Episodio 1, In Hoc Signo Vinces

28 Ottobre 312 DC, Costantino-non-ancora-il-grande va incontro al suo destino: l’impero di Roma non sarà mai più come prima.

Salute e Salve! Benvenuti alla storia d’Italia.

È arrivato il tempo di parlare della prima battaglia indispensabile di questo podcast, certamente una delle battaglie più famose combattute sul territorio italiano. E’ una battaglia che cambiò il corso della storia con conseguenze che viviamo ancora oggi. Penso sia utile analizzarla in dettaglio, per comprendere cosa accadde davvero e quale sia il suo significato.

Stiamo ovviamente parlando della battaglia di Ponte Milvio, combattuta nell’Ottobre del 312 dopo cristo da Costantino e Massenzio. Ponte Milvio potrebbe essere passata agli annali della storia come un’altra delle innumerevoli battaglie combattute da generali romani nelle loro interminabili guerre civili. Ma non è così, perché a vincere fu Costantino – che finì per impadronirsi a lungo dello stato Romano, forgiandolo a sua immagine e somiglianza. E non è così perché mise al centro della storia imperiale quella nuova, dirompente religione monoteistica nata in Palestina, il Cristianesimo.

Prima di parlare di Ponte Milvio, dobbiamo spendere un po’ di parole per i protagonisti del dramma. A partire ovviamente dal nostro golden boy, Costantino non ancora il grande.

Costantino era il figlio di uno dei due cesari dell’età di Diocleziano, Costanzo Cloro. Come ricorderete nel sistema della Tetrarchia c’erano quattro imperatori: due imperatori “Augusti” e due “Cesari”. Il collegio imperiale, come era conosciuto, aveva poi sempre avuto un “Augusto” senior e uno junior, per primo Diocleziano.

Quel che importa capire è che Costanzo Cloro era il Cesare di Massimiano e uno dei quattro Tetrarchi a capo dello stato romano sotto Diocleziano. Costanzo divenne Augusto nel 305 dopo cristo, l’anno delle straordinarie dimissioni di Diocleziano e Massimiano dal trono imperiale.

Costanzo Cloro aveva avuto una splendida carriera militare ed era sicuramente uno dei generali più capaci della sua epoca. Costanzo, una volta divenuto Augusto non nominò suo figlio Costantino come Cesare ma scelse, sotto probabile pressione dell’altro Augusto (Galerio) un uomo di quest’ultimo, un carneade del quale non avete alcun bisogno di ricordare il nome. Ma non solo, un altro ad essere stato escluso dalla successione imperiale era il figlio di Massimiano, Massenzio. Era la prima volta che i figli naturali di un imperatore venivano esclusi dalla successione e Massenzio e Costantino, da bravi giovani ambiziosi, non si arresero mai a questo stato di cose.

L’anno successivo Costanzo Cloro si recò in Britannia per una campagna contro i Pitti che vivevano in Scozia, ma questa campagna gli fu però fatale. Costantino si trovava con lui in Britannia ed era molto amato dalle truppe, con le quali aveva condiviso il destino e le campagne militari del padre. L’esercito delle gallie e della Britannia non voleva essere comandato da qualche generale che non avevano mai visto, come avrebbe voluto la successione tetrarchica (spettava infatti al carneade di cui sopra nominare un nuovo Cesare, visto che era automaticamente divenuto Augusto alla morte di Costanzo). Così le legioni acclamarono Costantino imperatore, un atto di chiara ribellione verso il legittimo successore di Costanzo, e da allora iniziò una marcia senza sosta verso il cuore del potere Romano.

A Roma invece Massenzio era anch’egli furioso perché era stato preferito il nostro Carneade a lui, figlio dell’augusto Massimiano che aveva retto per decenni i destini dell’occidente in generale e dell’Italia in particolare. Così Massenzio si ribellò, si autoproclamò imperatore (non riconosciuto da alcun collega del collegio imperiale) e iniziò a governare de facto l’Italia e l’Africa, mentre l’oriente era sotto Galerio. Va da se che Carneade fece una brutta fine.

Ma Costantino non era tipo da accontentarsi “solo” del governo delle Gallie, Spagne e Britannia. Lui ambiva, chiaramente, a diventare imperatore di tutto l’impero con buona pace della Tetrarchia di Diocleziano. Un impero, un imperatore e, questo divenne chiaro presto, un solo Dio.  

Eh si, perché dobbiamo introdurre un altro ingrediente della cucina medioevale prima di trovarci nel medioevo: il monoteismo. Roma conosceva vari culti, alcuni dei quali monoteistici: ad esempio si era diffuso molto tra le legioni, durante e dopo la crisi del terzo secolo, il culto di Sol Invictus. Sol Invictus in latino vuol dire, con traduzione libera “sole trionfante”, si tratta chiaramente di una divinità solare che veniva festeggiata in modo particolare attorno al solstizio d’Inverno, quando il sole è al suo passaggio più basso nel suo apparente tragitto celeste, il giorno è più corto e le tenebre paiono volere avvolgere il mondo. Ma il sole, al solstizio, non è vinto dalle tenebre e i giorni tornano ad allungarsi. La festa di Sol Invictus cadeva verso il 25 Dicembre. Non so se vi ricorda qualcosa.

Ma nel terzo secolo  aveva iniziato ad avere un buon seguito – seppur decisamente ancora minoritario – un’altra religione monoteistica, la religione cristiana che noi tutti conosciamo. I seguaci di Cristo erano stati a tratti tollerati a tratti perseguitati, a seconda dei casi e degli imperatori. I romani, è noto, erano estremamente tolleranti verso le religioni esotiche a patto che si inserissero nell’ordine costituzionale romano, che prevedeva il culto degli imperatori (almeno quelli con un accettato pedigree da parte del senato). In questo quadro non si inserivano bene le religioni rigidamente monoteistiche come l’ebraismo e il cristianesimo. Ma nonostante tutto, grazie all’apertura delle frontiere e all’unificazione del mediterraneo in una unica civiltà, la religione Cristiana era riuscita ad affermarsi ben al di fuori dei vincoli di setta dell’ebraismo (i suoi vincoli originali) ed era entrata nel corpo vivo dell’impero romano, soprattutto nelle città e soprattutto in oriente. Il successo era dovuto in larga parte a Paolo di Tarso, il vero codificatore della religione cristiana, che l’aveva aperta ai gentili comprendendone il potenziale universalistico.

Gli ultimi anni prima dell’ascesa di Costantino non furono però facili per i cristiani. Infatti Diocleziano, impegnato come era a rivoluzionare l’impero, non tralasciò l’aspetto religioso. Non ve ne ho parlato la scorsa settimana per lasciare l’argomento ad oggi, ma i tetrarchi furono i responsabili di una disastrosa politica religiosa, la cosiddetta grande persecuzione. Sotto la guida di Diocleziano i tetrarchi emisero infatti una serie di editti volti a revocare i diritti legali dei cristiani e ad esigere che si adeguassero alle pratiche religiose tradizionali romane. Editti successivi presero di mira il clero e richiesero a tutti gli abitanti di offrire un sacrificio agli dèi pagani. La persecuzione variava in intensità in tutto l’impero, più debole in occidente, dove fu applicata solo in parte, e maggiore nelle province orientali, province più cristianizzate e sotto l’occhio vigile di Diocleziano e del suo successore, Galerio. Diocleziano voleva ristabilire l’ordine religioso nell’impero e aveva associato la sua carica a Giove Ottimo Massimo e quella dell’Augusto d’occidente ad Ercole.

Ma come tante altre cose pensate da Diocleziano, anche la sua politica religiosa non era destinata a sopravvivere a Costantino.

Sul cristianesimo di Costantino sono stati scritti interi libri: da un lato c’è chi crede che il suo tardivo battesimo testimoni una conversione superficiale e un semplice gioco politico, ovvero la necessità di costruirsi una solida base di supporto “esclusivo” dalla quale rivendicare il trono solo per se. Altri hanno visto in Costantino una figura profondamente religiosa e che prese a volte decisioni in teoria irrazionali nel corso della sua vita, con il chiaro desiderio di mettersi in buona luce con Dio. C’è chi ammette la religiosità di Costantino, ma non è certo se il suo Dio da principio fosse il Dio dei Cristiani o un vago Dio monoteistico.

Per quel che conta, io penso ci sia un po’ di verità in tutte queste posizioni. Costantino era un politico e sicuramente non gli sfuggì l’utilità di legare a se il network protostatale della chiesa cristiana, con tutti i suoi seguaci per giunta molto contrari al recente regime tetrarchico che li aveva perseguitati come mai prima di allora. Ma sembra che in Costantino ci fosse qualcosa di più, una vere fede in un Dio soprannaturale che lo aveva protetto durante la sua ascesa fino a donargli il governo supremo del popolo romano, con l’obiettivo di riunificare l’impero sotto l’egida del Dio unico e universale.

Comunque sia, Nel 311 dopo Cristo morì l’Augusto d’oriente, Galerio, e Costantino decise che, una volta scomparsa tutta la vecchia generazione di Tetrarchi,  fosse arrivato il momento di abbattere l’usurpatore Massenzio. Costantino si alleò allora con il suo collega orientale Licinio, mentre Massenzio si alleò con il successore di Galerio, Massimino Daia. Una volta protettosi le spalle grazie all’allenza con Licinio, che controllava le legioni danubiane, Costantino riunì un grande esercito formato da Romani e barbari – soprattutto Franchi – e mosse alla volta dell’Italia attraverso le Alpi, forte di probabilmente circa 40.000 uomini. Lungo la strada, Costantino lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le porte, mentre assediò e distrusse quante si opposero alla sua avanzata.  Costantino, dopo aver battuto due volte i generali di Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona, si avvicinò alla città eterna con l’obiettivo di porre fine al governo di Massenzio e impadronirsi dell’occidente Romano.

Ad Arezzo c’è un bellissimo affresco, uno dei miei preferiti, di Piero della Francesca: in realtà è un ciclo di affreschi che narra la storia della vera croce, la croce dove fu crocifisso Gesù. Il mio affresco preferito in questo strabiliante ciclo è quello del sogno di Costantino, che, secondo la tradizione, alla vigilia della grande battaglia che avrebbe deciso la guerra, ricevette un sogno divino.

Ma cosa accadde davvero La sera del 27 ottobre, alla vigilia della celeberrima battaglia di Ponte Milvio? I dettagli differiscono tra le fonti.

Nella Vita di Costantino, Eusebio dà forse la versione più famosa,  affermando di averla ricevuta dall’imperatore stesso. secondo questa versione, Costantino stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “Εν Τουτω Νικα” (“Con questo vinci”), poi resa in latino “in hoc signo vinces”.  Anche Lattanzio, precettore dei figli di Costantino, parla di quanto accaduto a Ponte Milvio ma non menziona alcuna visione prodigiosa, riferisce invece che la notte prima della battaglia Costantino avrebbe ricevuto in sogno l’ordine di mettere sullo scudo dei propri soldati un segnale celeste divino senza specificare chi avesse dato quell’ordine né quale simbolo gli fosse stato ordinato di utilizzare.

Non sappiamo quindi, davvero, quale segno Costantino vide in sogno – perché nessuno storica crede alla storia della visione collettiva dell’esercito – né quale segno usò nella battaglia. La versione più probabile è che fece dipingere sugli scudi dell’esercito il Chi-Rò, la X e P greca che sono anche le prime lettere della parola Christos, ovvero Gesù. Ma potrebbe avere già utilizzato il labarum, ovvero lo stendardo legionario con un Chi-rò installato sopra al posto dell’Aquila, che divenne il suo simbolo nelle futura guerra con Licinio.

Eppure ci sono anche altre domande: sembra improbabile che, alla vigilia di una grande battaglia, facesse dipengere tutti gli scudi di 40 mila uomoni, forse i nuovi simboli si limitarono alla sua guardia personale? E cosa capirono davvero i suoi soldati di quel simbolo? Se si trattava del Chi-Ro questo era un simbolo anche pagano, che veniva usato ai margini dei testi per segnare passaggi molto interessanti. Forse Costantino era lui stesso contrastato su chi fosse davvero il Dio che gli chiedeva di vincere, forse da buon politico lasciò un certo livello di ambiguità così che i molti pagani presenti nel suo esercito potessero comunque identificarsi nel nuovo simbolo, mentre i Cristiani lo avrebbero interpretato come un chiaro segnale dell’aderenza di Costantino alla nuova religione.  

Qualunque cosa accadde, e la verità probabilmente non la sapremo mai, la mattina dopo Costantino condusse il suo esercito contro le forze di Massenzio. Massenzio aveva avuto lui stesso la sua esperienza soprannaturale, la tradizione sostiene che aveva consultato gli auspici e i libri sibillini, che sostenevano che una grande battaglia sarebbe stata combattuta in quel giorno e i nemici di Roma sarebbero stati sconfitti. Era inoltre il 28 Ottobre, il sesto anniversario della sua ascesa – illegale – al trono e i Romani – sempre superstiziosi – erano convinti che questi anniversari portassero fortuna.

Comunque sia Massenzio aveva curato anche faccende più terrene:  aveva fatto tagliare tutti i ponti sul tevere, per rallentare l’avanzata di Costantino. Ma Massenzio fece costruire un pontone provvisorio per passare il fiume vicino a Ponte Milvio, in quella che oggi è la parte settentrionale di Roma. Lo scontro vero e proprio pare che si sarebbe svolto in località Saxa Rubra, vicino a dove oggi ha sede la RAI. Massenzio aveva un deciso vantaggio numerico, pare comandasse circa 60 mila uomini, circa il doppio di Costantino.  

Questi lanciò per prima la cavalleria, che respinse la cavalleria nemica. Poi la fanteria di Costantino condusse un lungo combattimento contro le ali dell’esercito di Massenzio, che furono travolte. Quando Constantino constatò che la fanteria nemica era scoperta sui fianchi, diede l’ordine di attaccare il centro dello schieramento nemico, che andò in pezzi.

A questo punto fu chiaro l’errore commesso da Massenzio, che era andato incontro al nemico pur avendo delle solide mura dietro le quali asserragliarsi (cosa che aveva già fatto due volte con successo contro altri tetrarchi venuti a spodestarlo). Ma Massenzio aveva fatto un errore ancora peggiore: aveva schierato i suoi vicino al Tevere, che si trovava ora in mezzo tra loro e la sicurezza e il rifugio delle mura Aureliane. Forse Massenzio aveva fatto questo per infondere più coraggio ai suoi, costretti a combattere senza una facile ritirata verso la città.

Ma ora la fanteria doveva ritirarsi, come anche Massenzio. Tutti si affrettarono verso il ponte provvisorio di Ponte Milvio, dove si formò una calca sul pontone, mentre molti soldati cadevano nel fiume o venivano schiacciati dalla folla. I pretoriani, la guardia scelta dell’imperatore e primi responsabili dell’elevazione di Massenzio a imperatore, decisero invece di combattere. Non lo sapevano, ma i pretoriano stavano per svanire nei flutti della storia, e furono in gran parte massacrati. Giorni dopo la battaglia, Costantino sciolse il corpo dei pretoriani, mettendo fine a 300 anni di storia.

In questa fuga disordinata l’imperatore Massenzio finì anche lui vittima del Tevere: infatti sotto il peso dei fuggitivi il ponte provvisorio crollò nel fiume, portando con se centinaia se non migliaia di persone e lo stesso Massenzio, il cui corpo fu poi recuperato dai flutti e a cui fu tagliata la testa, inviata da costantino in giro per l’Italia e l’Africa per far capire chiaramente cosa sarebbe successo ai suoi futuri oppositori. Massenzio morì quindi il giorno esatto del suo sesto anniversario al potere.    

Costantino era trionfante e padrone dell’intero occidente romano. Come si vede, nulla della battaglia appena svolta faceva davvero ancora comprendere l’impatto che avrebbe avuto sulla storia. Un imperatore illegittimo era stato deposto e ucciso, come decine di volte negli ultimi 70 anni. Ma Costantino aveva un progetto chiaro in mente, forse in quanto grande politico, forse perché il suo cuore e la sua fede davvero gli chiedevano di farlo.

Dopo alcuni mesi passati a Roma, si recò a Milano e fu di lì a poco raggiunto da Licinio, il suo collega d’oriente e futuro cognato che controllava i balcani e la Grecia. Riuniti sotto una ancora non esistente madonnina, i due emaneranno uno dei più famosi editti della storia Romana, forse della storia universale.

I due scriveranno, e quoto quasi parola per parola: «Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto quelle relative al culto della divinità.  Decidiamo che sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.»

Sembra un ammirevole e moderno editto di libertà religiosa, ma la realtà fu abbastanza diversa. A partire da questo momento il Cristianesimo non fu solo tollerato – come spesso si crede – ma attivamente e assiduamente incoraggiato e favorito. Costantino ebbe sempre ufficiali e dignitari anche pagani, ma fu presto chiaro che se si voleva diventare qualcuno alla corte di Costantino una conversione sarebbe stata molto vantaggiosa. Nelle città dell’Impero le chiese iniziarono a proliferare su preciso imput e finanziamento imperiale, mentre le istituzioni pagane si videro sottratti fondi indispensabili al loro mantenimento. A Roma vennero edificate le prime grandi basiliche Cristiane, costruite sui luoghi che gli antichi tramandavano da secoli come luoghi di martirio. San Pietro, San Giovanni e Paolo, San Paolo fuori dalle mura tra le altre. I templi pagani iniziarono a declinare in cura e poi vennero attivamente danneggiati da folle di cristiani. Ma questa è una storia che dovrà attendere, spero abbiate gradito un episodio in cui siamo andati a fondo di un evento che ritengo fondamentale per la storia d’Italia, del mondo Romano e di tutte le generazioni a venire. La prossima volta che sarete a Roma, fate una passeggiata nei bei dintorni di Ponte Milvio, è una zona molto romantica. Dedicate forse un pensiero ai tanti morti nel fiume e allo scorrere di stagioni e epoche che si affastellano ma la cui eco risuona ancora al giorno d’oggi. Se l’impero Romano è diventato Cristiano, e con esso la nostra civiltà, se i destini delle due metà dell’impero furono così diverse – una che andrà a morire di qui a 160 anni circa, mentre l’altra durerà ancora più di un millennio, si deve anche a questa battaglia combattuta alle porte della città eterna.

Nel prossimo episodio vedremo cosa farà Costantino del potere accumulato su di se e quanto facile sarà la relazione con il cognato Licinio. Non vi sorprenderò se vi anticipo che Costantino non si fermerà di fronte a nulla, e nessuno, pur di prendere il potere su tutto l’impero. E quando l’impero sarà suo, lo doterà di una nuova capitale, dando l’addio, per sempre, a Roma e all’Italia.

Grazie mille per aver letto questo testo! Se volete ascoltare il podcast lo trovate qui: https://storiaitalia.podbean.com. Vorrei informarvi che mi trovate anche su twitter, il mio account è proprio “storia d’Italia”, su Facebook, alla pagina “storia d’italia” @italiastoria e Instagram. Scrivetemi anche direttamente a marcus.scaurus80@gmail.com con commenti e suggerimenti! Al prossimo episodio

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