due auguste dell’oriente, sua suocera Verina e sua moglie Ariadne.

Il casato di leone e le relazioni tra i vari imperatori

La prima decisione di Zenone fu di rifiutare le avances di Glicerio: Costantinopoli avrebbe dato il suo appoggio solamente ad un candidato scelto a Nuova Roma, come era stato Antemio. Zenone nominò quindi imperatore dell’occidente il Magister Militum della Dalmazia, ovvero Giulio Nepote, figlio di uno dei generali di Maggiorano (Nepotiano) e nipote di Marcellino. In quello che parse un replay, ma con minore grandeur, della missione di Antemio, Zenone diede aiuti finanziari e qualche modesto supporto militare a Giulio Nepote, che iniziò a preparare l’invasione dell’Italia per andarsi a prendere il trono per ora solo nominalmente suo.

Quando Gundobad e Glicerio furono informati delle decisioni dell’oriente, la loro reazione fu diametralmente opposta.

Il nipote

Solidus di Giulio Nepote

Gundobad aveva infatti più di una opzione: poteva scegliere di restare nell’impero e continuare a combattere una battaglia potenzialmente rischiosa per il controllo del potere, insomma, poteva continuare il lavoro di Ricimer. Oppure poteva tornare nel regno di suo padre e imitare Euric, costruendo un regno indipendente per sé e la sua gente. Ricimer era sempre rimasto nell’alveo della politica imperiale, è significativo notare che invece Gundobad scelse il futuro di un regno più piccolo ma che fosse tutto suo rispetto al fugace dominio di un Impero in decadenza e del quale non sarebbe mai potuto essere imperatore. C’è da aggiungere che, proprio in questo frangente, a Gundobad giunse la notizia che suo padre era morto, e che si era aperta la successione al trono dei Burgundi. Ian Hughes sostiene che è possibile addirittura che Gundobad fosse stato inviato in Gallia da Glicerio per tentare di resistere ad Euric, unendosi alla resistenza in Auvergne. Io credo che probabilmente fu un misto di tutte queste ragioni, sta di fatto che Gundobad non era a Ravenna o a Roma per difendere il suo imperatore, quando la minaccia di invasione si concretizzò.

Quanto a Glicerio, questi decise di abbandonare Ravenna, una fortezza perfetta per resistere ad un attacco via terra ma l’ultimo posto dove risiedere in attesa di un potenziale attacco via nave da parte della flotta di Giulio Nepote. Glicerio si trasferì a Roma mentre una parte dell’esercito d’Italia fu inviata sulla costa adriatica per resistere ad un potenziale sbarco dei dalmati.

Giulio Nepote però non aveva nessuna intenzione di seguire la sceneggiatura e nell’estate del 474, imbarcatosi con il suo esercito a Salona in Dalmazia, navigò con la sua flotta intorno all’Italia, sbarcando direttamente ad Ostia. Qui Glicerio, privo delle forze necessarie a resistere al nuovo imperatore, decise di sottomettersi spontaneamente a Giulio Nepote e fu da questi deposto. Aveva regnato per poco meno di un anno. Giulio Nepote però non fece uccidere Glicerio, forse sperando di ingraziarsi i suoi nuovi sudditi italiani. Glicerio fu imbarcato su una nave e spedito nel feudo dalmatico di Giulio Nepote, dove avrebbe servito la città di Salona – la moderna Spalato – come il loro nuovo vescovo.  Tranquilli però, non è ancora l’ultima volta che sentiremo parlare di Glicerio.

Nuovo giro di giostra

Anfiteatro di Solona, in Croazia. La città fu abbandonata e la popolazione si trasferì dentro il palazzo di Diocleziano, fondando Spalato. Giulio Nepote governava la Dalmazia da Solona prima di venire in Italia, ci tornerà dopo il fallimento del suo regno.

Altro giro di giostra, nuovo imperatore. Dalla morte di Valentiniano III, nel 455, in appena 19 anni i Romani avevano avuto sette imperatori: Petronio Massimo, Avito, Maggiorano, Libio Severo, Antemio, Glicerio e ora Giulio Nepote. Credo nessuno si aspettasse che il nuovo regime durasse a lungo, in quella che oramai era una girandola di governi degna della moderna Repubblica italiana.

Con Giulio Nepote giunse in Italia un uomo che ha attraversato la nostra storia da comparsa per molti episodi, il già più volte citato Oreste. Oreste era un nativo della pannonia romana e quindi un romano di nascita ma quando gli Unni avevano conquistato la regione Oreste era passato a servire i nostri amati Borg, come segretario e ambasciatore. D’altronde era un uomo colto e preparato e nell’impero degli Unni non c’era un’abbondanza di uomini di stato come lui. Oreste aveva fatto carriera e certamente aveva imparato sia il Goto che l’Unno. Come già detto, aveva però mantenuto importanti rapporti politici con la politica imperiale, sposando la figlia del senatore Romano, l’ambasciatore occidentale che era stato infine messo a morte da Antemio. Dopo la caduta dell’impero degli Unni non sappiamo quale fu il destino di Oreste ma è probabile che, di fronte al caos e alla guerra nel mondo danubiano, Oreste sia tornato a servire l’impero dei Romani, probabilmente in oriente. D’altronde le sue capacità amministrative e militari erano di prim’ordine e aveva l’indubbio vantaggio di comprendere le lingue germaniche di molti dei soldati dell’impero.

Credo che fu proprio questa la ragione che spinse Giulio Nepote a chiederne i servigi nella sua missione in Italia: Oreste era uno dei pochi romani che poteva comandare lui stesso le truppe di Foederati germanici che componevano oramai l’esercito d’Italia. Oreste aveva servito come loro alla corte di Attila, non era uno sconosciuto, e in più parlava la loro lingua: è quasi certo che Oreste conoscesse inoltre il più illustre tra i foederati, ovvero Odoacre, il figlio di Edeko con il quale 30 anni prima si era recato a Costantinopoli in ambasciata presso Teodosio II. Per tutte queste ragioni fu nominato da Giulio Nepote al posto che era stato un tempo di Gundobad e di Ricimer, il primo romano in decenni a comandare quello che restava dell’esercito d’Italia.

L’altra decisione importante di Giulio Nepote fu di nominare Ecdicio, il figlio di Avito, a Magister Militum praesentalis, riconoscendone il ruolo di leader della resistenza militare gallica allo strapotere di Euric, finora ricoperto solo de facto. Allo stesso tempo Giulio Nepote confermò il ruolo di Patrizio e Magister Militum di Gundobad, con l’obiettivo probabilmente di mantenere lui e i Burgundi legati all’evanescente potere imperiale. Giulio Nepote inviò inoltre messaggeri a Siagrio e ai suoi alleati franchi di Childeric in Gallia settentrionale, riconoscendone il ruolo militare. Da tutte queste mosse è evidente che Giulio Nepote stesse cercando di creare una coalizione di gallo-romani, franchi e burgundi capace di resistere l’espansione della superpotenza visigotica. Giulio Nepote, da tutte queste mosse ben calcolate, mi da l’impressione di una persona con la testa ben piantata sulle spalle. In altri tempi, in altre condizioni, chissà, forse sarebbe potuto essere un imperatore di successo.

Palazzo di Diocleziano, probabile sede di governo di Giulio Nepote in Dalmazia

La situazione dell’occidente era infatti ancora disperata: i Vandali continuavano a saccheggiarne le coste, rovinando i commerci e soprattutto impedendo all’esercito presentale d’Italia di mobilizzarsi per una campagna in Gallia, visto che la loro presenza era necessaria alla difesa della penisola. Senza il supporto dell’ultima armata dell’occidente la coalizione messa su da Giulio Nepote non riuscì a fermare Euric: Ecdicio fu sconfitto dal Re dei Visigoti e fu costretto ad abbandonare Clermont-Ferrand. A fine 474 la situazione era oramai disperata e Giulio Nepote prese la penna per scrivere a Costantinopoli, implorando aiuto come tanti altri imperatori dell’occidente prima di lui. La lettera non verrà mai recapitata a Zeno.

Quella vipera di mia suocera

Solido di Basilisco, l’uomo che aveva perso la missione in Africa del 468 ma si fece lo stesso imperatore nel 474

Nel novembre del 474 infatti, in una tragica svolta del destino, il piccolo Leone II, un fanciullo di pochi anni, morì. Con lui morì la legittimità di Zenone a ricoprire la sua alta carica: Zenone era imperatore solo per conto del suo nipote porfirogenito, nato nella porpora imperiale, lui sì un legittimo erede di Leone I. Tolto il fanciullo Zenone non era altro che Tarasikodissa, il capo semi-barbaro degli isaurici, una tribù da sempre marginalizzata dai veri romani. Un parvenu, uno scalatore sociale senza alcuna legittimità. Gli avvoltoi iniziarono a librarsi attorno all’instabile trono di Zenone.

Gli avvoltoi in questione avevano il volto della suocera Verina, una donna potente che aveva accettato di avere Zenone al potere solo come fase intermedia a quello che sarebbe dovuto essere il regno di suo nipote. Senza il piccolo Leone II Verina era determinata ad evitare che il regno passasse definitivamente a Zenone. L’Augusta complottò il suo colpo di stato assieme ad un uomo che chiunque a questo punto avrebbe dovuto ritenere inadatto alla stanza dei bottoni, ma ovviamente suo fratello Basilisco, l’uomo che aveva contribuito in larga parte al disastro di Capo Bon. Il candidato al trono di Verina non era però Basilisco, ma bensì un certo Patrizio, a quanto pare il suo nuovo amante: se vogliamo fare un po’ di pettegolezzi, chissà se solo dalla morte di Leone. La cricca dei cospiratori a quanto pare riuscì a far leva sul sentimento anti-isaurico della popolazione della capitale, oramai quasi altrettanto stanca di farsi governare dagli isaurici di quanto lo fosse stata di farsi governare dai Goti. Nella congiura furono coinvolti anche i Goti stessi, ma non gli Ostrogoti della Pannonia ma un gruppo di Goti che viveva in Tracia e che era al comando di un altro Teodorico, no non quel Teodorico. Un Teodorico detto “lo strabico”. Nei libri di storia è noto come Teodorico Strabone, ma io credo che lo strabico sia molto più cool.

Se i nostri avessero potuto non dubito che avrebbero ucciso Zenone, ma questi riuscì a sfuggire all’attentato alla sua vita e a fuggire in Isauria, inseguito da un connazionale che era però passato dalla parte dei rivoltosi, un certo Illo. Zenone era fuggito con la moglie Ariadne e con il tesoro imperiale, ma a parte questi asset non aveva molto a suo favore e fu persino assediato da Illo nella fortezza in cui si era rifugiato. Sembra una situazione disperata per il nostro Isaurico ma non temete, sarà di ritorno.

L’abbandono della Gallia

Dopo la cessione di Provenza e Auvergne, il regno Visigotico raggiunge la massima estensione. Nel nord della Gallia sopravvive l’inclave romaa del Regno di Soissons

Tutto questo caos volle dire, ovviamente, che l’occidente e Giulio Nepote furono abbandonati al loro destino. L’imperatore, disperato, decise che doveva almeno fare pace con uno dei suoi due terribili nemici e scelse di inviare messaggeri a Euric: e chi inviare dall’orgoglioso re dei Visigoti se non il miglior diplomatico italiano? Parliamo ovviamente di Eufemio, il vescovo di Pavia che aveva già negoziato la passeggera tregua tra Ricimer e Antemio.

Eufemio giunse a Tolosa con un messaggio straordinario per il Re dei Visigoti: l’Imperatore lo riconosceva in sostanza come suo eguale, anche se di diritto la sua dignità ovviamente avrebbe dovuto essere più alta, e gli chiedeva umilmente i termini della pace. Eufemio deve avere compiuto un miracolo, perché Euric era in una posizione di estrema forza e non aveva molti incentivi a negoziare, eppure alla fine si giunse ad un accordo che fu poi perfezionato nei dettagli all’inizio del 475. L’accordo calò però su Sidonio Apollinare ed Ecdicio come una terribile doccia fredda.

I termini della pace furono infatti molto duri per quel che restava dei Romani: Euric era definito Re amico dell’impero, e non più soggetto in alcun modo all’autorità imperiale. Per la prima volta l’Impero riconosceva che i Visigoti e il loro grande regno non facevano più parte dell’Impero, rinunciando ufficialmente a ogni sovranità su larga parte della Gallia e sulla penisola iberica. I Romani ottennero qualcosa dal trattato, ovvero la restituzione della Provenza e delle grandi città della Gallia meridionale, ma in cambio dovettero abbandonare al loro destino i loro più fedeli combattenti, l’equivalente dei loro Asterix e Obelix. Parliamo ovviamente dei Romani dell’Auvergne e di Clermont: la regione venne ceduta ufficialmente al nuovo e indipendente regno dei Visigoti.

Per Sidonio Apollinare fu null’altro che un bieco tradimento. In un’epistola scrive: “e questa è dunque la nostra ricompensa per aver resistito agli stenti, al fuoco, alla spada, alla pestilenza, per aver ricoperto le nostre spade del sangue nemico e per averlo affrontato in battaglia affamati e disperati. Questa è dunque la pace che sognammo quando ci rassegnammo a mangiare erbacce velenose che crescevano negli anfratti dei muri, nella nostra ignoranza ingerendole con le livide mani di chi muore di fame. Per tutte queste prove di devozione alla causa romana, sembra che noi siamo stati l’agnello sacrificale sull’altare della pace”.

La ragione del sacrificio dell’Auvergne è facilmente comprensibile nella realpolitik: i senatori italiani avevano larghi possedimenti in Provenza, ma l’Auvergne era una regione lontana e sacrificabile. Ciò nonostante questa pace segnò la rottura definitiva di ogni legame anche affettivo tra la Gallia e l’Italia romana, che da ora in poi andranno su due binari differenti. Euric nel frattempo aveva coronato il sogno dei Visigoti di avere un regno tutto per loro e si affrettò ad iniziare a poggiare le basi amministrative e legali del nuovo regno, recuperando il grosso dell’amministrazione romana ma inserendo anche delle novità. Sidonio Apollinare, il suo nuovo suddito, fu incarcerato per un po’ di tempo ma non fu messo a morte, vi farà piacere sapere che fu presto rilasciato da Re Euric e gli fu permesso di tornare a Clermont-Ferrand, dove rimase il vescovo della città del regno dei Visigoti fino alla sua morte, nel 486. Con il tempo fece pace con la nuova realtà, sostenendo che l’unico modo di restare Romani oramai era dedicarsi ad una vita di lettere.

Un nuovo successo per Basilisco

Nel frattempo in oriente il dramma continuò per tutto il 475. Ricorderete che il colpo di stato contro Zenone era stato condotto da una coalizione composta in sostanza da cinque persone: Verina, l’augusta vedova di Leone, il suo amante e candidato al trono Patrizio, suo fratello Basilisco, il generale gotico Teodorico Strabone e il generale isaurico Illo. Come sempre, non c’è niente che semina più zizzania del successo e presto questi cinque saranno l’uno contro l’altro armati.

Diede il via alle danze Basilisco, che fece mettere a morte Patrizio, riuscendo a farsi incoronare imperatore dei Romani d’oriente nel gennaio del 475, con i vertici militari e il senato riuniti a riconoscerne il potere. Questa azione da sola fece della sorella Verina una nemica, essendo stato frustrato il suo desiderio di vedere Patrizio incoronato imperatore. Ho il sospetto che volesse sposare il nuovo amante, dando una copertura legale al nuovo regime in virtù del suo legame con il vecchio imperatore Leone, ma così non fu.

La deposizione di Zenone, l’imperatore isaurico, scatenò dei pogrom contro gli Isaurici che furono quasi altrettanto violenti di quelli che avevano colpito i Goti alla caduta di Aspar. Soldati e ufficiali isaurici vennero trucidati con le loro famiglie, in una serie di atrocità che è inevitabile che furono addossate come responsabilità al nuovo imperatore e che causarono l’immediata ostilità dell’altro generale isaurico, Illo, che era passato al nuovo regime e che per tutta ricompensa aveva visto i suoi connazionali trucidati dalla folla assassina di Costantinopoli. Basilisco avrebbe potuto appoggiarsi sull’altro generale barbarico, ovvero Teodorico Strabone, ma anche questi fu deluso dal nuovo regime, perché non fu nominato Magister Militum, come aveva creduto, visto che Basilisco gli preferì il suo stesso nipote. Ciliegina sulla torta, quasi ad essere un segno divino, un incendio scoppiò nella capitale: bruciarono molte case e edifici pubblici, tra i quali l’enorme biblioteca fondata da un nostro caro, vecchio amico, l’imperatore Giuliano, detto l’apostata.

Ma il colpo da maestro del nostro imperatore Basilisco fu quello di inimicarsi la gerarchia ecclesiastica calcedoniana. Sembra infatti che Basilisco fosse un aderente della dottrina monofisita o miafisita di cui ho parlato nell’episodio 36 – vedete che è stato utile? Basilisco ordinò di riportare ai loro seggi vescovili i vescovi che erano stati deposti dopo Calcedonia in quanto monofisiti e dichiarò che solo i primi concili della chiesa erano validi (Nicea, e i due di Efeso), obbligando i vescovi a firmare un atto che disconosceva il concilio di Calcedonia. La maggior parte dei vescovi orientali accettò l’enciclica dell’imperatore ma così non fu per quanto riguarda il più importante tra loro, il patriarca di Costantinopoli Acacio, che si mise a capo dell’opposizione calcedoniana, forte del supporto della maggior parte della popolazione della capitale, mentre il grosso delle province più lontane (la Siria e l’Egitto) sostenevano i monofisiti.

Tutti questi fattori causarono l’instabilità del regime di Basilisco: Illo, giunto in Isauria per assediare Zenone, decise di passare nuovamente dalla parte del suo connazionale, non senza prima averne imprigionato il fratello in modo da avere un certo potere di ricatto sull’imperatore isaurico. L’assedio a Zenone fu tolto e i due iniziarono a complottare il ritorno degli isaurici a Costantinopoli.

Ultimo giro di valzer

In Italia la notizia della pace con i Visigoti fu accolta con sentimenti misti di sollievo e di disperazione: la Provenza era stata recuperata certo, ma era inevitabile notare come si fosse trattato di un’ulteriore umiliazione per l’autorità dell’Impero. Inevitabilmente una buona parte dei senatori sentirono l’accordo come una sconfitta. In contemporanea il dramma a Costantinopoli aveva rimosso Zenone, il principale sponsor di Giulio Nepote, privando l’imperatore dell’occidente della necessaria copertura legale e militare che poteva tenere a freno l’instabile politica italiana. A questo si aggiunga che Zenone, poco prima di essere rimosso, aveva concluso un trattato di pace con Genseric, un trattato che durerà per decenni ma che non includeva la pars occidentalis. L’Italia, pertanto, continuò a subire le conseguenze della guerra contro i Vandali, che oramai continuava quasi ininterrottamente da venti anni.

Tutti questi fattori portarono di nuovo a coagulare un’importante opposizione al regime di Giulio Nepote, opposizione che trovò il suo campione, alla fine, in un uomo ambizioso: proprio quel Magister Militum che era venuto dall’oriente, quel magister militum sul quale Giulio Nepote aveva contato per tenere in riga l’esercito dei foederati, il primo generalissimo romano dopo una sfilza di generali di origine barbarica: parliamo ovviamente di Oreste.

Con l’autorizzazione del Senato, Oreste portò il suo esercito d’Italia da Pavia a Roma, con l’obiettivo di catturare lì l’imperatore. Giulio Nepote ebbe però la buona idea di non farsi intrappolare a Roma  e replicare quindi il destino di Antemio e fuggì quanto prima a Ravenna. Oreste lo seguì da presso, giungendo nei pressi della città lagunare poco dopo l’imperatore. Questi, disperando di poter resistere con le sue poche forze all’esercito d’Italia, diede ordine alla sua flotta di raggiungerlo a Ravenna e abbandonò l’ingovernabile penisola. Giulio Nepote si rifugiò nel suo feudo dalmatico, senza però rinunciare in alcun modo alla sua autorità sull’occidente ma denunciando Oreste come un usurpatore. Era l’Agosto del 475 e Giulio Nepote, come oramai tradizione, aveva regnato per poco più di un anno.

L’intero affare con Giulio Nepote dimostra che l’Italia e l’occidente erano oramai controllate in larga parte dal Senato, capace di comandare la fedeltà dell’armata d’Italia, e ovviamente da chiunque comandasse l’armata a difesa della penisola. Non c’era più spazio per un imperatore inviato dall’oriente, non senza una soverchiante forza militare inviata da Costantinopoli, soverchiante forza militare che non era nelle disposizioni di Nuova Roma dopo il disastro di Capo Bon e in seguito ai rivolgimenti politici. Credo che molti sottovalutino l’importanza che ebbero le contorsioni della politica orientale nel determinare il dramma in occidente: si trattava di una spirale frutto di una serie di fattori concatenati. Senza il supporto dell’oriente l’occidente non poteva sopravvivere ma l’oriente era disposto ad aiutare l’occidente solo se era Costantinopoli a deciderne l’imperatore. Gli imperatori venuti dall’oriente però non potevano resistere a lungo vis-a-vis con il Senato senza un supporto continuo da parte di Costantinopoli, supporto che venne spesso a mancare negli anni 70’ del quinto secolo a causa delle contorsioni politiche tra Leone e Aspar prima e poi tra Zenone, Verina e Basilisco.  

Oreste era oramai in controllo della penisola italiana e di quel poco che restava dell’Impero: abbiamo alcune notizie di quello che accadde nel Norico – la moderna Austria – grazie ad una agiografia, la vita di San Severino, che riporta come il mondo romano si dissolse al nord delle alpi, preda di continui attacchi e invasioni, con le città costrette a difendersi con i loro propri mezzi, spesso trasferendosi gli abitanti romani nei luoghi più difendibili. Una delle storie più toccanti è quella di una delle ultime unità di soldati limitanei romani del Norico: abbandonati da tutti e privi di paga da quelli che dovevano essere anni, i soldati romani decisero di tentare di venire in Italia per ricongiungersi con i loro superiori, nella speranza di salvarsi e di magari ricevere la loro paga. Furono massacrati dai barbari mentre tentavano di passare le Alpi.

Il 31 Ottobre del 475 Oreste decise di consolidare il suo regime, ma non si fece incoronare imperatore, come avevano pensato in molti. Decise invece di restare Magister Militum e Patrizio, continuando a controllare la cruciale forza militare che garantiva il potere in Italia. Al posto di Giulio Nepote – che continuava a ritenersi il vero imperatore d’occidente – Oreste incoronò suo figlio Romolo, un ragazzino di quattordici anni che portava il pesante nome del fondatore di Roma. Il suo titolo ufficiale era “Augusto” ma, vista l’età, gli italiani presero a chiamarlo “Augustolo” o piccolo Augusto. E fu così che è noto alla storia, Romolo Augustolo, portando nel suo nome e soprannome la maestà del fondatore di Roma e quella del suo primo imperatore.

Perché Oreste non incoronò se stesso? Credo che la ragione vada ricercata nel fatto che Oreste era anziano e voleva dare una maggiore continuità all’impero rispetto agli ultimi disastrosi venti anni. Con un po’ di fortuna, Oreste sarebbe vissuto ancora diversi anni duranti i quali avrebbe garantito il trono del figlio dalla sua posizione di generalissimo, la stessa ricoperta da Stilicone e Ezio. Dopo diversi anni al potere, Romolo Augustolo sarebbe stato forse visto come un imperatore legittimo e alla morte di Oreste avrebbe potuto continuare a governare per molti anni ancora. Tutto questo piano richiedeva ovviamente una buona dose di fortuna, l’assenza di interventi dall’oriente, il favore del Senato e l’acquiescenza dell’esercito d’Italia. Uno di questi elementi mancherà presto.

476

E fu così che, sotto i peggiori auspici, iniziò il nuovo anno, il 476. In oriente Zenone e Illo iniziarono la loro marcia verso Costantinopoli, con l’obiettivo di rimuovere l’inetto Basilisco. In Dalmazia Giulio Nepote passò l’inverno a studiare le mosse dei suoi avversari, cercando di capire come convincere Costantinopoli a sostenere la sua legittima pretesa al trono. A Ravenna Oreste passò l’inverno cercando di consolidare il suo potere e quello del suo figlioletto augusto. A Pavia, nella capitale militare dell’occidente, i vertici dell’esercito dei foederati iniziarono a chiedersi fino a quando sarebbe durato il balletto degli imperatori, fino a quando sarebbe rimasto in vita uno stato capace di finanziare le loro paghe con moneta sonante.

Il teatro è ricolmo, in platea e sugli spalti, il palcoscenico è pronto, le tende sono sul punto di levarsi, c’è buio in sala.


Nel prossimo episodio l’impero dei Romani riuscirà a reagire alla crisi e la stabilità tornerà a regnare, almeno in uno dei due imperi. Perché nel prossimo episodio solo un imperatore dei Romani resterà a governare urbi et orbi: cercheremo insieme di capire cosa succederà davvero nel 476, assieme a quello che invece non accadrà.  Una sola cosa posso anticipare: l’impero dei Romani sopravviverà al prossimo episodio.

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