Episodio 26, l’Impero colpisce ancora (410-418) – testo completo

Nello scorso episodio l’impensabile è accaduto: l’equivalente tardoantico dell’11 settembre 2001. Roma è stata saccheggiata dai Goti di Alaric. Dopo 3 giorni nella città eterna i Goti si sono portati via il suo oro, il suo orgoglio e la sua principessa, vale a dire Galla Placidia, sorella dell’Imperatore Onorio, figlia di Teodosio il forse grande, nipote di Valentiniano I. I goti hanno poi perso il loro leader, Alaric detto il grande, primo re riconosciuto dei Visigoti.

In questo episodio vedremo cosa è successo nel frattempo nel resto dell’occidente: il dramma italiano è infatti solo un pezzo della tragedia degli anni a cavallo del 410. Gallia e penisola Iberica si avviteranno sempre di più nel caos mentre i Goti avranno un nuovo Re che li finirà per condurli proprio in Gallia.

Nonostante tutto questo cupio dissolvi in questo episodio le forze dell’entropia troveranno finalmente del filo da torcere: Flavio Costanzo, un capace politico e generale di stampo stiliconiano. Questi si impadronirà del potere a Ravenna e passo dopo passo rimetterà assieme il puzzle impazzito dell’occidente. Roma è stata saccheggiata, ma l’Impero non è ancora sconfitto, anzi: in questo episodio l’Impero colpisce ancora.

I travagli di Costantino III

Forse qualcuno tra i più attenti ascoltatori si sarà domandato: mentre Alaric e Onorio danzavano la loro danza mortale cosa faceva Costantino III ad Arles? Perché non sfruttò il vuoto di potere causato dalla morte di Stilicone e Il terribile momento di debolezza di Onorio e della sua corte per diventare l’unico imperatore d’occidente? Sembrerebbe l’occasione perfetta per colpire Ravenna.

La risposta è che Costantino III finì anche lui vittima, negli anni seguenti al 408, delle forze centrifughe che stavano colpendo il mondo Romano. Il primo colpo fu una rivolta in Spagna da parte del clan teodosiano. Vi ricorderete che Teodosio il forse grande era originario della Spagna: alcuni membri della sua famiglia organizzarono una rivolta, con l’obiettivo di ricongiungere la Spagna a Ravenna e alla legittima dinastia Teodosiana. Costanzo III inviò suo figlio Costante e il suo generale Geronzio, i due sbrigarono la faccenda in poco tempo durante l’estate del 408. Costante tornò ad Arles e lasciò Geronzio al potere in Spagna, vedremo che non sarà una scelta molto azzeccata.

Tornando a Onorio, questi nel tardo 408 era in una situazione molto difficile, con i Goti che scorrazzavano per la penisola e ponevano per la prima volta l’assedio a Roma. Tanto difficile che aveva deciso, ovviamente su suggerimento della sua corte, di inviare una veste purpurea imperiale a Costantino III, implicitamente riconoscendolo come collega e nominandolo a Console per il 409.

Costantino, felice del riconoscimento, non pensò ad invadere l’Italia e rimase sul suo lato delle Alpi: la sua scelta di accontentarsi del riconoscimento di Onorio sarà deleteria per le sue speranze visto che Ravenna con questa mossa aveva solo cercato di comprarsi un minimo di respiro e non aveva nessuna intenzione di riconoscere l’autorità di Costantino III, almeno nel lungo periodo.

Gli invasori del Reno

Le migrazioni dei due gruppi di Vandali, i Vandali Isding (rosa) e Hasding (giallo)

Nel 409 Costantino III aveva avuto lui stesso dei grossi grattacapi: non aveva infatti ancora risolto il problema degli invasori del Reno. Mentre Alaric e la corte di Ravenna danzavano l’uno attorno all’altro la situazione nel resto dell’impero continuava a peggiorare: Vandali, Alani e Svevi, dopo tre anni di saccheggi in Gallia, erano alla fame: le province galliche non potevano più sostenerli e oramai una terribile carestia si era abbattuta sull’impero occidentale a causa delle molte devastazioni degli ultimi anni. I poveri tra la popolazione romana morivano sia in Italia che in Gallia, devastate dalla guerra.

I barbari non avevano nessuna intenzione di restare a morire in Gallia e quindi, raggruppatisi nuovamente in modo da non poter essere fermati, valicarono i Pirenei e invasero una delle poche aree dell’impero che non era stata ancora davvero coinvolta dalla guerra: la penisola iberica. La penisola, a differenza della Gallia, non aveva alcuna forza militare in grado di neanche impensierire gli invasori che passarono alacremente a dividersi tutte le province iberiche. Come narra il cronista Idazio: «I barbari si spartirono tra loro le province per insediarvisi: i Vandali Hasding si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell’Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province.»

Da questa divisione comprendiamo che gli Alani fecero la parte del leone, occupando il moderno Portogallo e la maggior parte della Spagna centrale. I Vandali Hasding e gli Svevi presero i territori montuosi della Spagna settentrionale, quelli di minor valore. Ai Vandali Siling andò invece la moderna Andalusia, una delle regioni più ricche dell’Impero.

La divisione della penisola iberica

L’occupazione della Spagna fu molto diversa dalla devastazione della Gallia: i barbari, dopo anni di saccheggi, non intendevano vivere più in quel modo ramingo: si stabilirono nelle spagne sostanzialmente taglieggiando i locali e chiedendo tributi in oro e vettovaglie in cambio della loro “protezione”. Alcuni storici hanno sostenuto che l’occupazione dell’Iberia fu fatta con l’accordo dello stato Romano, come sarà tra pochi anni per i Visigoti, ma questo non è affatto provato e il comportamento futuro della corte di Ravenna sembrerebbe dimostrare il contrario.

L’ascesa di Costantino III fu dovuta, in sostanza, al vuoto di potere creatosi in Gallia: i proprietari terrieri della Gallia cercarono di trovare qualcuno, chiunque, che avesse a cuore il destino delle loro terre e beni, terre e beni che non potevano essere spostati in Italia, l’area dell’impero che pareva avere tutte le attenzioni da parte di Stilicone. La stessa dinamica si avrà in Spagna, dove all’arrivo dei barbari i possidenti locali si sentiranno abbandonati sia da Ravenna che da Arles e si getteranno nelle braccia del primo che passa: in questo caso, Geronzio. Nel 409 infatti Geronzio elevò un carneade alla dignità imperiale e si ribellò a Costantino III. In contemporanea lo stesso avveniva più a nord: razzie di pirati Sassoni nel nord della Gallia e in Britannia convinsero i Britanni e gli abitanti dell’Armorica – la futura Bretagna – ad espellere quello che rimaneva dell’amministrazione di Costantino III, non riconoscendolo più come loro imperatore. Questa non era una dichiarazione di indipendenza, tutt’altro: speravano di ricongiungersi con il governo legittimo di Ravenna e a tal fine invieranno nel 410 una ambasciata nella capitale imperiale. Onorio e la sua corte avevano però altre gatte gotiche da pelare e gli dissero sostanzialmente di arrangiarsi, per il momento.

Costantino III nel 408 era stato riconosciuto imperatore da Ravenna e si poteva definire padrone di tutta la ex prefettura delle Gallie, comprendente anche Britannia e Spagna. Nel 409 la sua base di potere si era ristretta alla Gallia, non ci deve stupire quindi che passò il 409 e il 410 a cercare di risolvere questi problemi senza avere mai la possibilità di intervenire in Italia, dove Alaric e la corte di Ravenna erano impegnati nella loro danza mortale. Ma ora è tempo di tornare in Italia e vedere quali furono le conseguenze politiche di questa danza che portò al sacco di Roma e, pochi mesi dopo, alla morte di Alaric il grande.

I Visigoti

I Goti erano rimasti fulminati dalla morte di Alaric: il loro leader era scomparso ma per fortuna avevano un membro della sua famiglia allargata a portata di mano, un comandante di uomini già affermato e che ho già nominato: Athaulf, il cognato di Alaric. Athaulf fu eletto Re dall’assemblea dei nobili, i Visigoti avevano il loro secondo Re. Athaulf capì che il suo enorme gruppo non poteva più sopravvivere in Italia: la penisola, devastata da anni di guerre e saccheggi, era alla fame. Non c’era più un angolo della penisola che potesse sostenerli davvero, neanche a breve. Diede quindi l’ordine di marciare verso nord e nel 411 i Goti sono attestati di nuovo in Nord Italia, nelle vicinanze di Ravenna. Città nella quale c’era stato un nuovo sommovimento politico in seguito allo shock del sacco di Roma. Ma come reagì la corte di Ravenna a queste notizie sconvolgenti?

Una leggenda riportata da Procopio, uno storico che sarà la nostra fonte principale per il sesto secolo, racconta che Onorio avesse come animali da compagnia delle galline, una delle quali era chiamata Roma. Un messaggero sarebbe arrivato a corte riportando “Roma è morta!” e Onorio avrebbe risposto “Ma no, cosa dici? Ha appena beccato il mangime dalle mie mani!”. La leggenda è sicuramente apocrifa ma la dice lunga sulla popolarità di Onorio, almeno presso i posteri. Ravenna era paralizzata dalle lotte di potere e dalle guerre tra bande ma quanto la notizia-bomba della morte della gallina arrivò a Ravenna tutti compresero che il tempo delle mezze misure e dei tentennamenti era terminato. A corte, dopo un colpo di stato e il solito round di assassinii, emerse un uomo nuovo che si impadronì delle leve del potere.

L’entropia trova il suo degno avversario

Flavio Costanto

Quest’uomo si chiamava Flavio Costanzo e non sappiamo quasi nulla di lui prima di questo evento seminale: era nato a Nis, in Illiria. Sì proprio l’Illiria, la dura terra balcanica da cui era venuta la crema dei soldati dell’impero per secoli, nonché quasi tutti gli imperatori del tardo impero. Questo a partire da Claudio il Gotico, il primo illirico, la cui storia ho narrato nell’episodio Premium e che potreste scaricare con una semplice donazione. Andate sul mio sito www.italiastoria.com e cliccate su “sostenere il podcast” per sapere come fare!

Flavio Costanzo venne in occidente assieme a Stilicone e Teodosio e combatté nella seminale battaglia del Frigido. Olimpiodoro lo descrive così: “Nelle cerimonie pubbliche Costanzo teneva gli occhi bassi e se ne stava in disparte e imbronciato. Aveva gli occhi sporgenti, un lungo collo e una grossa testa. Eppure alle feste e ai banchetti era così allegro e amabile da tenere testa ai buffoni che spesso scherzavano alla sua tavola”. Insomma, non certo a prima vista una figura eroica. Eppure la sua azione fu quanto più energica possibile.

Nell’accingersi all’imponente compito di riportare ordine nell’Impero Flavio Costanzo seguì un ordine logico e preciso. Non si fece influenzare dall’ingombrante presenza dei Goti e decise che la priorità fosse di sconfiggere gli usurpatori Romani: solo con le forze riunite dell’occidente romano avrebbe avuto le risorse per poi affrontare i Goti e piegarli al suo volere e i Goti erano il principale, il più sofisticato e il più potente gruppo barbaro. Una volta risolto il problema gotico avrebbe poi affrontato i germani che soggiornavano abusivamente in Spagna, loro dovevano aspettare.

La fine di Costantino III

Situazione nel 408: In rosso l’area sotto il controllo di Costantino

Quindi la priorità, nonostante i Goti a due passi da Ravenna, era Costantino III. Nel 411 Flavio Costanzo mosse rapidamente il suo esercito dall’altro lato delle alpi e verso Arles. In contemporanea lo stesso aveva fatto Geronzio dalla Spagna: dopo aver sconfitto e ucciso il figlio di Costantino III Geronzio aveva posto sotto assedio Costantino III ad Arles. Immaginatevi la sorpresa di Flavio Costanzo quando, all’arrivo in Provenza, trovò due usurpatori al prezzo di uno. Il suo esercito d’Italia fece a pezzi le unità spagnole di Geronzio, che troverà la morte poco tempo dopo. Costantino III non ebbe il tempo di gioire per la sconfitta del suo assediante che fu assediato a sua volta dal vincitore.

Costantino resistette in città, in attesa di un contingente raccolto da uno dei suoi generali tra i Franchi della Gallia settentrionale, ma queste truppe furono prese in una imboscata dall’efficientemente spietato Flavio Costanzo e distrutte. Le ultime speranze di Costantino svanirono quando le sue guarnigioni renane lo abbandonarono e si ribellarono.

Costantino, rassegnatosi all’inevitabile, iniziò a trattare la sua resa: ottenne da Flavio Costanzo la promessa di un salvacondotto se si fosse arreso e fatto prete. Costanzo acconsentì, Costantino III si arrese e fu prontamente arrestato e inviato in Italia. Ma l’usurpatore sconfitto non giunse vivo alla corte di Onorio: solo la sua testa giunse a Ravenna per essere messa in mostra in città: era il 18 settembre del 411. I Romani, cristianesimo o no, mantenevano la loro brutale tradizione politica di assassinio di qualunque usurpatore. Costantino III aveva provato ad essere imperatore per quattro anni, era stato un semplice soldato senza una grande famiglia o grandi beni a sostenerlo e nonostante questo era arrivato più vicino di quanto sembrasse possibile al premio più alto.

Una nuova rivolta in Gallia: Giovino, Goar, Gundahar

Giovino, un imperatore-fantoccio

Nel frattempo la Gallia non era affatto pacificata, nonostante la morte e sconfitta di Costantino III. C’erano stati due eventi che avevano ulteriormente complicato un quadro già confuso: l’esercito del Reno si era ammutinato nuovamente e aveva nominato un nuovo imperatore e i Goti erano finalmente entrati in Gallia, aggiungendo una ulteriore pedina al complicatissimo scacchiere gallico.

Vediamo innanzitutto cosa accadde a nord: alcuni Alani non erano andati verso ovest e verso la Spagna ma erano rimasti nel nord della Gallia, di converso si erano uniti al banchetto di quello che restava della Gallia Romana anche i Burgundi che avevano attraversato il Reno e avevano occupato la sezione centrale del vecchio limes, stabilendo la loro capitale a Mainz. Il re degli Alani, Goar, e il re dei Burgundi, Gundahar, insieme controllavano le terre tra la Mosella e il Reno. La sconfitta di Costantino III aveva creato un vuoto di potere e si sa, in politica non esiste il vuoto. La Gallia del nord non aveva nessuna intenzione di tornare a prendere ordini da parte di quei buffoni di Ravenna, grazie tante. Goar e Gundahar, assieme a quello che restava della Gallia settentrionale Romana, avevano elevato un gallo-romano di rango senatorio alla dignità imperiale, ovviamente si trattava di un semplice fantoccio a fare da schermo legale allo strapotere dei barbari, un po’ come Prisco Attalo per i Goti. Il gallo-romano si chiamava Iovinus o Giovino.

Il primo atto di Giovino fu ovviamente di legalizzare l’occupazione da parte dei Burgundi e degli Alani della sponda sinistra del Reno: Giovino sapeva bene a chi doveva la sua carica. In contemporanea Giovino inviò messaggeri ad un altro senatore che aveva avuto una esperienza simile: ma ovviamente il nostro Prisco Attalo, sempre un ospite dei Goti e oramai uno dei confidenti più importanti di Re Athaulf.

Attalo consigliò a Giovino una alleanza: con la forza militare di quello che restava dell’esercito Romano del Reno, dei Germani e dei Goti Giovino avrebbe avuto quello che serviva per rovesciare il potere di Ravenna e installare un nuovo governo per tutto l’impero occidentale. Le trattative avanzarono rapidamente e Athaulf decise che era arrivato di mettere in pratica un piano che il suo predecessore Alaric aveva immaginato più volte: nel 412 portò l’intera carovana dei Visigoti dall’altro lato delle Alpi. Lo stato Romano sembrava inflessibile nella difesa dell’Italia, forse in Gallia i Goti avrebbero avuto più fortuna tra i relitti galleggianti di quello che restava della Gallia Romana.

Flavio Costanzo deve aver emesso un rumoroso sospiro di sollievo nel vederli partire: per rimettere in sesto l’impero aveva innanzitutto bisogno di riavere il pieno controllo dell’Italia e il suo esercito, pur vittorioso, non era ancora nelle condizioni di affrontare i Visigoti. A prima vista l’uscita dei Goti dalla scena italiana era un’ottima notizia. Quello che però Flavio Costanzo doveva evitare a tutti i costi era che giungessero a buon fine le macchinazioni di Prisco Attalo e Giovino. Una alleanza tra Visigoti, Germani e Gallo-romani sarebbe stata effettivamente impossibile da fermare.

Le guerre si vincono anche con la penna

Qui ahimè debbo avventurarmi sulle sabbie mobili della speculazione perché credo sia l’unica chiave per comprendere quel che avvenne. Flavio Costanzo non era solo un ottimo generale e un capace amministratore, credo fosse anche un fine politico e stratega. Non è solo con la forza bruta che si vince una guerra, soprattutto la complicatissima partita a scacchi che si giocava ora sulla pelle dell’occidente. Flavio Costanzo sapeva che c’era solo una cosa che poteva far perdere il lume della ragione ai Balti, la famiglia di Alaric e Athaulf: ma ovviamente Sarus, il Goto che era un nemico acerrimo dei Balti e che continuava ad essere una figura importante della corte di Ravenna. Sarus era uno dei principali generali di Flavio Costanzo e uno dei suoi potenziali rivali per il massimo comando. Due piccioni con una fava: credo che Flavio Costanzo riuscì con un robusto mobbing e una rete di intrighi ad isolare Sarus a corte. Sarus si risentì a tal punto che decise di abbandonare Onorio e di rifugiarsi presso l’unica possibile alternativa: Giovino. Sarus partì da Ravenna con un piccolo seguito e si diresse in Gallia.

Qualcuno fece sapere ad Athaulf che Sarus era in viaggio verso la Gallia con un piccolissimo seguito. La stessa lingua fece sapere ad Athaulf che Giovino aveva trattato con Sarus per farne uno dei suoi comandanti in capo. Non ho prove per dire dietro tutto questo c’era Flavio Costanzo ma se non lui chi? Se fu davvero sua la mossa fu uno dei capolavori politici di Flavio Costanzo: Athaulf fece fuori Sarus in una imboscata e, irritato anche per altre ragioni, ruppe con Giovino e fece sapere a Flavio Costanzo che forse era arrivato il tempo di rimettere questo parvenu di Giovino e i suoi burattinai barbari al posto loro.

Con un colpo da maestro Flavio Costanzo ottenne non solo che Goti e ribelli in Gallia si unissero ma fece sì che i Goti tornassero dalla parte di Ravenna, come ai bei tempi di Stilicone. In cambio i Goti ottennero di potersi stanziare temporaneamente in Aquitania e Bordeaux aprì le porte ai Visigoti senza bisogno di combattere.

Il 413 fu l’anno in cui collassò anche l’usurpazione di Giovino: l’esercito di Flavio Costanzo arrivò in Gallia e assieme ai Visigoti di Athaulf pose velocemente fine alla ribellione della Gallia del nord. I goti annientarono l’esercito nemico e poi circondarono Valence dove si era rifugiato Giovino. Questi fu costretto ad arrendersi: anche la sua testa fu inviata a Ravenna dove stavano terminando le picche sulle quali appendere le teste degli usurpatori.

Rinnovare Roma con le armi gotiche

Ataulfo, Re dei Goti, in questo quadro ottocentesco oggi al Prado

Athaulf era stato di parola e si aspettava di essere ricompensato per il buon lavoro eseguito: aveva finalmente dimostrato a Ravenna che i suoi Goti potevano essere una forza a sostegno delle autorità e non solo una forza distruttiva. Ma anche Athaulf sottovalutò la diffidenza che anni di saccheggi e devastazioni avevano causato nella mentalità dei Romani, per non parlare del sacco di Roma. I Goti erano stati degli utili idioti ma Ravenna non aveva alcuna intenzione di trattare con loro in buona fede e cercò una scusa per rompere la breve alleanza: la scusa fu richiedere il rilascio di Galla Placidia come precondizione per un accordo, condizione inaccettabile per Athaulf.

La risposta di Athaulf all’ennesimo voltafaccia dei Romani fu la consueta sequenza di saccheggi: se Ravenna non voleva i Goti come alleati avrebbe provato nuovamente quanto ci si divertiva ad averli come nemici. La Gallia meridionale soffrì lo stesso fato dell’Italia, Narbonne e Tolosa furono catturate e i Goti mossero persino all’attacco di Marsiglia: l’attacco però fallì e Athaulf fu così severamente ferito che diede ordine ai suoi di tornare in Aquitania, la nuova base delle operazioni per i Visigoti. Anche lì però furono tormentati dagli stomaci vuoti: la carestia seguiva i Goti come una condanna, ogni volta che si abbandonavano ai loro saccheggi nell’eterna guerra di posizione con le autorità imperiali.

Athaulf comprese che la situazione andava sbloccata in qualche modo. Nel suo entourage c’era ancora un premio più importante di ogni gioiello, il premio che si era trascinato dietro da Roma. Leggenda vuole che fosse stato lui a catturare l’altera Galla Placidia e fu sempre Athaulf a chiedere in sposa la principessa dei Romani. Probabilmente fu solo politica, o forse anche Galla era rimasta vittima della nota sindrome di Stoccolma, sta di fatto che Galla acconsentì a sposare Athaulf e a quanto pare anche di buon grado. I due furono uniti in matrimonio in una spettacolare cerimonia celebrata coreograficamente nella casa di uno dei senatori della Gallia meridionale, nei pressi di Narbonne. Athaulf per quel giorno indossò un’uniforme da alto ufficiale Romano, fece doni regali alla sua novella sposa, va detto in gran parte frutto del bottino del sacco di Roma ma ehi, nessuno badò troppo ai particolari. Prisco Attalo, l’imperatore fallito, recitò il poema nuziale. Il Re del nord e la principessa del sud furono uniti in matrimonio nella costernazione della corte di Ravenna. Fu forse in quell’occasione che Athaulf declamò qualcosa di simile al famoso discorso che ci ha tramandato Orosio. Fatemi fare lo storico antico e fatemi mettere anch’io delle parole in bocca ad Athaulf, senza avere la certezza che le avesse davvero pronunciate: “In principio pensavo di sostituire alla Romania, l’impero dei Romani, una nuova Gothia, un nuovo impero universale di cui io sarei stato il fondatore, come Augusto fu il fondatore dell’impero dei Romani. Ma mi sono convinto che l’indole dei miei Goti, anarchica e incontrollabile, non si presta alla costruzione di un impero, che per necessità deve essere basato sulle leggi e il diritto. Ho pertanto deciso di diventare il rinnovatore di Roma, non il suo distruttore: Goti e Romani assieme potranno rinnovare questo nostro impero e assieme ricostruire la potenza di Roma”.

Ovviamente non sappiamo cosa disse davvero Athaulf, o se disse alcunché. Quel che è certo è che la sua politica da allora in poi si basò in sostanza sul discorso di Orosio, cosa che rende la questione muta. Quanto a Galla e Athaulf, pare che vissero quell’anno in totale armonia e i canonici nove mesi dopo il matrimonio i due avranno un figlio che riceverà l’altisonante nome di Teodosio, il nome del padre di Galla. Onorio non aveva figli, né mai li avrà. In questo momento dunque il piccolo Teodosio, figlio del re dei Goti e di Galla, era l’erede dell’Impero Romano d’occidente.

Ravenna colpisce ancora

Le favorite dell’imperatore Onorio, quadro pre-raffaellita

Questo stato di cose non era però accettabile per Flavio Costanzo e Onorio: non avevano resistito anni e anni ai Visigoti per vedere uno dei loro sedere sul trono dei Cesari e degli Augusti. Una volta raccolte le forze disponibili Flavio Costanzo mosse contro i Goti, spedendo la flotta a bloccare tutti i porti, in modo da impedire l’arrivo di rifornimenti alimentari in Gallia meridionale, una regione devastata dalla carestia.

Athaulf, spostatosi a Bordeaux, decise di reagire nominando nuovamente un imperatore Romano alternativo a Onorio, un uomo che avrebbe retto formalmente l’impero fino alla maggiore età di suo figlio Teodosio. E chi poteva essere questo nuovo imperatore se non il nostro vecchio amico Prisco Attalo? Il nostro senatore divenne imperatore per la seconda volta, ma tutto fu vano. Flavio Costanzo era riuscito ad operare un blocco totale dei Goti, riducendoli alla fame. Athaulf fu costretto a trascinare l’intera tribù in Spagna, con l’obiettivo di trovare ancora nuove terre sulle quali vivere, dopo aver devastato Italia e Gallia. A Barcellona la coppia reale fu colpita da un tremendo lutto: l’ancora infante Teodosio morì, come accadeva spesso ai bebè nel mondo antico, e fu sepolto dai genitori in una bara coperta d’argento. Con lui moriva il sogno di unire Goti e Romani sotto una unica dinastia.

Sentendo l’odore della fine di un regno Prisco Attalo fuggì e si allontanò dai Visigoti, fu catturato dalle forze di Flavio Costanzo e inviato a Ravenna. Qui non fece la fine degli usurpatori – lui che lo era stato due volte – fu invece spedito in esilio a Lipari.

Poco tempo dopo fu la volta di Athaulf: i Visigoti lo avevano seguito attraverso mezzo impero nella ricerca di un futuro ma cinque anni dopo il sacco di Roma non erano più vicini a raggiungere il loro sogno di una stabile patria nel mondo Romano. In più molti di loro erano alla fame, cosa che in genere aiuta a soffiare vento sulle braci del dissenso. Sta di fatto che Athaulf aveva preso al suo servizio, imprudentemente, uno dei vecchi seguaci di Sarus che segretamente era determinato a vendicare il suo vecchio padrone, anche se non ho il dubbio che questi fu solo l’utile idiota della fazione Gotica che voleva usurpare il potere di Athaulf. Questi fu sorpreso mentre faceva un bagno e colpito a morte: aveva regnato sui Visigoti per cinque anni passando dall’essere un capo barbarico a diventare uno degli statisti della sua epoca. L’impero era quasi crollato nel terzo secolo e si era salvato grazie al nuovo sangue degli imperatori illirici: chissà, forse Athaulf e i suoi Goti avrebbero potuto essere per il quinto secolo quello che furono gli illirici nel terzo. Creo che la politica di Athaulf fosse l’unica possibile: Il suo sogno di rinnovare il nome Romano attraverso le armi Gotiche fu forse uno degli ultimi treni per l’occidente romano. In un certo senso si avvererà un giorno, ma non prima di vedere l’occidente avvolto nelle fiamme della sua stessa caduta. Sarà troppo poco e troppo tardi.

La principessa dei Romani e il Re dei Goti

Mappa dell’antica San Pietro medievale, in alto a sinistra le due cappelle imperiali dove furono sepolti Onorio e Galla Placidia

Prima di passare oltre lasciate che vi racconti una storia. Nel giugno 1458 erano in corso a Roma i lavori per la nuova magnifica basilica di San Pietro, cosa che richiese la demolizione della antica basilica Costantiniana. Annessa alla basilica paleocristiana c’era una cappella che da tempo era diventata sostanzialmente la cappella dei Francesi a Roma ma che nel rinascimento si ignorava fosse stata in realtà costruita nel quinto secolo. Demolendo la cappella, in realtà un mausoleo imperiale, fu trovato nel sottosuolo un sontuoso sarcofago in marmo contenente due bare in cipresso, una grande e una piccola, foderate d’argento, con all’interno due corpi avvolti in vestiti intessuti d’oro, una donna adulta e un bambino. Il tutto fu distrutto e i metalli preziosi furono fatti fondere dal papa, quindi nulla è arrivato al giorno nostro.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che si potesse trattare dei resti di Galla Placidia, che si fece seppellire decenni dopo al fianco del suo primogenito Teodosio, dato che una cronaca anonima del V secolo narra che nel 450 Placidia, papa Leone e l’intero Senato romano parteciparono alla sepoltura del corpo di “Teodosio” nella cappella presso la basilica dell’apostolo Pietro ed è sicuro che non si trattasse di Teodosio II, che fu sepolto invece a Costantinopoli. Pare quindi che Galla fece traslare i resti del suo povero figlioletto sepolto a Barcellona.

Non è tutto: le fonti riportano come Galla Placidia non fosse molto contenta, anni dopo, di risposarsi. Nessuna fonte inoltre riporta di vessazioni della principessa da parte del barbaro Athaulf, un topos letterario quello del violento barbaro troppo ghiotto per i lettori romani. La sua assenza fa rumore e mi fa pensare che fosse impossibile inventarsi soprusi perché Galla non solo non ne ricevette, ma fu molto vicina al suo marito Gotico. Chissà, forse con un volo pindarico si può immaginare che lo amasse davvero, profondamente, tanto da ricordare lui e il piccolo bimbo che ebbero assieme ancora decenni dopo. Galla nella sua vita avrà tutto: avrà un nuovo figlio che erediterà il trono e che difenderà con le unghie. Sarà reggente e una vera imperatrice, avrà una vita lunga e di successo. Eppure oso immaginare, ed è assolutamente una mia speculazione, che ci fu una sola cosa che continuò a mancargli da quel 415: l’amore. Un amore che era un segreto conosciuto da tutti e che Galla decise di onorare fino al suo ultimo giorno su questa terra, decidendo di avere al suo fianco quel che restava di quell’antico ricordo e facendosi seppellire a San Pietro, al fianco del suo piccolo, indifeso e sfortunato Teodosio, morto in fasce.

L’antica S. Pietro, demolita nel XV secolo per far posto alla moderna

Wallia trova l’accordo con Flavio Costanzo

Alla sua morte Athaulf fu succeduto dal fratello di Sarus, Sigeric, che resse il regno dei Visigoti per ben sette giorni, prima di essere lui stesso assassinato da Wallia, sempre della famiglia dei Balti: la faida continuava sanguinosa. Wallia cercò una via di uscita dalla fame e dal blocco di Flavio Costanzo, che ora bloccava con la sua flotta anche i porti della Spagna e impediva con l’esercito il rientro in Gallia. Inoltre le altre tribù che avevano invaso la penisola Iberica non vedevano di buon occhio l’arrivo dei Visigoti, c’erano segni di una alleanza tra Alani, Svevi e Vandali per cacciare i Visigoti.

Il primo atto di Wallia fu quindi di allestire una flotta raccogliticcia in modo da traghettare i suoi in Africa: l’Africa produceva il grano, lì sarebbero stati al sicuro da ogni blocco. Ma Flavio Costanzo aveva previsto anche questo, e inviò la sua flotta alle colonne d’ercole mentre una tempesta di nuovo frustrava ogni sogno di gloria navale dei Goti.

Wallia, costretto in un angolo, decise che era arrivato il tempo di gettare la spugna. I goti di Alaric si erano ribellati nel 395 e per venti lunghi anni avevano combattuto per ottenere un trattato a loro favorevole. Per anni erano arrivati vicini ad imporre il loro volere sui Romani ma ora era arrivato il momento di trattare anche dalla attuale posizione di debolezza. I termini furono rapidamente concordati: i Goti avrebbero ricevuto 500.000 moggi di grano per sfamare loro e le loro famiglie e un’area in cui insediarsi in Aquitania per il loro sostentamento. In cambio avrebbero restituito Galla Placidia a Ravenna e si sarebbero impegnati a combattere tutti i nemici di Roma, tornando ad essere in tutto e per tutto dei vassalli di Roma come lo erano stati ai tempi di Teodosio. La grande novità rispetto al foedus del 382 fu in pratica una sola: i Goti ottennero il riconoscimento del regno e dell’autorità di Wallia in quanto capo unico dei Visigoti, una differenza importante che impedì da questo momento in poi il divide et impera dei Romani nei confronti di una tribù gotica disunita. Ovviamente fu anche una vittoria per Wallia stesso che vide la sua autorità confermata e rafforzata dall’accordo con Roma.

Flavio Costanzo mise immediatamente all’opera la tribù: se volevano avere l’Aquitania se la sarebbero dovuta guadagnare. Già nel 416 l’armata Visigota, rafforzata da elementi dell’esercito Romano, mosse la guerra contro gli invasori del Reno del 406. In una serie di campagne micidiali i Vandali Siling furono sconfitti talmente duramente che la loro tribù scompare dalla storia, anche se indubbiamente molti di loro si rifugiarono tra i cugini Hasding. I Goti affrontarono perfino gli Alani, senza alcun dubbio la più forte tribù stanziata in Iberia, e anche gli Alani furono massacrati tanto che rinunciarono ad eleggere un nuovo re e anche loro si rifugiarono presso gli Hasding. Queste vittorie, come vedremo, avranno anche un risvolto meno positivo per la stabilità dell’impero a lungo termine: Alani e Vandali Isding infatti andarono a rafforzare il regno degli Hasding che da questo momento in poi si faranno chiamare “Re dei Vandali e degli Alani”. Era nato un nuovo supergruppo barbaro all’interno dell’Impero Romano.

Arles, la capitale della Gallia Romana nel quinto secolo

Al vincitore le spoglie

Sia Wallia che Flavio Costanzo furono ricompensati da Ravenna per i loro successi. Wallia ottenne il tanto sospirato regno e si stabilì a Tolosa, costruendo il primo vero grande regno Romano-Barbarico: vale a dire il regno di Tolosa, regno che copriva il grosso della valle della Garonne, da Tolosa a Bordeaux. I Goti resteranno in queste terre per quasi un secolo: parleremo nei prossimi episodi a lungo di questo regno, in questo momento basti dire che la sua importanza è fondamentale nella transizione al mondo post-romano.

Flavio Costanzo ottenne anche lui una importante promozione: Onorio lo nominò Patrizio dell’Impero Romano, vale a dire la carica più vicina possibile a quella imperiale, e console per il 417. Non è tutto: a lui andò anche la mano della principessa dei Romani, l’apparentemente recalcitrante Galla Placidia, che non aveva nessuna intenzione a quanto dicono le fonti di risposarsi. Ma la ragione di stato, come sempre nella storia, ebbe la meglio e Flavio e Galla ebbero anche un bambino e finalmente un erede all’impotente Onorio. Il bimbo nacque nel 419 ed ebbe il nome di Valentiniano, come il suo bisnonno. La storia lo conoscerà con il nome di Valentiniano III.

Flavio Costanzo si era meritato sul campo la sua promozione e la mano della donna più ambita dell’impero. Aveva preso il potere nel 410, nei giorni bui del sacco di Roma, e in una impressionante sequenza aveva logicamente affrontato i nemici di Ravenna uno ad uno. Prima aveva riconquistato a sé la Gallia meridionale, sconfiggendo Costantino III e il suo generale ribelle Geronzio. Poi aveva liberato l’Italia dai Goti e impedito che questi si unissero al nuovo usurpatore della Gallia settentrionale, Giovino. Poi aveva utilizzato i Goti contro Giovino, riacquisendo il controllo di buona parte della Gallia settentrionale. A questo punto aveva rotto l’alleanza con i Visigoti, era riuscito a mettere fine alla carriera di Athaulf, un pericoloso rivale e poi aveva costretto il nuovo Re dei Visigoti ad un accordo di sostanziale sottomissione. Infine aveva utilizzato la potenza militare ristabilita dell’occidente, unita a quella dei Visigoti, per schiacciare buona parte degli invasori del Reno, riportando anche il grosso dell’Iberia e del suo gettito fiscale sotto il controllo di Ravenna.

In appena 6 anni, partendo da una situazione di totale caos nel 410, Ravenna era tornata a controllare quasi tutto l’impero d’occidente sul quale aveva governato Stilicone. Certo, i Visigoti erano oramai stabiliti in Gallia, certo la Britannia era stata abbandonata al suo destino e in vari anfratti della penisola iberica si nascondevano ancora i re degli Svevi e dei Vandali Hasding ma nessuno poteva dubitare che l’impero avesse colpito ancora, come si direbbe in una galassia lontana lontana. I Romani poterono tornare a guardare con fiducia al futuro: forse anche questa tempesta sarebbe passata, come erano passati Annibale, i Cimbri e i Teutoni, le guerre civili, la crisi del terzo secolo e Adrianopoli. Roma ha preso qualche destro, è caduta e per un po’ è sembrata sul punto del knock out ma si è rialzata con un occhio nero, un dente sul pavimento ma ancora la voglia di combattere.   

Nel prossimo episodio vedremo che il passaggio della grande buriana aveva in realtà lasciato sul corpo dell’impero delle cicatrici difficilmente rimarginabili. Flavio Costanzo continuerà a governare con efficienza le forze ridotte dell’impero fino a meritarsi una nuova promozione, il premio più alto di tutti: l’elevazione ad Augusto. Poi però le forze dell’entropia torneranno a colpire.

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