Episodio 32, preludio: il primo illirico (268-270) – testo completo

Ora immaginatevi questa scena: l’impero è a pezzi, diviso in tre parti. Gli imperatori di Roma oramai controllano solo alcune zone dell’impero mentre i barbari hanno rotto le frontiere e saccheggiano impunemente città e province, sia via terra che via mare. Goti e Alamanni minacciano perfino Roma. Pestilenze hanno decimato la popolazione dell’impero fino al punto che è difficile trovare nuove reclute per l’esercito, l’inflazione galoppante sta distruggendo ogni relazione economia, riportando il mondo mediterraneo al baratto. Un imperatore debole siede nella sua capitale in nord Italia, sempre più impotente di fronte alle procelle della storia. Dei capi semibarbari sono pronti a rimpiazzarlo con un colpo di stato militare. L’impero, il grande impero dei Cesari e degli Augusti, pare sia destinato al cestino della storia.

Parliamo del 476 dopo cristo, penserete?  No, l’anno è il 268 e questa non è la storia della caduta dell’Impero Romano, ma la storia di come questo fu salvato da un gruppo di rozzi militari semibarbari provenienti dai confini dell’Impero. Parliamo degli illirici e questa è la storia del primo di loro, Claudio II, detto il Gotico.

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Prima di iniziare una breve nota: questo episodio di “storia d’Italia” è un preludio alla storia principale: la crisi del terzo secolo è poco conosciuta nel dettaglio e ancor meno è conosciuto il regno del “primo illirico”, che con il beneficio dell’inventario sappiamo essere il regno che segna la svolta della crisi.

Questo episodio è uscito in formato podcast come episodio premium. Chi mi ha sostenuto ha potuto ascoltarlo prima di tutti, poi lo ho pubblicato in formato podcast e ora è arrivato il turno del testo! Non posso non ringraziare chi mi sostiene nelle tre modalità che ho segnalate sul sito www.italiastoria.com: con una donazione una tantum o sottoscrivendo una donazione mensile su Patreon.

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Il nadir delle fortune romane

Quando scelsi di iniziare la mia narrazione con la battaglia di Ponte Milvio dovetti ahimè saltare su un bel po’ di storia romana che cercai di riassumere in un solo episodio, l’episodio 0. Nell’episodio faccio riferimento alla crisi del terzo secolo: non si può sottolineare abbastanza quanto questo periodo fu importante nell’evoluzione dell’Impero Romano.

I Romani nel 268 sono reduci da due terribili sconfitte: la prima l’avevano subita nel 251 dopo cristo, ad Abritto. I Goti, da poco affacciatisi nella politica imperiale dopo esserne migrati ai confini, invasero le province danubiane e l’Imperatore Decio, con suo figlio, raccolsero una grande armata per sconfiggerli sulla via del ritorno dai loro saccheggi. Decio e il suo erede finirono invece impantanati ad Abritto, dove entrambi persero la vita e con loro larga parte del loro esercito. Decio era il tipico imperatore emanato dall’alta nobiltà italiana e con poca esperienza militare. Pagherà molto cara la sua impreparazione: fu il primo imperatore romano a cadere in battaglia.

Un decennio più tardi l’impero era nelle mani di nuovo di un padre e di un figlio, questa volta Valeriano in oriente e suo figlio Gallieno in occidente, anche loro emanazione della classe senatoriale. Valeriano si trovò a combattere l’altra tremenda minaccia del terzo secolo e affrontò in battaglia a Edessa il temibile Shapur I. L’esercito di Valeriano fu annientato e lui stesso fu fatto prigioniero, un’umiliazione senza precedenti per lo stato romano. Valeriano stesso avrà un destino molto gramo alla corte di Shapur.

Valeriano inginocchiato di fronte a Shapur I, in questa famosa rappresentazione voluta dal Re dei Re presso Fars, in Iran

L’ora più buia

Suo figlio Gallieno si ritrovò quindi con tutto l’impero da gestire ma senza i mezzi per farvi fronte: le frontiere erano sotto pressione ovunque, e Shapur pareva sul punto di annettere l’intero oriente romano. L’economia era in pezzi, carestie avevano colpito moltissime regioni dell’impero e la terribile peste di Cipriano – di cui parleremo – avevano decimato sia i contribuenti che le potenziali reclute. Usurpatori spuntavano come funghi in ogni angolo dell’impero. Erano tempi davvero bui. La risposta del sistema imperiale fu di cercare di localizzare le difese, disgregando l’impero, paradossalmente per salvarlo.

L’impero si frammentò in tre pezzi: Odenato, il re di Palmira, si prese carico dell’intero oriente romano (meno l’Egitto) e sconfisse Shapur, evitando che Siria ed Egitto fossero annesse alla Persia. Odenato da quel giorno divenne sostanzialmente il padrone della Siria, dell’Anatolia e della Palestina. Su concessione imperiale, va detto, ma c’erano pochi dubbi sul fatto che la frontiera con i Persiani fosse oramai un feudo dei Palmireni. Sua figlia Zenobia cercherà anche di eliminare il controllo formale di Roma

L’Impero Romano nel momento più acuto della crisi del terzo secolo, diviso in tre parti

In occidente la frontiera Renana aveva anch’essa bisogno di essere difesa da qualcuno e stante la debolezza del centro dell’impero i grandi proprietari terrieri Romano-Gallici decisero che il corso migliore d’azione sarebbe stato quello di prendere la difesa dell’occidente nelle loro mani: fondarono una sorta di impero parallelo. È questo il primo vero tentativo di suddivisione dell’impero, con le legioni renane e britanniche che dichiararono fedeltà ad un brillante ufficiale Romano, Postumo.

Il centro dell’impero e la frontiera danubiana rimasero invece sotto il comando di Gallieno che aveva preso residenza a Milano, per essere più vicino alla frontiera danubiana rispetto a Roma.  Gallieno comandava le principali forze a disposizione per la difesa della penisola e dei Balcani. Gallieno, di fronte ai rovesci militari, iniziò a riformare l’esercito e istituì il primo corpo mobile, con un forte nerbo di cavalleria, pronto ad essere inviato in ogni angolo dell’impero. Gallieno è spesso considerato un imperatore debole e impotente, ma credo sia un responso ingeneroso. Ebbe davvero ad affrontare una situazione terribile.

I Goti devastano i Balcani e la Grecia

Sembrava che nulla potesse andare peggio per l’impero quando finalmente questo accadde: i Goti, dopo la sconfitta dei Romani ad Abritto, avevano ricevuto donazioni regolari dai romani ma oramai neanche queste bastavano più. I Goti, quindi, misero su la più massiccia invasione dell’impero di sempre, in coordinazione con i loro alleati Eruli. L’invasione avvenne sia su terra che su mare: una grande flotta barbarica, infatti, scese dalla moderna Ucraina e invase l’impero, forzando gli stretti dell’Ellesponto e invadendo l’Egeo. Per evitarlo magari qualcuno dovrebbe pensare a fortificare quella cittadina di nome Bisanzio, secondo me: una idea interessante per futuri imperatori. Sta di fatto che questa invasione navale fu un colpo devastante per l’Impero: l’egeo, la Grecia, la Macedonia, l’Asia minore: queste erano alcune delle zone più ricche e tranquille dell’impero, lontanissime fino a questo punto dalla frontiera, scarsamente difese e con enormi potenzialità di saccheggio. Potenziale che fu ampiamente sfruttato dai barbari. Una volta nell’egeo poi la flotta si divise in gruppi più piccoli che arrivarono a devastare anche la Grecia, saccheggiando per la prima volta da secoli le città di Atene, Corinto e Sparta.

La grande invasione dei Goti del 267-269

Mentre gli stretti venivano forzati, altri eserciti invadevano la frontiera danubiana saccheggiando la Tracia e la Moesia: si tratta probabilmente di almeno 50 mila armati, se non di più. Un intero quadrante dell’Impero era a fuoco e fiamme.

Gallieno si dirige verso i balcani

Ritratto dell’Imperatore Gallieno

Per Gallieno non ci fu altra scelta che di raccogliere le sue cose, prendere il comando del suo esercito mobile a Milano e partire per i Balcani. Le fonti non sono chiarissime, ma Gallieno deve aver anche coordinato la risposta sul mare: gli invasori in quel teatro furono in gran parte sconfitti. Sembra che Gallieno ottenne anche un successo parziale ma importante in Tracia, a Nessus, come spiegherò in seguito.

Ma siamo nel terzo secolo, il secolo dell’anarchia militare. Appena l’imperatore fu lontano dall’Italia il governatore della Rezia – l’attuale Svizzera – si ribellò. Si trattava di Aureolo, un brillante militare che era stato il magister equitum, quindi il capo della cavalleria mobile instituita da Gallieno – ma che era stato rimosso e inviato in Svizzera. Immagino che passò il tempo in Rezia a rimuginare sui torti veri o presunti causatigli dall’imperatore. Rimugina che rimugina questi pensò bene di cercare di allearsi con Postumo – l’imperatore nelle Gallie – e invadere l’Italia conquistando la capitale Milano. Gallieno fu costretto ad abbandonare la sua spedizione contro i Goti, che furono liberi di continuare i loro saccheggi e, fatto dietrofront, tornò in Italia. Qui l’armata di Gallieno ebbe facilmente la meglio su Aureolo in una battaglia nei pressi dell’Adda. Aureolo si rinchiuse a Milano e fu posto sotto assedio dalle truppe di Gallieno.

Roma non deve morire, dissero gli illirici

E qui la nostra storia prende un corso ancora diverso: il nerbo delle legioni, le legioni migliori e più agguerrite, erano quelle della frontiera Danubiana: un tempo comandate da ricchi ed importanti senatori il caos militare e la generale crisi del terzo secolo avevano portato a promuovere come ufficiali uomini che erano militari di professione, cresciuti nei ranghi dal basso, spesso di origini che più umili non si può.

Per la prima volta in secoli al comando di quasi tutte queste legioni c’erano uomini delle frontiere: uomini duri, forgiati dalla vita militare e che non dovevano il loro rango ad un accidente di nascita o alla loro ricchezza personale, ma alla capacità nel comandare gli uomini sul campo di battaglia. Le loro origini erano spesso da famiglie semibarbariche. Famiglie che aveva preso da pochi anni la cittadinanza romana, ovvero dai tempi di Caracalla. Erano i nuovi romani, ed erano stanchi di prendere gli ordini dai romani antichi, quelli che stavano portando l’impero sull’orlo del baratro della storia. In più erano quasi tutti ufficiali di una zona particolare dell’Impero Romano, ovvero l’Illiria, zona che corrisponde ai Balcani occidentali o all’ex Iugoslavia, per i più vecchietti tra di voi. L’Illiria era un posto duro, di frontiera. I nuovi ufficiali erano non solo colleghi, ma connazionali e spesso amici, quasi tutti provenienti dalle zone di reclutamento intorno a Sirmio, la grande capitale militare dell’Illirico. Gli illirici decisero che era arrivato il momento di porre fine al caos dell’Impero e di prenderne le redini: per farlo i vecchi senatori a Roma avrebbero dovuto togliersi di mezzo. Magari 50 anni fa non erano romani, ma gli illirici erano oramai – perdonatemi il gioco di parole – più romani dei romani di Roma: la loro era una incrollabile decisione a vedere l’impero riunito e rinsaldato. Per quanto credo nutrissero per lui un certo rispetto, Gallieno non era più parte della soluzione, ma del problema. 

Colpo di stato

Non è chiarissimo cosa successe, ma non è difficile delinearne i particolari: si trattò di un colpo di stato dei militari che fecero fuori la leadership civile per poi prendere completamente in mano le redini dello stato, esautorando la residua autorità del senato formato dai ricchi proprietari terrieri romani, l’élite dell’élite dell’impero. Nel settembre del 268 dopo cristo, alcuni di questi ufficiali si impadronirono di Gallieno e lo condannarono rapidamente a morte. Poi chiesero e ottennero la resa di Milano e di Aureolo. Infine inviarono un messaggio al più alto in grado tra i loro, il comandante delle truppe di stanza in Illirico, il Magister Peditum, il comandante della fanteria: si trattava di un certo Marco Aurelio Valerio Claudio, che divenne Claudio secondo, augusto dell’Impero Romano.

La morte di Gallieno è circondata da cospirazione e tradimento, così come la morte di molti imperatori. Sono registrati diversi resoconti dell’incidente, ma tutti concordano sul fatto che alti funzionari volevano Gallieno morto. Secondo due resoconti, il primo cospiratore era Aurelio Eracliano, Prefetto del Pretorio. Una versione della storia racconta di Eracliano che inserisce Claudio nel complotto mentre il racconto della Historia Augusta discolpa l’aspirante imperatore e aggiunge l’importante generale Lucio Aurelio Marciano alla trama. La rimozione di Claudio dalla cospirazione è dovuta al suo successivo ruolo di vero o presunto progenitore della dinastia di Costantino: questi probabilmente aveva tutto l’interesse a discolpare il suo presunto progenitore. In un racconto diverso e più controverso, Aureolo forgia un documento in cui Gallieno sembra complottare contro i suoi generali e fa in modo che cada nelle mani dello stato maggiore dell’imperatore. In questa trama Aureliano viene aggiunto come possibile cospiratore. Ma questo – spoiler alert – fu il modo in cui il successore di Claudio fu ucciso e quindi questa versione è sospetta, spesso gli storici antichi confondevano episodi simili nel tempo o li ricopiavano a bella posta.

Gallieno riceve un pò di rispetto postumo

Qualunque cosa accadde davvero il risultato ci è noto: Claudio fu acclamato imperatore dagli ufficiali illirici. Claudio era da anni il sostanziale plenipotenziario della frontiera Danubiana e uno degli ufficiali più alti nel comando di Gallieno.  Ciò non toglie che Claudio fu subito molto intelligente e mandò un messaggio a Roma, dove si apprestavano a dannare la memoria dell’inefficace Gallieno e perfino sterminarne la famiglia. Claudio fece sapere all’attonito senato che la memoria di Gallieno, l’uomo che molti consideravano il responsabile della divisione dell’impero, doveva essere rispettata, i suoi beni protetti e la sua famiglia tenuta in salvo. Non solo: Gallieno avrebbe dovuto essere deificato, come avveniva ad ogni imperatore rispettato alla sua morte. Gallieno stesso fu sepolto con tutti gli onori in una tomba sulla via Appia. Con queste azioni Claudio cerca di stabilire una inesistente continuità legale tra i due imperatori e cerca di scoraggiare proprio il tipo di azione che aveva portato lui al potere, ovvero il regicidio. Buona cosa quando sei tu ad essere il Rex in questione. A conferma di ciò fece anche condannare a morte alcuni degli esecutori materiali dell’assassinio di Gallieno, probabili complici dello stesso Claudio, risparmiando gli alti papaveri della congiura. Infine quanto ad Aureolo, il ribelle asserragliatosi a Milano e che si era arreso dopo la morte di Gallieno, questi fu messo a morte: secondo Claudio si trattava pur sempre di un usurpatore del legittimo governo imperiale e Claudio voleva riportare l’ordine dopo il caos e l’anarchia militare degli ultimi decenni. Ben fatto Claudio, spietato, un po’ ingeneroso verso i tuoi amici congiurati ma capisco il tuo obiettivo. C’era da porre termine alla spirale di violenze che stava distruggendo l’impero, con gli imperatori che venivano assassinati ad ogni cambio del vento.

Gli Alemanni apprendono una lezione

Questa è però la crisi del terzo secolo e le disgrazie cadono sui Romani a grappoli in questi anni. Durante la rivolta di Aureolo, che ricordo era a capo della guarnigione della Svizzera romana, questi aveva dovuto portare via il grosso della guarnigione Danubiana in Italia, per combattere Gallieno. Dall’altro lato del Danubio, a nord della Rezia, viveva però la più temibile confederazione germanica occidentale, ovvero gli Alemanni, gli stessi con cui Giuliano guerreggerà a lungo, circa un secolo dopo. Gli Alemanni, visto che la difesa danubiana era sguarnita, avevano attraversato il grande fiume. Mentre Gallieno e Aureolo si fronteggiavano a Milano, gli Alemanni erano riusciti perfino ad attraversare le alpi ed entrare in Italia, il cuore indifeso dell’impero. Fu credo proprio la loro invasione ad accelerare la congiura contro Gallieno, in modo da risolvere l’impasse e permettere all’esercito di affrontarli.

Claudio, con le truppe riunite di Gallieno e Aureolo si affrettò ad affrontare la minaccia Alemannica e nell’autunno del 268 dopo cristo li affrontò sulle rive del Lago di Garda. L’esercito di Claudio sconfisse completamente gli invasori, che furono massacrati. Solo alcuni riuscirono a tornare in patria per narrare la furia di Roma. Durante quell’inverno Claudio poté infine fare il suo ingresso trionfale a Roma e gli fu dato il titolo di Germanicus Maximus per la sua vittoria contro gli Alemanni.

Nessus o Naissus?

Quella che segue, la campagna contro i Goti che darà il soprannome al nostro Claudio, è una campagna che è ahimè molto poco chiara e dove ci sono diverse teorie. Il fatto è che l’intero periodo dell’anarchia militare è privo di fonti affidabili e la cronologia degli avvenimenti è molto confusa, quasi a replicare nella storiografia il caos del mondo reale. Gli storici antichi ci hanno tramandato di due battaglie importanti contro i Goti, una da parte di Gallieno (in teoria l’anno prima o lo stesso anno del suo assassinio), l’altra di Claudio. Gli storici antichi vorrebbero che queste fossero due invasioni diverse, ma mi pare strano che i Goti abbiano invaso e saccheggiato il mediterraneo nel 267, siano stati sconfitti da Gallieno per poi ritornare sempre nei Balcani in forze l’anno successivo tanto da richiedere l’intervento di Claudio. Mi pare più probabile che si tratti della stessa, enorme, invasione che richiese più iniziative da parte delle autorità imperiali per essere prima contenuta e poi sconfitta.

Sta di fatto che nel 269 i Goti erano probabilmente ancora liberi di girovagare e saccheggiare i Balcani. Claudio doveva fare qualcosa a riguardo: non si poteva lasciarli tornare impunemente in patria con il bottino e gli schiavi catturati. In più la sua patria, l’illirico, era a rischio. Non appena poté Claudio prese il comando dell’armata d’Italia e la riportò nei Balcani a tutta velocità, seguendo la grande via militare che partendo da Milano passava per Aquileia in Veneto, Sirmio nel nord della Serbia e giù verso i Balcani meridionali, lungo quello che ancora oggi è la via di comunicazione principale della regione. Qui, al centro dei Balcani, c’è la città chiamata Nis, Naissus al tempo dei Romani, in quella che oggi è la Serbia meridionale. Le fonti ci dicono che qui si combatté la grande battaglia tra Goti e Romani, in una località ahimè con un nome molto simile al fiume Nessus della battaglia di Gallieno, poco lontano sia nel tempo che nello spazio. Ergo la confusione. 268 Gallieno a Nessus, 269 Claudio a Naissus? Chiaro? Bè io ci ho provato.   

Ora non sarei diligente se non menzionassi che diversi storici pensano che la battaglia sia una sola, ovviamente attribuendola a volte a Gallieno e a volte a Claudio. Eppure mi pare più logica la narrazione che vi ho esposto, perché considera una consecuzione di azioni giustificabile razionalmente. Ha senso che gli Alemanni abbiano invaso l’impero quando Aureolo portò via le guarnigioni dalla Rezia e ha senso che Aureolo abbia iniziato la sua ribellione fallita quando Gallieno si assentò per combattere i Goti. Ma poi Gallieno, sconfitti parzialmente i Goti, dovette tornare in Italia per affrontare Aureolo ma finì per perdere la testa. Claudio assunse il governo dell’impero e sconfisse gli Alemanni, che erano vicini e avevano invaso l’Italia nel caos del 268, per poi concentrarsi sui Goti, che erano lontani, nel 269.

Qualunque sia la consecutio temporum di questi avvenimenti in questo dannatamente difficile periodo della crisi del terzo secolo siamo abbastanza sicuri che una battaglia si combatté a Nis tra Claudio e i Goti. Da quel che sappiamo i romani affrontarono circa 50 mila guerrieri Goti: i romani erano probabilmente in leggera inferiorità numerica ma sfruttarono al meglio il vantaggio che avevano in disciplina e organizzazione.

“Manus ad Ferrum”

Probabile ritratto di Aureliano

La fanteria ebbe il compito di bloccare il grosso dei Goti mentre un abile comandante di cavalleria conduceva le unità al suo comando a simulare una ritirata e poi una fuga scomposta: la cavalleria e fanteria Gotica abboccarono all’amo e iniziarono a inseguire i Romani. Questi però si riorganizzarono velocemente sotto copertura e sferrarono un micidiale colpo con quella che era diventata la loro arma principale: la cavalleria mobile d’élite di Gallieno. Il comandante della cavalleria fu determinante nel vincere la battaglia: il suo soprannome era “manus ad ferrum”, mano sulla spada. La sua fama era di un uomo duro, inflessibile, brillante. Il suo nome era Lucio Domizio Aureliano. Un altro duro ufficiale illirico di umili natali e l’uomo che porterà in gran parte a termine la politica di Claudio detto il Gotico.

A Naissus i Goti furono massacrati ma un buon numero riuscì a fuggire, inseguiti in modo sistematico dai romani. I Goti cercavano di tornare in patria e si diressero verso i monti Haemus o Balcani, che dividono la Tracia – l’attuale Turchia europea – dalla Moesia Romana – la pianura che si estende dai Balcani al Danubio, il confine dell’impero. Lungo la strada erano tormentati dalla cavalleria romana con attacchi fulminei che gli impedivano inoltre di raccogliere rifornimenti, portandoli sempre di più verso l’inedia e la fame. Ogni notte i Goti si rifugiavano nel laager, come è chiamata oggi una forma di accampamento difensivo realizzato mettendo in un cerchio difensivo i carri da trasporto dell’esercito. 

Scacco matto ai Goti

Una volta giunti sui monti Balcani i Goti furono bloccati e posti sotto assedio dai Romani, che aspettarono che la fame e le malattie facessero il loro corso. Alla fine l’intero immenso esercito, una grossa parte del popolo gotico, fu costretto ad arrendersi: pare che tutti i 50.000 goti, con le loro famiglie, furono sterminati o fatti prigionieri. I Goti procureranno ancora qualche guaio ad Aureliano ma dopo di lui i Romani non ebbero di che preoccuparsi di questo popolo per più di 100 anni, fino agli eventi che narreremo quando ci avvicineremo ad Adrianopoli nel fatidico anno del 378 dopo cristo. Uno dei grandi nemici di Roma era stato messo nella condizione di non nuocere, fu un trionfo fondamentale per la ripresa dell’impero.

Per Claudio, il secondo di questo nome, ci si sarebbe potuto aspettare un trionfo. E Claudio ottenne ovviamente il soprannome di “Gothicus Maximus” dal quale deriva il nome con il quale è stato tramandato alla posterità, Claudio il Gotico. Ovviamente non dobbiamo farci ingannare da questo nome: Claudio era il vincitore dei Goti e non un Goto lui stesso, era invece un imperatore dell’Illirico. Una parte dell’impero – povera e dura – che aveva finora fornito soprattutto carne da macello legionaria a Roma ma che da questo momento in poi sarà la patria di tutti gli imperatori Romani, e questo per un secolo abbondante. Credo che molto di questo sia dovuto anche a questa splendida vittoria che rimosse uno dei due nemici principali dell’impero. Anche se, come penso oramai sappiate, non è questa l’ultima volta che parleremo dei Goti.

Zenobia, la nuova Cleopatra

Quadro ottocentesco che rappresenta Zenobia

Dopo tanti travagli ci si sarebbe potuto aspettare un po’ di riposo per Claudio, ma questi sapeva che il suo lavoro era ancora compiuto a metà, anzi neanche a metà. L’impero delle Gallie e il semi-regno autonomo di Palmira erano ancora lì. Anzi quest’ultimo stava iniziando i preparativi per rompere definitivamente con Roma: Zenobia, la Cleopatra del terzo secolo dopo cristo, aveva deciso: le truppe di Palmira erano pronte a mettersi in marcia, con come obiettivo l’Egitto. L’Egitto, governato come feudo degli imperatori dai tempi di Augusto non era una provincia qualunque dell’impero: era la provincia che sfamava Roma e l’Italia, la fonte di innumerevoli ricchezze. Zenobia aveva deciso di aggiungerla ai suoi domini, credo consapevole che l’annessione avrebbe voluto dire una sola cosa: la guerra contro Roma.

Le cose andarono meglio per Claudio in occidente: nell’impero nelle Gallie, che ricordo controllava Iberia, Gallie e Britannia, il suo fondatore Postumo aveva finalmente commesso un errore in questo secolo di caos militare: un suo generale si era ribellato, Postumo lo aveva sconfitto di fronte alla città legionaria di Mainz, sulla frontiera renana. I soldati chiesero di saccheggiare la città, che aveva supportato l’usurpatore, ma Postumo si rifiutò di fargli saccheggiare una città romana: il fatto che i soldati osassero persino chiederlo dà l’idea di quanto i militari fossero diventati in questo periodo i padroni del governo civile piuttosto che i loro difensori. Per tutto ringraziamento l’abile Postumo, che aveva guidato con abilità l’impero nelle Gallie per otto anni, fu ucciso dalle sue truppe. Spero vi sia evidente il livello di caos a cui si era ridotto l’impero in questo periodo.

Nella confusione della successione a Postumo – eventualmente il governo dell’impero gallico passerà a Vittorino – Claudio riuscì a riacquistare al governo centrale di Roma la valle del Rodano. I magnati della penisola iberica pensarono che fosse questo il momento opportuno per riconciliarsi con Roma e passarono dalla parte di Claudio: solo il nord della Gallia e la Britannia rimanevano indipendentiste.

Un’apocalisse di pochi anni prima: la peste di Cipriano

Con le cose che si mettevano al meglio in occidente la preoccupazione maggiore per Claudio era sicuramente la situazione in Egitto ma Claudio non visse per vederne gli effetti e per pianificare la risposta di Roma alla provocazione della regina di Palmira. Ricordate i Goti intrappolati sui monti Balcani nella moderna Bulgaria? Ricordate come si era diffusa nei loro campi una pestilenza che li aveva costretti alla resa? La stessa pestilenza si era diffusa in tutti gli invasori Goti, dettaglio che mi dice che si trattava di un agente patogeno oramai endemico nell’Impero Romano ma per il quale i Goti non avevano protezione immunitaria. La maggior parte degli storici concorda che si tratti della peste di Cipriano.

La peste prende il nome da Cipriano, un vescovo nordafricano che ci ha tramandato una descrizione degli effetti della piaga a Cartagine. La peste colpì il mondo Romano nel 249 dopo cristo, circa 20 anni prima dell’impero di Claudio. Scrive Ponzio Diacono, il biografo di Cipriano: “In seguito scoppiò una terribile pestilenza, e ogni casa del popolo tremante, in successione, fu invasa da una terribile devastazione, che portava via giorno dopo giorno innumerevoli persone. Tutti tremavano, fuggivano, evitando il contagio, esponendo empiamente i propri amici, come se con l’eliminazione della persona che era sicura di morire di peste, si potesse evitare la morte per sé stessi. Nel frattempo, sopra la città intera, non c’erano più che corpi e cumuli di cadaveri”. Nel punto di massima del contagio a Roma, la tronfia capitale imperiale, morivano 5000 persone al giorno.

I moderni immunologi hanno cercato di capire cosa fosse questa terribile pestilenza: sappiamo con certezza che non si trattava della Peste – ovvero la peste bubbonica – che farà capolino nella narrazione principale tra qualche secolo. I due principali candidati sono il Vaiolo o il Morbillo, due malattie che hanno origine nel periodo classico e per le quali gli uomini del tempo non avevano alcuna difesa, in quanto con tutta probabilità si trattava del primo contagio nella storia. Gli storici tendono a pensare che si trattasse di Vaiolo, che sarebbe stato il responsabile anche dell’altra terribile pestilenza che devastò il mondo romano, ovvero quella Antonina che colpì ai tempi di Marco Aurelio. Queste due pestilenze – forse la stessa – sono tra le principali responsabili della crisi del terzo secolo, come ho raccontato nel primissimo episodio: l’impero si ritrovò con una popolazione decimata – stime dicono che questa scese tra il 20% e il 30% in entrambe le epidemie, con effetti ovviamente cumulati. Questo volle dire meno contadini, meno tasse, meno reclute per l’impero. Oltre ovviamente alla devastazione che portò nelle vite delle famiglie e nell’ordine e nella sicurezza imperiale, con città che discesero nel caos e nella violenza. Molti tracciano l’origine del boom del cristianesimo proprio in questo periodo e proprio a causa delle pestilenze: quando pare che la morte visiti chiunque e sembra che gli dei antichi non possano fare nulla per fermare il contagio forse diventa una prospettiva più allettante un nuovo Dio assoluto, un Dio geloso che vuole essere adorato da solo. 

La morte di Claudio

Nel 270 la piaga di Cipriano sembrava un brutto ricordo per i Romani: la maggior parte di loro aveva acquisito una naturale resistenza al virus una volta sopravvissuti. Ma non i Goti. Loro iniziarono a morire come mosche. L’imperatore è lì, vicino ai contagiati. Poi riceve la notizia che i Vandali hanno invaso la Pannonia: il gioco imperiale di “acchiappa la talpa” non finisce mai, appena un imperatore della crisi del terzo secolo sconfigge un nemico un altro esce da un buco differente.

Claudio decide quindi di accorrere verso la frontiera pannonica ma a Sirmio si ammala dello stesso male dei Goti. La malattia lo porterà via pochi giorni dopo, una delle ultime vittime eccellenti della piaga di Cipriano. Era il 270 dopo cristo e Claudio aveva regnato per appena 1 anno e 4 mesi.

L’importanza di Claudio II, il gotico 

Claudio il Gotico può sembrare una figura secondaria della storia imperiale: un regno breve che non risolse i problemi enormi ereditati da Gallieno. Ma Claudio è una cesura fondamentale della storia romana: non tanto o meglio non solo per il brillante record militare ma perché porto al centro della governance imperiale un gruppo di ufficiali militari fatti di acciaio e dedizione all’idea di Roma e del suo mandato civilizzatore. Gli illirici sono persone che abbiamo imparato a conoscere: Aureliano, Diocleziano, Galerio, Massimiano, Licinio, Costantino, Costanzo, Giuliano tra molti altri. Furono generazioni di imperatori-soldati dell’illirico a tirare fuori l’impero dal buco in cui si era cacciato nel terzo secolo, portandolo ad una nuova vita nel quarto. È la storia affascinate di come il meccanismo di integrazione e romanizzazione dell’Impero funzionasse a meraviglia producendo ogni secolo una nuova generazione di imperatori capaci di portare il fardello dell’impero. All’inizio era stata l’alta aristocrazia repubblicana a governare, con la dinastia Giulio-Claudia. Poi erano arrivati gli italici Flavi, nella seconda metà del primo secolo. in seguito L’impero era finito nelle mani di un gruppo di romani di estrazione iberica, grazie agli Antonini del secondo secolo. Poi era stata la volta degli africani Severi. Ora era arrivato il tempo degli illirici. Un nuovo futuro si era aperto, l’impero aveva sconfitto Alemanni e Goti, l’impero delle Gallie sembrava sul punto di cadere. Tale fu il prestigio di questo sfortunato imperatore, che regnò brevemente ma pose le basi dei futuri successi, che Costantino volle impadronirsi della sua eredità, rendendo allo stesso tempo più nobile e antica la sua casata, probabilmente di origine assai modesta. Costantino metterà in giro la storia che Claudio il Gotico fosse il capostipite della sua famiglia.

 Eppure il lavoro di Claudio, alla sua morte non era terminato. Sarà il successore di Claudio a portare a compimento l’immane compito di riunificazione dell’impero. Sul tema della successione i soldati avevano ben chiaro chi volessero dopo Claudio: Manu ad ferrum. Mano alla spada. Lucio Domizio Aureliano, l’uomo che riporterà l’impero all’unità in appena cinque anni, grazie alla sua implacabile efficienza, granitica determinazione e incrollabile fede nel destino di Roma. Ma questa è un’altra storia.

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Vi è piaciuta la storia di Claudio il Gotico? Perché non ascoltare allora quella del suo successore? Ecco un breve incipit del nuovo episodio, disponibili in anticipo a tutti i sottoscrittori!

Manus ad Ferrum 

Nello scorso episodio “premium” abbiamo visto come Claudio II, detto il “gotico” abbia preso il potere alla morte di Gallieno. Nessuno poteva saperlo ai tempi ma era l’inizio di una lunga serie di imperatori di origine illirica che risolleveranno i destini dell’Impero Romano dopo il caos della crisi del terzo secolo.

Ma la crisi non è terminata: Claudio è morto di una delle ultime manifestazioni della peste di Cipriano, che ha devastato il mondo romano negli anni 40’ del secolo. Claudio ha lasciato il suo lavoro a metà: ha sì inflitto una dura sconfitta ai Goti ma questi non sono ancora del tutto pacificati. Inoltre l’impero resta diviso più che mai, con le province occidentali – la Gallia e la Britannia – che sono ancora governate dagli imperatori nelle Gallie mentre l’oriente è dominato da Zenobia, la regina di Palmyra.

Il successore di Claudio avrà insomma delle belle gatte da pelare. Si trattasse di un altro imperatore mediocre si potrebbe anche pensare ad una permanente divisione dell’impero. Fortunatamente per i Romani quello che sta per salire al trono non è un uomo qualunque, ma uno dei più grandi imperatori che i Romani abbiano mai avuto: un giorno sarà chiamato “restitutor orbis”, il ristoratore dell’ordine mondiale, ordine in cui lo stato romano è al centro e tutto il resto si inchina alla sua potenza. I soldati hanno dato a questo futuro imperatore un soprannome: manus ad ferrum, mano sulla spada. Il suo vero nome è Aureliano.

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