Episodio 14, un viaggio nel barbaricum – testo completo

Nello scorso episodio abbiamo posto fine alla dura vita dell’inflessibile Valentiniano I, imperatore-soldato dal carattere collerico e poco diplomatico, morto durante una epica sfuriata. Abbiamo assistito alla formale transizione di potere verso i suoi figli Graziano e Valentiniano II, mentre l’eminenza grigia dietro ai troni pare essere Merobaude, lo shogun dell’Impero d’Occidente che ha messo fine anche alla carriera del Conte Teodosio.

In questo episodio faremo un percorso diverso dal solito e torneremo indietro, molto indietro. Di solito raccontiamo in questi episodi la storia scritta dei popoli del mediterraneo. Nel quarto secolo Romani, Greci e gli altri popoli sedentari del bacino del mediterraneo avevano raggiunto da un millennio il livello di civiltà associato con la cultura scritta. Abbiamo quindi ampio materiale su cui basarci per scrivere la loro storia: prima fra tutti l’ampio corpus scritto dalle fonti primarie dell’antichità, unito alla vasta produzione epigrafica che ci ha restituito l’archeologia. Ci piacerebbe spesso saperne di più – basti pensare alla confusione che circonda la crisi del terzo secolo – ma il materiale che abbiamo a disposizione pare colossale in confronto con quello che gli storici possono utilizzare per ricostruire la storia dei popoli germanici.

Eppure siamo arrivati al tempo in cui questi popoli – e i Goti in particolare – giocheranno un ruolo cruciale nella nostra storia. Non più quello di comparse e carne da macello delle legioni Romane ma attori politici di primissimo piano. Abbiamo già visto singoli barbari fare carriera nell’impero, spesso spettacolare come quella di Merobaude, de facto plenipotenziario dell’occidente. Molti hanno letto in questa “barbarizzazione” dei vertici e delle truppe dell’impero come un sintomo di debolezza quando invece lo considero uno di forza di Roma: il melting pot imperiale funzionava ancora a meraviglia e la prospettiva di immigrare nell’Impero era molto allettante per i giovani Germani, sia tra la gente comune che tra i rampolli delle grandi famiglie: ho postato qualche giorno fa l’immagine di una iscrizione in latino che celebra il servizio di un principe burgundo alla corte di Valentiniano I, in latino, simbolo dell’integrazione raggiunta dai nuovi arrivati. Questi Germani finivano spesso per far carriera nell’esercito romano: alla fine divenivano spesso romani loro stessi o almeno lo divenivano i loro figli. Non si sognavano minimamente di indebolire o perfino distruggere l’Impero dove avevano scelto di vivere e che consideravano spesso come la propria patria.

In questo episodio vedremo come il mondo dei Germani fu rivoluzionato dal contatto con le più avanzate civiltà del mondo mediterraneo. Poi ripercorreremo la storia dei Goti fino al fatidico anno del 376 dopo cristo, quando un terremoto geopolitico e un uragano militare si abbatterà sulle due confederazioni Gotiche, scombussolandole e gettando i loro rimasugli a cercare rifugio nell’impero dei Romani.

La Germania nel primo secolo dopo cristo: un mondo povero

La cultura di Jastorf, espansione fino al primo secolo dopo cristo

La nostra storia inizia con Augusto e il principato: il cambio di regime imperiale pose fine all’espansionismo della Repubblica perché non c’erano più i grandi conquistatori, i signori della guerra della Repubblica come Cesare e Pompeo, in perenne ricerca di gloria militare. Al loro posto si era installato un solido e calcolatore regime imperiale che non vedeva di buon occhio l’emergere di eroi conquistatori. Si parla spesso di Teutoburgo come di battuta di arresto fatale dell’espansionismo imperiale ma la spinta all’espansionismo si era in realtà esaurita da tempo: se i Romani avessero davvero voluto conquistare i Germani lo avrebbero fatto anche dopo Teutoburgo, visto che i Germani del primo secolo dopo cristo non erano assolutamente in grado di fermare i Romani: erano riusciti a vincere tre legioni solo con una imboscata, utilizzando il terreno favorevole e la fiducia dei vertici militari in un principe dei Germani doppiogiochista.

Non è un caso che le armi romane si fermarono infatti sul Reno, frontiera tra due livelli di civiltà molto diversi: al di qua del Reno vivevano i Celti, al di là i Germani. i Celti prima dell’arrivo di Cesare avevano già sviluppato una complessa economia anche a base monetaria, con insediamenti a livello di piccole città che producevano un surplus sufficiente a sostenere una complessa organizzazione sociale. La stessa cultura politica era molto evoluta e complessa: le confederazioni celtiche avevano magistrature e spesso elezioni. Per certi versi i Celti del primo secolo avanti cristo erano al livello di sviluppo raggiunto dalla Repubblica Romana nei primi secoli della sua storia: l’immagine del villaggio di Galli di Asterix è sbagliata perché paradossalmente sottovaluta il livello di sviluppo dei Galli.

Dall’altro lato del Reno c’erano invece i Germani: gli archeologi moderni tendono a non identificare più i popoli basandosi sui nomi affibbiatigli dagli storici antichi ma preferiscono il concetto di cultura, basato sulle evidenze archeologiche. La cosiddetta cultura di Jastorf è quella che gli archeologi utilizzano per descrivere i poveri resti dei primi Germani, che abitavano la penisola dello Jutland e l’attuale Germania settentrionale. Con il tempo questi Germani iniziarono a migrare e assorbire altri gruppi più a sud e a est di cui sappiamo poco o nulla: quello che gli storici antichi ci hanno descritto come solidi popoli germanici erano probabilmente delle popolazioni molto più miste al cui vertice c’erano le famiglie più importanti dei Germani conquistatori.

Nel primo secolo dopo cristo questo processo si poteva dire concluso per una vasta parte della moderna Germania: è con queste popolazioni che si scontreranno le legioni di Cesare e Augusto. Come sostiene Peter Heather la cultura di Jastorf – a differenza dell’Europa celtica – era ad un livello molto più primordiale di sviluppo: l’economia agricola era al livello della mera sussistenza, basandosi su una povera agricoltura pastorale. Non esistevano né la moneta né la scrittura e ancora ai tempi di Augusto i Germani non avevano prodotto insediamenti umani di alcuna rilevanza, nemmeno al livello del villaggio. Il fattore principale che smorzò l’espansionismo Romano fu proprio l’assenza di sistemi politici ed economici da assorbire nell’impero, lo stesso fattore che impedì l’espansione Romana in Scozia, più a nord. Conquistare i Germani era semplicemente improduttivo e uno spreco per l’Impero che avrebbe dovuto spendere risorse preziose per conquistare, occupare e poi sviluppare popoli poverissimi. Inoltre, la stessa natura di popolazione dispersa, priva di centri di potere e senza una classe dominante di proprietari terrieri impediva ai Romani di occupare efficacemente il territorio, conquistandone le città principali e associandone la leadership a Roma, cosa che era il modus operandi standard dell’Impero e aveva fatto miracoli in Gallia. In più i germani, divisi in decine di deboli tribù, non erano assolutamente un pericolo per l’Impero Romano del principato, quindi perché conquistarli? Al primo insuccesso i Romani lasciarono perdere. Quello che bloccò l’espansionismo romano non fu la forza e la bellicosità dei Germani ma, paradossalmente, la loro povertà e debolezza.

Eppure abbiamo appena visto il giudice dei Goti Atanarico, nel quarto secolo dopo cristo, chiedere e ottenere di trattare con l’Imperatore dei Romani da pari a pari: chiaramente qualcosa era accaduto nei tre secoli intercorsi dal principato di Augusto a quello di Valente che aveva cambiato la bilancia dei poteri.

L’europa germanica: un mondo in espansione

Espansione dei Germani dal primo al terzo secolo dopo cristo

Innanzitutto, va detto che la “Germania” del quarto secolo – ovvero l’area a dominazione di popoli Germanici – si era molto allargata: I Germani erano migrati verso est e avevano conquistato buona parte dei popoli locali. Oramai era a guida Germanica tutta l’Europa compresa tra il Mar Nero e le steppe della Russia a est, il Danubio a sud e il Reno ad ovest. Questo processo non era stato pacifico e buona parte delle guerre e invasioni che sconvolsero l’impero a partire dalle guerre contro Quadi e Marcomanni ai tempi di Marco Aurelio sono state ascritte a questo processo: I germani si fecero largo nelle popolazioni locali, assoggettandone alcune e spingendone altre ad invadere l’impero. Verso la fine del terzo secolo la conquista si era conclusa ma ora, al confine con Roma, al posto delle dozzine di tribù del primo secolo dopo cristo c’erano delle nuove confederazioni di Germani, molto più vaste e potenti, che avevano assorbito le tribù precedenti: Franchi e Alemanni sulla frontiera del Reno, Burgundi, Sassoni e Vandali più a est. Sulla frontiera Danubiana invece insistevano dei popoli chiamati Goti: i Goti Tervingi nella ex provincia romana della Dacia e nelle pianure circostanti, fino al Dnestr, mentre nelle steppe ucraine vivevano i Goti Greutungi. Cosa era accaduto per causare questo formidabile cambiamento?

Quello che era accaduto è che la vicinanza con i Romani aveva finito, inevitabilmente, per cambiare anche i Germani. Quello che dovete capire è che il Limes romano, la frontiera, non era affatto un muro impenetrabile per tenere fuori i barbari ma una frontiera dove si incontravano i popoli del nord e quelli del mediterraneo, commerciando in continuazione. Per la frontiera passavano merci, uomini e idee: e non a caso, visto che i Romani utilizzavano la loro attrattiva commerciale e culturale come metodo per legare a sé i popoli del Barbaricum, il mondo dei Barbari.

L’agricoltura del nordeuropa alla base della crescita del mondo germanico

Alla base della trasformazione del mondo germanico c’era ovviamente l’economia e ancora più specificatamente l’agricoltura: in particolare si era diffusa una nuova agricoltura nordeuropea che utilizzava il concime degli animali per migliorare la resa dei terreni, questo aveva enormemente aumentato il potenziale di produzione cerealicola nordeuropea portando ad un rapido aumento della popolazione, visto che come in ogni epoca questa è legata alla disponibilità di derrate alimentari. Ne abbiamo prova grazie all’archeologia sperimentale che ha trovato tracce in questo periodo di un aumento importante dei pollini da cereali, a spese di quelli di erba e di alberi. I Germani espansero enormemente i campi a coltura, per farlo iniziarono a tagliare le foreste. Grazie all’incrementata disponibilità di produzione cerealicola si moltiplicarono, cosa testimoniata anche dall’aumento delle sepolture a nord del Danubio.

Ma la rivoluzione economica del mondo germanico non si fermò all’agricoltura: gli archeologi hanno anche trovato importanti miniere, in particolare in Polonia, con livelli di produzione che sottintendono una vasta esportazione. Tracce di siti dediti alla metallurgia e alla lavorazione dei metalli si diffondono ovunque. La produzione di ceramica, nel primo secolo rudimentale e casalinga, diventa organizzata in grandi botteghe destinate al commercio. Nel quarto secolo i Germani iniziano perfino a produrre il vetro, un materiale di lusso prodotto dai Romani e che sottintende un buon livello di capacità industriale: gli archeologi all’inizio, posti di fronte all’aumento dei prodotti in vetro in Germania, pensarono che i Germani avessero semplicemente importato più pezzi dai Romani. Negli anni Sessanta però fu scoperta una vera e propria vetreria nella Gothia a nord del Danubio. Anche i gioielli, praticamente assenti ai tempi dei Germani di Teutoburgo, si diffondono nell’Europa settentrionale a partire dal quarto secolo e diventano via via più complessi: sintomo questo anche della stratificazione sociale che accompagna sempre lo sviluppo economico: le civiltà povere sono molto più egalitarie di quelle più ricche. Questo perché ogni nuovo flusso di ricchezza, nella storia, tende a concentrarsi in poche mani.

Una società più stratificata dominata da una classe guerriera

La rivoluzione economica va di pari passo anche con la rivoluzione delle strutture politiche: come detto le risorse tendono ad accumularsi in poche mani, permettendo di assoldare o finanziare l’armamento di un gruppo di soldati professionisti. Il denaro e le spade saranno la base che la famiglia o il clan in questione utilizzerà per accumulare più ricchezze, più armi, più potere: perché con le armi e la violenza si può certamente acquistare il potere su gruppi meno armati.

Da tutto questo esce un quadro di un mondo in profonda transizione: nel quarto secolo i Germani avevano raggiunto e superato il livello di sviluppo dei Celti ai tempi di Giulio Cesare. Per non finire assorbiti dall’Impero avevano imparato a collaborare: vi chiedo uno sforzo di immaginazione, immagino che per voi sia più facile immedesimarsi nei Romani. Ma provate a vedere il mondo dal punto di vista dei Germani: al di là del grande fiume si estende un impero immenso, con capacità tecnologiche superiori e una fonte a quanto pare inesauribile di denaro, uomini e provviste. Si tratta di una minaccia troppo grande per non richiedere di unirsi e collaborare: i Germani non erano stupidi e capirono che l’unica possibilità di sopravvivenza era di unirsi in confederazioni capaci quanto meno di resistere all’ingombrante vicino. Questo non fu però un processo pacifico di confederazione tra tribù ma una riorganizzazione violenta delle strutture politiche che causò decenni se non secoli di caos. La nuova casta di guerrieri e di famiglie importanti impose mano a mano un consolidamento del potere fino a che al confine di Roma non ci furono più dozzine di tribù di poveri contadini male armati ma una manciata di confederazioni germaniche strutturate, ben armate e con una popolazione numerosa di contadini nella quale arruolare, alla bisogna, nuove reclute.

L’Impero Romano, in sostanza, era stato vittima del suo successo: la vicinanza con la superiore civiltà mediterranea aveva trasformato il mondo Germanico. La stessa presenza di un impero tanto ingombrante aveva portato i Germani a confederarsi in gruppi molto più forti e agguerriti, meglio armati grazie alla rivoluzione economica che aveva avuto luogo a nord del Danubio e ad est del Reno: i Germani erano oramai parte, anche nolenti, del mondo Romano dal quale dipendevano, con il quale commerciavano e facevano trattati e occasionalmente, soprattutto gli alemanni, razziavano.

Va detto che buona parte di queste confederazioni, soprattutto quelle vicine all’impero, non avevano nella maggior parte dei casi un atteggiamento aggressivo nei confronti di Roma: tutt’altro, Roma ne influenzava enormemente la politica anche interna e nel quarto secolo molti di loro – Franchi, Goti Tervingi, Quadi, Sarmati e a tratti anche gli Alemanni, erano più spesso alleati dei Romani che nemici implacabili. I loro figli illustri visitavano regolarmente l’impero, a volte in cerca di occupazione rimpolpandone le fila dell’esercito, spesso studiavano nelle città romane. Commercianti sia Romani che Germani battevano le vie di comunicazione portando ogni anno nuovi prodotti e nuove idee, sempre più spesso perfino la nuova religione adottata, nel quarto secolo, dagli imperatori Augusti, vale a dire il Cristianesimo.

I Goti: Tervingi e Greutungi

La migrazione dei Goti, dalla Scandinavia alle coste del Mar Nero

Ora che abbiamo un quadro della grande rivoluzione economica, sociale e politica che attraversò il mondo Germanico dal primo al quarto secolo dopo cristo possiamo concentrare la nostra attenzione sul più famoso dei popoli Germanici: i Goti. Per farlo abbiamo un documento d’eccezione oltre alle solite tracce archeologiche: vale a dire La storia dei Goti di Cassiodoro, pervenutaci grazia a Iordanes.

Cassiodoro – ne riparleremo a tempo debito – fu un uomo politico, un amministratore e un uomo di lettere che visse nel sesto secolo dopo cristo alla corte di Teodorico il Grande, il re degli Ostrogoti di cui non vedo l’ora di parlarvi. Per glorificarne gli illustri antenati Cassiodoro mise per iscritto le saghe del popolo gotico che venivano tramandate da innumerevoli generazioni per via orale. Ahimè il libro di Cassiodoro è andato perduto. Vi chiederete allora come facciamo a sapere cosa ci fosse scritto? Bè lo sappiamo grazie ad un suo discepolo, un Goto che si fece monaco, fu discepolo di Cassiodoro e ad un certo punto della sua vita si trasferì a Costantinopoli. Questo monaco si chiamava Iordanes e, nella prefazione al suo libro sui Goti, sostiene di aver letto rapidamente l’opera di Cassiodoro ed aver deciso di riassumerla. Il suo libretto – è un’opera abbastanza breve – ci è pervenuto.

La storia di Iordanes è una storia confusa di terza o quarta mano, con date improbabili e improbabili avvenimenti mitologici. Questo non vuol dire che non sia una fonte utile, se si riesce a diradare le nebbie del tempo.

Iordanes sostiene che i Goti ebbero origine nella Scandinavia e che, ad un certo punto della loro storia, il re Berig li portò attraverso il mar Baltico e giunsero in una terra che chiamarono Gotiscandia, in quella che oggi è la Polonia settentrionale. A lungo gli storici hanno dubitato questo racconto, nonostante che in Scandinavia esista un’area che si chiama Gotland: oggi la maggior parte degli storici tende a dar credito a Iordanes. Si dubitava perfino il loro stanziamento in Polonia ma oramai è documentata archeologicamente la cosiddetta cultura di Wielbark, che corrisponde all’area di migrazione dei Goti secondo Iordanes e che ha affinità evidenti con le aree successive di insediamento dei Goti.  È possibile che non ci troviamo di fronte a migrazioni di popoli propriamente detti ma al trasferimento di un clan reale verso nuove terre, clan che andò a fondersi con culture preesistenti per creare il popolo dei Goti: quel che è certo è che gli antichi Goti erano gli unici ad avere una spiccata predisposizione alla monarchia, sintomo dell’esistenza di un clan reale.

In Polonia questi Goti vengono per la prima volta registrati dagli storici del mondo mediterraneo ma sono un popolo minore, probabilmente sottoposto ai vicini. Tra il secondo e il terzo secolo i Goti però migrano di nuovo verso sudest, fino a raggiungere le coste del Mar Nero. Fu questo un processo probabilmente lento e complesso e che richiese la sottomissione e incorporazione degli antichi abitanti di quella che era a quei tempi la Scizia.

Iordanes ci narra che in questo spostamento epico il popolo dei Goti finì per attraversare un ponte su un fiume. Durante la traversata il ponte crollò e la metà del popolo che aveva attraversato il fiume finì per separarsi da quelli che erano rimasti dal di qua: era nata la divisione dei Goti in due popoli. Questa storia è ovviamente apocrifa e mitologica ma serve a dare una dimensione mitica alla divisione dei Goti nei due popoli registrati da Ammiano Marcellino. Probabilmente il mito non è tanto lontano dalla realtà: una parte del popolo Gotico attraversò infatti un grande fiume e finì per separarsi da quelli che erano rimasti al di là.

I Goti che attraversarono il fiume – in questo caso il Dnepr che oggi scorre tra Moldavia e Ucraina – finirono per chiamarsi gli Ostrogoti – i Goti del sole nascente, o Goti orientali. I loro vicini meridionali li chiamavano invece Greutungi, vale a dire gli abitanti delle steppe. I Greutungi, pur essendo agricoltori, furono influenzati dai loro vicini nomadi e impararono a vivere e combattere a cavallo, nel tipico stile di vita nomade delle steppe. I Greutungi popolavano le grandi steppe dell’Ucraina, tra il Dnepr e il Don.

I loro cugini vivevano invece più a sud e finirono per occupare le terre tra il Dnepr, il Danubio e i Carpazi: tra di loro si chiamavano Vesi, i nobili, ma sono più conosciuti come Tervingi, gli abitanti delle foreste.

Nelle loro nuove terre sia Greutungi che Tervingi finirono per crescere, moltiplicarsi e rafforzarsi. La sfera d’influenza della loro cultura è chiamata dagli archeologi “cultura di Černjachov” e corrisponde perfettamente all’area di influenza dei Goti tramandataci dalle fonti scritte. A metà del terzo secolo i Goti finiscono sotto il regno di un forte re, Cniva, che decide di razziare e invadere l’Impero Romano. I Goti distrussero un forte esercito Romano ad Abritto uccidendo l’imperatore Decio, nel 251 dopo cristo. Seguiranno 20 anni terribili per l’Impero, che sarà regolarmente invaso via terra e via mare dai Goti. Ne ho parlato nell’episodio premium “il primo illirico”.

L’assalto dei Goti culminerà con la grande invasione del 267-270 dopo cristo: I Goti forzarono gli stretti dell’Ellesponto via mare e invasero l’impero da nord via terra, saccheggiando praticamente tutti i Balcani e la Grecia. Saranno gli imperatori illirici a porre fine alla minaccia Gotica: Claudio II il Gotico vincerà una battaglia determinante a Naissus. Il più implacabile tra gli illirici, l’imperatore “mano alla spada” Aureliano, distruggerò il primo regno Gotico uccidendone l’ultimo Re, nel 271.  Aureliano farà però indirettamente dono ai Goti di un nuovo territorio, visto che si ritirerà dalla Dacia lasciandola in mano ai Goti Tervingi. Il pacifico ritiro dei Romani dalla indifendibile provincia della Dacia creò le condizioni per un secolo di pace, visto che i Goti avevano trovato una ricca terra dove vivere, oltre a una popolazione di contadini Daci e Romani, quelli che rimasero nella provincia, da cui prendere sostentamento. In questo periodo i Goti tornarono a dividersi in grandi famiglie tribali al cui comando c’era un Reiks, un leader. Ogni gruppo dei Goti – Tervingi e Greutungi – aveva molti Reiks e i Goti non riavranno Re unici per lungo tempo.

Eccoci arrivati alle soglie della nostra storia: i Goti si allearono con Licinio nella guerra che lo contrappose a Costantino e gli rimasero fedeli anche nella cattiva sorte. Questo attrasse le ire di Costantino che invase il territorio dei Goti Tervingi e, nel 332 dopo cristo, li sconfisse così sonoramente da imporgli un foedus, un trattato di associazione all’impero. Il trattato imponeva ai Tervingi di fornire assistenza militare ai romani in cambio di privilegi commerciali e di sovvenzioni in derrate alimentari. Da questo momento in poi i Tervingi divennero quasi fanaticamente fedeli a Costantino e alla sua dinastia, seguendone il corso fino alla sua fine nelle sabbie della Mesopotamia, al comando di Giuliano. La vicinanza con i romani ebbe un impatto anche sulle istituzioni politiche dei Tervingi: i Reiks, i capi delle più importanti famiglie dei Tervingi, iniziarono ad eleggere dei leader con un mandato temporale chiamato “Giudici”. Non ne siamo certi, ma il Giudice che strinse l’accordo con Costantino fu probabilmente il nonno di Athanaric che si incontrò sul fiume con Valente, nel 369 dopo cristo. Tre generazioni di giudici dei Goti Tervingi servirono come alleati di Roma. Il terzo, Athanaric, alla morte di Giuliano decise però di intraprendere una politica di indipendenza per il suo popolo, come ho narrato negli scorsi episodi. Questa politica portò all’accordo del 369 dopo cristo, in mezzo al fiume Danubio, accordo che poneva fine al Foedus e slegava i Goti Tervingi dall’obbligo di servire Roma in quanto alleati. Vista la tempesta che si stava per abbattere sui Goti forse sarebbe stato meglio per questi restare nell’orbita politica dei Romani.

Una clausola non scritta dell’accordo del 369 fu che il giudice dei Goti si riteneva da questo momento libero di perseguitare una fastidiosa minoranza religiosa che si era infiltrata tra i fieri Goti. Quella dei Cristiani.

Il piccolo Lupo

A Uppsala, in Svezia, è custodito uno dei grandi tesori tramandatici dall’antichità: si tratta di una bibbia, ma non è una bibbia qualunque. Il libro è scritto con inchiostro d’oro e d’argento su una pergamena di color porpora, il colore imperiale. Eppure non è neanche l’eccezionale ricchezza della decorazione a rendere la bibbia unica: si tratta dell’unica copia rimasta della prima bibbia scritta in una lingua germanica. È la bibbia ariana dei Goti, probabilmente commissionata da Teodorico il Grande in persona, quando era Re d’Italia. Il testo della bibbia era ancora più antico e risaliva al quarto secolo: era stato scritto da un personaggio straordinario della storia comune di Goti e Romani, un uomo che mise in contatto questi due mondi in un modo che forse solo lui poteva fare. Parliamo del piccolo lupo dei Goti, perché questo era il suo nome: Ulfila, che in Goto vuol dire piccolo lupo.

La storia di Ulfila è quanto mai interessante. Nacque da genitori romani di lingua greca, provenienti da una comunità originaria della Cappadocia. I genitori erano stati ridotti in cattività dai Goti sul finire del III secolo: erano di lingua e cultura elleniche e di religione cristiana, religione che passarono al figlio. Ulfila nacque probabilmente all’inizio del quarto secolo e crebbe tra i Tervingi: la sua lingua natale fu il Goto ma apprese bene anche il Greco e il Latino. Grazie ai suoi studi riuscì a diventare sacerdote della sua chiesa in esilio, l’ancora a cui si aggrappavano gli ex prigionieri per rimanere uniti. Eppure Ulfila non si accontentò del suo gregge di esuli: era cresciuto da Goto e iniziò a fare proseliti anche tra i Germani. La sua nomea si diffuse tanto che Costanzo II, nel 341, chiese che venisse a corte nella grande città di pietra, Costantinopoli. Qui Ulfila studiò e incontrò il vescovo della città, l’ariano Eusebio di Nicomedia. Sì, sempre lui, l’Eusebio capo del partito ariano che aveva battezzato Costantino e guerreggiato con Atanasio. Grazie alla guida di Eusebio, o forse per le sue personali convinzioni, anche Ulfila sarà sempre convintamente Ariano, anche se nella sua versione moderata. Questa scelta avrà un impatto profondo sull’intera storia del mondo tardo antico, perché Eusebio lo ordinerà Vescovo dei Goti e lo rimanderà indietro a fare proseliti.

Per un po’ le cose andarono bene ma poi i Goti si stancarono del proselitismo di Ulfila e decisero di mettere fine alle sue predicazioni: Ulfila però era un amico dell’imperatore e non potevano semplicemente liquidarlo. Dunque si limitarono ad espellerlo, lui e tutti i suoi seguaci. Con il permesso imperiale Il gruppo dei cristiani goti di Ulfila si stabilì nella Tracia romana, a poca distanza dal Danubio, e fu probabilmente qui che Ulfila iniziò a lavorare al suo capolavoro: una traduzione della bibbia in Goto.

Per capire la portata di questa opera dobbiamo capire che fino ad allora l’unica versione universalmente accettata della Bibbia era in greco, essendo il Greco la lingua della chiesa. Il Greco era considerata la lingua di Dio, tutte le altre essendo incapaci di trasmettere l’essenza della divinità. Perfino la bibbia ufficiale latina verrà tradotta solo decenni dopo: si tratta ovviamente della bibbia di S. Girolamo, il segretario di Papa Damaso. Ma non è tutto: il Goto non era una lingua scritta e per trascrivere la bibbia Ulfila dovette inventare di sana pianta un nuovo alfabeto, unico nel suo genere, in modo da rendere al meglio la lingua Gotica: Infine va detto che molti termini della civiltà mediterranea non esistevano in Goto ma Ulfila non demorse e inventò le parole che mancavano alla lingua gotica, completandone l’evoluzione. Ulfila non aveva niente meno che creato la prima opera scritta dell’intera Europa Germanica, si tratta pertanto di una tappa fondamentale nella storia di quei popoli. Insomma, per i Germani Ulfila fu l’equivalente di quello che furono secoli dopo Cirillo e Metodio, gli evangelizzatori degli Slavi.

Lentamente la bibbia e la fede di Ulfila si diffusero anche a nord del Danubio, nella Gothia che aveva dovuto abbandonare. Grazie all’autorevolezza dell’Arianesimo di Ulfila e alla vicinanza della corte ariana di Valente i Goti si convertirono in generale all’arianesimo e non alla dottrina trinitaria nicena che si apprestava a diventare la chiesa ufficiale di Roma. Ulfila inavvertitamente inserì quindi un fattore di divergenza tra Goti e Romani: la differenza religiosa fu un fattore che contribuì a determinare il tragico fato della relazione tra questi due popoli, qualcosa che sicuramente Ulfila non avrebbe voluto.

Per Athanaric, dopo il trattato con Valente, questo non faceva alcuna differenza: il cristianesimo era una religione aliena ai Goti, a suo modo di vedere volta ad infiacchirne l’animo guerriero, stravolgerne le tradizioni ancestrali e legarne i destini a Roma e la sua chiesa. Quando si sentì sicuro di poter agire liberamente, in seguito all’accordo con Valente, Athanaric scatenò una classica persecuzione nei confronti dei cristiani, nella quale morì famosamente San Saba, un altro celebre Goto di religione cristiana. Molti dei cristiani tra i Goti si rifugiarono nell’Impero Romano al cospetto di Ulfila.

Guerra contro Valente

Gli anni che vanno dal 369 al 376 dopo cristo sono molto importanti per la storia dei Goti: innanzitutto dobbiamo introdurre un altro personaggio chiave della storia dei Goti, ovvero Fritigern. Fritigern appare come un nemico politico di Athanaric, aveva persino aiutato Valente nella sua guerra nel nord del Danubio tra il 367 e il 369. Fritigern deve aver stretto con Valente un rapporto politico e, ad un certo punto, si convertì al cristianesimo del suo protettore romano, ovvero l’arianesimo. Fritigern, a differenza dei Goti di Ulfila, restò però con i suoi a nord del Danubio: i Goti Tervingi erano infatti divisi in tribù al cui capo c’erano Reiks come Fritigern, e Athanaric non ebbe chiaramente la forza di liberarsi del rivale: sembra che Fritigern abbia perfino iniziato una guerra civile contro il Giudice dei Goti, probabilmente per impedirgli di diventare Re dei Tervingi. Sia la persecuzione dei Cristiani che la guerra civile indebolirono i Tervingi e furono un contributo determinante alla catastrofe del 376.    

Mentre Athanaric governava i Tervingi, il regno dei Greutungi era retto da Ermanaric, un Re tanto importante da essere finito nelle saghe dei popoli Germanici e scandinavi. Ermanaric avrebbe unificato il popolo dei Greutungi ed esteso il suo dominio anche su molti popoli vicini, addirittura fino al baltico: non abbiamo la certezza di quello che avvenne davvero, siamo all’alba della storia per quanto riguarda i Greutungi e le nostre fonti – Iordanes e Ammiano Marcellino – non sono molto affidabili su questo Re, visto che vissero o molto lontano o molto tempo dopo dei fatti.

Quel che sembra di trapelare dai racconti e da quanto sappiamo del resto della storia è che il grande Re non ebbe una fine felice: si sarebbe suicidato in seguito a qualche grande disastro. E non è difficile intuire di quale disastro si tratti: sul regno dei Goti del Sole che nasce si era abbattuta una della calamità dell’antichità. Usiamo anche qui le parole di Ammiano, perché mi paiono la migliore descrizione possibile: “subito tra i Goti si diffuse la notizia che una razza di uomini fino ad allora sconosciuta si era levata da un angolo remoto della terra come una tempesta di neve sulla vetta di una montagna, e saccheggiavano e distruggevano tutto ciò che trovava sul suo cammino. l’origine di quella distruzione e delle molte calamità credo fosse questa: il popolo degli Unni”

La catastrofe si abbatte sui Goti: arrivano gli Unni

Mancano ancora diversi decenni all’epopea di Attila e credo che presenteremo bene gli Unni in un episodio successivo, in questo basti dire che gli Unni erano una popolazione nomade dell’Asia Centrale con il tipico stile di vita dei nomadi: vivevano, mangiavano e crescevano a cavallo ed erano diventati degli arcieri imbattibili. L’innovazione chiave che li trasformò nell’equivalente dei Panzer del mondo antico fu l’arco composito asimmetrico, come sostiene Peter Heather. Gli archi compositi o a doppia curva hanno una gittata e una potenza molto maggiore rispetto all’arco semplice, potendosi curvare su entrambi i lati. L’arco composito esisteva già da moltissimo tempo e non era quindi una novità, la novità era l’arco asimmetrico.

Gli Unni infatti, vivendo e combattendo a cavallo, avevano ideato un arco composito di grandi dimensioni e quindi di grande potenza ma che poteva essere utilizzato in sella. Il problema degli archi di grande dimensione è che non si adattano al combattimento a cavallo, perché si impigliano nelle redini e non è facile passarli da destra a sinistra o da davanti a dietro. Gli Unni avevano creato un arco che era di grandi dimensioni nella parte superiore e tagliato nella parte inferiore, in modo da poterlo maneggiare a cavallo. Gli archi Unni erano di 130 cm e necessitavano, per la loro costruzione asimmetrica, di una correzione da parte dell’arciere: l’abilità di tirare da cavallo, in movimento, e con un arco asimmetrico che richiede una correzione rispetto alla mira normale è un’arte che si apprende solo con una vita passata a combattere e vivere a cavallo. Gli Unni avevano quindi inventato un’arma formidabile che poteva essere utilizzata in gran parte solo da loro. E che arma: un arco Unno poteva colpire fino a 400 metri di distanza e penetrare armature leggere da 200 metri di distanza. Perfino le armature pesanti in acciaio erano penetrate da un arco Unno da una distanza di 75-100 metri, quanto basta per far piovere frecce letali anche sulla più pesante fanteria o cavalleria nemica.

Non sappiamo perché gli Unni si misero in moto dalle steppe dell’Asia Centrale: alcuni storici collegano gli Unni con gli Hsiung-Nu, una popolazione che intorno all’anno zero minacciò a lungo l’Impero cinese salvo poi essere sconfitta e ritirarsi verso il centro dell’Asia. Non c’è però accordo su questo fatto anche perché purtroppo sappiamo pochissimo sulla lingua degli Unni, cosa che ci impedisce di ricostruire la loro origine etnica. Non sappiamo neanche perché si spostarono nell’orbita del mondo Romano: Iordanes, in un racconto chiaramente leggendario, sostiene che un unno seguì un cervo attraverso la Palude Meotide (il mar d’azov) e scoprì quindi le fertili terre dei Goti Greutungi al di là. Quello che sappiamo è che i primi a fare i conti con gli Unni, circa intorno al 370, furono gli Alani, una popolazione nomade di lingua iranica che viveva nella valle del Volga. Gli Alani erano molto simili agli Unni, adottando lo stesso stile di vita e combattendo a cavallo e con gli archi: ma non ci fu nulla da fare, gli Unni sconfissero e massacrarono gli Alani. Alcuni di loro fuggirono verso occidente arrivando perfino alla corte degli imperatori romani, Graziano aveva notoriamente una unità di Alani al suo comando. La maggior parte del popolo Alano fu però inglobata e assoggettata agli Unni: come si sa la resistenza è futile, e gli Unni si comporteranno nei prossimi anni proprio come i Borg di Star Trek.

Una volta inglobati gli Alani gli Unni attraversarono il Don, probabilmente nel 375, e si gettarono sui Goti Greutungi di Ermanaric. Questi fu probabilmente sconfitto e sembra si sia tolto la vita o forse fu tolto di mezzo da una congiura. I Greutungi non si persero d’animo ed elessero un nuovo Re nella figura di Vithimiris, ma anche lui finirà per morire, l’anno successivo, per mano degli Unni. Alla sua morte i Greutungi si divisero come gli Alani, alcuni fuggirono di gran carriera verso sud, attraversando il Dnestr e poi la moderna Romania. La maggior parte del popolo Greutungo fu però assoggettato e inglobato nel Juggernaut Unno: rimarranno alle loro dipendenze fino alla morte di Attila e con il tempo diverranno gli Ostrogoti: il popolo che Teodorico, tra 200 anni, porterà in Italia. A capo dei profughi Greutungi che invece sfuggirono agli Unni c’erano due capi: Alatheus, un Goto, e Saphrax, un Alano che era probabilmente il leader di quelli nel suo popolo che erano riusciti a sfuggire agli Unni. A loro si unirono perfino alcuni Unni scismatici: questo gruppo “delle tre tribù” si dirigerà a tutta velocità verso il Danubio e l’impero dei Romani, in cerca di rifugio.

Athanaric ovviamente non rimase con le mani in mano mentre il disastro si abbatteva sui Goti del sole che nasce. Nell’estate del 376 dopo cristo mosse i suoi sul Dnestr, il fiume che divideva il suo popolo dai Greutungi. Qui si accampò in un accampamento di stile romano: i Tervingi erano probabilmente i più romanizzati di tutti i Germani, grazie a generazioni di scambi e anni di militanza negli eserciti Romani. Athanaric pensava probabilmente di combattere alla romana e di impedire con il suo esercito il passaggio del Dnestr agli Unni; questi però erano un tipo di nemico che Athanaric non aveva mai affrontato: in una notte di plenilunio attraversarono il Dnestr evitando il blocco Tervingio: si abbatterono sui Goti che dovettero ritirarsi in fuga, con Athanaric che riuscì in qualche modo a tenere insieme l’esercito. Athanaric impiegò di nuovo la tattica usata dai Romani e provò a costruire un muro fortificato, una sorta di limes, per proteggere le terre più ricche del suo popolo. Non ci fu nulla da fare e dovette rifugiarsi negli alti monti dei Carpazi, fortificandone i passi con mura e fortificazioni, ancora una volta una tattica romana.

Non tutti i Goti però seguirono Athanaric nella sua disperata difesa della madrepatria: la guerra con i romani del 367-369, la guerra civile con Fritigern negli anni 70’ e ora l’invasione del 376 avevano prostrato i Goti: le loro migliori terre – corrispondenti alle pianure tra Carpazi e Danubio – erano sotto attacco, il cibo finì molto presto riducendo il popolo Gotico e tutti i suoi sottoposti alla fame. Fritigern a questo punto riuscì a convincere la maggior parte dei Tervingi che c’era un’alternativa migliore a morire di fame o di spada nel futile tentativo di difendere la Gothia dagli orchi di Sauron, pardon, dagli Unni. No Fritigern aveva un amico a Costantinopoli, si chiamava Valente: era stato al suo servizio anni prima, si era convertito alla sua religione ed entrambi avevano in Athanaric un nemico. Se i Goti avessero seguito Athanaric, da pagano e nemico di Valente, Fritigern sosteneva che nessun aiuto sarebbe mai venuto dalla terra dei Romani. Fritigern proponeva invece una scelta radicale: abbandonare il Giudice che aveva fatto guerra a Valente e che li aveva condotti al disastro e seguire lui verso la salvezza che li aspettava a sud del Danubio, nella Romania, l’impero dei Romani. La maggior parte dei Reiks che governavano il popolo dei Goti elesse quindi di seguire Fritigern, nella speranza di essere accolti come rifugiati nell’Impero, quell’Impero che aveva sempre avuto bisogno delle loro spade per combattere i persiani: d’altronde notizie erano arrivate che Valente era in procinto di iniziare la milionesima guerra contro Shapur, Valente avrebbe avuto bisogno di nuove lance.

Ed è così che, nell’autunno del 376, i Goti Greutungi di Alatheus e Saphrax e i Goti Tervingi di Fritigern si presentarono sul Danubio, separatamente ma quasi allo stesso tempo. Di fronte a loro c’erano le terrorizzate guardie di confine romane: non avevano mai neanche pensato di vedere nulla del genere nella loro vita: ovvero l’immenso spettacolo di due grandi popoli guerrieri che bussavano alla porta di Roma per essere ammessi nell’impero, fuggendo un orrore indicibile e inspiegabile.

Ricostruzione dei Goti che attraversano il Danubio

Spero quindi di aver ricostruito per voi il contesto di quella che è passata alla storia come un’invasione barbarica: in realtà ci troviamo di fronte alla migrazione di un intero popolo sconfitto che richiedeva l’asilo. Questo popolo poi non era un barbaro popolo conquistatore ma, almeno nel caso dei Tervingi, il popolo che più era stato romanizzato dal suo lunghissimo rapporto con i vicini Romani, finendo per iniziare perfino la conversione al cristianesimo e adottandone alcune abitudini e istituzioni. Un popolo che aveva raggiunto un livello di civiltà complesso e che chiedeva di poter continuare la sua vita nell’Impero, come avevano fatto decine di altri popoli sconfitti che erano stati ammessi nei suoi confini. L’immagine dei selvaggi barbari che, sentita la debolezza dei romani in declino terminale, si gettano sull’impero per distruggerlo è lontanissima dalla realtà: i Romani non erano affatto deboli. I Goti non erano affatto dei selvaggi barbari. I Goti volevano vivere dentro l’impero, non distruggerlo e l’impero li attraeva proprio perché era forte abbastanza, o almeno così credevano, per poterli difendere dalle orde di Darth Vader, pardon, degli Unni.

Nei prossimi episodi esploreremo molto più a fondo cosa accadde da questo momento in poi: è una storia che va raccontata perché, come penso stiate intuendo, credo che ci siano molte cose e luoghi comuni da mettere a posto. Ma prima di farlo intendo fare un ultimo passaggio: dobbiamo capire meglio cos’era e come operava l’esercito tardo imperiale che affronterà le procelle dei prossimi anni: fino ad ora me la sono cavata usando a volte il termine di reggimenti, di Comes, Magister Militum…credo sia arrivato il tempo di capire meglio di cosa parliamo, perché credo che sia molto meno familiare alla maggior parte di voi delle legioni, dei tribuni e centurioni dell’alto impero. Quindi Il prossimo episodio sarà anch’esso tematico e non cronologico e parlerà dell’esercito e dell’organizzazione militare dell’Impero Romano del quarto secolo.

Se vi interessano i Goti e la loro affascinante storia vi consiglio il bellissimo libro di Herwig Wolfram “la storia dei Goti”, libro che assieme alla “Storia dei Geti” di Iordanes e “La caduta dell’Impero Romano” di Peter Heather ha formato la base di questo episodio, un episodio difficile da scrivere e ricostruire perché abbraccia secoli di storia oltre che popoli altrettanto diversi quanto lontani dai Romani. I Germani antichi non hanno lasciato testimonianze scritte ma la loro storia è stata faticosamente ricostruita dagli storici usando l’etimologia, l’archeologia e la loro mitologia.

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