Episodio 27, l’estate di San Martino (418-425) – testo completo

Salute e salve e benvenuti alla Storia d’Italia!

Nello scorso episodio abbiamo visto come l’attività energica di Flavio Costanzo abbia ricomposto un Impero d’occidente che pareva destinato al cestino della storia. Con energia e una buona dose di spregiudicatezza Flavio Costanzo ha sconfitto gli usurpatori del governo imperiale, ha costretto i Visigoti alla resa e poi ha utilizzato le armi gotiche per ridurre in poltiglia una parte degli invasori barbari del 406. Proprio quei Germani che con il loro attraversamento del Reno nel 31 dicembre del 406 avevano messo in moto la crisi dell’Impero occidentale.

In questo episodio vedremo come l’Impero continuerà nella sua apparente ripresa ma cercheremo anche di andare a fondo sui cambiamenti imposti dal terribile decennio che va dal 406 al 416, un decennio nel quale l’autorità di Ravenna si era a volte ristretta ad una tenue presa sull’Italia e il Nordafrica.

Ai contemporanei questi anni sembrarono una nuova primavera: quello che non sapevano è che era solo una estate di San Martino, il caldo periodo autunnale che precede l’arrivo dell’inverno. Come recita la celebre poesia di Pascoli, “Novembre”:

Gemmea l’aria, il sole così chiaro

che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,

e del prunalbo l’odorino amaro senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante

di nere trame segnano il sereno,

e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,

odi lontano, da giardini ed orti,

di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

De reditu suo

Spezzone del film “De reditu suo”, Rutilio parte per la Gallia, considerazioni sulla decadenza dell’Impero

Nel 418 un poeta torna alla sua patria, si tratta di Rutilio Namaziano, un importante nobile gallico che dopo anni a Roma torna nella sua devastata Gallia: il suo obiettivo è rimboccarsi le maniche per ricostruire la sua patria. Il suo poema “il ritorno” è un documento eccezionale sul quinto secolo. Alla partenza il poeta declama una lunga ode a Roma, in quelle che forse sono le più belle parole mai dedicatele:

O Roma, nessuno, finché vive, potrà dimenticarti […] Hai riunito popoli diversi in una sola patria; la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi; offrendo ai vinti il retaggio della tua civiltà, di tutto il mondo diviso hai fatto un’unica città.

Rutilio tornava in Gallia perché Costanzo, dopo le vittorie degli ultimi anni, aveva deciso che era arrivato il momento di rimettere in piedi la macchina statale tanto provata dalla buriana appena passata.

Nel 418 fu riconvocato il concilio delle sette province galliche, un’assemblea annuale dei magnati delle Gallie che si sarebbe tenuta ogni anno ad Arles, la nuova capitale della Gallia che aveva sostituito Trier, troppo esposta alla frontiera germanica, un po’ come Ravenna aveva sostituito Milano. Questa assemblea, anche se nessuno la chiamerà in questo modo, era una sorta di Senato delle Gallie, come il Senato di Roma era oramai divenuta l’assemblea dei potenti dell’Italia. Ed è così che lo chiamerò io, per semplicità. La sua costituzione era un modo di riconquistarsi il favore delle Gallie che, come abbiamo visto, avevano avuto molto da ridire sul comportamento di Ravenna durante la crisi: occorreva riallacciare i rapporti con quest’area fondamentale per l’impero e si può dire che da questo momento in poi l’Impero d’occidente sarà un condominio tra l’aristocrazia terriera italiana e quella gallo-romana. Come vedremo, le due non andranno sempre d’amore e d’accordo.

Il probabile argomento principale della prima sessione del Senato Gallico fu la sistemazione dei Visigoti in Aquitania: occorreva decidere la modalità con la quale questa sarebbe avvenuta. Purtroppo non sappiamo esattamente come avvenne e gli storici litigano da secoli su questo punto: fino all’Ottocento si pensava addirittura che i Goti avessero conquistato l’Aquitania, manu militari. È invece oramai largamente dimostrato che i Goti si installarono in Aquitania con l’autorizzazione e gli auspici del governo di Ravenna e di Arles. Quello sul quale gli storici litigano è la modalità.

Alcuni storici sostengono che vi fu una vera e propria espropriazione delle terre dei latifondisti romani: due terzi delle terre sarebbero andate ai Goti, probabilmente in gran parte le terre pubbliche e di proprietà imperiale ma anche terre dell’élite senatoriale: la base legale di questa violenta occupazione sarebbe stata la legge della hospitalitas. Per hospitalitas si intende un istituto giuridico del tardo impero, per cui, nel caso i soldati non avessero un luogo dove alloggiare, i cittadini erano tenuti ad ospitarli in casa loro, cedendo loro un terzo della loro casa. Questa legge sarebbe stata estesa fino a comprendere intere proprietà, anche se è evidente che l’hospitalitas fosse uno strumento giuridico per l’alloggio di unità militari all’interno delle città e non per dividere campi coltivati.

Altri storici, tra i quali Wolfram, sostengono che l’hospitalitas non va intesa letteralmente. I Romani non sarebbero stati affatto espropriati delle loro terre. Ai Goti sarebbero semplicemente andati i due terzi delle entrate fiscali dell’Aquitania, un terzo per finanziare l’esercito Gotico e un terzo per finanziare le nuove strutture politiche del regno di Tolosa. L’ultimo terzo sarebbe rimasto all’amministrazione civile romana per gestire le spese correnti delle città. Ho letto e riletto varie opinioni a favore e contro questa tesi e mi sono convinto che si tratti di quella più vicina alla realtà.  Questi introiti fiscali – la parte Gotica – erano esenti dalle tasse, eppure sappiamo che I Goti con il tempo finirono anche per acquisire delle proprietà terriere e su queste pagavano le tasse regolarmente. Inoltre non abbiamo alcun segno che i Goti fossero pagati dal fisco, questo di nuovo perché il fisco Romano aveva sostanzialmente ceduto le sue entrate dell’Aquitania per finanziare l’esercito dei Goti, in cambio dei loro servigi militari. I proprietari terrieri avevano sempre pagato la maggior parte delle loro tasse per finanziare l’esercito romano: la nuova situazione non deve essergli parsa molto diversa, con la differenza che i Goti erano degli esattori peggiori e meno determinati, cosa che rese il regno di Tolosa una specie di paradiso fiscale nell’opprimente quinto secolo romano.

La devastazione dell’Italia

Il gettito fiscale dell’impero non era stato ridotto solo dalla cessione dell’Aquitania. L’intera Gallia, la Spagna e l’Italia avevano sofferto molto per mano di Goti e Germani. Nel suo viaggio di ritorno in Gallia, Rutilio Namaziano decise di viaggiare via nave perché le strade e le stazioni di posta lungo la via Aurelia erano state rovinate dalla guerra e non più restaurate. Le campagne erano state tanto devastate dai Goti che una legge del 412 cercò di dare un certo sollievo fiscale a varie province italiane: la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, la Lucania e l’Abruzzo, praticamente l’intera Italia centromeridionale. Le tasse per queste regioni furono abbassate per cinque anni dell’80%. In Gallia credo che le devastazioni furono persino peggiori mentre in penisola iberica le cose andarono probabilmente meglio, anche se ancora nel 418 diversi pezzi della penisola erano ancora occupati abusivamente dagli invasori del Reno. Tutti questi dettagli fanno intendere che il gettito fiscale imperiale fosse diminuito in misura importante, nel complesso probabilmente tra il 25 e il 50%.

L’esercito di Flavio Costanzo

Immagine di una illustrazione della Notitia Dignitatum, si tratta dell’insegna del Magister Peditum e di alcuni dei reggimenti sotto il suo controllo

Come ho detto spesso le tasse, nel mondo romano, servivano sostanzialmente a finanziare l’esercito. Ci si potrebbe aspettare che con una riduzione talmente importante del gettito fiscale si fosse anche ristretto l’esercito: eppure proprio al 420 risale la Notitia Dignitatum e a prima vista questo documento straordinario sulla organizzazione militare e burocratica dell’impero ci dà una fotografia di un esercito sempre imponente: 181 reggimenti da campo, vale a dire circa 150 mila uomini, a cui dovevano sommarsi limitanei e ovviamente i foederati, come i Goti. Si tratta a prima vista di un esercito immenso, per nulla inferiore all’esercito romano classico. Eppure se si scava un po’ si nota come di questi 181 reggimenti la gran parte fosse stata costituita ai tempi di Flavio Costanzo, promuovendo vecchie unità di limitanei al grado di unità comitatensi; come sappiamo le capacità belliche dei limitanei erano piuttosto limitate. Del vecchio esercito di Stilicone sopravvivevamo solo 84 reggimenti, cosa che ci fa intuire che gli altri fossero stati probabilmente spazzati via dal terribile decennio di guerra che va dal 406 al 416. Soprattutto l’esercito del Reno in Gallia aveva sofferto moltissimo a causa delle invasioni barbariche e poi delle ripetute usurpazioni. Ogni esercito prospera nella continuità: un tale livello di discontinuità di reclutamento non può non aver influito sulla qualità dei soldati, senza considerare il fatto che le unità dei limitanei non erano state ricostituite: i vecchi Dux avevano pochi soldati per fare guardia e frontiere sempre più porose.

Nonostante i tagli al bilancio sospetto che l’esercito – pur ridotto – fosse comunque troppo grande per il gettito fiscale: per farvi fronte l’impero, nella lotta per la sopravvivenza, fu costretto a tassare i suoi proprietari terrieri ancor di più del solito: arriverà un giorno, presto, in cui l’alternativa tra rimanere romani, continuando a pagare tasse esorbitanti, e affidarsi al dominio più semplice e meno costoso dei barbari inizierà ad essere una proposta allettante per molti romani.

Robin Hood alla romana

‘Pillers galois’, 1867. Musee de Langus. (Photo by Art Media/Print Collector/Getty Images)

Già da subito però la guerra aveva portato ad un riacuirsi di un fenomeno antico: i Bagaudi. Come ho detto in altri episodi gli storici romani chiamano Bagaudi tutte le ribellioni dei ceti oppressi dallo stato romano. Le ribellioni dei contadini impoveriti e semi-schiavizzati erano una costante nell’impero ogni qualvolta che si indeboliva il potere coercitivo dello stato imperiale, il cui compito principale era di difendere i diritti e i privilegi di una ristretta classe di proprietari terrieri. Quando però la guerra civile o le invasioni barbariche allentavano la presa dello stato romano sulle campagne i Bagaudi emergevano, spesso bande di razziatori che saccheggiavano e taglieggiavano i proprietari terrieri privi della difesa delle armi romane.  I latifondisti venivano spesso rapiti e le loro belle ville venivano saccheggiate e messe a fuoco. Non c’è da sorprendersi quindi nello scoprire che anche il terribile decennio successivo al 406 vide una esplosione del fenomeno dei Bagaudi, con una concentrazione particolare in Gallia. Alcuni storici sostengono che i Goti furono stabiliti in Gallia anche per riportare l’ordine sociale in quella parte dell’impero, grazie al potere coercitivo e di deterrenza delle loro armi, armi che erano finanziate e al servizio del potere imperiale.

Insomma, l’impero era riuscito a risollevarsi e a rimettersi in piedi e l’azione di Flavio Costanzo è sicuramente impressionante, su qualunque piano lo si voglia vedere. Ma lo tsunami non poteva non aver lasciato delle cicatrici sul corpo vivo dello stato romano e infatti le lasciò: con il tempo e decenni di pace forse si sarebbe potuto rimediare a questi guasti, come si era rimediato in gran parte ai guasti della crisi del terzo secolo. Ma i romani non saranno a questo giro altrettanto capaci, o forse altrettanto fortunati.

Il generalissimo diventa imperatore

Nel 421 Flavio Costanzo era oramai al centro del potere di Ravenna da più di un decennio, da anni era sposato con Galla Placidia, la principessa dei Goti e dei Romani, ed era anche il padre del presunto erede al trono, il piccolo Valentiniano. L’implacabile logica imperiale giunse quindi a conclusione e quell’anno Flavio Costanzo fu invitato a condividere il trono con Onorio, diventando lui stesso augusto. Come l’ingresso di Teodosio nella famiglia imperiale aveva rafforzato la dinastia Valentiniana anche l’ingresso definitivo di Flavio Costanzo avrebbe potuto portare nuova vita ad una dinastia che si distingueva per avere imperatori quanto meno scialbi. Eppure non andò così, perché in oriente si decisero a non riconoscere Flavio Costanzo.

Ricostruzione dell’aspetto originale delle immense mura di Costantinopoli, costruite da Antemio

Per comprendere la posizione di Costantinopoli dobbiamo fare un passo indietro: alla morte dell’imperatrice Aelia Eudoxia, nel 404, le redini del potere erano state prese dal potente Prefetto del Pretorio Antemio che aveva guidato il governo di Costantinopoli anche nel difficile passaggio di potere tra l’inutile Arcadio e il suo giovane figlioletto Teodosio II. Antemio aveva assistito alla crescita del potere degli Unni, che in quegli anni si erano spostati verso la grande pianura ungherese ai confini dell’impero. Nel 408 gli Unni di Uldin avevano invaso la Romania alla morte di Arcadio, pensando forse che l’impero fosse in crisi. Antemio era riuscito a respingerli ma aveva deciso che era arrivato il momento di dotare la capitale di un sistema difensivo ancora più formidabile di quello costruito da Costantino: Antemio aveva realizzato le immense mura dette oggi teodosiane e che in realtà sarebbe più corretto nominare di Antemio: una doppia linea di difesa che è la massima realizzazione della tecnologia militare romana. Ho visto le mura di Costantinopoli e hanno ancora oggi un aspetto formidabile, nell’antichità e nel medioevo dovevano semplicemente sembrare sovraumane: a chiunque sostiene che le capacità costruttive dei Romani fossero in declino nel quinto secolo consiglio di dare un’occhiata a queste mura al cui confronto le mura Aureliane di Roma da sembrano un gioco ragazzi. Le mura di Antemio sono un tale pinnacolo della tecnologia militare difensiva che ci vorranno mille anni, un impero ridotto alla quasi impotenza, l’invenzione della polvere da sparo e poi la costruzione di uno dei più grandi cannoni mai costruiti dall’uomo per poter finalmente infrangere le mura di terra dell’Impero Romano.

Una principessa che non pettina bambole

Immagine della croce di Desiderio (Brescia) tradizionalmente associata con Galla Placidia e i suoi due figli, Onoria e Valentiniano III

Antemio scompare dalla scena, senza che si sappia la sua fine, nel 414. In quell’anno Teodosio II aveva solo 13 anni e quindi la reggenza fu assunta da sua sorella e che di anni ne aveva ben 15. Vi chiederete voi: Cosa? Reggente una donna, e a 15 anni? Bè non parliamo di una donna comune, si tratta di una principessa capace di sottomettere anche il misogino mondo romano. Ora io ho una teoria sulla dinastia Teodosiana: la mia teoria è che ogni grammo di intelligenza invece di essere distribuito equamente tra i discendenti del nostro forse grande fu concentrato nelle donne. Aelia Pulcheria, questo il suo nome, doveva essere un tipo fuori dal comune, un naturale animale politico. Pulcheria, all’ombra di Antemio, era riuscita a coltivare le connessioni necessarie a costruire un potere personale sufficiente a rendere un’Augusta reggente di 15 anni un qualcosa di completamente accettabile. Un ruolo che, rullo di tamburi, manterrà per ben 40 anni costituendo il vero potere dietro al trono formalmente tenuto dal fratello. Pulcheria sarà nominata da Teodosio e dal Senato Augusta, un ruolo che tutti intesero sempre come pari al suo Augusto fratello. Un’imperatrice in tutto tranne che nel nome.

Pulcheria, all’atto della sua ascesa al ruolo di Augusta, fece un voto solenne: quello di non sposarsi mai. Questo voto era una abile mossa politica, anche se sicuramente motivato da convinzioni personali – Pulcheria era molto religiosa. Rifiutando di sposarsi Pulcheria non sarebbe finita sotto il tallone di un uomo ma soprattutto non avrebbe inserito una variabile imprevedibile nel gioco del trono, un marito che magari avrebbe avuto l’interesse a rimuovere Teodosio e promuovere gli eventuali figli che avesse avuto da Pulcheria. In più, rifiutando di sposarsi, evitava che si accendesse la corsa alla sua mano o perfino una guerra civile che sarebbe stata debilitante per lo stato romano. No, la famiglia imperiale si sarebbe ersa al di sopra dei comuni mortali, avvolta in un’aria di misticismo e irraggiungibilità. Spoiler alert, prima di morire Pulcheria alla fine si sposerà, ma sarà comunque per ragioni di stato, come vedremo a tempo debito.

Andiamo avanti 6 anni, al 421, e possiamo capire come venisse considerato da Pulcheria l’inserimento nel collegio imperiale del marito di Galla Placidia, lei che aveva rinunciato a sposarsi pur di tenere uomini ambiziosi lontani dall’inarrivabile trono della premiata ditta Valentiniano-teodosiana.

Non è tutto oro quel che luccica

Solidus di Flavio Costanzo: a Ravenna nel mausoleo di Galla Placidia c’è un sarcofago forse attribuito a lui (in basso)

L’ironia della sorte è che Flavio Costanzo, a quanto ci dice Olimpiodoro, non era affatto contento della sua nuova carica: da patrizio, ovvero da sostanziale primo ministro dell’impero d’occidente, era libero di svolgere il suo ruolo politico senza i fronzoli e gli orpelli che oramai caratterizzavano il ruolo dell’imperatore. Di nuovo, immaginatevi l’imperatore del quinto secolo come un incrocio tra il Presidente della Repubblica e il Papa: l’imperatore è oramai una figura istituzionale, deve presiedere lunghe e pompose cerimonie che servono a consolidare l’immagine altera del potere imperiale, ha un ruolo di capo religioso, deve partecipare a un numero estenuante di messe, processioni, cerimonie liturgiche delle quali è il fulcro in quanto capo dello stato Romano cristianizzato. Insomma, essere un Augusto vuol dire perdere un bel po’ di tempo in cerimonie, proprio il genere di cose alle quali il pratico Flavio Costanzo era allergico.

Sarcofago detto di Costanzo III (Flavio Costanzo), Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

Ma il nostro eroe non ebbe il tempo di disperarsi troppo: prima che il 421 volgesse al termine volse al termine anche la vita di Flavio Costanzo, oramai rinominato Costanzo III, il nome con il quale è spesso conosciuto nei libri di storia. Costanzo morì proprio mentre si accingeva a preparare una spedizione contro l’oriente, cosa che forse fu utile allo stato romano anche se la sua morte ripiomberà l’occidente nella spasmodica ricerca di un nuovo equilibrio politico-militare, una ricerca che durerà più di dieci anni.

Flavio Costanzo è una figura dimenticata della storia romana, in parte perché visse in un’epoca poco conosciuta. Il quinto secolo, come tutta la tarda antichità, è poco studiato dagli amanti dell’antica Roma in quanto secolo di decadenza dell’amato impero, oltre ad essere poco studiato dagli amanti del medioevo, perché non ancora visibilmente medioevale come il periodo post-Carolingio. Eppure altre figure di leader del tardo impero sono ben più conosciute, come ad esempio Stilicone ed Ezio, pur essendo a mio avviso di assai minor successo. Stilicone finì vittima di una congiura e del disastro dell’invasione barbarica del 406, Ezio avrà i suoi successi ma non credo al livello del nostro Costanzo. A Flavio Costanzo fu data una delle peggiori mani di poker della storia, una collezione sconclusionata di numeri bassi e di diverso segno, e avendo di fronte giocatori forti e determinati. Eppure, incontestabilmente, vinse tutte le sue partite e riportò in auge un’araba fenice, l’Impero, che pareva morta e sepolta. Se la sua opera avesse avuto continuità forse l’impero avrebbe potuto riprendere vigore e Costanzo sarebbe stato ricordato come un nuovo Aureliano, l’uomo che più di tutti contribuì a invertire i destini declinanti dell’Impero Romano nel terzo secolo.

Il suo oblio è credo determinato da quello che accadde dopo la sua morte: l’impero tornerà presto alla sua marcia verso la dissoluzione, eppure non subito, segno che la ripresa imperiale non era così effimera: l’estate di San Martino dell’impero durerà ancora qualche anno. Ci vorrà un nuovo round di guerre civili per indebolire nuovamente l’occidente e in questo, nell’ineluttabile lotta per il controllo di un potere effimero, c’è il destino gramo dell’occidente, sempre intento a consumare sé stesso nell’impossibile tentativo di acquisire il potere e lo status derivante da cariche che avevano sempre minor significato.

L’Impero ricomposto da Flavio Costanzo, nel 421: da notare che i Visigoti e i Franchi erano foederati dell’Impero e pertanto nel sistema romano. Solo Svevi e Vandali in Iberia sfuggivano ancora al controllo imperiale

Le guerre civili non erano però delle disgrazie che colpivano come temporali a ciel sereno i poveri romani innocenti: il sistema politico che avevano congegnato, un misto di monarchia semi-ereditaria e istituzioni repubblicane, vi era tremendamente esposto. Costanzo, per arrivare alla sua augusta carica, era salito sulle ossa dei cadaveri dei suoi nemici, fatti fuori uno ad uno. Poi aveva passato gli anni al potere a riempire lo stato di uomini che dovevano la fiducia a lui solo. Come quasi sempre avviene nei regimi autoritari quando Costanzo morì non lascio alcun delfino pronto a sostituirlo, lui stesso aveva fatto in modo che non ci fosse, in modo da evitare l’ascesa di un potenziale rivale che lo potesse far fuori. In questo quadro la guerra civile era inevitabile. Alla morte di Costanzo seguirà più di un decennio di caos, durante il quale i molti poteri non-romani presenti nell’impero ne approfitteranno per divorarne altri pezzi, sempre nella certezza che il giocattolo imperiale non si potesse rompere, ma solo mungere. Eppure un giorno si ruppe.  

Galla Placidia prende le redini

Solidus di Galla Placidia

Nella corte di Ravenna, oltre al solito inamovibile Onorio, c’erano diverse fazioni a contendersi il potere, una frase che sono sicuro che vi stupirà. Nel solito gioco del trono si inserì Galla Placidia, moglie di Flavio Costanzo e madre dell’erede al trono. Galla aveva l’appoggio di diversi alti ufficiali e lavorò alacremente per conquistare influenza sul suo augusto fratello Onorio. Le lingue lunghe sostengono che fece molto, anche troppo, cose che di solito non si fanno tra fratelli, a meno di chiamarsi Lannister. Infatti fratello e sorella spesso si scambiavano segni di affetto un po’ troppo evidenti. Galla cercava in tutti i modi di conquistare influenza a corte: aveva costruito una solida rete di rapporti con alti ufficiali romani ma anche con molti Goti, che la ritenevano ancora una sorta di regina del loro popolo, in onore dell’antico matrimonio con Athaulf. La sua politica era quindi in generale di accomodamento con i foederati dell’impero.

Ma alla fine a prendere il potere a Ravenna fu la fazione avversa, quella che preferiva una politica di fermezza nei confronti dei barbari, in modo da ricondurli nell’alveo della legalità: pare che la moglie di uno dei generali imperiali, una certa Padusia, riuscì a mettere zizzania tra fratello e sorella. La fazione anti-barbarica decise di passare immediatamente all’attacco con una azione militare volta a consolidare il nuovo regime.

Flavio Costanzo aveva ignorato nei suoi ultimi anni la situazione in Iberia: qui il re dei Vandali e degli Alani, Gunderic, era in guerra contro gli Svevi. La situazione sembrava propizia per l’impero, visto che avrebbe potuto allearsi con i deboli Svevi per sconfiggere Gunderic. Il locale Comes della Spagna aveva sollecitato un aiuto e Ravenna aveva deciso di rispondere.

La spedizione fu organizzata per il 422, a capo c’era il generale Castino e come secondo in comando c’era Bonifacio, un uomo di Galla Placidia che era a capo di un robusto contingente di foederati Visigoti. C’erano tutti gli auspici per schiacciare i Vandali e porre fine alla minaccia di questo gruppo barbarico.

Ma poi tutto andò storto: Castino e Bonifacio litigarono tra di loro, non sappiamo esattamente la ragione salvo che Bonifacio e i suoi Visigoti abbandonarono la campagna. Bonifacio addirittura decise di prendere il mare e tornare in Africa, regione che era diventata una sorta di feudo personale. Castino, privo del supporto dei Visigoti, fu sconfitto a Tarragona dai Vandali e costretto a ritirarsi dalla Spagna. Gunderic aveva vinto.

Onorio smette di non far nulla

Castino ovviamente diede la colpa della sconfitta al comportamento di Bonifacio e per estensione della sua protettrice Galla Placidia, questa si ritrovò in una difficile situazione politica. A Costantinopoli, proprio in quell’anno 422, Pulcheria e Teodosio ricevettero una visita inaspettata: Galla Placidia e suo figlio Valentiniano erano partiti da Ravenna e si erano rifugiati a Nuova Roma. La sempre accorta Augusta aveva fiutato l’aria malsana di Ravenna e aveva deciso di abbandonarne le paludi.

La tempistica fu quanto meno disastrosa. Infatti l’anno successivo, il 15 agosto del 423, morì improvvisamente Onorio, a causa di un edema. Aveva 38 anni e aveva regnato, se questo è il termine giusto, per ben 28 anni. Nella classifica degli imperatori romani con il più lungo regno è quinto dopo suo nipote Teodosio II, Augusto, Costantino e il figlio di Flavio Costanzo, Valentiniano III. Una delle ironie della storia romana è che grandi imperatori ebbero la vita tragicamente tagliata corta da malattie, incidenti o più spesso congiure. Onorio invece, l’inutile, imbelle, incapace, riprovevole Onorio, bè proprio lui morì di morte naturale, nel suo letto, anche se piuttosto giovane. La sua sopravvivenza agli innumerevoli usurpatori fu in parte davvero miracolosa, ma è anche dovuta alla modificata natura del potere imperiale: oramai l’imperatore era diventato una figura sacrale, religiosa, un simbolo dell’unità dello stato romano senza reali poteri politici, o almeno con poteri limitati. L’imperatore doveva ergersi al di sopra del battibecco politico, come un monarca costituzionale, o un presidente della Repubblica. Abbattere e fare fuori Onorio non era impossibile: era inutile e controproducente, visto che avrebbe solamente attratto l’ira della corte di Costantinopoli, sempre attenta a mantenere il monopolio sulla dignità imperiale della dinastia Valentiniano-Teodosiana. Per un politico ambizioso era meglio mantenere Onorio sul trono dei Cesari e manipolarlo per giungere a farsi nominare Patrizio o Magister Militum, vale a dire lo Shogun dell’Impero Romano d’occidente.

Entra in scena il maestro burattinaio

La morte di Onorio fu comunque un disastro perché cadde proprio nel momento sbagliato: il suo erede naturale era un bambino di appena sei anni e, cosa ancora più grave, in questo momento non era a Ravenna ma a Costantinopoli. Come abbiamo visto l’impero era oramai sempre più avviato verso la successione dinastica ma, eredità testarda di una Repubblica trasformatasi in impero, la successione continuava a richiedere una sorta di elezione o di acclamazione che poteva avvenire solo se la successione era indubbia, se era disponibile un erede capace di catalizzare naturalmente il consenso generale.

Probabilmente se Valentiniano fosse stato a Ravenna non ci sarebbe stato alcun problema, ma stante le cose non c’era a Ravenna nessun candidato ovvio al trono dell’occidente, nessuno che il Senato e l’esercito potessero acclamare seduta stante Augusto.

I molti subordinati capaci che avevano fatto carriera sotto Costanzo iniziarono a sgomitare per guadagnare posizioni, fino a che le camere riunite – pardon – il Senato, i vertici burocratici e l’esercito si accordarono per incoronare augusto un burocrate di lungo corso, un certo Giovanni detto primicerio, perché era il primicerius notariorum, una sorta di Capo di gabinetto o di Ministro del governo imperiale. Insomma, un leader nato.

Dietro il nostro burocrate c’erano però i militari: innanzitutto Castino, ma anche una stella nascente del firmamento romano. Un uomo di cui parleremo a lungo nei prossimi episodi, un generale e politico romano del tutto originale, un certo Ezio.

Flavio Ezio era nato – ma guarda un po’ – in Illirico. Suo padre era forse di sangue gotico ma la madre era un’aristocratica italica, quindi Ezio non era il solito, duro militare illirico di umili origini. In quanto rampollo di sangue blu gli toccò una giovinezza piuttosto movimentata. Quando Stilicone strinse il patto con Alaric volto a invadere l’impero d’oriente, nel 405, Ezio fu uno dei rampolli di buona famiglia inviati come ostaggi per garantire l’accordo da parte romana. Ezio visse con Alaric e i suoi fino al 408, a quanto pare ingraziandoseli visto che lo lasciarono andare nonostante la rottura del patto alla morte di Stilicone, nel 408. Aveva 17 anni.

Ravenna aveva però urgente bisogno di intrattenere buoni rapporti con gli Unni e quindi Ezio non fece a tempo a disfare le valigie che fu rispedito come ostaggio presso i feroci Borg e il loro re Uldin. Ezio passò diversi anni presso gli Unni, imparando a vivere e combattere come loro. Imparò quasi sicuramente la loro lingua. Il ragazzo aveva una chiara, innata e formidabile capacità di costruire rapporti di amicizia e relazioni politiche. Era scaltro e intelligente e gli Unni chiaramente adoravano questo strano e marziale principe Romano, così diverso dai suoi civilizzati coetanei. La apprezzarono al punto che Ezio fu sempre capace di contare sul loro aiuto negli anni a venire, cosa piuttosto ironica per quelli tra di voi che sanno con chi un giorno Ezio finirà per incrociare le spade.

Occidente e oriente di nuovo in guerra

Costantinopoli

Proprio in virtù dei suoi antichi rapporti con gli Unni, Ezio verrà inviato da Giovanni e Castino presso i nomadi, con il compito di assoldare un esercito capace di combattere l’inevitabile guerra civile. Perché il nuovo regime non si faceva nessuna illusione sulla risposta di Costantinopoli. Allo stesso tempo il regime ricevette anche la brutta notizia che Bonifacio, sempre un fedele seguace di Galla, rifiutava di riconoscere Giovanni e quindi manteneva Cartagine e l’Africa legata a Costantinopoli e alla dinastia legittima dei teodosiani: va da sé che le spedizioni di grano all’Italia cessarono immediatamente.

A Costantinopoli Teodosio e Pulcheria andarono ovviamente su tutte le furie e decisero di inviare i loro migliori generali a Ravenna: si trattava di Ardabur e suo figlio Aspar, due generali di etnia Alanico-Gotica. Per rendere ancora più chiaro il messaggio Teodosio e Pulcheria elevarono all’istante alla dignità di Cesare il loro nipotino: Valentiniano, che da questo momento chiameremo Valentiniano III.

Come era già accaduto due volte ai tempi di Teodosio una spedizione militare fu inviata in occidente per rimettere al loro posto degli usurpatori del divino diritto a governare della premiata ditta Teodosiana: non tutto andò per il liscio immediatamente, la nave di Ardabur fu mandata fuori rotta da una tempesta e il generale dell’oriente fu catturato dalle truppe di Giovanni e portato a Ravenna, in modo da usarlo come ostaggio. Ma questa strategia fu controproducente: una volta a Ravenna, e in stato semilibero, Ardabur fece capire a tutti quelli che volevano ascoltarlo che una immensa armata orientale era in arrivo e che sarebbe stato molto utile alla salute dei presenti di cambiare bandiera prima che fosse troppo tardi. All’arrivo di tale immensa armata molti dei generali di Giovanni defezionarono. Dopo una breve battaglia Giovanni fu catturato e portato ad Aquileia, dove gli fu prima tagliata la mano e poi fu decapitato, come monito ai futuri usurpatori.

Diecimila ragioni per trovare un accordo

Il caso volle che esattamente tre giorni dopo si presentò ad Aquileia Ezio, di ritorno dalla Pannonia alla testa di un esercito di almeno 10.000 feroci cavalieri Unni che avevano risposto alla sua chiamata. Ezio con un’occhiata capì la situazione, ma non si scompose: aveva 10.000 buone ragioni per negoziare un accordo vantaggioso per lui. Ezio fece presente ai Teodosiani che avrebbe ancora potuto fare molti danni con i suoi Unni che – beninteso – si fidavano solo di lui. Galla negoziò direttamente con Ezio e strinse un patto di compromesso: Ezio avrebbe ottenuto la carica di Magister Militum per Gallias, il plenipotenziario militare delle Gallie. I suoi uomini sarebbero stati lautamente pagati e lui sarebbe tornato nell’alveo del partito Teodosiano. Tutti felici.

Fu così che, dopo questa breve campagna, nel 425 Valentiniano III e Galla Placidia poterono tornare a Ravenna da trionfatori: il 23 ottobre del 425 Valentiniano III fu proclamato Augusto dell’Impero d’occidente con tutta la pompa di cui era capace l’antica capitale, Roma. Il suo sarà uno dei più lunghi regni dell’Impero Romano.

L’effimero trionfo dell’Oriente

Il 425 segna una parziale svolta nella politica imperiale: l’oriente conquista inequivocabilmente l’occidente e pone fine ad un trentennio di disaccordi tra le due corti che durava dalla morte di Teodosio. L’Impero torna in sostanza unito, perché è ora chiaro a tutti che Teodosio – e di converso Pulcheria – hanno un ruolo molto più importante di quello dell’infante Valentiniano. Teodosio diviene in sostanza l’augusto senior e Costantinopoli la vera capitale di tutto l’impero, ogni velleità di concorrenza di Ravenna viene definitivamente accantonata. Valentiniano III fu anche fidanzato alla figlia di Teodosio, Licinia Eudossia, in modo da ricongiungere i due rami della famiglia imperiale, come faranno secoli dopo, a lungo, gli Asburgo di Spagna e Austria.

Olimpiodoro, lo storico di questi anni travagliati dell’impero, conclude così la sua opera: la storia dei disastri dell’occidente sembra essere al termine, un imperatore legittimo e giovane siede sul trono degli augusti, con il pieno sostegno di Costantinopoli e sotto la guida della sua capace e scaltra madre, Galla Placidia. Si annunciano lunghi anni di pace per l’impero.

Nel prossimo episodio i Romani tornano invece a farsi la guerra: neanche Galla potrà governare da sola il caos dell’occidente, i dignitari della corte scateneranno una lotta senza quartiere per diventare il potere dietro al trono. Solo uno di loro riuscirà nell’impresa.

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