Episodio 11, il nocchiero di una nave in tempesta (363-365)

Salute e Salve! E benvenuti alla Storia d’Italia. Come sapete ogni tanto rilascio i testi degli episodi del podcast. Eccone un’altro! Nota bene: l’episodio 10 era un episodio speciale senza testo, si trattava dell’intervista a Luigi Gaudio.

Nello scorso episodio della narrazione principale abbiamo visto Giuliano marciare verso il cuore dell’impero dell’Asia, l’Iran dei Re dei Re. Una campagna militare iniziata sotto i migliori auspici si è tramutata in una estenuante marcia di ritorno verso le terre controllate dai romani, mentre la fame inizia a tormentare l’esercito. Shapur ha dato ordine di attaccare più volte i Romani e in uno di questi scontri Giuliano è andato incontro al suo destino lasciando il suo esercito privo della sua rispettata e amata guida. Quello che sembrava il destino dell’Apostata – conquistare l’impero persiano – si è rivelato un fuoco fatuo. Ora è arrivato il momento di prendere delle decisioni: qualcuno dovrà guidare l’esercito fuori dal deserto e verso la salvezza. E qualcuno proverà a farlo.

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“Dopo la morte di Giuliano non ci fu tempo né per i lamenti né per il pianto. La salma fu curata come permettevano i mezzi e le circostanza. Al sorgere del giorno successivo, il 27 Giugno, mentre eravamo circondati d’ogni parte dai nemici, si raccolsero i comandanti dell’esercito e, convocati pure i capi delle legioni e dei reparti di cavalleria, si consultarono sulla nomina di un nuovo imperatore.”

Così inizia la narrazione di Ammiano dopo la morte del suo amato imperatore. Ammiano era probabilmente lì, nell’assemblea, ad ascoltare le deliberazioni. Nell’esercito prevalsero due fazioni sin da subito: da una parte gli ex alti ufficiali di Costanzo II, con le radici nell’oriente e di tendenza cristiana, dall’altra gli alti ufficiali gallici – Nevitta e Dagalaifo tra tutti. Come si evince dai nomi erano di origine germanica o gallica ed entrambi erano pagani come l’imperatore defunto. Da subito possiamo notare come ancora una parte importante dell’alto comando romano fosse cristiano: Giuliano era convintamente pagano ma non aveva epurato i generali cristiani, anteponendo l’abilità all’ideologia. Va detto che le fortune in guerra, per i superstiziosi romani, erano un segno di collera o favore divino e questa incrollabile certezza di poter misurare l’umore divino accomunava cristiani e politeisti. Quindi la caduta dell’imperatore pagano fu interpretata da subito come un segno di sfavore divino. Questo ridiede vita alla fazione cristiana dell’esercito, probabilmente senza che perfino una parola a riguardo fosse detta.

Le due fazioni comunque non riuscivano ad accordarsi su un nome, nonostante la situazione drammatica: l’indomani probabilmente Shapur avrebbe attaccato di nuovo e tutti erano dell’opinione che per allora sarebbe stato indispensabile avere una guida certa. A questo punto nel racconto Ammiano riporta che un “anonimo” tra di loro li redarguì dicendo “Che cosa fareste se l’imperatore fosse assente, come spesso è accaduto, e vi avesse affidato il compito di portare a termine questa guerra? messo da parte ogni altro pensiero, non salvereste i soldati dai pericoli che li minacciano? Comportatevi così ora e, se riuscirete a rivedere la Mesopotamia, i voti di entrambi gli eserciti uniti eleggeranno il legittimo sovrano”. L’ufficiale sosteneva che fosse inutile eleggere in questo momento un nuovo imperatore, nella fretta e senza i voti dell’esercito di Procopio: essere separati dall’imperatore non era una cosa straordinaria, avrebbero dovuto seguire gli ordini e tornare in territorio Romano. Lì, riuniti con l’esercito di Procopio, avrebbero eletto un nuovo imperatore con calma e raziocinio.

Ma chi era questo ufficiale? Il grande storico Gibbon sostiene che non si tratti di nessun altro che il nostro Ammiano Marcellino in persona, che riportò su carta la sua stessa opinione: non è ovviamente provato, ma pensavo fosse un dettaglio interessante. Vorrei inoltre portare la vostra attenzione sul dettaglio importante della ”elezione”. Vi potreste chiedere cosa c’entri un’elezione con una carica monarchica come quella dell’Imperatore, anche se si tratta di una elezione limitata ai soli ufficiali dell’esercito. Credo che oramai sia chiaro come il mestiere di imperatore fosse una sorta di magistratura monarchica: l’eredità repubblicana di Roma impediva ancora a secoli di distanza dalla nascita dell’impero di percepire l’ufficio di Imperatore come una monarchia ereditaria. Certo, essere un parente prossimo dell’imperatore aiutava, ma alla fin fine l’imperatore era il comandante supremo dell’esercito e l’esercito si arrogava il diritto ultimo di confermare o meno un imperatore e, in casi estremi come questo, di eleggerlo infischiandosene del grado di parentela, criterio che sarebbe stato il più importante nell’Europa medioevale e del primo evo moderno.

L’aula Palatina, a Trier (Treviri). Un tempo adorna di marmi questa è l’unica sala del trono tardo imperiale ad essere giunta ai giorni nostri. Costantino, Giuliano, Valentiniano, Graziano fecero tutti corte in questa stupenda sala.

Sta di fatto che Ammiano – se davvero si trattò di lui – non fu ascoltato. La scelta degli ufficiali cadde su Gioviano, il comandante dei protectores domestici, la guardia del corpo imperiale e che aveva sostituito i disciolti pretoriani. Gioviano era il figlio di un Comes o comandante provinciale, un militare molto rispettato e che si era dimesso: Marcellino dice un po’ velenosamente che Gioviano godeva di modesta fama per meriti paterni. Credo che gli fu affidata la corona imperiale un po’ nella speranza che la mela non fosse caduta troppo lontano dall’albero. Gioviano era giovane, aveva la stessa età di Giuliano, 32 anni. Marcellino sostiene che non si possa accusare troppo i soldati per la loro scelta: come una nave in tempesta che abbia perso il nocchiero, i marinai si affidarono al primo di passaggio pur di salvare la loro pelle.

Quando Gioviano uscì dalla tenda i soldati iniziarono ad acclamare il nuovo imperatore, chi era lontano pensò che tanto fracasso fosse dovuto al fatto che Giuliano si fosse ripreso dalla malattia ma quando videro un uomo alto, mentre Giuliano era piuttosto basso, molti si abbandonarono al pianto: la morte dell’imperatore non era ancora infatti di dominio pubblico. Un uomo in particolare, un nemico di famiglia di Gioviano e suo padre, decise che fosse arrivato il tempo di togliersi di mezzo se voleva salva la vita e defezionò verso Shapur, raccontando della morte di Giuliano e dell’elezione di un signor nessuno. Credo che Shapur non poté credere alla sua buona sorte. Ecco l’occasione di trasformare una mezza sconfitta in una grande vittoria. Diede immediatamente mandato di rinnovare gli attacchi ai Romani, mentre questi continuavano la loro faticosissima ritirata. Elefanti attaccarono le linee romane, frecce sibilarono sulle loro teste mentre il sole li disidratava e la fame li tormentava. L’esercito si accampò quella notte e le seguenti senza avere possibilità di riposarsi, visto che le frecce cadevano anche di notte e la cavalleria persiana testava in continuo le difese.

Il 1° Luglio, dopo giorni di questa terribile ritirata, l’esercito arrivo a Dura, sempre sul Tigri. Qui i soldati si fermarono, incapace di andare oltre. Ogni volta che Gioviano dava l’ordine di ricominciare la marcia i persiani tormentavano così tanto gli esausti e affamati romani che questi desistevano. I territori romani non erano oramai lontani verso nord, ma ahimè si trovavano sull’altro lato del Tigri e la sfortuna volle che il fiume fosse in piena e quindi praticamente non attraversabile: a questo punto sarebbe risultata comoda una flotta di mille navi e fu oramai a tutti chiaro che follia fosse stata bruciare il loro salvacondotto per tornare in patria. C’era un intenso clamoreggiare da parte dei soldati che volevano tentare comunque la traversata ma Gioviano li implorava di non andare e di restare assieme: buona parte dell’esercito non sapeva nuotare e i persiani avevano uomini anche sulla sponda occidentale: è duro però per un uomo che sa nuotare sacrificare la propria salvezza per quella degli altri, soprattutto se a chiederlo non è un comandante rispettato ma un signor nessuno vestito di porpora. I soldati minacciarono di ricorrere alla violenza e alla fine a un certo numero di essi fu permesso di attraversare nottetempo. Questi uccisero i persiani e fecero segno all’esercito che avevano avuto successo. A questo punto altri avrebbero voluto passare ma Gioviano e gli altri ufficiali garantirono che sarebbe stato presto costruito un ponte. Credo sapessero bene che con quella piena fosse un’opera impossibile, ma per trattare con Shapur avevano bisogno di tenere intero l’esercito.

Shapur a questo punto decise di non testare i limiti della sua fortuna: aveva trasformato un mezzo disastro in una situazione di forza grazie alla sua abile guerriglia e ad una armatura non indossata. Sapeva bene però che Roma aveva risorse ingenti da gettargli contro, se avesse voluto. Avrebbe potuto forse schiacciare questo esercito, costringerlo alla fame. Ma un nuovo imperatore sarebbe venuto nel giro di pochi anni a bussare alle sue porte. Era arrivato il momento di lasciare il tavolo della roulette e passare all’incasso.

Ambasciatori raggiunsero Gioviano e gli altri ufficiali: invitando i romani a trattare. Gioviano non volle credere alla sua fortuna: i viveri erano appena finiti, dopo il vano tentativo di vedere se il fiume si sarebbe calmato a sufficienza da costruire un ponte. La fame oramai serpeggiava nell’accampamento. Le trattative iniziarono immediatamente ma Shapur fece in modo che tirassero il più possibile per le lunghe e tenne i romani alla fame per 4 interminabili giorni, in modo che non avessero il tempo o la forza di tentare qualunque altra soluzione che non fosse l’accordo che andava preparando. Ammiano critica la scelta di Gioviano di restare fermo a Dura: mancavano solo 100 miglia alle terre controllate dai romani, 3-4 giorni in teoria sarebbero stati sufficienti per raggiungerle e poi negoziare da una posizione di maggiore forza, senza la minaccia della morte per fame.

Le condizioni del re furono dure, ma non durissime a prima vista: i romani avrebbero dovuto abbandonare cinque province d’oltre Eufrate: praticamente il grosso della Mesopotamia settentrionale. Queste erano le terre che Diocleziano aveva sottratto ai persiani e il Re dei Re le rivoleva indietro. Può sembrare una condizione tutto sommato leggera ma all’interno del territorio che il Re richiedeva c’erano Singara e soprattutto Nisibis, la città che Shapur non era riuscito a conquistare in decenni di guerra e che costituita la chiave di volta della difesa romana in oriente, essendo a guardia dell’unico stretto passaggio tra monti e deserto che permetteva ai persiani di muovere verso la Siria e l’intero oriente romano. Ma non è tutto: Shapur chiedeva anche ai Romani di astenersi da qualunque intervento politico in Armenia e da portare aiuto ad Arshak in caso di guerra con i Persiani. Era facile capire cosa questo volesse dire: Shapur intendeva attaccare Arshak, come poi avvenne, e portare l’intera Armenia sotto il controllo dei persiani.

Le richieste furono considerate oltraggiose da una parte dei Romani, che non avevano ceduto neanche un francobollo di territorio ai persiani anche a seguito di dure sconfitte. Altri, probabilmente la fazione cristiana, sottolineavano a Gioviano che c’era un altro comandante a nord, il pagano Procopio, per giunta con una parentela con la dinastia costantiniana e quindi ben più legittimità a governare. Fu fatto presente a Gioviano che in qualunque momento sarebbe potuto arrivare Procopio e questi avrebbe potuto compiere un colpo di mano se l’esercito al comando di Gioviano fosse rimasto nelle attuali miserevoli condizioni. Occorreva chiudere la pace e alla fine Gioviano firmò.

I Romani avevano un dio, Terminus, il dio dei confini. Terminus permetteva ai confini romani di espandersi, ma mai di contrarsi. Ora nel 363 questa era comunque una finzione: i Romani avevano abbandonato in precedenza territori conquistati. Innanzitutto sotto Adriano, che aveva ceduto Armenia e Mesopotamia ai Parti in cambio della pace. Durante la crisi del terzo secolo i territori tra il Reno e il Danubio erano stati abbandonati perché indifendibili e poi Aureliano aveva evacuato la Dacia, in modo da riportare il confine imperiale sul Danubio. In ognuno di questi casi però era stata una cessione volontaria di terre, mai di un trattato di cessione con una potenza straniera a seguito di una sconfitta: Roma in caso di sconfitta non cedeva territori, inviava nuove armate fino alla vittoria finale: era quello che era avvenuto innumerevoli volte. Roma alla fine doveva trionfare. Inoltre la propaganda imperiale in ogni accordo con i barbari sosteneva che questi erano arrivati supplicando per la pace e l’imperatore, mosso a compassione, li aveva risparmiati. Roma non concepiva i rapporti tra stati come quelli tra stati moderni europei: i rapporti dovevano essere gerarchici, in vetta essendoci l’impero universale dei romani, destinato a perenne espansione.

Non ci fu mai smentita più clamorosa di questa ideologia dell’accordo del 363. Accordo che non solo cedeva territori ai Persiani ma passava clamorosamente all’orbita persiana l’intero quadrante anatolico, vale a dire Armenia e regni vicini. La cessione delle fortezze mesopotamiche esponeva nuovamente le grandi città dell’oriente romano – Antiochia, Edessa, Tarso – alle incursione persiane. Si trattava di un disastro senza precedenti e dopo una campagna iniziata sotto i migliori auspici e nella quale – ricordiamolo – i romani non avevano perso nessuna battaglia. Ammiano Marcellino chiamerà famosamente questa pace “necessaria, ma vergognosissima”, anche il Cristiano Orosio la chiamerà “disonorevole, ma inevitabile”. Zosimo, un autore pagano della fine del quinto secolo che aveva in grande antipatia i cristiani, sostenne che mai prima di allora i Romani avevano ceduto un fazzoletto di terra, pur di fronte anche a sconfitte pesanti contro gli stessi persiani. Zosimo crede che questo fu un pessimo precedente e un presagio del secolo e mezzo di ignominia per le armi romane di cui fu testimone nella sua storia. Infine, se posso aggiungermi alla lista di commentatori, i romani erano stati sconfitti non dalle armi ma dalla fame e dalla lontananza dalle proprie basi: ricordatevelo, se mai diverrete generali. Le guerra è 80% logistica e 20% tutto il resto.

Una volta trovato l’accordo Shapur permise ai romani di partire e questi, utilizzando imbarcazioni di fortuna, attraversarono finalmente il fiume senza essere molestati dai persiani. Una volta passati i romani riempirono gli otri e uccisero le bestie da soma, questo per avere qualcosa da mangiare nella traversata del deserto mesopotamico che li attendeva. I soldati si incamminarono mestamente verso l’ultimo tratto del loro tormento in terra persiana. Nonostante tutto riuscirono a ritrovare il territorio romano, dopo una marcia estenuante. Qui Gioviano iniziò la sua azione di public relations: fece inviare corrieri per sostituire alcuni comandanti e allo stesso tempo annunciare, con una buona faccia tosta, che la spedizione in Persia era stata un successo.

Normalmente gli imperatori romani, avendo in mano tutte le leve della propaganda di stato imperiale, riuscivano a far accettare anche le bugie più clamorose, tipo l’Oceania è da sempre in guerra con l’Estasia. Ma questa era una notizia troppo grande per poter essere venduta come un successo. In particolare i cittadini della vicina Nisibis – cittadini romani che avevano resistito a Shapur per tre lunghi assedi – si disperarono per il destino della loro patria.

Gioviano si ricongiunse con l’esercito di Procopio, esercito che aveva perso tempo a far non si sa che cosa nel nord della Mesopotamia: qui Procopio ebbe una brutta sorpresa: non solo il suo parente e protettore Giuliano era morto, ma l’esercito aveva già deciso di elevare Gioviano, scelta che nessuno pareva contestare. Non ci furono infatti tentativi di rivedere l’elezione di Gioviano, avvenuta in terra straniera e solo da una parte dell’armata romana. Gli eserciti combinati si accamparono mestamente proprio sotto Nisibis e Gioviano, probabilmente per la vergogna, si rifiutò di entrare e alloggiare nel palazzo imperiale. Gioviano inviò il corpo di Giuliano per essere seppellito a Tarso, accompagnato da Procopio. Questi svolse il compito assegnatogli salvo poi valutare la sua posizione: era consapevole che in quanto ultimo parente di Giuliano e della dinastia Costantiniana sarebbe sempre stato un pericolo per il nuovo regime. Quindi ricorse all’espediente usato da ogni buon romano in una situazione simile: fece perdere le sue tracce. Ma non preoccupatevi, tornerà.

Gioviano a questo punto sovrintese alla consegna di Nisibis ai persiani, che giunsero sotto le mura con un forte esercito. Uno dei maggiorenti della città accusò Gioviano di viltà e di iniziare il suo regno nel peggiore dei modi. Per tutta risposta Gioviano, irritato, diede ordine che tutti i romani lasciassero la città entro 3 giorni. Completato questo triste affare si mise in moto e arrivò ad Antiochia, la città che tanti grattacapi aveva dato a Giuliano e che non aveva preso molto bene la notizia di essere tornata una città vicina alla frontiera persiana. Per creare una base solida per il suo nuovo regime Gioviano decise di ricorrere allora alla parte di opinione pubblica che aveva più da ridire sul precedente imperatore: ovvero i cristiani. Gioviano cancellò tutti gli editti anticristiani di Giuliano, incluso il controverso editto sull’educazione. Inoltre ristabilì il labarum Costantiniano come l’insegna dell’esercito: Giuliano, nelle parole di Atanasio, si apprestava a diventare una nuvola passeggera.

Sempre per consolidare il suo potere Gioviano fece nominare erede suo figlio, un infante di appena un anno. Il poppante Varroniano, questo il suo nome, ebbe perfino l’onore di essere nominato console di Roma. Fatto questo, Gioviano pensò bene che era arrivato il momento di recarsi a Costantinopoli, la capitale, nonostante fosse inverno e uno dei più rigidi. Durante il viaggio, dopo aver ricevuto la buona notizia della sottomissione da parte delle legioni Renane, successe di nuovo l’imponderabile. In Bitinia, vicino a Costantinopoli, Gioviano andò a dormire e non si svegliò mai più. A riguardo ci sono state tramandate due teorie: una è che fu una indigestione – Gioviano era preda sia dei peccati di gola che di quelli di Venere, ci dicono varie fonti. L’altra, più probabile e più intrigante, è che morì a causa di una accumulazione di monossido di carbonio nella tenda, causata da un fuoco acceso.

Ora, questo è un podcast di storia e non di complottismi però mi pare il caso di sottolineare che è la terza morte sospetta nel giro di 3 anni: Costanzo muore di una malattia fulminante proprio nel momento in cui sta per schiacciare Giuliano. Giuliano dimentica l’armatura e viene colpito da una lancia volante, Gioviano muore nella sua tenda a causa di un fuoco lasciato acceso. Nell’antichità le persone morivano molto più facilmente che al giorno d’oggi e potrebbe essere benissimo una semplice coincidenza. Eppure ai tempi esistevano certamente anche gli assassini e la morte di Gioviano fu considerata sospetta anche da Ammiano Marcellino, che sottolineò come nessuno indagò seriamente a riguardo. Non è chiaro chi avrebbe avuto interesse a eliminare Gioviano, forse molti soldati ambiziosi pensarono che fosse arrivato il loro momento ora che la dinastia di Costantino si era estinta. Il tempo di colpire era certamente prima che Gioviano consolidasse il suo potere e una nuova dinastia. Ma sono solo congetture.

Sta di fatto che l’impero si ritrovava di nuovo senza imperatore. I capi dell’esercito e le maggiori cariche civili decisero di concentrarsi a Nicea, città poco lontana da Costantinopoli, per decidere il da farsi: tutti erano preoccupati del riaccendersi della guerra con i persiani e soprattutto dello spettro di una nuova guerra civile, se non si fosse posto mano rapidamente alla situazione.

L’assemblea dei notabili imperiali scartò immediatamente l’infante Varroniano, figlio di Gioviano ma che aveva ancora solo un anno: come detto Roma non aveva ancora il concetto di dinastia monarchica: Gioviano era un signor nessuno al cui i più si erano rassegnati, Varroniano era un nessuno figlio di nessuno.

Dal racconto di Ammiano si capisce che le massime cariche votarono davvero: si trattò di una elezione a tutti gli effetti, con conseguenze tra l’altro molto durature nel tempo, visto che in questo momento è in corso l’elezione dell’ultima vera dinastia dell’Impero Romano d’occidente. Alcuni candidati non ottennero i voti sufficienti, chi perché troppo rozzo e aspro di carattere, chi perché si trovava troppo lontano da Nicea. Alla fine fu deciso di elevare alla soglia imperiale Valentiniano, un comandante di lunga esperienza. Valentiniano aveva 43 anni ed era nato nel 321 da una famiglia pannonica e di grande tradizione militare: il padre era stato Comes in varie parti dell’impero. Si era arruolato negli anni 30’ del secolo e aveva combattuto sotto Giuliano: era stato accusato però di imperizia in uno degli episodi delle guerre Alemanniche e Giuliano lo aveva fatto ritirare forzatamente dall’esercito. Alla morte di Giuliano fu richiamato in servizio di Gioviano e fu nominato capo della guardia imperiale. Valentiniano era per molti versi il contrario di Giuliano: non aveva alcun interesse alla ricerca intellettuale, era un uomo diretto e collerico ma con i piedi ben piantati per terra. Aveva esperienza e carisma e metteva d’accordo tutte le fazioni religiose imperiali, in quanto cristiano moderato e per nulla dogmatico. Il problema era che Valentiniano non era presente all’assemblea ma si trovava ad Ankara, Ancyra ai tempi dei Romani, e fu informato da un messaggero. Venne a Nicea il più rapidamente possibile ma per 10 giorni non ci fu alcun imperatore a reggere lo stato romano. Una volta arrivato in teoria si sarebbe dovuto procedere alla cerimonia di vestizione della porpora e acclamazione dei soldati, ma era un giorno bisestile. Valentiniano era cristiano, ma era pur sempre un superstizioso romano e si rifiutò di iniziare il suo impero in un giorno simile: d’altronde si sa, giorno bisesto giorno funesto. Valentiniano passò l’intera giornata chiuso in casa e rifiutò di vedere chicchessia.

Quando finalmente sorse il nuovo sole Valentiniano si presentò di fronte all’assemblea dei soldati e fu acclamato imperatore. Fu vestito della porpora imperiale, gli fu posto sul capo il diadema e fu proclamato augusto. A questo punto le cose andarono fuori traccia: un buon numero di reparti iniziò a rumoreggiare e protestare, chiedendo a gran voce che nominasse un collega. Si trattava probabilmente di buona parte dell’esercito orientale: Valentiniano era un uomo dell’occidente e della frontiera renana, oltre che un cristiano abbastanza tiepido. Immagino che molti tra gli orientali si chiesero cosa ne sapesse in fondo della frontiera persiana, o delle eterne dispute religiose tra ariani e ortodossi, tutte cose che erano fondamentali per l’oriente e insignificanti per l’occidente. Inoltre i recenti rovesci con i Persiani, era opinione comune, avrebbero richiesto la presenza di un imperatore in loco. Valentiniano fu piuttosto irritato da questa richiesta e andò avanti con il suo discorso che fu, va detto, molto ben accolto: Valentiniano era di indole molto diversa dal pensoso Giuliano, era un uomo semplice e di azione che andava al sodo. Fu d’aiuto la immediata promessa di un donativo, cosa che i soldati si aspettavano di ricevere all’incoronazione di un nuovo sovrano.

Valentiniano non aveva ceduto di fronte all’assemblea dei soldati per non apparire debole, ma aveva registrato la richiesta. Si mise in marcia con l’esercito per Costantinopoli e già la sera stessa chiese al suo comando di parlare liberamente, suggerendogli chi avrebbe dovuto associare al trono. Nel silenzio generale parlò il Dagalaifo che ho nominato altrove, un alto ufficiale romano di origine gallica. Questi disse “se ami la tua famiglia, imperatore, hai un fratello. Se ami lo stato, scegli chi ti paia più adatto”. Non saprei, sembrava dire, magari uno il cui nome finisce in “aifo”.

L’impero d’oriente e l’impero d’occidente divisi nelle quattro prefetture, sono segnate anche le grandi “fabricae” imperiali che producevano le armi per l’esercito.

Valentiniano però fece di testa sua e arrivato a Costantinopoli chiamò al suo fianco suo fratello Valente e nel Marzo del 364 chiese all’esercito di acclamarlo Augusto dell’impero, quindi suo pari grado: fu chiaro però a tutti che se gli augusti sono tutti uguali, l’augusto Valentiniano era un po’ più uguale degli altri. Valente era infatti più giovane di Valentiniano e senza alcuna importante preparazione militare o politica: vedremo come se la caverà in futuro. Subito dopo la cerimonia di associazione al trono entrambi gli imperatori si ammalarono pesantemente, ma guarirono. Chissà, magari si tratta nuovamente di un caso o magari il nostro assassino di porporati aveva finalmente fatto cilecca. La vicenda fu anche a lungo investigata ma non si trovò alcun indizio che si trattasse di qualcosa di innaturale. Nota per i fan di Assassin’s creed: l’antenato di Ezio Auditore l’aveva fatta franca di nuovo.

Gli imperatori nella seguente estate del 364 si misero assieme in marcia verso occidente e giunti a Nis, nella Serbia meridionale, avvenne una solenne cerimonia di divisione del Comitatus, i corpi mobili imperiali che erano il nerbo dell’esercito del tardo impero. I reparti furono divisi equamente tra Valente e Valentiniano così come i territori: Valentiniano prese per sé la parte dell’impero che conosceva meglio, ovvero l’occidente e la frontiera Renana con Gallia, Britannia, spagna, Nordafrica, Italia e Illirico. A Valente andò l’oriente, con Tracia, Macedonia, Grecia, Anatolia, la Siria e l’Egitto. L’impero era stato suddiviso nello scorso secolo molte volte quindi non si trattava certamente di una prima. Eppure senza che i presenti potessero saperlo questo è davvero il momento in cui i due imperi si divisero definitivamente: non era inevitabile che così fosse, ma avvenne e da ora in poi i due imperi inizieranno la loro marcia divergente, andando mano a mano estraniandosi e finendo per avere destini diametralmente opposti. Questa divisione è una delle conseguenze più indirette della morte di Giuliano e della fine conseguente della dinastia Costantiniana: l’estinzione della linea legittima degli imperatori Costantiniani garantiva ribellioni nell’impero a meno di avere almeno due imperatori, ognuno basato nei due principali teatri di guerra.

Un altro dettaglio da notare fu che l’augusto senior – Valentiniano – scelse per sé l’occidente: certo era lì dove aveva più esperienza e relazioni politiche, ma tra qualche decennio un imperatore nelle condizioni di poter scegliere sarebbe stato folle a prendere una decisione simile. Chiaramente nel 364 dopo cristo non era affatto certo che l’oriente fosse la parte dell’impero più interessante. Ho come il sospetto che se avessimo detto ai romani del tempo che solo una delle parti dell’impero sarebbe sopravvissuta di lì a poco più di un secolo questi avrebbero pensato all’occidente, più al riparo da quella che per i romani era la vera minaccia: l’Iran di Shapur, non certo i Germani.

Una volta divisi territori e soldati i due imperatori si separarono, Valentiniano proseguì per Milano e Valente tornò a Costantinopoli e poi da lì ad Antiochia. Era il 365 dopo cristo.

Passò l’estate, una estate tranquilla, prima della tempesta. Valentiniano si mise in viaggio verso Parigi quando, il 1° Novembre del 365, ricevette nello stesso giorno due messaggeri portatori di nere notizie. Quello che veniva da più vicino annunciava che gli Alemanni avevano attraversato di nuovo la frontiera renana e stavano saccheggiando la Gallia in ogni dove, come ai bei tempi. A quanto pare l’amministrazione di Valentiniano si comportò in modo sprezzante e con un po’ di tirchieria nei confronti degli Alemanni, Abituati a ricevere sovvenzioni dallo stato romano dopo la fine delle ostilità sotto Giuliano. Forse il parsimonioso Valentiniano aveva tagliato i donativi, ma non abbiamo modo di esserne certi. Oppure gli Alemanni pensarono che dovessero la loro fedeltà a Giuliano e i Costantiniani, non a questo parvenu. Più probabilmente pensarono di testare le capacità e la determinazione del nuovo sovrano. Sta di fatto che la frontiera renana, alleggerita da reparti che erano andati a combattere in Persia e che non erano mai tornati, era di nuovo in fiamme.

Ma il messaggio peggiore tra i due non era neanche quello. Gli Alemanni erano un pericolo, ma un pericolo per lo stato non per la stabilità del regime imperiale. La seconda missiva veniva dall’oriente: Procopio, il cugino di Giuliano che si era dato alla macchia, era tornato e si era impadronito di alcune legioni e della capitale, Costantinopoli. Valente, un uomo senza storia militare, mai testato e con una fragile legittimità a governare si trovava all’altro capo del mondo, ad Antiochia. Tanti nel mondo romano ancora riverivano la memoria di Costantino, Costanzo e Giuliano. Sia Valente che Valentiniano non avevano alcun legame di famiglia con l’estinta famiglia imperiale.

Valentiniano soppesò a lungo il da farsi, l’istinto gli diceva di combattere per primo il nemico interno, che minacciava la vita dei fratelli al potere. Ma Valentiniano era un servo dello stato, e il suo dovere era di difendere la Gallia dai nemici di Roma e impedire che i suoi sudditi venissero derubati dei loro beni e della loro libertà. Con un cuore pesante si accinse a combattere gli Alemanni: suo fratello avrebbe dovuto cavarsela da solo. 

Se questo testo vi interessa andate ad ascoltare il podcast! Lo leggo io stesso. Se volete sostenere il podcast visitate il sito www.italiastoria.com e cliccate su “sostenere il podcast”. Se comprerete uno dei pacchetti disponibili su podbean (da un minimo di 10 euro) avrete accesso all’episodio speciale, il primo Illirico ed eccone una piccola anticipazione:

Ora immaginatevi questa scena: l’impero è a pezzi, diviso in tre parti. Gli imperatori di Roma oramai controllano solo alcune zone dell’impero mentre i barbari hanno rotto le frontiere e saccheggiano impunemente città e province, sia via terra che via mare. Goti e Alamanni minacciano perfino Roma. Pestilenze hanno decimato la popolazione dell’impero fino al punto che è difficile trovare nuove reclute per l’esercito, l’inflazione galoppante sta distruggendo ogni relazione economia, riportando il mondo mediterraneo al baratto. Un imperatore debole siede nella sua capitale in nord Italia, sempre più impotente di fronte alle procelle della storia. Dei capi semibarbari sono pronti a rimpiazzarlo con un colpo di stato militare. L’impero, il grande impero dei Cesari e degli Augusti, pare sia destinato al cestino della storia. Parliamo del 476 dopo cristo, penserete?  No, l’anno è il 268 e questa non è la storia della caduta dell’Impero Romano, ma la storia di come questo fu salvato da un gruppo di rozzi militari semibarbari provenienti dai confini dell’Impero.

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