Episodio 29, la vendetta di Didone (433-442) – testo completo

Salute e salve e benvenuti alla storia d’Italia!

Nello scorso episodio l’Impero Romano d’occidente si è avvitato nelle lotte di potere per decidere chi dovesse essere succedere nella posizione che un decennio prima aveva occupato Flavio Costanzo: ovvero del dittatore militare, della vera potenza dietro al trono dell’infante Valentiniano III. Nessuno più oramai ambisce al trono imperiale, anche perché è chiaro che Costantinopoli non permetterebbe mai a nessuno di sedere sull’alto seggio della dinastia al potere. Mentre i Romani erano intenti a litigare tra loro i Vandali sono sbarcati nel cuore economico dell’occidente, l’Africa Romana. In seguito ad una serie di sconfitte i Vandali si sono impadroniti di Ippona e della loro prima importante base africana.

In questo episodio vedremo cosa farà Flavio Ezio, il nuovo generalissimo dell’occidente, per rimettere in riga i tanti popoli che oramai considerano l’Impero Romano come la loro casa. Il suo impegno sarà in gran parte un successo, riportando l’orologio quasi ai giorni di Flavio Costanzo, con una terribile eccezione.

Virgilio, nel libro IV dell’Eneide, narra la struggente storia di Didone, la mitica regina che avrebbe fondato Cartagine. La storia di Didone nell’Eneide è quanto di meglio ci possa offrire Virgilio: Didone incontra Enea nelle sue peregrinazioni nel mediterraneo e se ne innamora follemente, sognando l’unione di Punici e Troiani. Però quando gli Dei ordinano ad Enea di riprendere il mare, per fondare una nuova città in Italia, Didone ha il cuore infranto: alla vista delle vele di Enea che salpa abbandonando Cartagine senza neanche una parola di saluto decide di gettarsi da una rupe e porre fine alla sua tragica vita. Prima di farlo Didone lancia una terribile maledizione: giammai ci sarà pace tra Cartagine e la città che fonderà Enea, Roma.

La profezia si è avverata ma Cartagine è stata sconfitta e, orrore degli orrori per Didone, da secoli nutre e finanzia la potenza di Roma. Ma in questo episodio, Didone avrà la sua vendetta.

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Nel 433 Ezio era il padrone assoluto dell’Impero Romano d’occidente: certo, doveva ancora rispettare formalmente il ruolo di Galla Placidia e di suo figlio Valentiniano III, ma in sostanza era lui a prendere le decisioni. Ezio era un uomo temuto ma anche rispettato dai suoi contemporanei. Uno scrittore della Gallia per esempio lo descrive così:

“Ezio era di altezza media, virile nell’atteggiamento e di corporatura snella. La sua intelligenza era pronta, era pieno d’energia, era un superbo cavaliere, abile con l’arco e instancabile con la lancia. Era un soldato di grandi capacità e versatile nelle arti della pace. Sopportava con grande pazienza le avversità ed era pronto ad ogni difficile impresa, sprezzava il pericolo ed era capace di resistere alla fame, alla sete e al sonno”. Una descrizione quasi da supereroe ma che a mio avviso sottolinea in particolare due caratteristiche del nuovo padrone dell’occidente: l’intelligenza e l’acume unita ad una inusitata, per i tempi, prodezza nelle arti militari, quasi sicuramente derivatagli dagli anni passati presso i Goti e soprattutto presso gli Unni.

Gli amici di Ezio: gli Unni

Area di insediamento degli Unni: notare come la regione di Aquincum sia nel loro dominio. Questa regione fu ceduta da Ezio come ricompensa dei loro servigi

Il primo pensiero di Ezio fu ovviamente di ricompensare i suoi benefattori, quegli Unni che già lo avevano aiutato nelle lotte per il potere nel 425 e nel 433 e che continuavano a fornirgli aiuti militari. Per ottemperare al patto stretto con Rua, Ezio cedette agli Unni la Pannonia e la Valeria, ovvero parte della moderna Ungheria. Ovviamente la cessione di territori romani, anche se devastati e spopolati, era cattiva PR. Quindi Ezio si mise subito al lavoro per minimizzare il danno. Per farlo ricorse anche lui, come il nostro vecchio amico Stilicone, alla penna di un grande poeta. La maggior parte di quanto prodotto dal poeta in questione è andato perduto, ma nel XIX secolo è stato scoperto un manoscritto nel monastero di San Gallo. I monaci avevano utilizzato un vecchio manoscritto per ricopiare degli esercizi in latino, per fortuna i testi originali restavano parzialmente leggibili e un nuovo poeta dell’antica Roma fu disseppellito dall’oblio. Il poeta laureato in questione si chiamava Merobaude, si proprio come il Merobaude che era stato Magister Militum sotto Valentiniano e Graziano. Si tratta con tuta probabilità del nipote del generale franco.

Flavio Merobaude non era infatti un semplice poeta ma anche un generale e uomo politico, una combinazione piuttosto rara: aveva seguito Ezio nelle sue ultime campagne militari, essendone uno dei principali collaboratori militari. Merobaude ricevette persino l’onore di una statua nel Foro di Traiano, la cui base, scoperta nel 1813, reca una iscrizione che loda la combinazione, in lui, delle arti letterarie e di quelle militari. La sua storia è importante perché ricorda come funzionasse un tempo a meraviglia la macchina dell’integrazione dei barbari: Roma era stata un tempo sempre capace di prendere un barbaro e di farne un romano, come Merobaude, il cui nonno era stato un re Franco mentre il nipote era un romano come tutti gli altri, anzi un romano che scriveva in latino altrettanto bene di qualunque poeta vivente nato e cresciuto in Italia.

La Pannonia romana durante il tardo impero, divisa in quattro province: Pannonia prima (Austria e Ungheria occidentale: Vindobona è Vienna), Pannonia Valeria (Ungheria lungo il corso del Danubio: Aquincum è Budapest), Pannonia Savia e Pannonia secunda.

Merobaude si mise al lavoro per illustrare con un panegirico l’operato di Ezio, giustificando la cessione della Pannonia presso l’opinione pubblica dei grandi senatori Romani. Per farlo ovviamente ricorre alla propaganda: «Ezio ha riportato la pace sul Danubio e ora ordina che quelle terre, che ancora bruciano nell’aria nera di fuliggine, siano ora libere dalla guerra. Il Caucaso e i suoi selvaggi re rinunciano a battersi”. Insomma, per Merobaude Ezio non ha venduto un pezzo dell’impero ai selvaggi Unni, ma ha riportato la pace sul Danubio e ha ingaggiato la loro forza militare al servizio di Roma. Come al solito la propaganda imperiale Romana assomiglia alla Pravda dell’Unione Sovietica.

In cambio delle terre, gli Unni si affiancarono ad Ezio per ridurre in poltiglia i nemici dello Shogun di Ravenna: i vari gruppi barbarici che si erano insediati a cavallo della vecchia frontiera renana, probabilmente Burgundi, Franchi e Alemanni, furono battuti e si sottomisero di nuovo a Roma. Dice Merobaude: “il Reno ha firmato dei patti che asserviranno quel freddo mondo a Roma e, contento di essere guidato da redini occidentali, il Reno si rallegrò che il dominio del Tevere si fosse esteso su entrambe le sue sponde”. Tradotto: i popoli che vivono a cavallo dell’antica frontiera Renana si sono sottomessi a Roma.

Appeasement dei Vandali

Ezio si era potuto dedicare alla Gallia perché le sue spalle erano protette in Africa. Qui, con il supporto di Costantinopoli, continuava la guerra contro Genseric: il generale orientale Aspar riuscì probabilmente a mietere qualche successo perché nel febbraio del 435 fu firmato un accordo tra le autorità imperiali e il Re dei Vandali, il primo accordo firmato con questi barbari dai tempi del loro ingresso illegale nell’impero nel 406. L’accordo ricalcava quello stretto con i Visigoti: ai Vandali veniva concessa una patria in Mauritania e Numidia, con capitale Ippona. I Vandali si dichiaravano sudditi dell’impero e foederati, riconoscendo l’autorità di Ravenna sul cuore dell’Africa Romana, inclusa la metropoli di Cartagine. Genseric aveva raggiunto il suo obiettivo principale: i Vandali avevano trovato una posizione permanente nell’impero. Anche l’impero aveva raggiunto il suo obiettivo principale, come in ogni buona trattativa: l’impero aveva mantenuto il controllo sul grano africano e sulla maggior parte dell’oro africano. Ci si sarebbe potuto aspettare che tutti sarebbero rimasti felici e contenti. Invece l’accordo resse solo per pochi anni.

Diocesi dell’Africa, divisa in Africa Proconsolare (attorno a Cartagine), Byzacena (Tunisia centrale), Numidia (Tunisia occidentale/Algeria orientale), tripolitania (Libia) e le due Mauretanie (Algeria). Ippona, nella parte occidentale dell’Africa Proconsolare, sarà la prima capitale africana dei Vandali.

Il ritorno dell’Impero in Gallia

La pace in Africa permise ad Ezio di concentrare le ridotte risorse imperiali per continuare la sua opera di rafforzamento dell’autorità imperiale in Gallia, uno dei due polmoni politici dell’impero. In Gallia Ezio continuava a passare come un rullo compressore sui Germani, per convincere ogni popolo che oramai abitava all’interno dell’impero a piegarsi al volere di Ravenna. Nel 435 Ezio sconfisse i Bagaudi secessionisti dell’Armorica, la moderna Bretagna: i Bagaudi dell’Armorica si arrenderanno nel 437 a Litorio, generale di Ezio. Nel 436 Ezio tornò a dedicarsi ai Burgundi, il cui re Gundahar era sempre a disagio sotto il giogo romano, lui che un tempo aveva fatto il bello e il cattivo tempo in Gallia: forse lo avete dimenticato, ma Gundahar aveva persino tentato di elevare a imperatore un suo candidato, negli anni confusi che seguirono il sacco di Roma.

Da allora era stato riportato a più miti consigli prima da Flavio Costanzo e poi da Ezio. Nel 433 era stato sconfitto da quest’ultimo ma ultimamente era tornato a razziare la Gallia Belgica dalla sua base a Worms, una delle antiche città legionarie sul Reno. Per far fronte a Gundahar, Ezio strinse un accordo con i suoi sempre fidati Unni, dicendogli che c’era un genocidio da compiere, una di quelle cose nelle quali i nostri Borg erano specialisti e per le quali non si facevano alcuna remora morale, come invece sospetto fosse oramai il caso di quello che restava dell’esercito Romano.

Episodio della saga dei Nibelunghi, ispirata dalla caduta del regno dei Burgundi di Gunther (Gundahar) per mano di Etzel (Attila).

L’armata Romano-Unnica arrivò a Worms e dintorni e sconfisse i Burgundi. Gli Unni si sparpagliarono nelle campagne, utilizzando i loro micidiali archi a cavallo e uccidendo sistematicamente ogni Burgundo che trovavano a portata di arco. Il loro re, Gundahar, morì probabilmente nel sacco di Worms ma il suo nome vive in eterno nella saga inspirata alla sua vicenda storica: Gunther del ciclo dei Nibelunghi non è altri che Gundahar e la storia tragica di Sigfrido, Brunilde e del tesoro dei Nibelunghi fa da sfondo al dramma storico della distruzione del regno Burgundo per mano degli Unni assoldati dai Romani. Qualche anno dopo I Burgundi che sopravvissero al massacro furono portati da Ezio nella regione dell’alto Rodano: lì fonderanno un nuovo regno Burgundo che nel tempo darà il nome ad una delle più importanti regioni della Francia, oltre che ad alcuni dei vini migliori al mondo: la Borgogna, la terra dei Burgundi.

Il nuovo regno dei Burgundi deportati da Ezio dopo la sconfitta: in verde scuro la loro area di insediamento originale, attorno al lago di Ginevra. In verde chiaro la loro massima espansione territoriale sotto Gundobad. Il regno sarà distrutto nel 534 dai Franchi ma il nome rimarrà nella regione della “Borgogna”.

Quando il gatto è via i topi ballano

Approfittando della guerra che Ezio aveva condotto contro i Burgundi si era però ribellato il più importante Re e la più importante potenza militare della Gallia: i Visigoti di Theoderic avevano deciso che era arrivato il tempo di conquistarsi uno sbocco sul mediterraneo. Dalla loro base a Tolosa mossero contro Narbonne, la città Romana che dava il nome alla provincia Narbonensis e che era una delle principali città della Gallia mediterranea. Nel corso del 436 la cinsero d’assedio, cercando di ottenere la resa per fame della strategicamente importante città. Per sfortuna per loro i discendenti di Fritigern e Alaric non sembra che fossero diventati più abili negli assedi dei loro antenati e i Romani riuscirono a portare aiuto alla città assediata, costringendo i Goti a ritirarsi.

Ezio a questo punto concentrò tutte le sue risorse disponibili nel riportare all’ubbidienza la principale nazione germanica all’interno dell’Impero: i Visigoti. Sappiamo pochissimo della campagna, salvo che nel 438 Ezio inflisse una dura sconfitta ai Visigoti.  Come sempre al fianco delle truppe regolari Romane, Ezio utilizzò la sua arma segreta: la formidabile cavalleria Unna. Alcuni nella gerarchia cristiana consideravano oltraggioso adoperare i pagani Unni contro i cristiani Visigoti. Secondo il vescovo Salviano, che scrive con un evidente senno del poi, i Romani avrebbero perso la protezione di Dio, perché «avevano avuto la presunzione di riporre la loro speranza nei pagani Unni, invece che in Dio».

Nel frattempo, sembra che la situazione subì un leggero miglioramento anche in Spagna, dove, con la partenza dei Vandali per l’Africa, erano rimasti solo gli Svevi in Galizia a contendere la penisola ai Romani. Gli Svevi avevano provato ad annettersi l’intera penisola, ma Ezio aveva reagito con la solita efficienza. Lo testimonia un altro panegirico di Merobaude, che asserisce che in Spagna, dove prima «più niente era sotto controllo, Ezio, il guerriero vendicatore, ha riaperto la strada un tempo bloccata e ha cacciato il predatore, riconquistando le vie di comunicazione interrotte. La popolazione è potuta ritornare nelle città abbandonate.». Come al solito dobbiamo interpretare la propaganda imperiale: Ezio intervenne sì in Spagna con il suo esercito, ma più per dimostrare la potenza residua di Ravenna che per muovere guerra agli Svevi. Questi si accontentarono di tornare nella loro Galizia, dove fu raggiunto un accordo di coabitazione con i proprietari terrieri Romani, nonostante le pressioni esercitate da alcuni ispano-romani che avrebbero preferito un intervento militare. Ezio non intendeva però perdere preziose risorse e soldati nella riconquista di una provincia poco prospera come la Galizia e si limitò a ripristinare il dominio romano sul resto della Spagna, che ricominciò di nuovo a far affluire entrate fiscali nelle casse dello Stato a Ravenna.

Mentre era impegnato in Spagna, Ezio aveva lasciato la conduzione della guerra contro i Visigoti al suo fedele generale Litorio. Ezio ne aveva avuto abbastanza dell’insolenza con la quale i Visigoti si ribellavano ad ogni momento di difficoltà per Roma, pertanto arrivò al punto di concepire la distruzione della tribù Visigotica per mano degli Unni, come aveva fatto con i Burgundi. Il suo generale Litorio fu inviato a Tolosa ma questa battaglia non fu una replica della saga dei Nibelunghi. Litorio fu sconfitto, catturato e giustiziato da Theoderic I. Ezio si stava preparando ad una nuova spedizione in Aquitania per vendicare il suo generale quando fu costretto a firmare una frettolosa pace con Theoderic e i Visigoti, che ebbero confermato il loro status precedente e il dominio sull’Aquitania: l’intera guerra era stata solo una perdita di tempo e di risorse per entrambi, risorse che avrebbero potuto essere spese altrimenti. Era il 439.

Una nuova realtà per Roma

Nonostante quello di cui parleremo tra poco, ovvero il motivo per il quale Ezio fu costretto a firmare una frettolosa pace con i Visigoti, non si può non notare il successo che ebbe Ezio nel riportare ordine nell’occidente Romano: in 6 anni aveva posto fine alla guerra in Africa, firmando la pace con Genseric, aveva riconquistato il grosso della Gallia e della penisola iberica, aveva sottomesso Franchi, Alani e Alemanni, aveva annientato i Burgundi e dato materiale mitologico per le saghe germaniche, aveva riportato i Visigoti dentro la loro gabbia dell’Aquitania e firmato il primo patto di sempre tra Roma e Svevi di Galizia. Ci era riuscito grazie a due formidabili aiuti esterni che aveva ottenuto grazie alle sue capacità diplomatiche. Ezio aveva mantenuto Valentiniano III sul trono e continuava a rispettare il ruolo di Augusta di Galla Placidia: non assumendo il trono per sé era riuscito a mantenere ottime relazioni con l’oriente, a differenza di Flavio Costanzo e di Stilicone. Queste relazioni erano risultate decisive per la guerra in Africa: Costantinopoli aveva inviato aiuti in Nordafrica per mettere sotto controllo i Vandali. L’alleanza con Costantinopoli era stata cementata dallo splendido matrimonio imperiale tra Valentiniano III e Licinia Eudossia, figlia di Teodosio II, che venne celebrato a Nuova Roma nel 437. Questo matrimonio era il coronamento di una alleanza matrimoniale che era stata stretta nel lontano 421 da Galla Placidia e Aelia Pulcheria, le formidabili auguste dell’impero, come condizione per mettere Valentiniano III sul trono occidentale con le armi dell’oriente.

La seconda potenza alla quale Ezio doveva i suoi successi erano ovviamente gli Unni, e qui Ezio aveva un vantaggio fondamentale che è sempre utile ricordare: Ezio aveva vissuto presso gli Unni per anni, li conosceva bene e loro sapevano di potersi fidare di Ezio. La sua personale esperienza con gli Unni gli aveva permesso di comprendere anche a livello empatico i formidabili cavalieri nomadi, permettendogli di stringere un accordo di acciaio con la loro leadership. Ezio aveva utilizzato la potenza militare Unna per sottomettere i riottosi Germani che vivevano dentro l’impero, riportando una parvenza di ordine in un Impero che sembrava sempre di più una sorta di coalizione di popoli germanici armati e di una potente classe di proprietari terrieri romani entrambi sotto l’ombrello della sempre più teorica autorità imperiale Romana.  

La vendetta di Didone

In arancione: l’area conquistata da Genseric nel 439. Le frecce rosse ricostruiscono l’epopea della grande migrazione dei Vandali verso l’Africa del nord

Nonostante tutti questi successi innegabili nel 439 la fortuna di Ezio finalmente incontrò un nemico più forte della sua buona stella: Genseric. Per quattro anni Genseric era rimasto confinato nel suo piccolo dominio in Numidia, ora non poteva non notare come l’autorità imperiale fosse costantemente impegnata in Europa e si curasse sempre meno dell’Africa. È probabile che il grosso delle truppe comitatensi fosse stato spostato in Gallia nelle interminabili guerre che Ezio aveva condotto in quel quadrante e comunque le guarnigioni africane non è che avessero dimostrato di essere irresistibili: sono l’intervento di Costantinopoli aveva fermato Genseric nel 435. Questa volta nessuno riuscirà a fermarlo e il Re dei Vandali e degli Alani, dopo aver annientato le guarnigioni africane, arrivò sotto le mura di Cartagine con tanta velocità che riuscì a prendere la città di Didone senza neanche un assedio. Così, senza neanche combattere, cadde la seconda dell’impero, la chiave del dominio mediterraneo di Roma e la fonte di quello che rimaneva del suo reddito fiscale. E fu subito crisi.

Va detto che Genseric da subito adottò una politica molto intelligente verso i nordafricani, sfruttando l’indubbio risentimento che covava verso l’amministrazione di Ravenna. Genseric disse sostanzialmente ai suoi nuovi soggetti che era intenzionato a fondare un nuovo Regno, che avrebbe avuto come capitale Cartagine. Non avrebbero più dovuto inviare il ricavato del loro sudore per finanziare l’autorità evanescente di Ravenna che aveva sempre evitato di investire nella loro sicurezza: dove era Ravenna quando i suoi Vandali erano arrivati in Africa? Erano o no consapevoli che era con le loro tasse, con il loro sudore, che Ravenna finanziava le guerre in cui loro non avevano alcun interesse? In sostanza Genseric fece capire agli Africani che Ravenna non li aveva protetti, le armi Vandale lo avrebbero fatto. E come pagamento dei loro servigi i Vandali chiedevano solamente di avere gli introiti e la proprietà delle terre imperiali e dei latifondisti italiani, entrambi proprietari assenteisti e lontani. E si, anche qualche plutocrate locale ebbe le sue terre confiscate, ma non è che la sfortuna di una manciata di latifondisti muovesse a chissà quale compassione i locali.

Le terre confiscate da Genseric come ricompensa per i suoi sudditi Vandali erano concentrate attorno a Cartagine, mentre i piccoli e grandi proprietari terrieri del resto del regno ebbero i loro diritti alla terra confermati: va da sé che a lavorare i campi sarebbero stati sempre i miseri coloni semiliberi che li lavoravano un tempo, per loro nulla cambiava. Solo, in alcuni casi, il nome del loro padrone.  Genseric si ingraziò le leadership locali riducendogli il peso fiscale, migliorandone la sicurezza e inviando la bolletta a Ravenna e agli italiani: i grandi senatori italici ebbero all’improvviso il loro reddito devastato e le autorità imperiali non poterono più contare su quel fantastico residuo fiscale nordafricano che finanziava la macchina statale. Se volete sapere quale fu l’anno in cui l’Impero Romano d’occidente divenne irrimediabilmente ingestibile e instabile, bè questo è il 439

Cartagine romana

La crisi del ’39

La risposta di Ravenna da il senso del panico: nel 440 una serie di leggi furono emanate dalla corte per far fronte alla crisi. Il 3 marzo i mercanti dell’impero d’oriente ottennero una licenza speciale per rifornire Roma, Ezio voleva garantire che la popolazione non morisse di fame mentre si imbastiva la spedizione per riconquistare l’africa. Il 20 marzo una legge richiamava le reclute ad arruolarsi minacciando le più severe punizioni a chi avesse nascosto un disertore. Una terza legge, il 24 giugno, autorizzava la popolazione civile a portare le armi in pubblico: cito “non è del tutto certo, date le opportunità offerte alla navigazione dall’estate, su quali coste potrebbero approdare le navi nemiche”.

Eh sì, perché la paura più grande di Ezio era un assalto all’Italia via mare: prendendo Cartagine infatti i Vandali non si erano impadroniti solamente del grano che sfamava l’Italia e del reddito necessario a finanziare gli esercito dell’occidente. Si erano impadroniti di una grande flotta e di una città con cantieri capaci di sfornarne una ancora più grande e in breve tempo. Per la prima volta dalla fine della prima guerra Punica nel 241 avanti cristo, quasi 700 anni prima, Roma non era padrona del mediterraneo: il Mare Nostrum non era più un lago Romano. L’ironia della sorte era che questo avveniva per mano proprio della città che era stata sconfitta 700 anni prima: Didone sarebbe stata fiera di Genseric.

Genseric non deluse Ezio e una serie di attacchi colpì l’Italia, in particolare la Sicilia dove la città di Palermo fu posta sotto assedio. L’ora era buia ma Ezio non dormiva. Durante l’inverno i suoi ambasciatori si erano recati nell’unico posto che aveva le risorse e la flotta per combattere i Vandali: Nuova Roma. Alla corte di Teodosio II era stato fatto presente che i Vandali a Cartagine ponevano un rischio enorme alla stabilità dell’intero mondo mediterraneo: se avessero trasformato Cartagine in un covo di pirati la navigazione e i commerci ne avrebbero risentito in modo terminale. Inoltre poteva assicurare Costantinopoli la sicurezza dell’Egitto con i Vandali a Cartagine? L’Egitto era la fonte del grano e delle rendite per l’oriente quanto il Maghreb lo era stato per l’occidente e Costantinopoli non poteva permettere che alcun rischio venisse alla sua gallina dalle uova d’oro. L’alleanza fu stretta e le corti riunite dell’Impero si decisero ad una colossale spedizione verso l’Africa, una spedizione che avrebbe distrutto il nuovo regno Vandalo.

Riprendere Cartagine

Circo di Cartagine

L’invincibile armata iniziò a radunarsi in Sicilia nel tardo 440 e ne abbiamo eco nella legge succitata del giugno 440. La legge che aveva promesso agli Inglesi lacrime e sangue, sapendo che un giorno la potenza del nuovo mondo sarebbe venuta in soccorso del vecchio…ah no, scusate, quello era Churchill. No Ezio fece scrivere che oltre i mesi di sofferenza che avevano di fronte c’era l’alba di una speranza. Nella legge è infatti scritto: “l’esercito dell’invincibilissimo imperatore Teodosio arriverà presto e l’eccellentissimo patrizio Ezio sarà qui ad attenderlo con un grande esercito”.

L’invincibile armata orientale era composta da 1100 navi e probabilmente almeno 40-50 mila uomini comandati da ben cinque Magister Militum, sostanzialmente l’intero alto comando orientale. Per mettere su la spedizione l’intera frontiera Danubiana era stata sguarnita e Costantinopoli aveva messo su un immenso sforzo economico e logistico per trasportare tutti questi uomini, e i rifornimenti necessari a sfamarli, verso la Sicilia. Tutto era pronto per il grande salto verso l’Africa.

Eppure nel 441 non ci fu nessuna grande battaglia navale, nessuno sbarco in Africa e Genseric mantenne il suo trono: anzi, nel 442 l’impero d’occidente fu costretto a firmare una umiliante pace con il Re dei Vandali e degli Alani. Genseric era riconosciuto Re socio e amico di Roma e il suo dominio sul cuore del Nordafrica veniva confermato, inclusa la città di Cartagine. A Roma tornavano la Mauritania e la Numidia, comunque di minor valore. Genseric si impegnava a continuare ad inviare spedizioni di grano in Italia, anche se avrebbe potuto tagliare in qualunque momento le spedizioni, da questo momento Genseric poteva dire di avere una spada puntata alla gola di Roma. Ovviamente Ravenna poteva scordarsi invece il flusso costante di cassa, in forma di tasse, che Cartagine un tempo aveva versato all’impero. Ciliegina sulla torta: l’erede di Genseric – Huneric – sarebbe venuto a Roma in qualità di ostaggio ma con la promessa di matrimonio con una delle figlie di Valentiniano III, inserendo quindi la casa di Genseric nella successione al trono imperiale, qualcosa che era stata anatema solo pochi anni prima, ai tempi di Galla Placidia e Athaulf.

L’Impero al verde

Qualcosa era avvenuto che spiegava l’accettazione di un accordo talmente umiliante per Ravenna. Qualcosa di terribile, qualcosa di talmente devastante che l’intera spedizione in Sicilia fu richiamata frettolosamente in oriente. Non preoccupatevi, ve ne parlerò prima della fine dell’episodio, ma non subito. Ora concentriamoci sulle conseguenze del disastro africano.

Ovviamente Merobaude, la pravda imperiale, si mise subito all’opera per indorare la pillola amara dell’accordo con Genseric con il miele dei suoi versi di generale-poeta. Dice nel suo ultimo panegirico ad Ezio “l’occupante della Libia ha osato rovesciare con le braccia cariche di un destino eccessivo la sede del regno di Didone, riempiendo la cittadella cartaginese di nordiche orde. Ma da allora egli ha dismesso il manto del nemico e ha bramato vincolare saldamente l’accordo con Roma con un patto personale, tramite l’unione del suo rampollo e della principessa dei Romani in una promessa matrimoniale. Così il nostro generale Ezio riporta il barbaro al pacifico riconoscimento della toga e ordina al seggio consolare, oramai in pace, di deporre le trombe di guerra”.

In sostanza la propaganda imperiale ci tiene a sottolineare che Genseric si è sottomesso a Roma e ha scelto la pace. Roma avrà pure ceduto un pezzo fondamentale del suo impero ed è stata costretta a sposare una delle sue principesse al Re barbaro ma – ehi – Roma ha trionfato. Ci vuole una bella faccia tosta ma i regimi autoritari di ogni tempo non hanno il senso del ridicolo. Il fatto è che come sempre l’ideologia imperiale sosteneva che l’impero e l’imperatore erano sotto la protezione divina, Dio aveva voluto il destino imperiale di Roma: sostenere che Roma avesse perso era come negare l’esistenza di Dio o la sua incapacità di proteggere il suo imperatore, era in sostanza eresia.

Nonostante la propaganda di Merobaude, il trattato con Genseric fu sicuramente un disastro finanziario per le già provate casse imperiali: con il trattato del 442 buona parte del reddito proveniente dal Nordafrica andò definitivamente perduto mentre quel che rimaneva dell’Africa, devastata dalla guerra, ebbe una riduzione delle tasse dell’80%. Una serie di leggi seguente al 443 dimostra quanto la situazione finanziaria fosse grave: furono annullate tutte le esenzioni e riduzioni fiscali che erano state accordate agli uomini più potenti di Roma e soprattutto alla chiesa, le terre imperiali subaffittate ai senatori più ricchi di Roma dovettero pagare le tasse come tutti gli altri, furono aboliti anche altri privilegi della classe dominante, come l’esenzione dalle tasse di scopo volte alla costruzione e manutenzione delle strade, la manifattura delle armi, la riparazione delle mura e al mantenimento di tutte le opere pubbliche necessarie alla vita delle città romane. La cosa scandalosa, con occhi moderni, è che i ricchi prima di allora fossero esenti da queste tasse: la tassazione romana era una sorta di sistema fiscale progressivo rovesciato, dove i più ricchi e potenti pagavano meno tasse delle classi medie e povere e anche tra i ricchi le tasse variavano a seconda del peso politico della persona in questione. Ma non mi stancherò mai di ricordare di come iniqua fosse la distribuzione della ricchezza e del potere nello stato romano.

Cosciente che ci fosse la possibilità di girare la frittata, la corte di Valentiniano giustificò questi provvedimenti come una correzione delle iniquità passate: “Gli imperatori delle età precedenti hanno concesso tali privilegi a persone di illustre rango nell’opulenza di un’era di abbondanza, senza che ciò comportasse il disastro per gli altri. Nelle presenti difficoltà, invece, tale pratica diventa non solo ingiusta ma anche insostenibile”

Certo, qualche anima pia si sarà consolata nel notare una maggiore equità del sistema fiscale ma va notato che il sistema imperiale si basava su un semplice scambio di favori: i grandi proprietari terrieri pagavano le loro tasse – con vari sconticini – e in cambio ricevevano la sicurezza necessaria a investire nelle proprie terre, facendole fruttare il più possibile e contribuendo al benessere dell’impero. Ora l’equazione era sempre più sfavorevole: il peso fiscale aumentava ogni giorno e la sicurezza, tra Goti, Vandali, Burgundi, Franchi, Alemanni e Svevi in giro per l’impero, diminuiva. Le armi imperiali erano sempre meno in grado di garantire la sicurezza, in particolare nelle regioni periferiche dell’impero, meno fortunate dell’Italia che ancora poteva dirsi relativamente sicura e protetta grazie al suo grande esercito d’Italia. Per i possidenti italiani l’equazione aveva ancora senso, ma lontano, nelle province, alcuni possidenti iniziarono a pensare che forse fare causa con i Bagaudi o con i Germani non fosse una idea così cattiva. Per questi proprietari terrieri poteva sembrare una scelta sempre più allettante quella di liberarsi degli esattori imperiali facendo proteggere le proprie terre da armate meno costose, composte da Germani o da paesani armati. E così sarà, sempre più spesso, nei prossimi decenni. Il mondo Romano, che fino ad allora era stato unito attorno al mediterraneo, si avviava verso la frammentazione politica.

La sicurezza era in caduta libera anche perché Ravenna non poteva più permettersi perfino il ridotto esercito di Flavio Costanzo. Peter Heather ha provato a calcolare l’impatto della perdita del Nordafrica, partendo dai pochi dati che possediamo sulla Mauritania e la Numidia, il cui reddito diminuì di circa 106.000 solidi all’anno, quanto bastava per armare, nutrire e pagare circa 18 mila fanti e 10 mila cavalieri. Ma la perdita peggiore fu quella dell’africa proconsolare, certamente più ricca e le cui tasse non si ridussero ma furono completamente perse al fisco Ravennate. Nel complesso lo storico calcola che la perdita fiscale fu pari alla riduzione di 40 mila fanti e 20 mila cavalieri: sicuramente una parte del buco fu rattoppata dalle nuove tasse, ma non tutto. Nel complesso si tratta di una riduzione importantissima del potenziale militare dell’impero d’occidente che, al 420, aveva circa 130 mila uomini al suo servizio. Una riduzione di quasi il 50% che sicuramente non fu immediata ma che ci fu: purtroppo non sappiamo quali unità furono sciolte ma l’esercito che si ritroverà Ezio negli anni a venire sarà una pallida immagine del grande esercito imperiale che aveva tenuto a bada le innumerevoli nazioni barbare insediatesi nell’impero.

La minaccia fantasma

È quindi tempo di tornare al perché di questo disastro: perché l’impero d’oriente richiamò la missione in Africa? Perché Ezio fu costretto ad un tale devastante accordo per l’economia e la sicurezza dell’impero? La ragione è che Costantinopoli all’improvviso aveva avuto un problema molto più pratico e pressante di assicurarsi che i Vandali non rovinassero i traffici del mediterraneo. Un problema esistenziale.

Per più di venti anni gli Unni erano stati l’asso nella manica di Ezio e dell’impero d’occidente: l’alleanza tra Ezio e Rua era talmente salda che nessun nemico di Ravenna aveva potuto dormire sonni tranquilli. Ma Rua, in un anno imprecisato a fine decennio, morì, lasciando il regno ai suoi nipoti, Bleda e Attila.

Questi non erano cresciuti in un mondo in cui l’Impero Romano era la superpotenza regionale, ma in un mondo in cui erano gli Unni a fare da martello militare di Roma. Per anni gli Unni si erano accontentati di sedere al confine dei due grandi imperi Romani, venendo pagati a turno da entrambi per combattere o anche solo per non razziare l’Impero. Era uno stato di cose che agli Unni era andato bene per decenni ma i due fratelli avevano deciso che era arrivato il momento di svolgere un ruolo più attivo nella politica Romana. Nel prossimo episodio cercheremo di descrivere più a fondo la cultura e la storia del popolo Unno, per quello che siamo riusciti a capire. Vedremo come l’attacco improvviso dei Borg della tarda antichità espose la debolezza della frontiera danubiana e pose un rischio esistenziale per l’Impero d’oriente, convincendoli a richiamare la spedizione verso l’Africa. Perché è arrivato il giorno in cui il mondo romano imparerà a tremare alla sola menzione di questa frase: gli Unni stanno arrivando.

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